Roussel, Duchamp, la lingua e gli scacchi

Author di Sandro Montalto

Abstract: Questo articolo propone una nuova lettura dell’esperienza creativa di Raymond Roussel e Marcel Duchamp, indagandone i punti di contatto e soprattutto facendo luce su diversi luoghi comuni errati che si sono imposti nella saggistica su di loro. L’argomento viene affrontato focalizzando l’attenzione su alcuni aspetti fondamentali: il reale peso dell’influenza del “procédé” rousseliano su Duchamp non solo nel mondo dei giochi di parole, ma anche in quello strettamente artistico, il concetto di “ready-made”, il reale apporto di Roussel agli scacchi e l’importanza di questi nel mondo duchampiano. Tali argomenti, apparentemente eterogenei, grazie a questa lettura trasversale permettono di leggere in modo nuovo l’esperienza creativa dei due autori.

Abstract: This article proposes a new approach of the creative experience of Raymond Roussel and Marcel Duchamp, exploring their commonalities and, above all, shedding light on several erroneous clichés that have prevailed in the literature about them. The topic is approached by focusing on several key aspects: the true weight of Roussel’s “procédé” influence on Duchamp, not only in the world of wordplay but also in the strictly artistic world; the concept of “ready-made”; Roussel’s real contribution to chess and its importance in Duchamp’s world. These seemingly disparate topics, thanks to this transversal reading, allow for a fresh and effective understanding of the two authors’ creative experience.

Raymond Roussel, Marcel Duchamp e gli scacchi: nobile passatempo per il primo, ossessione per il secondo. Da più parti si favoleggia (ad esempio, in romanzi come Tutto il ferro della Torre Eiffel di Michele Mari, ma anche in alcune pagine saggistiche) che i due fossero compagni di gioco, ma in realtà Duchamp vide Roussel una sola volta mentre quest’ultimo giocava[1]. Avevano, però, conoscenze comuni: ad esempio, Henri-Pierre Roché, curioso personaggio (conosciuto soprattutto per il suo Jules e Jim) che fu amico di musicisti come Satie e Varèse, tirò di boxe con Derain e Braque, fu insegnante di scacchi. Roussel, promettente pianista quando era ragazzo (e quanti suoi personaggi saranno legati alla musica!), mise in musica alcune poesie cinesi tradotte da Roché in inglese; il suo ultimo libro è il romanzo autobiografico Victor[2], in cui parla anche di Duchamp e del loro rapporto.

Anche Duchamp a suo modo si interessò di musica: è poco noto che già nel 1913 creò una piccola partitura musicale intitolata Erratum Musical, un’opera a tre voci derivata dal procedimento casuale: prendere a caso venticinque note da un cappello, poi scriverle e cantarle. Le parole del testo provenivano dalla definizione di “imprimer” tratta da un dizionario. Il titolo può essere tradotto come ‘errore di stampa musicale’, e quindi evoca una relazione dialettica fra vedere e udire (preso da un dizionario, il “testo” stesso è già un ready-made). Seguì un secondo Erratum più sofisticato: una partitura corredata da disegni e illustrazioni per l’uso di un’urna contenente 89 palline (i tasti del pianoforte) che, cadendo casualmente, fornivano serie di note le quali erano già il pezzo (ne parla anche in alcuni documenti contenuti nella Scatola Verde). Si noti che nei suoi appunti Duchamp, parlando dell’Erratum, scriveva ‒ vedremo quanto ciò sia rivelatore ‒ che dovrebbe essere pensato per «piano, organo meccanico, o altri strumenti nuovi per i quali l’interprete virtuoso è soppresso»[3].

Tornando agli scacchi, che da sempre affascinano scrittori, artisti e pensatori[4], fra i quadri dipinti da Duchamp in giovane età possiamo ricordare Partita a scacchi, del1910, esposto nello stesso anno al Salon d’Automne. Il quadro (ancora un po’ convenzionale e sotto l’influenza di Cézanne) ritrae i suoi due fratelli Jacques Villon e Raymond Duchamp-Villon mentre giocano una partita in giardino. Ci sono, poi, I giocatori di scacchi (1911) e relativi disegni preparatori, e il bellissimo Ritratto di giocatori di scacchi (1912), oltre a Il re e la regina attraversati da nudi ad alta velocità, e Il re e la regina attraversati da nudi veloci (1912). Impossibile dimenticare che l’artista per alcuni secondi compare, mentre gioca con Man Ray, nel cortometraggio Entr’acte di René Clair (vi compaiono anche Picabia e Satie).

Soprattutto dopo l’abbandono della pittura tradizionale studiò le partite di campioni come Nimzowitsch e Capablanca, e fu impegnato in numerosi tornei in Europa e America. Nel 1925, in un torneo a Nizza ottenne il titolo di Maestro dalla Federazione Scacchistica Francese; nel 1930 partecipò anche alla Terza Olimpiade degli scacchi in cui giocò la sua partita più importante contro Frank Marshall, campione degli Stati Uniti. Con la nazionale francese giocò 4 Olimpiadi dal 1928 al 1933. Un curriculum di tutto rispetto e titoli prestigiosi (anche se non quanto quello di Trascendente Satrapo, concessogli nel 1953 dal Collège de Pataphysique[5]).

Fu attivo anche come teorico, scrivendo con Vitaly Halberstadt, nel 1932, divenuto ormai membro della Federazione Internazionale Gioco Scacchi in Francia, un libro sui finali di partita intitolato L’opposition et les conjuguées sont réconciliées (secondo alcuni simile al libro di Rinaldo Bianchetti Contributo ai finali di soli pedoni, apparso sette anni prima a Firenze), una pubblicazione piuttosto astrusa nonostante il grande dispendio di risorse tipografiche, cui Duchamp stesso allude nella prefazione. Anni dopo, Henri-Pierre Roché diede un’interessante interpretazione di questo libro (da altri considerato un vero e proprio libro d’arte): lo studio del comportamento di due Re che, nella situazione di dover scegliere delle mosse, hanno l’aria (come due piccoli Duchamp) di disinteressarsi alla cosa e non cercare nulla, ambedue con eleganza leggera, e passeggiano disinvolti per la scacchiera, dovendo però obbedire a certe regole; in realtà, però, rimanendo costantemente all’erta, siccome devono evitare distrazioni fatali e cercare di indurre l’avversario a commetterne[6].

Il 1932 fu un anno importante anche perché, dopo aver perso (con tutti gli onori) il Torneo del Circolo Caïssa di Parigi contro François Le Lionnais (ingegnere, matematico, appassionato di arte e letteratura e co-fondatore di OULIPO e autore anche di un’enciclopedia scacchistica[7]), in una partita commentata da Tartakower in persona, in agosto si aggiudicò il torneo di Parigi con una partita di oltre cinquanta mosse, sconfiggendo Eugene Znosko-Borovsky, di cui peraltro in seguito tradusse il manuale Comment il faut commencer une partie d’échecs.

Cercò anche, fallendo, di scoprire una formula per vincere alla roulette (si ricordino le “obbligazioni per Montecarlo” da lui stesso emesse nel 1924), il che poi divenne (anche per esigenze squisitamente economiche) un tentativo di applicare il concetto di patta in un altro gioco: una tecnica di gioco d’azzardo da lui stesso pazientemente sperimentata che non mirava a “far saltare il banco”, ma a trovare un equilibrio fra vincite e perdite, declinando in un ennesimo modo la sua amata “libertà dell’indifferenza”. Proprio dopo l’esperienza a Montecarlo, nel 1925, si riavvicinò agli scacchi interessato soprattutto, appunto, alle possibili tecniche per raggiungere questo stato di equilibrio, uno stallo.

Nel 1933 decise a sorpresa di abbandonare gli scacchi a livello agonistico, e lo fece in maniera simbolica, dipingendo una scacchiera e appendendola al muro. Ma poco dopo prese a giocare per corrispondenza: partecipò al Campionato Europeo organizzato dalla IFSB e vinse. Nel 1935 per i suoi risultati complessivi la IFSB gli assegnò il titolo di Maestro per Corrispondenza (fece anche parte del comitato per la stesura delle regole per il primo Campionato del Mondo per Corrispondenza)[8].

Nel saggio Echecs et Maths[9] François Le Lionnais ricorda che la sua amicizia con l’artista era dovuta soprattutto al comune interesse per gli scacchi (e per Roussel) e rievoca alcuni particolari interessanti della sua carriera. Fra le molte altre partite da ricordare, potremmo citare ancora quella che giocò contro John Cage presso il Ryerson Theatre il 5 marzo del 1968 (fu anche l’ultima apparizione pubblica di Duchamp, che morì pochi mesi dopo, il 2 ottobre, non prima di aver fatto da spettatore al campionato tenutosi a Milano in giugno). Duchamp vinse, pur avendo dato all’avversario il vantaggio di un pezzo, giocando con un cavallo in meno. Trattandosi di Cage, la cosa non poteva però essere così semplice: per questo evento, intitolato Reunion, la scacchiera era stata modificata, le 64 caselle avevano altrettante fotocellule e ogni fotocellula era collegata a un “sound-generating system”.

Dal canto suo, Roussel nel 1932, pare senza alcuna precedente esperienza significativa, iniziò a giocare a scacchi e prese lezioni. Solo pochi mesi dopo propose a Xavier Tartakower, per la pubblicazione sulla rivista «L’Échiquier», un importante contributo su un finale di partita (Re + Alfiere + Cavallo contro Re)[10].

La sua proposta per vincere questo “finale elementare” (i più semplici che i giocatori devono conoscere, e che si dicono “vinti” se, a gioco corretto di entrambe le parti, il giocatore in vantaggio può forzare lo scacco matto, o “patti” se, a gioco corretto, la parte più debole riesce a evitarlo) è la più difficile da giocare e quella di gran lunga più rara a verificarsi. Difficile, soprattutto, è vincere entro il numero massimo di 50 mosse consecutive senza nessuna cattura o movimento di pedone dopo le quali la partita è patta, come imposto dal regolamento. Il metodo ideato da Roussel, pur essendo ritenuto valido dagli esperti del gioco, sembra presentare alcuni piccoli svantaggi tecnici (troppo complessi da analizzare qui) rispetto, ad esempio, al metodo dei “Triangoli di Delétang”, che prevede il confinamento del re solitario in una porzione triangolare di scacchiera via via sempre più piccola, costringendolo infine dalla parte dove c’è un angolo dello stesso colore dell’alfiere. Tuttavia, Tartakower sostiene che la disposizione del Cavallo rispetto all’Alfiere, chiamata Cedille da Roussel, sia più facilmente ricordabile da un principiante e migliore di quella appena citata. In estrema sintesi, si tratta di un metodo forse non ottimale ma comunque interessante, ed è notevole che provenga da un giocatore allora alle prime armi.

Fra il maggio e il giugno 1912 Duchamp assistette a Parigi, in compagnia di Picabia e Gabrielle Buffet, alla rappresentazione della pièce tratta da Impressions d’Afrique di Roussel (che aveva esordito l’anno prima con scalpore). Anche se ad attrarlo era soprattutto la dimensione visiva dello spettacolo e l’atteggiamento ironico nei confronti delle macchine (avrebbe preso bene coscienza del lavoro, linguistico e non solo, dello scrittore solo dopo aver letto Les Machines célibataires di Carrouges e il libro su Roussel di Jean Ferry, oltre ovviamente al celebre autocommento dell’autore[11]), era incuriosito dall’idea di fondare la creazione poetica sull’omofonia; qualcosa in lui, comunque, fermentava da tempo perché ben presto iniziò a pensare che tale gioco si può applicare non solo ai titoli ma alle forme stesse dell’arte, sottraendosi alle catene della tradizione e sfuggendo almeno in parte al principio di causalità. Da allora diede vita a opere che nel titolo e nell’ideazione (spesso basata sulla decontestualizzazione, la trasformazione, lo spiazzamento) restano debitrici di quelle originarie suggestioni.

I giochi di parole del “nominalista”[12] Duchamp ‒ volutamente freddi, atoni e al confine con la sterilità, ma d’altra parte prossimi a quei pezzi meccanici che si mise a dipingere perché «non sottintendevano nessun gusto»[13] ‒, sparsi qua e là in riviste e cataloghi, basati principalmente su omofonia, omografia, paronomasia e paronimia, oltre a Roussel hanno un’altra probabile origine: quella Grammatica logica, folle a dispetto del titolo, architettata da Jean-Pierre Brisset, che definisce procedimenti di questo genere addirittura la più importante delle leggi che governano la parola[14]. Ecco, allora, che «La differenza fra un neonato che poppa e un primo premio di orticoltura è che il primo è un “soffiatore di carne calda” e il secondo un “cavolfiore di serra calda”» (“souffleur de chair chaude” / “chou-fleur de serre chaude”); altre volte basta spostare una lettera (“Etrangler l’étranger”), cambiare lingua e giocare sull’osceno (“Oh! douche it again… / Oh! Do shit again”). Uno dei giochi più russelliani è forse «Et qui libre?» (‘e chi libero?’), testo inciso su celluloide per la poesia di Picabia L’Équilibre.

Ma l’artista rendeva meglio nei titoli: basti pensare all’anagramma Anémic Cinéma o a Morceaux moisis (che gioca su choisis, ossia ‘scelti’, e moisis, ‘marci’). Il celeberrimo La Mariée mise à nu par ses célibataires, même presume, come si sa, la lettura di “même” come “m’aime”. Altro celebre esempio è il titolo dell’opera in cui alla Gioconda viene aggiunto un bel paio di baffi: L.H.O.O.Q., che per assonanza sottintende l’espressione “Elle a chaud au cul” (‘Lei si concede facilmente’, ma anche, forse, l’inglese look ovvero ‘guarda’, o ‘guardami’). Al fondo dell’operazione c’è, nelle parole in questi giochi così come negli oggetti comuni nel caso del ready-made, lo spostamento dall’uso comune (e dal luogo comune) a un luogo nuovo, un nuovo significato, un nuovo punto di vista; in altre parole, una creativa e conoscitiva uscita dall’ordinario.

La parola è lì, come oggetto, ma non è detto che debba significare ciò che appare a prima vista. Sulla rivista di Breton «Littérature» (per la copertina del n. 7, 1922) Duchamp mise alla berlina il titolo stesso e propose la lettura “Lits et Ratures”, ossia ‘letti e cancellature’ (interessante come anche questa coppia di termini porti all’erotismo e al rimosso, alla censura). Si potrebbe aggiungere che, com’è stato notato, “scacchi”, in francese èchecs, suona come échec, ossia ‘fallimento’. Che dire di Fresh Widow (‘Vedova da poco’, ‘Vedova sfrontata’ o ‘Finestra francese’, magari ‘appena verniciata’?), opera che peraltro esibisce una negazione, siccome si tratta di una finestra tradizionale alla quale, al posto dei vetri, sono stati messi pezzi scuri di cuoio (che, però, devono essere lucidati ogni mattina per farli risplendere). Lo stesso pseudonimo femminile duchampiano, Rrose Sélavy, è scelto per poter significare “Eros c’est la vie”. Non molti sanno da dove deriva: all’origine c’è un quadro di Picabia, per un certo periodo esposto al cabaret “Le Boeuf sur le Toit” intitolato Oeil Cacodylate che l’autore chiese ad alcuni amici di firmare; Duchamp firmò aggiungendo la frase “Pi Qu’habilla Rrose Sélavy” (che suona come “Picabia l’arrose c’est la vie”, mescolando “l’Eros è la vita” e “fare un brindisi alla vita”). Potremmo aggiungere che, secondo alcuni, il nome dell’artista è nascosto nel titolo La MARiée mise à nu par ses CELibataires, même (maiuscole nostre), e che quello stesso même potrebbe rimandare a simili parole (absit…) prive di senso, da “Dada” fino a “Ha-Ha” del buon Bosse-de-Nage. Com’è noto l’orinatoio fu firmato “Mutt”, nome di una famosa ditta di sanitari, ma occorre ricordare che “mutt” può significare anche ‘babbeo’ (o ‘cane bastardo’), il che appare significativo.

Duchamp per sua stessa ammissione fu affascinato, da ragazzo, da Laforgue soprattutto in virtù dei suoi titoli; scrisse: «il gioco di parole è un meccanismo meraviglioso perché in una stessa frase esaltiamo i poteri di significazione del linguaggio solo per abolirli, un istante dopo, più completamente»[15].

Roussel, invece, escogitò, com’è noto, un peculiare “procedimento”. Non è questo il luogo per riassumerlo in maniera esaustiva, basti ricordarne i fondamenti:

  • scegliere due parole quasi simili come se si facessero dei metagrammi, ad esempio billard (‘biliardo’) e pillard (‘predone’);
  • aggiungere parole simili ma prese in due sensi differenti, così da ottenere due frasi quasi identiche: “Les lettres du blanc sur les bandes du vieux billard…” / “Les lettres du blanc sur les bandes du vieux pillard…”. Lettres (‘lettere’) significava nella prima frase ‘segni tipografici’ e nella seconda ‘missive’; blanc (‘bianco’) nella prima frase significava ‘gesso’ e nella seconda ‘uomo bianco’; bandes (‘bande’) nella prima significava ‘sponde’ e nella seconda ‘orde guerriere’. In questo modo da “le lettere tracciate col gesso bianco sulle sponde del vecchio biliardo” si passava a “le missive inviate dall’uomo bianco a proposito delle orde del vecchio predone”;
  • trovate le due frasi, si trattava di scrivere un racconto che potesse cominciare con la prima e finire con la seconda. Il racconto veniva, così, a essere sostanzialmente lo “spazio semantico” fra le due frasi.

Se ci si limitasse a questo, però, l’idea, seppur simpatica, sarebbe poca cosa. Il procedimento è arricchito ulteriormente: prendere una parola e poi legarla a un’altra tramite la preposizione francese “à”, poi considerare le due parole in un significato diverso e ottenere un nuovo mattoncino per portare avanti il racconto. Due soli esempi: da Métier à aubes, ossia ‘mestiere da aurore’ (che obbliga ad alzarsi di prima mattina) a ‘telaio (altro senso di métier) con pale di ruota idraulica’. Oppure da Parquet à chevilles, ossia ‘pavimento per caviglie’, a ‘riunione di agenti di cambio con prolungamenti dei versi’, da cui il racconto di una Borsa in cui gli ordini devono essere impartiti in versi.

Infine, il procedimento prevede la citata rilettura di parole e frasi basandosi sull’assonanza e altri simili figure: ad esempio, da “Au clair de la lune mon ami Pierrot” a “Eau glaire de là l’anémone à midi négro” (‘acqua-muco da lì l’anemone a mezzogiorno negro’).

Ci sono, poi, procedimenti corollari, come la scomposizione delle frasi per mezzo di parentesi in serie, a creare una serie infinita di bivi e doppi fondi (si veda soprattutto Nouvelles Impressions d’Afrique).

Così, l’espressione Demoiselle à pretendant, ossia ‘signorina con molti pretendenti’, può diventare ‘mazzeranga’ (sempre “demoiselle”) “à reitre en dents”, ossia ‘a raitro fatto di denti’. Questo porta al problema di immaginare un mosaico fatto di denti, e una macchina basata su una mazzeranga (un attrezzo usato per livellare l’acciottolato) utile ad assemblarlo; da qui la necessità di pensare al possibile funzionamento (nell’idea di Roussel un cilindro sostenuto in aria verticalmente da un pallone e che termina con un artiglio, il quale afferra denti di diversa fattura e colore sparsi al suolo, trasportandoli su un terrapieno dove compone il mosaico che raffigura un “raitro”, ossia un soldato a cavallo) e magari poi, come hanno fatto ad esempio Ferry, Aujame e Carelman, disegnarla o addirittura costruirla[16].

È gustoso andare con il pensiero dalla terribile, apocalittica macchina per dipingere di Jarry, senza padrone e modello, passando per quella “esatta” e fredda di Louise Montalescot descritta da Roussel (ma anche alla Demoiselle, che grazie a meticolosi calcoli sul clima funziona da sola), fino alle spassose e satiriche Cyclograveurs di Tinguely, che quando richiedono una persona che azioni i pedali certo non la assumono a padrona, ma la riducono a ingranaggio fra i tanti.

Il procedimento rousselliano, è stato notato, non è del tutto nuovo: La Jangada di Verne è costruito sulla quasi-identità di due parole, e il suo Les Châteaux en Californie inizia e finisce con due frasi quasi identiche (d’altra parte, Roussel stesso in Come ho scritto alcuni miei libri dice di provare per lui un’ammirazione senza limiti[17]); altri esempi si potrebbero fare, ma basti Alphonse Allais con il suo Maboulite holorimeuse, racconto che adopera versi olorimi come procedimento per immaginare una trama. Non si dimentichi, poi, che l’uso di partire da un aforisma o un proverbio e modificarlo, decontestualizzarlo, invertirlo e via dicendo era una tradizione francese fin da Molière, passando per Lautréamont. Tuttavia, Roussel ne fa un uso estensivo e quasi paranoico nella sua lucidità; ma si veda anche come e quanto Roussel si conceda libertà (per noi il clinamen) nell’applicazione del suo stesso procédé[18].

È opportuno, però, ricordare che lo stesso meccanismo di identità fra incipit ed explicit si trova anche in La gramigna di Raymond Queneau, il quale deve aver letto Roussel grazie a Michel Leiris: i due collaboravano a «La Critique Sociale» sulla quale Queneau, nello stesso periodo in cui scriveva il romanzo, pubblicò un articolo nel quale invitava a scoprire Roussel, dotato di «un’immaginazione che unisce il delirio del matematico alla ragione del poeta».

Lo stesso Foucault affermò che, tra gli aspetti che maggiormente lo avevano colpito dell’opera di Roussel, c’era il modo in cui si era preso carico del rapporto tra letteratura, linguaggio e scrittura, cogliendo il problema del linguaggio nella sua dimensione letteraria e rientrando in quel gruppo di autori per i quali «la costruzione letteraria» e il «gioco di linguaggio» sono direttamente legati[19]. Addirittura Roussel viene eletto da Foucault precursore della nostra letteratura moderna, esponente di quel pensiero secondo il quale «la descrizione non è affatto fedeltà del linguaggio all’oggetto, ma nascita sempre rinnovata di un infinito rapporto fra le parole e le cose»[20].

Infatti, l’opera di Roussel può essere divisa in due parti. Una è composta dalle opere “descrittive”, in cui «il linguaggio è appoggiato sulle cose; meticolosamente, ne percorre i dettagli, ma senza prospettiva né proporzioni; tutto è visto da lontano ma con uno sguardo così penetrante, così sovrano e così neutro che anche l’invisibile affiora in un’unica luce immobile e liscia» (La Doublure, La Vue); l’altra è composta da quelle in cui lo «stesso linguaggio, teso come una tovaglia, serve a descrivere l’impossibile» (Impressions d’Afrique, Locus Solus)[21].

Il procedimento di Roussel si basa su uno “spostamento” grazie al quale ogni frase è passibile di un’interpretazione (virtualmente) infinita. Se le sue opere suggeriscono che è possibile trasformare «ogni parola in una […] trappola reale, poiché la sola possibilità dell’esistenza di un doppio fondo apre per chi ascolta uno spazio di infinita incertezza»[22], potremmo dire che le opere “mentali” (non più banalmente “retiniche”) di Duchamp, ossia le opere stesse e non solo i titoli o gli aforismi, aprono simili squarci su sensi possibili e negazioni impreviste. In ambedue i casi non si tratta di semplici esercizi o virtuosismi, ma di un radicale spostamento, come detto, o meglio (con la pratica dello scomporre e ricomporre le parole e le frasi secondo regole di affinità sonora o grafica) di una sottolineatura della natura molteplice del linguaggio quanto dell’interpretazione.

Non bisogna commettere l’errore, proprio di tanta critica, di suggerire una filiazione diretta: Duchamp stesso, nelle interviste rilasciate a Pierre Cabanne, disse che quelle opere, o Il grande vetro, non richiamano direttamente l’opera rousselliana. Nel suo bel saggio Octavio Paz scrisse, sì, che Il grande vetro è la trasposizione (alla Mallarmé) del metodo letterario di Roussel, da Duchamp non conosciuto ma intuito, ma anche che si tratta per quest’ultimo sostanzialmente della «forma più incisiva ed efficace della meta-ironia», e che l’opera plastica contiene un elemento, quello critico, assente nello scrittore[23]. L’idea rousselliana di una macchina per dipingere, eliminando quindi la mano dell’uomo ‒ così come l’affidarsi a un “procedimento” sembra abolire il soggetto creatore ‒, potrebbe aver ispirato a Duchamp (il quale non cade nell’errore di una ripetizione letterale) l’idea del ready-made: idea, dunque, ispirata da una macchina ludica, luddista, ironica. “Ottica di precisione”, avrebbe detto ancora una volta meta-ironicamente Duchamp. E, così, «esalta il gesto, senza cadere mai, come tanti artisti moderni, nella gesticolazione»[24]. Non a caso, da subito l’artista, saggiamente, ritenne fondamentale creare un numero di ready-made molto ridotto (altrimenti al limite, tutto può diventare ready-made fino a coincidere con il mondo intero: proprio in questo Duchamp, con la sua intelligenza, eleganza e ironia, si distingue dai suoi imitatori di oggi). Per essere meta-ironico, però, non poteva che creare un’arte impersonale. In ultima analisi, la meta-ironia di Duchamp non corrisponde all’abdicazione dello scrittore a favore di un procedimento (situazione ovviamente illusoria, ma qui conta la poetica) di Roussel, o almeno di certe sue opere. «A Roussel manca una dimensione vitale e morale comune a Jarry e a Duchamp: il sovvertimento dell’io»[25].

Roussel fu «il trauma iniziale, il catalizzatore», ma «non fu lui a fornire gli elementi» per la creazione vera e propria[26]. Ben più diretta fu l’influenza di Gaston de Pawlowski, uomo assolutamente fuori dal comune[27] che sul giornale «Comoedia», che dirigeva, prese a scrivere di molte delle manifestazioni artistiche e letterarie più audaci, comprese le opere di Roussel (il giornale seppe, peraltro, veicolare argomenti alti, complessi e scottanti, mantenendo le vendite su numeri assolutamente eccezionali). Una frase del suo Viaggio nel paese della quarta dimensione (uscito nel 1912), testo umoristico e antinaturalista (nel quale si dice, però, che «non c’è nulla di umano al di fuori dell’artificiale»), sembra essere il collante fra il procedimento di Roussel e il pensiero di Duchamp:

dal calembour più grossolano fino all’immagine poetica più bella, voi avvertite oscuramente la portata profonda di quelle analogie, di quei paragoni, di quelle associazioni di idee, di quelle rime che sollevano un lembo dello spesso velo che ci nasconde i rapporti misteriosi delle cose e quella formidabile continuità che è il mondo[28].

L’influenza rousselliana su Duchamp è, quindi, di due tipi: linguistica e relativa ai marchingegni, che affinò in virtù della sua ammirazione per la scienza e la matematica, non però in quanto portatrici di verità ma di precisione, esattezza. Quella linguistica è evidente a noi che conosciamo Comment j’ai écrit certains de mes livres, ma Duchamp non poteva averlo letto; l’influenza relativa ai marchingegni, invece, fa parte del generale interesse verso le macchine assurde, deliranti, celibi che caratterizzava quei meravigliosi anni[29].

Arbitrarietà e ambiguità sono caratteristiche del segno e dell’immagine; Roussel continua a indagarle con un lavoro solitario, disperato e misconosciuto, Duchamp procedendo con (almeno apparente) serenità e assoluto rigore, e suscitando continuamente scandalo, ma ambedue non intendono asserire che l’artista in quanto tale può conferire nuovi significati, bensì che il gioco del guardare da una diversa angolazione è una precisa responsabilità di chi ha l’intelligenza e la sensibilità per giocarlo. A costo di finire in patta: se il gioco sarà ben condotto, il Re comunque non morirà. Si tratta, insomma, di mettere in atto una possibile contraddizione: cercare meccanismi autonomi, freddi, che generino qualcosa di nuovo, inatteso, forse umoristico e (auto)ironico. Cosa c’è di più vicino alla nozione oulipiana di “contrainte”, viene da chiedersi[30]?

In una celebre lettera a Louise e Walter Arensberg, Duchamp scrisse che intendeva instillare nelle opere una nota di “umorismo” e che era sua intenzione abbandonare al più presto «la pittura semplicemente retinica», concepita tradizionalmente. Forse potremmo tracciare un parallelo fra questa idea duchampiana e la pagina in cui Roussel tiene a sottolineare che, pur avendo viaggiato in mezzo mondo, non ha «mai ricavato nulla» per i propri libri, e che per lui «l’immaginazione è tutto»[31]. Tutto in Roussel, a dispetto della presenza di particolari anche ripugnanti, crudi, scatologici etc., è irreale: è stato osservato come sui suoi oggetti sembra non si accumuli la polvere e come i suoi personaggi sembrino non proiettare ombra[32]. Il romanzo La Doublure è essenzialmente la storia di un attore e una descrizione di carri carnascialeschi; i tre poemi La Vue, La Source e Le Concert descrivono con moltissimi versi tre banali immagini fotografiche (forse un “soggetto bello-e-fatto”?). Un universo artificiale, creato per i bisogni di un autore affamato di vita eppure affetto da mille fobie, talentuoso eppure autodistruttivo.

È, allora, il Ready-made consustanziale a quell’accettazione del caso e di quella ricerca di un procedimento impersonale che Roussel perseguiva? Così come una frase veniva derivata da un’altra con un meccanismo automatico per diventare però (quasi sempre) una nuova creazione con un qualcosa di poetico, il ready-made prende un oggetto anonimo e lo eleva ad arte, quasi sempre senza un apporto (nel senso di artificio/manipolazione con fine estetico) personale, ma gli conferisce un titolo che ha una sostanza poetica, misteriosa, allusiva. Il paragone è suggestivo, e speriamo convincente. Laddove Roussel scrisse L’Etoile au Front, Duchamp, sempre pronto a (meta)ironizzare e a dissacrare ‒ non diciamo che sia stato intenzionale, ma è suggestivo ‒, si fece radere i capelli a forma di stella sulla nuca (si ricordi la celebre fotografia di Man Ray, 1919).

Fra cadaveri provvisoriamente resuscitati che, nell’immensa gabbia di vetro, recitano una scena-chiave della propria vita passata; macchine che dipingono, tessono o tirano di scherma; binari di polmone di vitello, meduse crocifisse, piante e animali sconosciuti, strani riti tribali, teorie “fonoaritmetiche” e oscuri giochi di parole, Roussel è tanto il “genio fanciullo” distruttivo e autodistruttivo di cui parlava Giovanni Macchia in un saggio degli anni Trenta quanto il creatore di miti esaltato da Leiris, ma anche il gelido inventore di un linguaggio che parla solamente di sé come sosteneva Foucault. La cosa più interessante, contraddittoria solo in apparenza, è che più Roussel si affida a regole rigide e stringenti più pare accettare le regole del caso, e la sua immaginazione si fonde con una forte volontà poetica che gli consente di elaborare idee sempre più mirabolanti.

Forse Duchamp era affascinato dagli scacchi come gioco molto rigidamente regolato ma il cui potenziale combinatorio (ricordiamo il dantesco «Più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla») fa sì che, dopo un numero minimo di mosse, le combinazioni possibili siano spaventosamente numerose: scrisse che ogni giocatore di scacchi prova «due piaceri estetici insieme, prima quello dell’immagine astratta simile all’idea poetica di scrivere, e poi il piacere sensuale dell’esecuzione ideografica dell’immagine sulla scacchiera»[33]. Disse anche che gli scacchi non hanno alcuna destinazione sociale e la cosa gli era particolarmente congeniale[34]. Oppure: «quando si gioca a scacchi, è come se si abbozzasse qualcosa, o come se si costruisse la meccanica che farà vincere o perdere. […] il gioco in se stesso è molto plastico ed è probabilmente questo che mi ha affascinato»[35].

Giocare a scacchi è accettare anche la regola secondo la quale una mossa fatta non può essere revocata, un po’ come il Grande vetro che, una volta caduto e rotto, deve restare com’è, apprezzando l’intervento del caso. Le regole sono assunti di partenza, impersonali: ciò che conta, si tratti di un quadro, di un dispositivo semplice come la rima oppure complesso come il “procédé” di Roussel o il gioco degli scacchi, è come si rispettano con un atteggiamento rigoroso e creativo al tempo stesso.

Poi, certo, il tentativo di cancellare il soggetto dell’enunciazione a favore di un’autogenerazione del testo o dell’opera d’arte, rimane un’utopia, un felice fallimento in qualche modo preventivato, in quanto connaturato a qualsiasi espressione, dal momento che l’invenzione di una regola automatica e impersonale è già una creazione incancellabilmente umana.


[1] Cfr. M. Duchamp, Ingegnere del tempo perduto. Conversazione con Pierre Cabanne, Milano, Abscondita, 2009, p. 34.

[2] Milano, Skira, 2018 (con un’interessante prefazione di Jean Clair).

[3] M. Duchamp, Scritti, Milano, Abscondita, 2005, p. 41.

[4] Segnaliamo un volume che si occupa di opere d’arte a tema scacchistico di autori italiani: R. Borghi, Di cavallo in torre e di torre in cavallo, Como, Carlo Pozzoni Editore, 2015. Fra le opere segnaliamo Locus Solus (1975) di Giulio Paolini, omonimo del libro rousseliano, che si compone di una fotografia applicata su tavola riproducente sessantaquattro volte un ritratto di Roussel, a sua volta suddiviso in sessantaquattro moduli quadrati sotto forma di scacchiera. Paolini ha chiamato in causa lo scrittore francese più volte: nel 1964 con La Vue, squadernando l’omonimo libro e incollando le pagine su un pannello (segnaliamo che Robert de Montesquiou scrisse, parlando del primo racconto del libro, che in esso «la poesia mi sembra perfettamente assente, ma che considero come uno dei concetti più singolari che siano usciti da una capoccia umana»: una bella prefigurazione dell’arte “concettuale”, che tanta parte ha nel nostro discorso; cfr. F. Caradec, Raymond Roussel, Paris, Fayard, 1997, p. 89). Nel 1972 è la volta di La Doublure, ventotto tele di diverso formato con l’identica immagine, ovvero la messa in prospettiva disegnata della tela stessa, con la fila dei chiodi sul margine inferiore, ma contraddistinte sul retro da una diversa iscrizione autografa, ripresa di volta in volta da una dichiarazione dell’artista su una propria opera precedente (il titolo richiama apparenze illusorie descritte da Roussel nel suo testo omonimo).

[5] Cfr. ad esempio: M. Décimo, Marcel Duchamp and the Collège de ’Pataphysique, in ’Pataphysics Unrolled, a cura di K. L. Price and M. R. Taylor, Pennsylvania, Penn State University Press, 2022.

[6] Cfr. H.-P. Roché, Écrits sur l’art, Marsiglia, Dimanche, 1998, pp. 242-43.

[7] F. Le Lionnais et E. Maget, Dictionnaire des échecs, Paris, Presses University de France, 1974.

[8] Devo queste ultime informazioni al blog “Unoscacchista” (https://unoscacchista.com/2021/12/21/una-foto-passata-alla-storia-eve-babitz-e-marcel-duchamp/; ultima consultazione: 31/07/2025). Molte informazioni piuttosto dettagliate sul rapporto fra l’artista e gli scacchi sono disseminate nella bella biografia dedicatagli da Bernard Marcadé (Marcel Duchamp. La vita a credito, Milano, Johan & Levi, 2025, pp. 33, 192, 200, 205, 219, 234-38, 247-48, 251-56, 257, 259, 288-89, 292, 295-96, 298-304, 352-53, 369, 389, 433, 471-73).

[9] Cfr. Abécédaire: l’oeuvre de Marcel Duchamp, a cura di J. Clair, Paris, Musée national d’art moderne, Centre national d’art et de culture Georges Pompidou, 1977, pp. 42-51.

[10] Cfr. D. Howells, Formule Roussel, in Conference proceedings, Raymond Roussel: Interdisciplinary Perspectives, Athens, Benaki Museum, October 2010. Si vedano i contributi a cura di S. Tartakower Le mat du fou et du cavalier… e Raymond Roussel et les echècs dans la Littérature, in R. Roussel, Comment j’ai écrit certains de mes livres, Paris, Pauvert, 1963, pp. 147-50, 153-58. Ringrazio Roberto Cassano, il quale ha interpellato anche gli scacchisti francesi Thierry Lafargue e il GM Emmanuel Bricard, per l’interessante discussione su questo finale e la sua effettiva importanza, che verranno in altra sede approfonditi.

[11] R. Roussel, Come ho scritto alcuni dei miei libri, in Id., Locus solus, Torino, Einaudi, 1975, pp. 263-85. Qualche giorno prima di partire per Palermo, dove morì forse suicida, Roussel aveva consegnato il manoscritto al suo stampatore, precisando che il testo non sarebbe dovuto apparire prima della sua morte. Per quanto riguarda la scomparsa dello scrittore si veda almeno: L. Sciascia, Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, Palermo, Edizioni Esse, 1971.

[12] Rimandiamo a: B. Marcadé, Marcel Duchamp. La vita a credito, op. cit., pp. 126-30.

[13] Cfr. M. Duchamp, Scritti, op. cit., p. 157.

[14] Per una sommaria ma efficace analisi dei procedimenti linguistici utilizzati da Duchamp si veda la nota di Michel Sanouillet in M. Duchamp, Scritti, op. cit., pp. 125-28 (e gli scritti dell’autore alle pp. 129-41 da cui traiamo i seguenti esempi). In un Discorso del 1946 Duchamp ricorda che Brisset e Roussel sono i due scrittori che ammirava di più da giovane (ivi, pp. 150-51).

[15] Cfr. O. Paz, Apparenza nuda, Milano, SE, 1990, p. 18.

[16] Cfr. Le macchine celibi, a cura di J. Clair e H. Szeemann, Milano, Electa, 1989, pp. 25, 160, 229.

[17] Cfr. R. Roussel, Come ho scritto alcuni dei miei libri cit., p. 279.

[18] Cfr. G. C. Roscioni, L’arbitrio letterario, Torino, Einaudi, 1985 (capitolo III).

[19] Cfr. M. Foucault, Raymond Roussel, Verona, Ombre corte, 2001.

[20] M. Foucault, Follia e discorso, Archivio Foucault 1. Interventi, colloqui, interviste. 1961-1970, Milano, Feltrinelli, 1996, p. 80.

[21] Ibidem.

[22] M. Foucault, Raymond Roussel, op. cit., pp. 38-39.

[23] O. Paz, L’apparenza nuda, op. cit., p. 23.

[24] O. Paz, L’apparenza nuda, op. cit., p. 26.

[25] Ivi, p. 110.

[26] J. Clair, Marcel Duchamp. Il grande illusionista, Milano, Abscondita, 2003, p. 22.

[27] Si veda almeno: G. de Pawlowski, Nuove invenzioni e ultime novità, Roma, Stampa Alternativa, 2015.

[28] J. Clair, Marcel Duchamp. Il grande illusionista, op. cit., p. 56.

[29] Cfr. almeno: M. Carrouges, Les machines célibataires, Paris, Chene, 1976 (volume che per primo, subito dopo la Guerra, isolò il concetto di “macchina celibe”, proponendo un confronto fra Il grande vetro e la macchina di Nella colonia penale di Kafka); Le macchine celibi, a cura di J. Clair e H. Szeemann, Milano, Electa, 1989 (il volume parla di Roussel soprattutto alle pp. 23-29 e 152-65).

[30] In generale, Comment j’ai écrit certains de mes livres non poteva non attirare l’attenzione dell’OuLiPo, che elesse Roussel a “plagiario per anticipazione” (cfr. M. Bénabou, Per una storia dell’OuLiPo tra Francia e Italia: l’esempio di Calvino, in Attenzione al potenziale! Il gioco della letteratura, a cura di B. Eruli, Firenze, Marco Nardi Editore, 1983, pp. 19-29). François Le Lionnais, nella sua postfazione a Cent mille milliards de poèmes di Queneau, cita Roussel fra gli scrittori che hanno cercato di uscire dalla semiclandestinità e affermare la legittimità della letteratura sperimentale, darsi dei metodi, adattarsi alla civiltà scientifica. Lungo sarebbe concentrarsi sull’influenza rousseliana su patafisici e oulipiani; ci limiteremo qui a citare i casi ovvii della matrice scacchistica di La vita, istruzioni per l’uso di Perec, di Perché non ho scritto nessuno dei miei libri di Marcel Bénabou e di Comment j’ai écrit un de mes livres di Calvino (sulla struttura di Se una notte d’inverno un viaggiatore). Impossibile, infine, non notare come il procedimento rousselliano abbia avuto fra le sue derivazioni l’idea della “Production Automatique de Littérature Française” proposta da Georges Perec e Marcel Bénabou.

[31] R. Roussel, Come ho scritto alcuni dei miei libri cit., p. 279.

[32] Cfr. M. Leiris, Concezione e realtà di Roussel, in R. Roussel, Locus solus, op. cit., p. 290.

[33] A. Schwarz, Duchamp, Milano, Electa, 1988, p. 69.

[34] Cfr. M. Duchamp, Ingegnere del tempo perduto. Conversazione con Pierre Cabanne, Milano, Abscondita, 2009, p. 15.

[35] M. Duchamp, Scritti, Milano, Abscondita, 2005, p. 159.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025, vol. II)

Il romanzo come partitura: la variazione nella poetica kunderiana

Author di Elena Panzera

 

Abstract: Il presente articolo analizza la centralità del principio di variazione nell’opera di Milan Kundera, mostrando come la forma musicale diventi paradigma della sua poetica romanzesca. Attraverso l’intreccio con la polifonia e la “piccola composizione”, la variazione consente di tornare su motivi esistenziali senza esaurirli, trasformandoli in figure sempre nuove. Dal Libro del riso e dell’oblio fino alla trilogia francese, il romanzo kunderiano si configura come partitura conoscitiva: non progressione lineare verso una verità ultima, ma esplorazione tematica che accoglie ambiguità e contraddizioni. In questo senso, la variazione si afferma come metodo conoscitivo ed etico, capace di tradurre in forma narrativa la complessità dell’esistenza contemporanea.

Abstract: This article examines the centrality of the principle of variation in Milan Kundera’s work, demonstrating how musical form becomes the paradigm of his novelistic poetics. Through its interweaving with polyphony and the “little composition”, variation enables a return to existential motifs without exhausting them, transforming them into ever-new figures. From Il libro del riso e dell’oblio through to the French trilogy, the Kunderan novel assumes the configuration of a cognitive score: not a linear progression toward an ultimate truth, but rather a thematic exploration that embraces ambiguity and contradiction. In this sense, variation establishes itself as both a cognitive and ethical method, capable of rendering in narrative form the complexity of contemporary existence.

Verso una forma di sapere romanzesco

L’opera di Milan Kundera si inscrive con forza nella tradizione del romanzo europeo, ma vi introduce una rottura radicale che ne ridefinisce i contorni[1]. Se da un lato i suoi testi si pongono come eredi della linea che va da Cervantes a Broch, passando per Sterne e Musil, dall’altro incarnano un’esperienza storica e personale segnata dall’esilio e dalla crisi dei grandi paradigmi narrativi del Novecento. Nonostante la sua esperienza di espatriato per ragioni politiche, Kundera non guarderà mai al romanzo come a un genere da arricchire di contenuti morali o politici, né come a un veicolo di messaggi ideologici: lo considera piuttosto una forma di conoscenza, capace di esplorare le ambiguità del mondo moderno attraverso dispositivi formali.

L’arte del romanzo, scrive, «non dipende, per sua essenza, dalle certezze ideologiche, ma anzi le contraddice. Come Penelope, essa disfa, nel corso della notte, la trama che teologi, filosofi, scienziati hanno tessuto durante il giorno»[2]. È in questa prospettiva che si comprende la sua insistenza sulla natura antilirica del romanzo. Laddove il poeta tende a proiettare nell’opera un “io” assoluto e totalizzante, a imporre un sentimento, il romanziere apre invece la sua opera a una pluralità di prospettive, alla tensione tra personaggi e temi, alla coesistenza di verità contraddittorie. È la lezione inaugurale di Cervantes, da cui Kundera non si distacca mai: spezzare l’unilinearità del racconto introducendo voci differenti, storie parallele, brecce narrative che interrompono la marcia uniforme della trama.

Dopo i primi romanzi cechi (Lo scherzo, La vita è altrove, Il valzer degli addii), ancora legati a un’architettura narrativa tradizionale pur nella sperimentazione, Kundera attraversa la crisi dell’esilio e inaugura una nuova stagione con Il libro del riso e dell’oblio (1979). Qui la forma romanzesca non è più unitaria nel senso classico: diventa frammentaria, modulare. Da questo momento in poi, la composizione non sarà più guidata dall’intreccio, ma dall’elaborazione tematica, dalla variazione e dalla polifonia.

Nella riflessione saggistica[3], d’altronde, Kundera formula la propria idea del romanzo come meditazione sull’esistenza attraverso personaggi immaginari, come spazio in cui interrogare le domande fondamentali della condizione umana. Da qui il rifiuto del romanzo “piatto” che si limita a seguire l’intreccio senza sviluppare temi. La grande tradizione romanzesca è per Kundera una costellazione di scrittori capaci, sopra ogni cosa, di piegare la forma narrativa a un’esigenza conoscitiva, con la convinzione che «Il romanzo che non scopre una porzione di esistenza fino ad allora ignota è immorale».

È proprio all’interno di questo orizzonte che emerge il legame con la musica. Essa rappresenta un modello formale alternativo alla linearità della trama e alla rigidità della «grande composizione romanzesca», uno spazio dai contorni indefiniti in cui variazione, polifonia, piccola composizione diventano dispositivi strutturali che danno al romanzo una nuova coerenza interna.

La «strategia beethoveniana» delle variazioni

Kundera descrive il romanzo come un insieme di «piccole composizioni indipendenti»[4]: sezioni autonome che non si susseguono per necessità d’azione, ma si richiamano attorno a nuclei tematici persistenti. Ogni parte opera come variazione su un tema, illuminandolo da un’angolatura diversa senza esaurirlo. L’effetto è quello di un movimento a onde concentriche: la scrittura non avanza accumulando eventi verso una rivelazione finale, ma ritorna su un medesimo problema esistenziale modulandone il colore, la tonalità emotiva, il contrappunto di esempi e situazioni.

Un esempio lampante è offerto dall’Insostenibile leggerezza dell’essere, dove la celebre dicotomia leggerezza/peso attraversa l’intera costruzione. Il motivo è ripreso in scene e personaggi diversi, ciascuno dei quali ne mette in luce una sfaccettatura. Emblematica a tal proposito è la sequenza in cui Tereza fotografa i carri armati sovietici durante l’invasione di Praga del 1968. Un gesto che potrebbe apparire leggero, quasi ingenuo, si rivela invece gravido di conseguenze storiche e morali. La macchina fotografica diventa strumento di testimonianza e, al tempo stesso, segno della vulnerabilità di chi guarda. Nella logica della variazione, l’atto non è isolato: richiama la leggerezza con cui Tomáš affronta la vita sentimentale, si oppone al peso che grava su Tereza nelle sue riflessioni sulla fedeltà e sulla fragilità del corpo, e trova un’eco nell’esilio di Sabina, che vive la leggerezza come fuga, ma ne sperimenta anche la solitudine. La tenuta del romanzo, insomma, non è cronologica ma tematica: «l’unità dei temi»[5] diventa il principio che tiene insieme la forma e ne giustifica la coerenza, mentre la variazione agisce come principio ordinatore.

Polifonia: uguaglianza delle voci e contrappunto narrativo

Alla logica della variazione si salda il principio della polifonia. Musicalmente, polifonia «è lo sviluppo simultaneo di due o più voci (linee melodiche) le quali, pur essendo perfettamente legate, conservano la loro relativa indipendenza»[6]. Trasferito alla narrativa, il termine descrive una scrittura che rifiuta la subordinazione a un unico punto di vista e che permette a prospettive diverse di coesistere nello stesso spazio romanzesco. Un principio che Kundera applica già nello Scherzo, dove le voci di Ludvík, Helena, Jaroslav e Kostka mantengono ciascuna la propria autonomia prospettica: nessuno possiede l’ultima parola, nessuno detiene il privilegio della verità. La polifonia è, dunque, sia strutturale sia epistemologica: non ricompone le differenze, ma conserva le tensioni tra verità parziali, facendo della molteplicità non un difetto, bensì la sostanza dell’opera. Il risultato è un tessuto in cui la voce narrante – dichiarata e riconoscibile – si sovrappone all’autore e interviene con commenti, digressioni estetiche o storiche, orchestrando un dialogo tra linee autonome. Anziché limitarsi a presentare frammenti, il romanzo li fa interagire, li contraddice, li fa risuonare secondo regole d’uguaglianza fra le voci, vero fondamento della tecnica contrappuntistica che vedrà la sua piena applicazione nei romanzi della maturità.

Modelli e maestri: Beethoven, Bach, Janáček

Figlio di un musicologo e devoto egli stesso alla musica nei suoi anni giovanili, Kundera rende esplicito il debito nei confronti della sua prima maestra. La musica è anche piacere della forma e, in questo senso, paradigma per tutte le arti: così da Beethoven deriva il modello della variazione; dalla tradizione bachiana il contrappunto; da Leoš Janáček una drastica estetica dello sfrondamento: giustapposizioni brusche, assenza di transizioni inutili, ripetizioni essenziali, coesistenza simultanea di emozioni contraddittorie; una polifonia delle emozioni che diventa principio romanzesco.

Questa lezione produce due effetti distinti. Il primo riguarda lo stile del montaggio: asciutto, essenziale, costruito su tagli netti e passaggi rapidi, laddove la tradizione avrebbe disteso ponti e transizioni. Il secondo investe la concezione stessa del romanzo, con il rifiuto dell’«imperativo della verosimiglianza»[7] tanto caro all’estetica ottocentesca, in virtù dell’intreccio libero di fili eterogenei, sezioni che mantengono la propria autonomia pur concorrendo all’armonia complessiva dell’opera.

Non a caso, quando Kundera presenta Jacques e il suo padrone, opera teatrale scritta durante l’invasione sovietica di Praga – un omaggio a Diderot –, accompagna il testo con un’Introduzione a una variazione. Qui chiarisce con decisione il senso del procedimento: la variazione non è adattamento né aggiornamento, ma un esercizio di fedeltà creativa. Riprendere Jacques il fatalista significa trattarlo come un tema musicale: riconoscerne il nucleo e, al tempo stesso, farlo vivere in metamorfosi sempre nuove. La fedeltà, infatti, non si misura nella ripetizione letterale, ma nella capacità di trasformare senza smarrire l’identità. In tal senso, questo breve testo rappresenta un vero e proprio laboratorio poetico: ciò che nei romanzi successivi verrà sviluppato come architettura compositiva – alternanza di linee autonome, libertà della digressione, logica delle variazioni – qui è già sperimentato in forma teatrale, nel dialogo contrappuntistico con il modello settecentesco di Diderot.

Vette della maturità. Dal Libro del riso e dell’oblio all’Immortalità

Pubblicato da Gallimard nel 1979, Il libro del riso e dell’oblio segna uno spartiacque: sette parti autonome, tenute insieme solo dall’unità dei temi e dal loro lavorio di variazione. Kundera stesso vi riconosce la fine della diffidenza verso «la grande composizione romanzesca»[8] e l’adozione della «strategia della piccola composizione»[9] ispirata a Chopin, che gli consente di creare un romanzo di racconti legati non dall’azione ma da un sistema di rimandi interni, dove memoria e oblio, potere e resistenza, corpo e riso ritornano come motivi musicali, oscillando fra tragico e grottesco. L’unità non procede per catena causale, ma per ritorno differente: lo stesso problema riaffiora con una luce nuova, come tonalità mutata all’interno di un motivo riconoscibile.

Con L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984) e Immortalità (1990), poi, la ricerca formale di Kundera giunge a un equilibrio ancora nuovo, in cui variazione e polifonia si intrecciano in modo compiuto. Nel primo romanzo la strategia beethoveniana delle variazioni si concentra su un numero ridotto di linee e su codici esistenziali chiari (per Tereza: il corpo, l’anima, la vertigine; per Tomáš: la leggerezza, la pesantezza), mentre la sesta parte, lunga digressione sul Kitsch, esemplifica il ruolo della riflessione saggistica come variazione interna che riorienta la narrazione, contaminandola con il discorso filosofico.

Nell’Immortalità, invece, la polifonia trova una configurazione ancor più audace: il narratore-personaggio orchestra sette parti eterogenee in tempi diversi, come in una partitura musicale. La coerenza dell’opera non è garantita dall’unità dell’intreccio, ma, ancora una volta, da alcuni temi, domande esistenziali incarnate dai personaggi che attraversano tutte le parti. Il motivo dell’immagine e del desiderio di lasciare un’impronta produce una rete contrappuntistica tra i personaggi – Agnès e Laura, Goethe e Bettina – in cui le voci si rispondono e si contraddicono a distanza di secoli senza che una domini definitivamente. Ne nasce un tessuto narrativo che intreccia registri e prospettive multiple, liberando il romanzo dal vincolo della verosimiglianza e portandolo verso una forma musicale autonoma, audace, a tratti imprendibile.

Dal ciclo ceco alla «fuga romanzesca» francese

Dopo la stagione dei grandi romanzi scritti in ceco, Kundera affronta una svolta decisiva: l’approdo al francese come lingua d’adozione letteraria. Negli anni Ottanta, già in esilio a Parigi e afflitto dalla discrepanza che aveva rinvenuto fra il suo testo originale e la traduzione in francese delle prime opere, aveva iniziato a rivedere personalmente le traduzioni, fino a raggiungere la forma definitiva cui attribuire lo stesso valore degli originali. A partire dalla Lentezza (1995), tuttavia, sceglie di scrivere direttamente in francese, decisione che segna l’ingresso in un nuovo spazio creativo, privo della mediazione traduttiva, e un diverso rapporto con i lettori, con un accento maggiore sulla precisione stilistica e sul ritmo della frase.

È a questo punto che Kundera riduce ulteriormente la scala e radicalizza la «piccola composizione»: La lentezza e L’identità sono costruite in brevi capitoli numerati, con un unico nucleo tematico che passa da personaggio a personaggio come soggetto e controsoggetto di una fuga, secondo un principio di imitazione e contrappunto. L’architettura si fa rapsodica, la story perde centralità e diventa una possibilità formale tra le altre; riflessione saggistica, sogno, incontro di tempi storici e gioco sono coordinate sullo stesso piano, in perfetta non subordinazione, cifra della polifonia.

L’ignoranza (2003) porta a compimento questa ricerca. Diviso anch’esso in brevi capitoli, il romanzo ritorna sul tema dell’esilio e della nostalgia, intesa come ignoranza dell’altro, dell’altrui sorte e paese, nonché illusione di un grande ritorno. Qui la «fuga romanzesca»[10] diventa metafora della condizione contemporanea: a partire da un unico motivo – il ritorno impossibile – le voci di Irena e Josef si alternano come linee contrappuntistiche, variando e rilanciando lo stesso interrogativo esistenziale. L’armonia del romanzo non nasce, allora, dall’unità della trama, ma dalla circolazione del tema tra personaggi, situazioni e registri differenti.

La trilogia francese segna, così, l’ultima fase della sperimentazione kunderiana: da un lato il formato ridotto e la concentrazione tematica, dall’altro la libertà formale e la leggerezza ludica. Un laboratorio in cui la «piccola composizione» diventa principio ordinatore di un romanzo che coniuga pregnanza concettuale, libertà formale e musicalità interna.

La variazione come principio conoscitivo

La triade variazione-polifonia-piccola composizione non è un ornamento stilistico, ma la spina dorsale della forma romanzesca di Kundera. Tra queste, la variazione resta il nucleo generativo: assicura la ricorrenza e, al tempo stesso, la trasformazione dei motivi. Ogni ritorno non è ripetizione, ma metamorfosi: il tema resta riconoscibile, pur assumendo nuove tonalità, come accade nella musica.

La polifonia e la piccola composizione non fanno che sostenere questo movimento: la prima garantisce l’uguaglianza delle voci, evitando che una narrazione unilineare imponga una verità unica; la seconda calibra scala e densità, permettendo di contenere in strutture brevi una ricchezza tematica inesauribile. Insieme, questi dispositivi trasformano il romanzo in una partitura conoscitiva: non più un percorso lineare verso un traguardo, ma l’abitazione di un territorio problematico, da esplorare in tutte le sue pieghe.

Kundera stesso, evocando l’immagine della strada di montagna percorsa da Agnès nell’Immortalità, invita il lettore a rallentare, a sostare, a osservare il paesaggio che muta a ogni passo. La bellezza del romanzo non sta nella corsa verso una rivelazione finale, ma nel ritorno variato ai medesimi temi, che si illuminano di volta in volta in maniera diversa. La variazione è, in ultima analisi, il metodo per affrontare l’ambiguità dell’esistenza senza ridurla a schema interpretativo o a verità univoca, trasformando la molteplicità in figura e dando al romanzo la sua irripetibile musicalità.

  1. Questo estratto è tratto dalla tesi di Laurea Magistrale in “Editoria e scrittura” dal titolo Velocità e oblio, lentezza e memoria: l’arte della digressione in Milan Kundera, discussa presso Sapienza Università di Roma nel settembre del 2025: relatrice la Prof.ssa Maria Panetta (oltre al Prof. Gaetano Lettieri), correlatore il Prof. Ludovico Battista. ↑
  2. M. Kundera, L’arte del romanzo, Milano, Adelphi, 1988, pp. 221-22. ↑
  3. Soprattutto L’arte del romanzo, I testamenti traditi, Il sipario. ↑
  4. M. Kundera, I testamenti traditi, Milano, Adelphi, 2010, p. 162. ↑
  5. Ibidem. ↑
  6. M. Kundera, L’arte del romanzo, op. cit., p. 109. ↑
  7. M. Kundera, Nota dell’autore per l’edizione ceca de ‘L’immortalità’, in «Riga», 20, p. 249. ↑
  8. M. Kundera, I testamenti traditi, op. cit., p. 162. ↑
  9. Ibidem. ↑
  10. F. Ricard, Lo sguardo degli amanti, in «Riga», 20, op. cit., p. 312. ↑

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

Armonie di parole da Shakespeare a Wilde, e armonie e ritmi tra Joyce, Yeats e Woolf

Author di Cristian Rosa

 

Abstract: La relazione tra letteratura inglese e musica è stata profondamente significativa nel corso dei secoli, intrecciando espressioni poetiche e sonore in un dialogo creativo. Dall’epoca elisabettiana, con il connubio tra lirica e musica nelle opere di Shakespeare e nei madrigali di John Dowland, fino alle sperimentazioni moderne di autori come T. S. Eliot e James Joyce, la musica ha influenzato temi, strutture e ritmi narrativi. Nel Romanticismo, poeti come William Blake e Samuel Taylor Coleridge hanno evocato sonorità musicali nella loro metrica e nelle loro immagini, mentre nel Modernismo Virginia Woolf e altri autori hanno esplorato il flusso di coscienza con tecniche ispirate alla polifonia e al contrappunto. Il Novecento ha visto l’influenza del jazz e del rock nella letteratura, con figure come Dylan Thomas e gli scrittori della Beat Generation. Questo breve studio esamina l’intersezione tra letteratura e musica, evidenziando come il linguaggio letterario si sia arricchito attraverso il dialogo con il suono e il ritmo.

Abstract: The connection between English literature and music has been deeply significant over the centuries, interweaving poetic and sonic expressions in a creative dialogue. From the Elizabethan era, with the marriage of opera and music in Shakespeare’s works and John Dowland’s madrigals, to the modern experiments of authors such as T. S. Eliot and James Joyce, music has influenced narrative themes, structures and rhythms. In Romanticism, poets such as William Blake and Samuel Taylor Coleridge evoked musical sounds in their metrics and imagery, while in Modernism, Virginia Woolf and other authors explored the stream of consciousness with techniques inspired by polyphony and counterpoint. The 20th century saw the influence of jazz and rock in literature, with figures such as Dylan Thomas and the writers of the Beat Generation. This short study examines the intersection between literature and music, highlighting how literary language has been enriched through dialogue with sound and rhythm.

Paul Verlaine nella sua Art Poétique esordiva dicendo «De la musique avant toute chose»: poneva al centro della sua poetica l’esigenza della musicalità, assimilando i componimenti poetici ai testi musicali attraverso il rifiuto dell’eloquenza, della rima e delle strutture metriche tradizionali. La poesia, dunque, necessariamente doveva essere “vaga”, e non limitarsi alla semplice descrizione di eventi ed emozioni, ma trasmettere immagini, alludere, evocare sensazioni, proprio perché il senso profondo delle cose risiede al di là della Parola.

La poesia di Verlaine ebbe un effetto dirompente nel panorama poetico francese del tempo. Sulla scia di Baudelaire, Verlaine sentì, infatti, l’esigenza di rompere gli schemi delle metriche tradizionali, con i loro ritmi regolari e simmetrici, e si dedicò alla creazione di versi liberi, irregolari, estremamente musicali. Secondo Verlaine la Parola era un simbolo, incapace di descrivere esaustivamente la realtà, ma capace di evocare immagini potenti dietro a cui risiede il senso profondo delle cose. Sin dall’antica Grecia, infatti, la musica e la letteratura sono considerate “arti gemelle” e questo armonioso legame varia nei secoli secondo l’interpretazione che ne fanno le culture e le nazioni.

La letteratura e la musica, quindi, hanno sempre avuto un legame profondo, un dialogo ininterrotto che ha attraversato i secoli. Nella tradizione letteraria inglese, questa connessione si manifesta in modi diversi: primi esempi ne sono il teatro lirico di William Shakespeare, la poesia musicale di John Keats e l’estetismo raffinato di Oscar Wilde. Questi autori, sebbene appartenenti a epoche e generi diversi, hanno saputo intrecciare suono e significato, facendo della parola scritta una melodia capace di risuonare nell’animo del lettore.

Shakespeare definiva il teatro come partitura musicale ed è forse il primo grande autore inglese a trattare la musica non solo come un elemento tematico, ma anche come una componente strutturale della sua scrittura. Le sue opere teatrali sono intrise di riferimenti musicali, con canti, ballate e melodie che scandiscono il ritmo della narrazione. In The Tempest (1611), ad esempio, Ariel utilizza la musica per incantare e manipolare gli altri personaggi, creando un’atmosfera magica e onirica:

Full fathom five thy father lies;

Of his bones are coral made;

Those are pearls that were his eyes:

Nothing of him that doth fade

But doth suffer a sea-change

Into something rich and strange.

Questi versi, tratti dalla canzone di Ariel per Ferdinando, non sono solo lirici ma imitano un’onda sonora, con un ritmo che richiama il movimento del mare.

Anche in Othello (ca 1603) la musica è centrale: la canzone della Salce, cantata da Desdemona, è un lamento dolce e malinconico che anticipa il suo tragico destino.

Dunque, Shakespeare usa la musica come un presagio, un elemento narrativo che prefigura la morte della protagonista. Anche le altre sue opere sono, inoltre, caratterizzate da un ritmo musicale interno: il pentametro giambico, il metro tipico della sua poesia, conferisce ai suoi versi una cadenza quasi ipnotica, che avvicina il suo linguaggio a quello della musica.

Un altro esempio in questo senso fu anche John Keats, con la sua concezione della poesia come melodia eterna. John Keats è stato uno dei poeti più musicali della letteratura inglese, capace di trasformare la parola in un canto, in un’eco melodiosa che trascende il tempo. Tra i suoi componimenti più celebri, Ode to a Nightingale (1819) esprime il desiderio di fondersi con la musica eterna dell’usignolo:

Thou wast not born for death, immortal Bird!

No hungry generations tread thee down;

The voice I hear this passing night was heard

In ancient days by emperor and clown:

Keats vi celebra il potere della musica come qualcosa di eterno, capace di superare le epoche e gli esseri umani, mortali. Il ritmo fluido e le ripetizioni creano un effetto musicale che amplifica la sensazione di malinconia e desiderio di trascendenza. Un altro componimento fondamentale, Ode on a Grecian Urn (1819), riflette sulla bellezza senza tempo dell’arte, paragonando le scene incise sul vaso greco a una melodia inudibile ma perfetta: «Heard melodies are sweet, but those unheard / Are sweeter; therefore, ye soft pipes, play on;». Qui Keats introduce il concetto di una musica silenziosa, un’armonia percepita solo con l’immaginazione, ma forse più sublime di qualsiasi suono reale. La sua poesia diventa, così, una sinfonia di parole, dove il significato si intreccia con la musicalità del verso.

In questo panorama musico-letterario inglese si colloca anche il più geniale del periodo vittoriano, Oscar Wilde, con l’estetismo della parola e il suono della decadenza. Wilde è stato uno dei massimi esponenti dell’Estetismo, movimento che vedeva nell’arte la suprema espressione della bellezza. La sua prosa e il suo teatro sono caratterizzati da un ritmo elegante e musicale, in cui il suono delle parole è essenziale quanto il loro significato.

In The picture of Dorian Gray (1890), la musica ha un ruolo importante come simbolo della bellezza fugace e dell’estasi sensoriale. Dorian, infatti, è affascinato dall’arte e dalla musica, che lo trascinano in un vortice di piaceri estetici e decadenti. Wilde descrive la musica con uno stile sinestetico, combinando suono, colore e sensazioni per creare un’esperienza immersiva: «The music crept by me upon the waters like some huge sea serpent». Questa frase mostra come la musica, per Wilde, sia un’entità quasi viva, un’onda sonora capace di avvolgere e trasportare l’ascoltatore.

Anche nel suo teatro, Wilde utilizza la musicalità della lingua per creare effetti ironici e sofisticati. In The importance of Being Earnest (1895), il dialogo si muove con un ritmo perfetto, quasi fosse una composizione musicale: battute rapide, giochi di parole e ripetizioni creano un effetto armonico, un vero e proprio “duetto” tra i personaggi.

Dai versi teatrali di Shakespeare alle odi melodiose di Keats, fino alla prosa raffinata e ritmica di Wilde, la letteratura inglese ha sempre dialogato con la musica. Per questi autori, la musicalità non è solo un elemento decorativo, ma una componente essenziale della scrittura, un mezzo per amplificare emozioni, suggestioni e significati.

Se Shakespeare usava la musica come strumento narrativo e strutturale, Keats la trasforma in un’idea astratta, un’armonia eterna oltre il tempo. Wilde, invece, ne faceva un simbolo di bellezza estetica e decadenza. Ognuno di loro, a modo suo, ha dimostrato che la parola può essere tanto potente quanto una melodia, capace di risuonare nei secoli con la stessa intensità di una sinfonia immortale.

Letteratura inglese e musica nel Novecento

La relazione tra letteratura e musica, come già detto, è stata una costante nella tradizione anglofona, plasmando il ritmo della scrittura, l’intensità delle immagini e la profondità dell’esperienza estetica. Nel Novecento, in particolare tre autori (di origini irlandesi e britanniche) hanno saputo esplorare questa connessione con straordinaria sensibilità: James Joyce, William Butler Yeats e Virginia Woolf. Attraverso poesia e prosa, questi scrittori hanno trasformato il linguaggio in un’esperienza sonora, facendo della parola scritta un’eco musicale capace di risuonare nella mente del lettore.

James Joyce vedeva la musica come struttura e ispirazione; infatti, il suo interesse per la musica è documentato non solo dalla sua scrittura, ma anche dalla sua biografia: da giovane studiò canto lirico e fu profondamente influenzato dalla tradizione operistica e dalla musica popolare irlandese. Questa sensibilità musicale è evidente nella sua prima raccolta poetica, Chamber Music (1907), il cui titolo richiama le intime e raffinate composizioni strumentali della musica da camera, evocando un’analogia con la brevità e l’intensità delle sue poesie.

Il linguaggio di Chamber Music è delicato, evocativo e caratterizzato da un forte lirismo, come si può vedere nei versi iniziali della raccolta:

Strings in the earth and air

Strings in the earth and air

Make music sweet;

Strings by the river where

The willows meet.

Qui, l’immagine delle corde (“strings”) richiama tanto gli strumenti musicali quanto le connessioni invisibili tra natura e musica. La dolcezza e la fluidità del verso riflettevano il desiderio di Joyce di creare una poesia che fosse, in sé, una melodia. Ma è nella prosa che la musica diventa un vero e proprio principio strutturale. In Ulysses (1922), infatti, Joyce utilizza il modello della fuga, con la sovrapposizione di voci e temi, mentre nel capitolo Sirens il linguaggio stesso si trasforma in una partitura musicale, giocando con allitterazioni, ripetizioni e ritmi sincopati che simulano una composizione sonora.

Tra i poeti “più musicali” in lingua inglese non si può dimenticare William Butler Yeats che, con la propria concezione della poesia come canto, ha portato nella stessa una dimensione musicale strettamente legata alla tradizione orale irlandese. Fortemente influenzato dal folklore celtico e dalle ballate popolari, Yeats ha creato poesie che sembrano fatte per essere cantate o declamate ad alta voce.

Uno degli esempi più celebri è The Lake Isle of Innisfree (1890), in cui il ritmo ipnotico dei versi evoca il suono delle onde e il battito del cuore:

I will arise and go now, and go to Innisfree,

And a small cabin build there, of clay and wattles made;

Nine bean-rows will I have there, a hive for the honeybee,

And live alone in the bee-loud glade.

La ripetizione e la cadenza dolce rendono questa poesia quasi una preghiera, un canto nostalgico verso la serenità perduta.

Un altro esempio emblematico è Down by the Salley Gardens (1889), basata su una melodia tradizionale irlandese:

Down by the salley gardens my love and I did meet;

She passed the salley gardens with little snow-white feet.

She bid me take love easy, as the leaves grow on the tree;

But I, being young and foolish, with her would not agree.

La fusione tra parola poetica e musica è così profonda che la poesia è stata messa in musica da diversi compositori, trasformandosi in una delle canzoni irlandesi più celebri.

In questo panorama “musical-letterario” non si può tralasciare Virginia Woolf e il suo flusso della coscienza come sinfonia. Se Joyce, infatti, utilizza la musica come struttura e Yeats come ritmo della tradizione orale, Virginia Woolf trasforma la musica in un principio di composizione narrativa. Nei suoi romanzi, il flusso di coscienza si sviluppa con un andamento musicale, fra ripetizioni, variazioni e pause che ricordano le tecniche della sinfonia e della fuga.

In The Waves (1931), Woolf porta questa sperimentazione all’estremo, costruendo il romanzo come un’opera orchestrale in cui le voci dei personaggi si intrecciano come strumenti in una composizione polifonica: «The sun had not yet risen. The sea was indistinguishable from the sky, except that the sea was slightly creased as if a cloth had wrinkles». Il linguaggio fluisce in modo ondoso, con un’alternanza di immagini e ritmi che riproducono il moto delle onde, creando un effetto musicale ipnotico.

Anche in Mrs Dalloway (1925) il suono ha un ruolo fondamentale: il rintocco del Big Ben scandisce il tempo della narrazione, creando una struttura ritmica che lega i pensieri dei personaggi in un’unica sinfonia interiore. La prosa di Woolf diventa, così, una partitura in cui i suoni della città, le voci interiori e il tempo si intrecciano in una composizione orchestrale.

La letteratura inglese del Novecento dimostra come la musica non sia solo un tema, ma una vera e propria strategia compositiva. Joyce, con la sua prosa sinfonica e la sua lirica musicale; Yeats, con il ritmo delle ballate tradizionali, e Woolf, con la sua scrittura fluida e orchestrale, hanno trasformato la parola scritta in un’esperienza sonora. Questa fusione tra letteratura e musica non è solo un esperimento stilistico, ma una ricerca profonda sulle possibilità del linguaggio e sulla capacità delle parole di risuonare come note in una sinfonia senza tempo.

 

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

«Lasciate ch’io cerchi il mio cuore». Una lettera di Emanuel Carnevali

Author di Francisco Soriano

«Lasciate ch’io cerchi il mio cuore», scriveva Emanuel Carnevali (Firenze, 12 aprile 1897-Bologna, 11 gennaio 1942) alla fine di un’appassionata missiva che il poeta rivolgeva ai suoi migliori amici americani nel 1919 e inviava alla redazione della prestigiosa rivista «The Others». L’invettiva contro l’artificiosità della poesia modernista non venne pubblicata, ma ebbe una risonanza dirompente tanto da provocare la chiusura della rivista per volontà del poeta William Carlos Williams. Quest’ultimo dedicò tuttavia l’ultimo numero di «The Others» proprio a Emanuel Carnevali.

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(fasc. 53, vol. II, 13 ottobre 2024)

Insegnare Calvino nel XXI secolo: complessità e interdisciplinarità

Author di Angelo Favaro

Un paradosso inspiegabile ha ormai decretato la qualità e l’incidenza dello studio delle opere di Italo Calvino nei vari ordini e gradi dell’Istruzione e nell’Università italiana. Opportuno svolgere rapidamente un solido refe ad esplicitare e focalizzare la problematica inerente, che scaturisce da un presupposto paradossale: numerosi sono i testi scritti da Calvino che affollano le pagine dei volumi per la scuola primaria e per la secondaria di primo grado; pagine lette, studiate, analizzate dagli studenti, in vario modo. Fino almeno al primo biennio della scuola superiore di secondo grado, lo scrittore cosmicomico resiste, anche se solo come oggetto d’esercizio o d’analisi inerente a testi narrativi, espositivi e argomentativi, con differenti funzioni e caratteristiche espressive. Quando si giunge al secondo biennio e poi al quinto anno della secondaria di secondo grado, invece, le opere di Italo Calvino svaporano dall’orizzonte scolastico. Nell’Università il discorso appare un po’ differente e non è questa la sede per affrontarlo con la necessaria attenzione, offrendo opportuni rilievi e suggerendo anche minimi approfondimenti. Sufficiente, al momento, rimandare alla lettura dei programmi dei corsi di Letteratura italiana e Letteratura moderna e contemporanea, negli atenei in Italia, anche nell’anno centenario, per cogliere una lata ritrosia a trattare i testi, i temi, i problemi, la scrittura tout court di Italo Calvino. De hoc satis.

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(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Un ritratto di Franco Matacotta tra poesie, amicizie e inediti

Author di Riccardo Renzi

Far emergere in un unico intervento la complessità di un intellettuale come Franco Matacotta, che spaziò dalla poesia al giornalismo fino alla critica letteraria, è impresa assai ardua.

Matacotta nacque a Fermo l’11 ottobre 1916 da una famiglia di modeste condizioni economiche. L’amore per la letteratura e la poesia furono presenti in lui fin dalla tenera età: in particolare prediligeva i classici greci, che lesse e tradusse. All’età di sedici anni iniziò a collaborare al periodico «L’Araldo», in cui pubblicò l’articolo Cultura fascista e la poesia Per i fatti di Traù. Nel 1935 conseguì la maturità e nel novembre dello stesso anno s’iscrisse alla facoltà di Lettere e filosofia di Roma, frequentando i corsi tenuti, tra gli altri, da Gentile, Toesca e Sapegno. Fu fin da subito affascinato dalla figura di Giovanni Gentile, anche se il suo ardore per il fascismo durò ben poco[1].

Agli inizi del secondo anno accademico conobbe di persona Rina Faccio, più nota come Sibilla Aleramo, scrittrice celebre all’epoca con la quale aveva avuto un fitto scambio epistolare e con la quale iniziò un rapporto che, a fasi alterne, proseguì almeno fino alla fine degli anni Quaranta, e che la donna nel proprio Diario definì un «amore insolito», essendo lei già in là con gli anni[2]. Questo incontro, dal punto di vista intellettuale, fu uno dei più determinanti nell’esperienza dello scrittore fermano, in quanto fu Sibilla a fargli scoprire David Herbert Lawrence, Colette, Paul Valéry, Omar Khayyam, e George Sand, e gli permise di studiare gli inediti di Dino Campana che la stessa Aleramo custodiva, avendo avuto una nota relazione con il poeta[3]. Matacotta rimase folgorato dalla poesia di Campana e da quegli inediti: ne scrisse dapprima in «Prospettive», poi in volume[4].

Sibilla, inoltre, introdusse Matacotta nell’ambiente letterario e artistico romano: fu lei a presentargli Cecchi, Bontempelli, Alvaro, Moravia, Malaparte, Zavattini, Guttuso e Fazzini. La sua figura fu importante per tutto l’ambiente intellettuale fermano di quegli anni, poiché, come ha affermato Domenico Pupilli, testimone di seconda generazione di quella temperie culturale, ella fece quasi da «madrina a quei ragazzi fermani»[5] ovvero Franco Matacotta, Gino Mecozzi, Giuseppe Brunamontini detto Pino e Alvaro Valentini.

Sibilla spesso ospitava gli amici fermani del “suo” Franco nella propria soffitta: «Roma 21 gennaio, sera. Esattamente dopo un mese di accampamento qui nella soffitta, i due giovani han potuto oggi andare ad abitare in uno studio ceduto a loro da un amico»[6] (si parla di Gino Mecozzi e Giuseppe Brunamontini). Sibilla conosceva bene l’ambiente intellettuale fermano; così scrisse del suo viaggio a Fermo nel settembre del 1944:

Giovani poeti che sono venuti a farmi visita qui nello studio di Franco. Con i fiori avevano mandato opuscoli di loro versi: per lo più di derivazione della scuola “ermetica”, Montale, Quasimodo… Più tardi imiteranno Franco […] ma è commovente questo amore per la poesia che in questi piccoli centri si perpetua nonostante la guerra[7].

La scrittrice dunque conosceva Fermo, ne era affascinata e per la piccola Città collinare provava al contempo un’insoddisfatta attrazione; come quando – svanito il lungo rapporto con Franco – passò in treno fra San Benedetto e Ancona e, il 17 maggio del 1949, annotò: «in alto, sul poggio, poco fa, Fermo: la mia ultima illusione, Franco…»[8].

In lei l’amore per Franco fu sempre forte, sino alla morte, sebbene fosse conscia del grande divario d’età e delle difficoltà della relazione stessa. Anni prima, passando attraverso le terre marchigiane, così le descriveva: «Lontano sorgeva una doppia catena di altezze, colline dinanzi, dietro gli Appennini. Borgate in cima a qualche poggio si sporgevano, evocando il Medioevo colle loro cinte merlate, colle casette brune raggruppate intorno a qualche campanile aguzzo. La campagna e il mare erano talora abbaglianti»[9]. Sibilla amò profondamente il Fermano: come racconta in Dal mio diario 1940-1944, Franco rappresentava per lei quel territorio, quella ruralità e quella poetica intrinseca dei luoghi.

Egli si laureò il 14 luglio 1939, discutendo una tesi su Ungaretti, Campana e Aleramo. Nel 1941, dopo tanti articoli e poesie apparsi in varie riviste e testate, pubblicò la sua prima monografia, Poemetti (1936-1940)[10]. L’opera fu dedicata all’Aleramo, con la quale era ancora in stretto rapporto. La raccolta, però, non si ispira ai poeti ermetici da lui tanto studiati, ma privilegia una tonalità decisamente aulica, con reminiscenze dalla linea classica della lirica italiana, da Foscolo a Leopardi[11].

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, Matacotta nel luglio 1941 fu chiamato alla difesa della patria e destinato a Macomer, in Sardegna, come allievo ufficiale di artiglieria. Già da prima del 1939 aveva iniziato a prendere le distanze dal fascismo, ma l’impatto della guerra lo allontanò totalmente da quella ideologia e lo segnò per il resto della vita. Anche attraverso le conoscenze di Sibilla e spesso fingendosi malato, riuscì a ottenere permessi e ad allontanarsi spesso dalla Sardegna. Il giorno dopo l’Armistizio, assieme a Pratolini e Vedova, prese contatto con Lizzani, che ricopriva un ruolo primario nel Partito Comunista Italiano, per prender parte alla lotta contro i tedeschi. Ma entrò immediatamente nel loro mirino e fu costretto a rifugiarsi nella soffitta dell’Aleramo in via Margutta per sfuggire alle retate; in seguito riparò avventurosamente a Fermo e di lì a Monte San Giusto vicino a Macerata[12].

La partecipazione alla Resistenza, tanto quanto la chiamata alle armi, lo segnò profondamente e fu alla base della raccolta di versi Fisarmonica rossa[13]. La barbarie della guerra, gli orrori e le devastazioni sul territorio italiano, l’occupazione tedesca e le rappresaglie contro la popolazione civile, con il loro strascico doloroso di lutti e di sangue, fanno da sfondo a un racconto poetico che privilegia il ritmo popolare della ballata e un linguaggio teso e fortemente improntato a un crudo espressionismo. Questi sono i caratteri distintivi di Fisarmonica rossa, opera impregnata di sangue, sudore e sofferenza, probabilmente uno degli esempi meglio riusciti di poesia resistenziale. Quella di Matacotta è una poesia in presa diretta, scritta sotto l’incalzare di tragici eventi, come stanno a indicare spesso le date in calce ai componimenti[14]. D’altra parte, però, c’è la mitizzazione dell’evento, del fenomeno, intriso di pathos storico per il radicale cambiamento che si sta vivendo.

Con la fine della Guerra si chiuse anche il rapporto con l’Aleramo: stando a Cavatassi e Verducci[15], i due si incontrarono un’ultima volta nel novembre del 1947.

La raccolta Fisarmonica rossa, fatte rare eccezioni[16], fu apprezzata fin da subito; così nel 1953 Matacotta la ripropose all’interno di Canzoniere di libertà. Fisarmonica rossa. Nella Prefazione alla riedizione dei Poemetti del 1998, così si esprimeva Francesco De Nicola: «è uno dei pochi canzonieri sulla seconda guerra mondiale e sulla Resistenza scritti in Italia»[17]. Luzi ne diede vari giudizi, tutti molto positivi; uno dei più completi si trova nell’Introduzione a La lepre bianca dell’82: «Col suo linguaggio vivido e crudo, essenziale, rappresenta una rottura nella linea stilistica e tematica della poesia italiana»[18]. Franco Fortini affermò, invece, che quelle «strofe sono scatenate e colorate»[19].

Le criticità evidenziate da Valentini negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione dell’opera non erano legate all’epopea delle vicende narrate, ma al linguaggio, considerato in un primo momento troppo vivido e sanguigno[20]. Il giudizio di Valentini divenne positivo solo a partire dagli anni Ottanta; infatti, nel 1987, in Il Leopardismo di Franco Matacotta scrisse: «vuole restituire alle parole non la purezza che gli Ermetici perseguivano, ma lo spessore storico»[21]. Egli aprì il saggio sottolineando la centralità di Fisarmonica rossa nella letteratura italiana post bellica[22]: il suo contributo originava dall’intervento di Mario Petrucciani del 1972 tenuto a Recanati in occasione del II Convegno Internazionale di Studi Leopardiani.

Petrucciani in quell’occasione mise in evidenza la grandezza rivoluzionaria di Fisarmonica rossa, in quanto lontana dall’Ermetismo ma allo stesso tempo vicina al leopardismo e conscia di tutta la tradizione poetica precedente[23], da Valéry al Porto di Ungaretti, all’Ulisse di Seferis[24]. Egli sottolineava, però, anche un certo distacco dal leopardismo, poiché Matacotta nel poemetto vedeva l’Europa come «una luna / piena di crateri e di tombe»[25].

Valentini partiva proprio da questa affermazione per dimostrare, invece, quanto in Matacotta fosse forte il leopardismo. Il poeta aveva detto della terra: «O desolato cranio del pianeta / fatto gemello dell’infelice luna». Tali affermazioni, secondo Valentini, non sono così lontane dal Poeta recanatese: infatti, per esempio, nel Dialogo a esse dedicato la Terra si rivolge alla Luna chiedendole se sia vero «che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come crede un fisico moderno? Che sei fatta, come affermano alcuni inglesi, di cacio fresco?». Nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, com’è noto, si legge di una luna sitientis, arida, secondo Properzio[26]: una luna molto simile a quella che descrive Matacotta. Valentini sottolineava come alcuni elementi molto presenti in Fisarmonica rossa fossero stati ripresi da opere pubblicate o in via di pubblicazione dello stesso poeta fermano. La fisarmonica, per esempio, è un elemento presente anche in Lepre bianca: «La fisarmonica suonava con il suo miele caldo che scioglieva l’asfalto della notte»[27]. Inoltre nei Poemetti, e precisamente nella Canzone del lupo d’agosto, è già presente il paragone tra uomo e lupo che ebbe poi molta fortuna in Fisarmonica rossa in relazione al parallelismo con i partigiani imboscati[28]. Secondo Valentini, quindi, l’operazione di rinnovamento della poesia italiana compiuta da Fisarmonica rossa non fu dettata dal caso, ma fu un’attenta elaborazione culturale nella quale confluirono, con la maturazione morale, lunghe letture di poeti italiani e stranieri[29].

Tornando alla vicenda umana del poeta, concluso il Secondo conflitto mondiale, egli continuò a vivere attivamente e a raccontare l’Italia del dopoguerra e degli anni Cinquanta e Sessanta. È del 1948 la breve raccolta Naialuna, con cui vinse il premio San Pellegrino[30]. Nell’opera il poeta sviluppava gli appunti poetici presi

durante il soggiorno in Sardegna, nel corso del tormentato periodo di servizio militare, quando era maturata la sua crisi esistenziale in una situazione di solitudine che aveva trovato corrispondenza nella natura selvaggia, pietrosa e solitaria dell’isola. I frequenti richiami mitologici e le reminiscenze leopardiane collegano questi versi ai Poemetti, di cui sembrano costituire una propaggine, piuttosto che a quelli legati all’impegno sociale e politico[31].

Il suo primogenito Massimo gli nacque il 28 luglio 1948, il secondogenito Francesco Cino nel 1956; l’anno successivo pubblicò, influenzato dalla nascita del figlio, la raccolta Ubbidiamo alla terra[32], nella quale, come sottolineato da Valentini, si faceva nuovamente vivo il suo leopardismo[33]. Nel contempo il poeta passò dalle vicende nazionali e internazionali di Fisarmonica rossa all’ambiente privato, quello intimo e famigliare, alla ricerca di un nuovo equilibrio dopo la nascita del bambino. La cronaca e la grande poesia epica politicizzata tornarono però nel 1953, quando sotto lo pseudonimo partigiano di Francesco Monterosso, con il Canzoniere di libertà[34], riprese i toni più politicizzati della sua poesia, senza peraltro riscuotere i consensi della critica, che notò anzi il carattere retorico di gran parte delle liriche aggiunte con l’occasione; a essa seguì, nel 1956, con il medesimo pseudonimo la raccolta poetica I mesi[35] in cui riprendeva, nella prima parte, la pacificata tematica di Ubbidiamo alla terra, mentre, nella seconda, sviluppava ancora tematiche civili, questa volta collegando, sul filo della memoria privata e di quella storica, gli eventi drammatici degli anni della lotta antifascista.

In quello stesso 1956, dopo gli eventi legati alla repressione sovietica in Ungheria, egli maturò la crisi che lo indusse a lasciare il PCI e a pubblicare, nel 1957, i Versi copernicani[36]. Questo momento risultò decisivo per la poetica di Matacotta, che dal 1954 al 1959 visse una profonda crisi ideologica che lo portò a un dubbio costante:

In esso predomina, accanto al senso profondo di radicamento nella sua terra e nei valori trasmessi per generazioni dalla sua gente, una meditazione profonda sulla morte e sulla vita come percorso faticoso nel dolore. Se Foscolo e Leopardi costituiscono i punti di riferimento obbligati del poeta fermano, sul piano sia tematico sia della scelta di una scrittura poetica tesa al sublime, occorre anche osservare che con il riaffiorare delle memorie familiari e infantili il tono dei componimenti tende a virare decisamente verso l’elegiaco e si evidenziano vistose sedimentazioni di ascendenza pascoliana[37].

Questa crisi ideologica ebbe enormi ripercussioni anche nella sua vita privata. Legato da sempre a Fermo e alla sua famiglia, a settembre del 1959 decise di abbandonare moglie e figli, e di chiedere il trasferimento come insegnante dal prestigioso Istituto Tecnico Industriale di Fermo (ITI)[38] a un istituto di Milano[39]. Una decisione, questa, legata, oltre che al tentativo di evadere dalla sonnolenta provincia marchigiana[40] e in parte anche dagli oneri e doveri della vita famigliare, anche al desiderio di saggiare le opportunità che poteva offrire Milano, soprattutto dal punto di vista editoriale. Così tra il 1959 e il 1961 insegnò all’Istituto tecnico industriale di Rho e a Milano. Ma nel 1960 due lutti pesantissimi lo colpirono: il 15 gennaio 1960 scomparve a Roma Sibilla Aleramo, mentre l’8 luglio dello stesso anno morì, in circostanze mai chiarite, il primogenito Massimo, ospite dei nonni materni ad Ancona[41]. Inoltre, Matacotta al momento della morte del figlio fu irreperibile e giunse ad Ancona solo una settimana dopo i funerali, accompagnato da Pratolini[42]. Questo lutto segnò e logorò la sua vita.

L’esperienza milanese si rivelò negativa: «Anni brutti e incerti […] per lui e per me»[43]. Così decise di ricongiungersi alla famiglia andando a insegnare a Osimo, quindi a Genova e infine a Levanto. Nel 1963, dopo una lunga malattia, si spense a Genova anche la moglie Rosa[44]. Agli inizi del 1964 conobbe la collega Emma Marini, che sposò alla fine dello stesso anno. Nel 1965, dopo la morte del padre, decise di rientrare a Fermo, per tornare nell’ottobre 1968 definitivamente in Liguria, a Nervi, dove insegnò nella scuola media Vivaldi. Matacotta morì a Genova il 27 aprile del 1978, dopo una lunga malattia[45].

La critica letteraria

Una frase di Fortini del 1975 svela quale fosse stato il destino di Matacotta: «un poeta che conosce la notorietà da giovane e la dimenticanza del mondo in età matura»[46]. La precoce vocazione ritmico-poetica e la fama giovanile per il poeta fermano furono, infatti, quasi una disgrazia. Con Fisarmonica rossa prima e Lepre bianca poi, egli raggiunse un livello qualitativo cui non riuscì più ad avvicinarsi negli anni seguenti.

Nelle sue opere giovanili, dalla narrativa alla poesia, passando per la critica letteraria, la maggior parte dei critici, Valentini e Luzi su tutti, sentono una grande musicalità e armoniosità tra le parole e i periodi, condizione questa che rende i suoi testi particolarmente fruibili. «Nella Lepre bianca, romanzo pubblicato nel 1946, è possibile trovare frequenti tracce della sua passione per la musica e della poesia»[47], ha scritto Luzi. Fu proprio questo amore per la musica che lo spinse a inserire in tutte le sue opere giovanili elementi musicali: si pensi, ad esempio, alla fisarmonica e al suo suono o ai canti partigiani. Anche nel contributo del professor Dolfi intitolato Il suono della fisarmonica[48] si rileva che «Leggere Fisarmonica rossa di Franco Matacotta vuol dire muoversi in uno straordinario pentagramma di suoni e sensazioni, movimenti e stupori, paura e delusioni, passioni e speranze»[49]. È il suono stesso a tenere insieme le parole e a dare il senso della distruzione e del dolore:

La terra danza danza. È un subbuglio

Di viscere di catrame di nebbia di ossa,

Dentro il velluto carnale del buio

Suona un’ubriaca fisarmonica rossa.

Suona lombrico suona[50]

La terra è avvolta dal suono dello strumento, il quale rivendica il diritto dell’uomo alla vita e magicamente irradia di rosso l’universo, per capovolgerlo, reinterpretarlo e poterlo così vedere sotto una nuova luce. Secondo Dolfi, la musicalità in questa lirica è totale, poiché avvolge il lettore stesso e lo scuote con il suo ritmo[51]. Questa è una danza di unione, che permette di unire individui diversi come Matacotta e il partigiano Montegallo sotto un’unica bandiera, quella della libertà. Il ritmo rabbioso, rosso della fisarmonica esprime anche le necessità della lotta per raggiungere l’azzurro e il bianco della bontà e della serenità. Già nella Lepre bianca egli consegna al lettore una scala cromatica delle proprie emozioni:

Tutto era mobilità, metamorfosi. Il mare, spruzzo azzurro, la

Terra, polvere nera. Il cielo nebbia blu. Perfino i miei pensieri e i

Miei sentimenti erano aliti colorati. Bontà, bianco. Amore, giallo.

Pazienza, marrone. Odio rosso[52].

Secondo Dolfi, «Fisarmonica rossa è, dunque, una raccolta di liriche, ispirate dalle note dello strumento popolare marchigiano, il quale si rivolge a tutta l’umanità, perché rappresenta il distacco di una condizione sociale inattiva»[53]. A tal proposito, Matacotta ha rivelato:

Ero un uomo, un uomo che andava in cerca di difesa contro quei giovani pieni d’odio, e il peso sulle spalle era come il peso di tutta la mia vita di ragazzo, gli stessi stracci, le stesse cose lacerate, gli stessi errori, gli stessi supplizi, la lunga assenza dal terreno quotidiano del vivere, il mio lungo torpore. E rivedendo la mia vita con Bella, tutta la pigrizia, non solo dei gesti, ma anche dell’intelligenza, come un prezzo che io non fascista, ma preso nel gioco del fascismo, avevo pagato al fascismo per non entrare nel suo gioco. Ma era esso stesso un fascismo, perché ero stato assente, e con la mia assenza avevo consentito io pure al fascismo di avanzare e crescere, standomene seduto nel mio olimpo di dolcezza[54].

Dunque, è come se Matacotta volesse sopperire per mezzo della letteratura alla mancata partecipazione attiva alla lotta antifascista: la guerra aveva sancito per gli uomini di cultura, come osservato da Dolfi[55] e Valentini[56], anche uno stallo intellettuale. Il Neorealismo, che stava sorgendo in quegli anni, traeva nutrimento dalla consapevolezza del fallimento della vecchia classe dirigente e del ruolo che, per la prima volta nella storia, si erano conquistate sulla scena della società civile le masse popolari.

Fisarmonica rossa è una densa silloge di poesia ove il dolore è tangibile e sovrasta ogni altra sensazione. L’opera presenta un linguaggio duro, tagliente, aspro e senza possibilità di redenzione. Le immagini, icastiche e pregne di una desolazione morale vergognosa,

si trasmettono al lettore come vere e proprie pugnalate capaci di inasprire il tormento di chi, imbevuto di lotte civili e amico dell’intera umanità, sente ancora oggi sulla sua pelle – sebbene non abbia vissuto direttamente le vicende ‒ l’ingiuria subita da un popolo che significò lo svilimento della coscienza, la mortificazione delle carni, l’autodistruzione del genere umano»[57].

Un esempio emblematico di questa poesia è il componimento Ottobre 1942 in cui Matacotta mostra la prevaricante stanchezza e la derelizione dinanzi a una condizione snervante e dolorosa che si protrae con la guerra: «Ce ne stiamo rigidi e murati / Con le cataratte sugli occhi. / Il vento s’è messo a urlare, / E buio, tenebra sul mondo»[58]. Come sottolinea Spurio, in questi versi sono l’asfissia del colore, l’annullamento della vita, il buio a dominare; l’uomo è descritto nel suo stato di spersonalizzazione, come se fosse una cosa e avesse perso la propria identità[59]. Con una sineddoche fisiologica Matacotta rileva che nessun organo gli si muove più: il cuore, impietrito e affranto, sembra aver perso battito e vitalità, e i polmoni si sono induriti[60]. Il corpo dal cuore impietrito è, ormai, non più umano, poiché imbruttito dalla barbarie della guerra.

Nel poeta fermano vi è una predilezione per un linguaggio prettamente materico e fisico, con ampia frequenza di materiali, tanto naturali che dell’edilizia:

si tratta di materiali che si caratterizzano per essere freddi, inermi, pesanti, fastidiosi al contatto con l’uomo di carne ed ossa: il Nostro parla di “polvere e piombo nel cervello” ad intendere forse, nella polvere la vacuità del senso della ragione, la perdita irrecuperabile della coscienza e nel piombo l’esposizione alle mitraglie e alle armi del conflitto[61].

Nonostante la costante condizione di sofferenza, l’uomo non vi si abitua, perché per sua natura fugge le barbarie e la violenza: a questo punto la lirica diviene occasione di riflessione. I temi della Fisarmonica sono ormai chiari nella mente del poeta, che coltiva instancabilmente le sue nuove passioni ideologiche:

Di nuovo scrivevo versi. Con parole nuove, forti. Li scrivevo durante le mie galoppate in bicicletta di giorno e di notte, nei momenti più impensati. Le immagini mi nascevano nelle volate a capofitto per le discese delle colline o girando pei campi o seduto sulle logge delle case coloniche col bicchiere del vino cotto in mano aspettando i PW. Annotavo i versi in fretta sul taccuino e lo nascondevo sotto la tuta. Incrociando i camion tedeschi la sola preoccupazione era di salvare quel fascio di foglietti segnati a lapis dove era la mia vita e la mia disperazione d’allora, e anche la disperazione della gioventù italiana, il sangue la fede l’amore di quanti combattevano per sopravvivere […][62].

Il poeta fermano, come accennato, cerca di sostituire il mancato apporto attivo tra le fila della Resistenza con l’epicità della narrazione poetica. L’accettazione passiva del Fascismo era stata soppiantata dalla fede nella poesia, la quale rappresentava l’unico appiglio alla vita per l’uomo, soverchiato dalle dolorose prove belliche[63]. La negatività della guerra e l’inutile certezza del dolore, temi profondamente neorealisti, sono i motivi ispiratori di Fisarmonica rossa. La parola poetica di Matacotta è sempre tesa fra rassegnazione e rivolta, in un climax espressionistico che molto richiama le pellicole di Fritz Lang[64]. Nella sua poetica, come sottolineato da Dolfi, è presente anche un chiaro richiamo ai quadri di Kirckner, Grosz e Munch; l’urlo stesso, come suggerisce Valentini, è l’emblema poetico di Matacotta[65]:

L’urlo, nell’espressionismo tedesco, rappresenta il passaggio dalla luce impalpabile dell’impressionismo al chiarore cristallizzato e geometrico dell’avanguardia, “ogni macchia di colore, ogni membro del verso è un urlo, una sferzata, uno scoppio; la realtà intera sembra presa da un folle dinamismo spasmodico”[66].

Per Matacotta, invece, il grido/urlo è «il gesto, la qualità della musica. Così rotta, strangolata dal fragore. Questo fragore di cembalo e di sputi… qualcosa di torbido, nel fondo sotto lo spessore delle immagini, verde e trasparente»[67]. La guerra ha costretto l’uomo al silenzio, che però è un fragore soffocato di cembali e sputi, e come tale rappresenta una metamorfosi paradossale dell’urlo. Quello di Matacotta non è un urlo esteriore, ma interiore, uno di quelli che logora dentro, proprio come i segni della guerra hanno logorato il poeta: «Nel silenzio si preannunzia o si manifesta una visione tragica il cui correlativo è l’urlo, sia pure interno, dell’anima»[68]. L’uomo tace e soffre nel dolore ma, ma proprio come nell’opera di Toller, «il silenzio vibra nello spazio ed esplode nel grido»[69]. Matacotta si appropria di tutti i postulati fondamentali dell’espressionismo e propone una parola poetica battuta dal terrore del fascismo, mortificata e avvilita, ma sempre pronta alla sfida e al duello:

E qua chi cerco? Dove sono i campi

perduti nei crepuscoli viola?

Nel fragoroso turbine dei lampi

Ritrovo la mia casa vuota e sola

Siamo accecati d’odio e di dolore

Mordiamo a sangue l’aria dura e avara

Ma per salvarti abbiamo ancora il cuore,

o Italia, cagna nera, patria cara![70]

La poesia muore nei campi di battaglia, ma risorge nella parola degli uomini, che si portano dietro la memoria dell’accaduto:

Io so dove sono le mie mani

I miei piedi e la mia bocca.

Essi affermano battono mordono

Il sapore nudo della terra.

E con questo gusto di morte

Di polvere di radici e di gelo.

Ricomporrò la mia sorte

Per abbattere con un grido il cielo[71].

Un grido decreta la vittoria della poesia, poiché il grido è strazio e vita allo stesso tempo[72]. Il poeta fermano è costantemente teso fra l’innocenza personale e il delitto, tra il desiderio di parlare lasciando testimonianza e l’impossibilità del silenzio, «tra il fascino dell’eroe e il fallimento del santo»[73]. Lo sguardo poetico matacottiano è perduto nelle tenebre della coscienza e la sua ambivalenza intrinseca dell’essere poetico non si risolverà mai. Per Matacotta, come suggerisce Dolfi, si può parlare di “poesia equivoca”, intendendo con “equivocità” la tensione tra l’urlo della disperazione individuale e l’ideologia, la quale esprime l’esigenza di società, di comunione collettiva[74].

La matrice autobiografica in Matacotta fu sempre molto forte, ma egli subì anche varie influenze letterarie. Il critico letterario sangiorgese Alfredo Luzi[75] ritiene che anche l’educazione letteraria e poetica che ricevette durante gli anni del liceo ebbe un grande peso nella sua formazione[76]. Il poeta fermano, nella Confessione di un figlio della vecchia Europa, dichiara di aver avuto «un’educazione letteraria squinternata in tutti i sensi. A nove anni il Capitale di Marx… per gli esercizi di analisi logica… Più tardi ebbi in mano Hugo e Tolstoi. Al Liceo comprai lo Zarathstra di Nietzsche. Più tardi fu Emerson a innamorarmi… poi Whitman, col suo canto terrestre»[77]. La conoscenza della grande poesia francese gli giunse, invece, attraverso Acruto Vitali[78], grande lettore di Rimbaud, Baudelaire e Valery[79].

La formazione vera e propria per il poeta fermano, come già detto, arrivò solo con l’Aleramo e con lo studio della poesia amorosa di d’Annunzio, Omar, Kajam, Sand, Barret, Colette, Lawrence[80]. Lo studio di Leopardi, invece, fu una costante che accompagnò il poeta per tutta la vita, come sottolineato da Valentini[81]. Durante il periodo trascorso a Capri assieme a Sibilla, egli rilesse Leopardi e tradusse Lucrezio[82]. Inoltre, scoprì Rilke, Heine e Holderlin[83]. Da questi poeti trasse «quel senso di nostalgia della bellezza radicata profondamente in un presagio cosmico di distruzione»[84].

La poesia di Matacotta, come osservato da Valentini, Luzi e Manacorda, avendo tale sostrato di base, è di estrazione colta. I Poemetti[85], pubblicati a Roma nel 1941, sono intrisi di suggestioni dannunziane, leopardiane, ungarettiane, mallarmeane e campaniane[86]. Inoltre, in tale raccolta la poesia è concepita secondo il costume latino, cioè come mezzo privilegiato di conoscenza della realtà[87]. Nella raccolta il Poeta definisce più volte la parola: «Fossili dissepolti le parole» (p. 15); «questo peso / di aride parole» (p. 32); «Dimore del silenzio, marmi, antiche / vi chiedo parole» (p. 33); «O desolato atteggiamento della parola» (p. 59); «Parole, o voi, perenni arcobaleni / fra il mio silenzio e il cielo» (p. 63)[88]. La parola è, sì, salvifica, ma è anche una parola ungarettiana, martoriata. Di fondo appare una tensione costante verso la parola pura, ma come ogni tensione nel suo percorso s’imbatte in «una serie di scacchi e di sfiducie»[89]. In Matacotta la parola nel suo apax è ponte tra il silenzio e il cielo, tra il dolore e l’urlo: ciò molto richiama la concezione valeryana dell’esperienza del vivere[90]. La parola viene posta fuori della temporalità: dovrà essere fossile e moderna allo stesso tempo. Ma dovrà essere posta anche al di fuori del concetto spaziale[91]. La parola secondo Matacotta[92], proprio come nella concezione simbolista moderna, deve essere essa stessa legislatrice e generatrice di mondi. Ci sovviene in aiuto un autogiudizio del poeta:

Avuta l’intuizione lirica fulminea io non la resi se non attraverso una quantità di approssimazioni melodiche. La stessa umanità io la sentii in fusione con le pietre con le piante con le nubi con le stelle. Situazioni atmosfera, parole che io resi ma come una nebbia, talvolta come una fiamma, che lascia sempre poi storditi e insieme inappagati. Io mi rivolsi a un mondo arcano, dando di esso accenti dispersi, sparsi, incerti[93].

Parte di questo brano si ritrova nel Diario dell’Aleramo:

Franco ha l’intuizione lirica fulminea, ma poi non la rende se non attraverso una quantità di approssimazioni melodiche. E dato che il mondo delle sue intuizioni è, come dicevo, più cosmico che umano, e la stessa umanità è da lui sentita in fusione con le pietre con le piante con le nubi con le stelle, quella mancanza di ossatura è doppiamente dannosa ai fini dell’espressione[94].

L’Aleramo considera, dunque, come un difetto l’impianto di base dei Poemetti[95]. Rovesciando la prospettiva di Sibilla, si può affermare che le poesie che vanno a comporre l’opera non sono concepibili singolarmente e non hanno vita autonoma, ma partecipano a un sistema simbolico complesso e articolato, nato dalle febbrili esaltazioni giovanili del poeta[96].

A quali simboli fa riferimento il Poeta fermano? L’introduzione ai Poemetti è costantemente costellata da Alberi celesti:

In quelle strane e luminose fronde

dimorano i celesti. Non i vani

esilii dei beati, ma le eterne

idee, le memorie, e le beate

apparenze solenni. E solitarie,

ravvisano la terra. Ah, nello specchio

di questa stella smemorata dormono

le native sorelle, e le pietose

gridano, apparendo dai notturni

orti del cielo, e le fan deste, e insieme

un amoroso vento le alimenta

che confonde la terra ai firmamenti[97].

Compito del poeta è quello di esaltare e riportare alla memoria collettiva delle immagini primordiali del mondo delle idee. I simboli non sono arbitrarie decifrazioni, come nella stagione simbolista, ma concrezioni di materia ctonia e cosmica[98]. Questo è un elemento di novità assoluta sfuggito completamente alla critica sino alla fine degli anni Cinquanta[99]. Il declinare l’immagine in modo archetipico rappresenta una via del tutto nuova, pregna di un pragmatismo del tutto assente nella poesia italiana di quegli anni. È pur vero che i Poemetti contengono evidenti imperfezioni, sbandamenti ed equivoci del testo, ma sono proprio questi elementi a superare la rigidità schematica dell’impianto dei Poemetti[100] stessi.

Fra le immagini più ricorrenti nella poetica di Matacotta, vi è in primis la notte, presente in tutta la sua produzione, dai Poemetti a Fisarmonica rossa, sino alle raccolte tarde ove spesso diviene oscurità. La notte è sempre percepita come fuori e dentro di noi allo stesso tempo, presenza inquietante e ambigua. Essa è sempre legata al sogno e alle immagini più torbide: «Tu che affini ai terrori i denti neri / tu che alimenti i mali pensieri, / Furia notturna, placati»[101]. E ancora: «O sera, / poi che di gelo se circonda l’ombra / e di fiochi lamenti addorme il giorno, / steso nel soffio del notturno vento / a me scendeva il sogno …»[102]. Continua: «la notte agitatrice di larve e di paure»[103]. È quindi tempo mistico, sede di sogni e avvenimenti misteriosi. La notte matacottiana racchiude in sé molto del credo e del folklore tipico del sud delle Marche, legato ai canti notturni delle streghe, ai pastori e alle leggende sibilline[104]. È sempre concepita come un momento magico in cui confluiscono realtà, fantasie e paure. Nei Poemetti e in Fisarmonica rossa è presente una complessa e difficile ermeneutica dei sogni, per cui spesso le immagini hanno una doppia valenza: essi si presentano sempre sotto il segno dell’ambiguità[105]. La doppia valenza della notte è immediatamente percepibile, da una parte come buio carico di terrore e mistero, dall’altra come rischiarata da una candida luce lunare[106].

Mi duole averti nel tuo fosco bacio,

Notte, che fiore delle mie labbra imbruni

E me d’artiglio pugni qui sul casto

Ciglio dell’ombra ove la nube spira…

Ma dal paese

di questa voce naufraga nel nulla,

mi salvi, luna, che i celesti campi

tacendo trascorri impallidita,

tu priva di pietà, arido giglio,

che l’acre vento delle notti sfiora[107].

La luna con la sua luminosità e la sua purezza inscalfibile può essere un punto di riferimento, nel baratro del nulla cosmico costituito dal buio notturno in cui è spinto l’uomo. Tale visione lunare dona a Matacotta un alone leopardiano più volte sottolineato da Valentini e Verdino[108]:

Un caldo

Colorar delle rose sulle guance

A me invidiate dalla luna[109].

A differenza dal Poeta recanatese, però, il difficile e complesso dialogo tra l’uomo e la luna è causato non dalla dura Natura, ma da una condizione umana di perenne esilio terrestre:

me nell’esilio della terra,

cigno

di funesti lamenti[110].

Continua il poeta: «È dolce anche l’esilio sulla terra»[111]. E ancora:

Isole della terra… e mai giunga dolente a quelle rive e trovi

L’esilio tra gli uccelli tenebrosi[112].

Il tema dell’esilio terrestre è ben consolidato nella storia della letteratura italiana e straniera, e spazia da Baudelaire a Quasimodo. Proprio in quel periodo Matacotta si stava imbevendo di tutta la grande poesia francese da Baudelaire a Valéry, passando per Rimbaud: «La condizione d’esilio farà sì che nel testo vengano invocati i difficili punti di reintegrazione in una patria o pace cosmica ed esaltante pertanto le diverse immagini che partecipano alla dimensione dell’agognata purezza, anche se spesso tali immagini sono misurate dallo scacco umano per il loro utopico raggiungimento»[113].

La produzione poetica di Matacotta di quel periodo deve molto anche a Ungaretti: in lui le isole ungarettiane sorgenti di idillio acquisiranno una valenza mitica e mitologica, costituiranno punti d’approdo cosmici e celesti: «rosse isole»; «E voi cinte di rosee ire di venti, / isole della terra»; «Ardono i regni delle pie Comete, / l’isole prime delle stelle»[114]. Il bisogno di purezza, la continua ricerca del cosmico e del celeste; la sua ansia, il suo vivere la vita notturna che lo portavano a ricercare la pace e la tranquillità; dal 1945 in poi, anche i traumi lasciati dalla guerra: tutto questo mondo nei Poemetti si coagula in due immagini aeree costanti e onnipresenti, le nubi e gli uccelli. Le nubi sono presenti come costante termine di discorso[115]. Molto più complessa e articolata è la presenza degli uccelli: spesso si tratta di colombe, emblema di libertà, cristallizzate nei loro voli e movimenti. Gli uccelli, come ha osservato Verdino e in seguito Luzi[116], sono anche testimoni del dolore, che a volte si collega alla preghiera: «Un lamento d’uccelli chiusi in urne»[117]; «le colombe intonano il lamento»[118].

Matacotta nel 1948 pubblicò Naialuna[119], agile volumetto che raccoglieva i versi composti tra il 1941 e il 1942. Il giovane artigliere, ancora non consapevole ideologicamente, iniziò però a rendersi conto della potenza e dell’incisività della parola poetica. Come riporta Valentini, i versi di quest’opera testimoniano anzitutto un primo modo di resistere, non ancora con la maturità di Fisarmonica rossa, ma con la speranza di una resistenza individuale e doverosamente individualistica[120]: «Il poeta e la sua luna sopravvivono nel soldato e nella sua naia: ma sopravvivono al prezzo di un incipiente lacerazione»[121]. Il poeta vive un continuo scontro, quello tra il Paradiso della memoria[122] e l’inferno della guerra vissuto in Sardegna. I due temi leopardiani della giovinezza e del morto giovane[123], che a loro volta richiamano motivi legati a Catullo e a Foscolo[124], in Matacotta rivivono e si innestano nel motivo della tragedia della guerra e dell’inutile spreco di sangue giovane.

Tutta l’esperienza poetica di Matacotta fu incentrata sulla compresenza della dicotomia vita-morte, all’interno della contingenza di bene e male. In Naialuna il poeta non aveva ancora raggiunto un’autenticità autorevole, e le fonti vi emergono in filigrana: si va dal d’Annunzio panico a Pascoli, Gozzano, Montale, Garcia Lorca e Leopardi, passando per la concezione della memoria come luogo di conoscenza petrarchesca[125].

In Matacotta il tanto amato orfismo romantico ritornò con Ubbidiamo alla terra, raccolta pubblicata nel 1949[126] in cui rivive appieno tutto il suo amore per il romanticismo e per l’orfismo, da Novalis a Campana, da Fichte a Nietzsche, ma naturalmente risuonano rombanti anche Pascoli e Leopardi[127]. Però questa è soprattutto una poesia dei dilemmi e degli interrogativi sul senso della vita umana[128].

L’impegno politico in Matacotta iniziò a farsi sempre più presente a partire dagli inizi degli anni Cinquanta e ciò influenzò anche le sue scelte letterarie. Nel 1953 egli riunì nel Canzoniere di libertà tutte le sue opere di carattere politico e civile[129]. Inoltre, tornò allo pseudonimo di Francesco Monterosso, utilizzato per le sue prime comparsate in giornali e riviste. Cercò un macchinoso ritorno laboratoriale alle teorie del realismo socialista che in realtà si rivelò becero populismo. «Se le liriche di Fisarmonica rossa si salvavano proprio per la loro violenta soggettività, per quel loro riferirsi ad un nodo unico di emozioni e sensazioni che è l’individuo del poeta, le poesie del Canzoniere risultano velleitarie proprio nel volere aprirsi verso una simbolizzazione corale e collettiva della storia di un intero popolo»[130]. Da quel momento in poi, la voce del poeta iniziò a perdere di autenticità, senza più ritrovare quella solenne franchezza tanto lodata dai critici. Successivamente avrebbe ripiegato sulla narrazione dell’ambiente famigliare, ma quella nuova strada non fu apprezzata dalla critica, che in poco tempo lo fece sparire nell’anonimato.

Matacotta e il rapporto con gli intellettuali del Fermano

Matacotta ebbe sempre strettissimi rapporti con l’ambiente intellettuale fermano, sin dai tempi dell’Aleramo. Come già accennato, fu molto amico del poeta e pittore sangiorgese Acruto Vitali[131] che, assieme a Osvaldo Licini[132] e al grottese Ermenegildo Catalini[133], creò il circolo degli intellettuali antifascisti fermani. Entrarono a far parte del circolo anche Gino Nibbi[134], Elio Quintili[135] e lo stesso Matacotta[136]. A questi poi si aggiunsero anche quelli della generazione successiva: Alvaro Valentini, Luigi Dania, Luigi Crocenzi, Giuseppe Brunamontini, Giuseppe Morichetti, Gino Mecozzi, Giuliano Montanini, Giancarlo Silvetti e Luigi Di Ruscio[137].

Presso la Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo è conservato l’Archivio Valentini, al cui interno è presente della documentazione inedita significativa anche per spiegare il rapporto di amicizia che Valentini stesso ebbe con Matacotta e per testimoniare che i giudizi sulle opere dei membri del gruppo circolavano spesso in epistole. A tal proposito è interessante il giudizio espresso da Valentini in una lettera a Vitali su La peste di Milano di Matacotta, datata 5 aprile 1975[138]:

Caro Acruto,

ti scrivo per avere uno dei tuoi fini giudizi su un mio articoletto (di poco conto, sai!), in particolare vorrei un tuo parere sul suo incipit che non poco mi turba, ecco qui: “L’introduzione di Fortini a La peste di Milano si apre con parole di rammarico per la sorte di Matacotta il quale ha conosciuto la notorietà da giovane e la dimenticanza del mondo in età matura. Rammarico opportuno per un discorso critico che viene, subito dopo, tracciato; e che potrebbe valere in sede polemica come un allarme affettuoso o una nota moralistica…” Dimmi, caro Acruto, forse troppo frettoloso gettarsi sul giudizio di Fortini? Meglio iniziare parlando di Fisarmonica rossa? Dammi un tuo giudizio.

Un caro saluto, Alvaro[139].

Interessanti sono anche le lettere con cui Licini stroncò nel 1942 i Poemetti. Infatti Matacotta, su suggerimento dell’Aleramo, nel 1942 inviò una copia dei Poemetti alla redazione della rivista «Valori Primordiali», il cui direttore, Franco Ciliberti, girò la richiesta a Licini, che era membro della redazione e conterraneo di Matacotta; Licini, però, con tre lettere bollò l’opera e non la recensì, definendola ricolma di leopardismo e «scolpita di un rettorico bolso»[140]. Probabilmente Matacotta non venne mai a sapere di tale giudizio, poiché Licini concluse la terza lettera con la raccomandazione a Ciliberti: «resti tra noi»[141].

Per continuare sulla linea del Matacotta inedito, sono significativi anche molti suoi giudizi presenti in Confessioni di un figlio della vecchia Europa[142], dattiloscritto esaminato da molti critici, che vi hanno percepito un tono di forte autocritica:

Dicevo, dolci piedi nudi, dolce legno del volto, dolce profondità di sguardi. A tal punto l’oppio della poesia addormenta. A tal punto i poeti sono ciechi raggomitolati in sé stessi come gatti. Deformano la verità del mondo drogandola con la musica. E la guerra divampa in Europa. Cessai di scrivere. Mi ribolliva dentro come un nuovo grumo di voci, detestavo adesso la grassa seriosa musicalità dei miei versi di prima, sentivo nuovi scatti. Tutto dentro di me prendeva il colore della collera, il ritmo rugginoso e sordo della ribellione[143].

Un Matacotta edito, ma sconosciuto ai più, è quello che troviamo in un acceso dibattito all’interno della storica rivista dell’Istituto Tecnico Industriale di Fermo, «Il Montani»[144]. Lo scambio di battute che si sviluppa a suon di articoli è con Giovanni Botturi, vicepreside dell’Istituto, e l’argomento è la didattica della lingua e della scrittura. In quegli anni gli articoli della rivista erano firmati dagli intellettuali di spicco del Fermano, da Luigi Dania a Raul Lunardi, passando per Alvaro Valentini, Francesco Maranesi e Marcello Seta.

Matacotta era un giovane insegnante di lettere di quell’Istituto. Botturi aveva una concezione della didattica ancorata agli stilemi primonovecenteschi, mentre Matacotta era per lo scrivere naturalmente, fuori da artifizi. Tra i due nei corridoi della scuola e nelle riunioni era intercorso qualche acceso confronto[145]. Tutte queste frizzanti diatribe vennero fissate su carta da Matacotta nella Lettera aperta al Prof. Botturi pubblicata nel numero 9 del 1949 del «Montani»: in essa si affrontano le questioni fondamentali dell’insegnamento della lingua italiana, dal concetto di forma estetica della scrittura al suo ruolo e valore sociale.

Per Matacotta la preoccupazione non risiede nelle aberrazioni ortografiche, ma nel fatto che gli studenti non abbiano la minima idea di come si componga un testo[146]. Essi non hanno la più pallida idea di come concepirlo, argomentarlo; hanno solo l’assurda convinzione che il tema sia semplicemente un incolonnamento di parole e la paura di non riuscire a riempire il foglio nella sua interezza: «Questo essi [gli studenti] credono che sia fare il tema: a forza di spasmi espulsivi rovesciare sopra il foglio bianco un ammasso informe di parole, come un feto… ne segue un’immagine pietosa e malinconicissima con l’impressione che stiano succedendo avvenimenti tenebrosi, ciascun alunno lotta con idre spaventose, ha gli occhi stralunati, e il cervello è inabissato in oscuri fondali marini, senza speranza di salvezza»[147]. Gli alunni pensano di dover trovare idee generiche, convenzionali, e cercano di impacchettarle con belle parole. Dei propri pensieri e ragionamenti non tengono conto e preferiscono copiare dal compagno piuttosto che metterci del proprio.

Secondo Matacotta, a questi alunni non è stato insegnato che le due ore di tema dovrebbero servire alla ricerca della verità per mezzo della scrittura. Il poeta fermano auspica che gli allievi si umanizzino e che non siano dei semplici tecnici. A Matacotta poco importa della forma, almeno a un primo livello; considera infatti il dialetto una forma più profonda di humanitas, la vera forma d’espressione dell’uomo, il suo ethos e il suo epos. Qui scopriamo un Matacotta nuovo, che ama i propri alunni e desidera che essi tirino fuori i loro veri sentimenti attraverso la scrittura; un Matacotta pedagogo, che si comporta un po’ come con lui aveva fatto l’Aleramo.

Secondo il poeta, i libri tecnici possono prosciugare l’uomo, allontanarlo dal suo vero nucleo vitale. Il ritorno all’humanitas dell’individuo è un dovere civile post bellico, e l’humanitas può essere ritrovata e ricercata solo nella libertà[148]. Ogni regime, come in Italia il fascismo, «svuota l’individuo della sua unicità di pensiero»[149]. Per esprimerla servono la parola e la poesia, che debbono essere scevre degli artifizi tecnici tanto apprezzati da Botturi. Quella di Matacotta è una posizione tutta protesa verso l’autenticità assoluta e la pregnanza del tema. In questo senso, come già detto in precedenza, egli fu così sincero con sé stesso da autocriticarsi, quando, rileggendosi, non sentì la propria scrittura autentica[150]. Questo per Matacotta era quasi da considerarsi un testamento intellettuale ai suoi alunni: il testamento di un grande poeta che non fu mai realmente apprezzato dalla critica in età matura e sul quale resta ancora molto da dire.

  1. Per questa prima parte della biografia si veda: A. Mastropasqua, Matacotta, Franco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 72, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2008; G. Martinelli, Dizionario biografico di personaggi del Fermano, Fermo, Andrea Livi editore, 2021, pp. 220-21; Matacotta Franco, in siusa.archivi.beniculturali.it, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche (cfr. l’URL: https://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/siusa/pagina.pl?TipoPag=prodpersona&Chiave=61745&RicSez=produttori&RicFrmRicSemplice=matacotta&RicVM=ricercasemplice; ultima consultazione: 31 gennaio 2024); L. Martellini, Franco Matacotta, Firenze, La nuova Italia, 1981, pp. 5-12. ↑
  2. S. Aleramo, Dal mio diario. 1940-44, Roma, Tumminelli, 1945, p. 22. ↑
  3. Per il rapporto che ebbe con l’Aleramo si veda: G. Armandi, Franco Matacotta: il poeta e l’uomo, in Omaggio a Matacotta, a cura di Luigi Martellini, Fermo, Tipolitografica Fermana, 1982, p. 27; D. Pupilli, Carte fermane: Figure e aspetti della cultura fermana contemporanea, Fermo, Andrea Livi editore, 2021, pp. 173-75; S. Aleramo, Diario di una donna: inediti 1945-1960, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 476; G. Mecozzi, Conoscere il poeta, inserto dedicato a Franco Matacotta, in «Garofano Rosso», anno III, n. 3, 17/11/1977. ↑
  4. D. Campana, Taccuino, a cura di Franco Matacotta, Fermo, Edizioni Amici della Poesia, 1949. ↑
  5. D. Pupilli, Carte fermane: Figure e aspetti della cultura fermana contemporanea, Fermo, Andrea Livi editore, 2021, p. 173. ↑
  6. S. Aleramo, Diario di una donna: inediti 1945-1960, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 27. ↑
  7. S. Aleramo, Dal mio diario 1940-1944, op. cit., p. 320. ↑
  8. S. Aleramo, Diario di una donna: inediti 1945-1960, op. cit., p. 236. ↑
  9. S. Aleramo, Una donna, Roma, La Biblioteca di Repubblica, 2003, p. 110. ↑
  10. F. Matacotta, Poemetti (1936-1940), Roma, Edizioni di Prospettive, 1941. ↑
  11. Sui suoi primi poemetti si veda G. Manacorda, I due modi della parola di Matacotta, in Omaggio a Matacotta, a cura di Luigi Martellini, Fermo, Tipolitografica Fermana, 1982, p. 11. ↑
  12. Per tutto ciò che riguarda Matacotta durante la guerra e nel periodo postbellico sino agli inizi degli anni Cinquanta, si veda C. Verducci, Franco Matacotta testimone del suo tempo, in Franco Matacotta poeta dell’impegno civile e politico, Fermo, Andrea Livi editore, 2018, pp. 7-15. ↑
  13. F. Matacotta, Fisarmonica rossa, Roma-Milano, Darsena, 1945. Questa fu una delle prime opere pubblicate in Italia che andò a raccontare e mitizzare l’epopea della Resistenza. ↑
  14. Per il giudizio su Fisarmonica rossa ci si rifà a quelli recentissimi di Luzi e Pupilli, mentre Valentini in un primo momento non accolse l’opera entusiasticamente. Parlando dell’evoluzione poetica di Matacotta, esprime un giudizio molto favorevole sull’opera anche Manacorda in Introduzione a F. Matacotta, La lepre bianca, Ancona, Il lavoro editoriale, 1999, p. 5. ↑
  15. C. Verducci, Franco Matacotta testimone del suo tempo, op. cit., p. 7; F. Cavatassi, Comunisti nel dopoguerra. Memorie e biografie dei militanti del Piceno, in «I quaderni. Trimestrale dell’Istituto Gramsci Marche», n. 15/16, 1996, p. 70. ↑
  16. Come anticipato, Alvaro Valentini inizialmente fu un po’ titubante, ma riconsiderò la raccolta negli anni successivi. ↑
  17. F. De Nicola, Prefazione a F. Matacotta, Poemetti, Milano, Viennepierre, 1998, p. 10. ↑
  18. A. Luzi, Introduzione a F. Matacotta, La lepre bianca, a cura di A. Luzi, Milano, Feltrinelli, 1982, p. 24. ↑
  19. F. Fortini, Introduzione a F. Matacotta, La peste di Milano e altri poemetti, Ancona, L’Astrogallo, 1975, p. 10. ↑
  20. Tale giudizio è presente in due lettere inedite di Alvaro Valentini, una del febbraio del 1946 e una del luglio 1948, entrambe conservate presso l’Archivio del fondo Valentini della Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo, faldone n. 51. ↑
  21. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta, in Franco Matacotta, Atti del convegno di studi di Bergamo 1987, a cura di G. Morelli, Bergamo, Cooperativa Studium Bergomense, 1987, p. 72. ↑
  22. Ivi, p. 71. ↑
  23. M. Petrucciani, Leopardi nelle poetiche e nei poeti dell’ultimo trentennio, in Leopardi e il Novecento. Atti del II convegno internazionale di Studi Leopardiani, Recanati 2-3 ottobre 1972, Firenze, Olschki, 1974, p. 174. ↑
  24. Egli riporta tali osservazioni non solo negli Atti del convegno ma anche in M. Petrucciani, Segnali e archetipi della poesia: studi di letteratura contemporanea, Milano, Mursia, 1974, p. 32. ↑
  25. M. Petrucciani, Leopardi nelle poetiche e nei poeti dell’ultimo trentennio cit., p. 174. ↑
  26. G. Leopardi, Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, Firenze, F. Le Monnier, 1848. ↑
  27. F. Matacotta, La lepre bianca, a cura di A. Luzi, op. cit., p. 176. ↑
  28. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta, op. cit., p. 71. ↑
  29. Ivi, pp. 72-73. ↑
  30. A. Mastropasqua, Franco Matacotta, in Dizionario Biografico degli Italiani, op. cit. ↑
  31. Ibidem. ↑
  32. F. Matacotta, Ubbidiamo alla terra, Rieti-Roma, Edizioni del Girasole, 1949. ↑
  33. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 75. ↑
  34. F. Matacotta, Canzoniere di libertà, Roma, La nuova strada, 1953. ↑
  35. F. Matacotta, I mesi, con prefazione di F. Flora, Milano, Schwarz, 1956. ↑
  36. F. Matacotta, Versi copernicani, Firenze, Vallecchi, 1957. ↑
  37. A. Mastropasqua, Franco Matacotta, in Dizionario Biografico degli Italiani cit. ↑
  38. Il Regio istituto tecnico industriale di Fermo sorse nel 1854 come Opera pia grazie a un lascito testamentario del conte Gerolamo Montani. L’Opera pia immediatamente dopo l’Unità si trasformò in scuola di Arti e Mestieri per le Marche grazie all’interessamento del sindaco di Fermo Ignazio Trevisani e dell’architetto Giovanbattista Carducci. Nel 1863, per portare la scuola a livelli d’avanguardia in campo nazionale nell’ambito dell’istruzione tecnica, fu chiamato a dirigerla l’ingegnere Ippolito Langlois, proveniente dal Conservatoire national des arts et métiers di Parigi e allievo di Arthur Morin. Egli trapiantò a Fermo i metodi delle “Écoles d’Arts et Métiers” francesi e nel 1884 trasformò la scuola in Regio istituto industriale. Tra i docenti illustri dell’istituto si ricordano il fisico Giovanni Giorgi a cui si deve un progetto di nuove Officine, in realtà mai realizzate, e il matematico Ciamberlini. Si veda: ITI Montani, Fermo – 150: Scuola tecnica & società moderna, catalogo a cura di Guglielmina Rogante; testi di Bruno Belhoste et al.; contributi alla sezione strumenti di Luigi Angelici et al.; con la collaborazione di Giuseppe Calcinaro, Fermo, Comune di Fermo, 2004. ↑
  39. A. Mastropasqua, Franco Matacotta, in Dizionario Biografico degli Italiani cit.; C. Verducci, Franco Matacotta, op. cit., p. 14. ↑
  40. Sul rapporto con l’insegnamento al Montani e gli altri intellettuali presenti nella scuola si veda: G. Rogante, Franco Matacotta al Montani: una discussione sull’insegnare la lingua italiana, in Franco Matacotta poeta dell’impegno civile e politico, Fermo, op. cit., pp. 39-49. ↑
  41. Massimo fu ritrovato impiccato: non si è mai chiarito se fosse stato un suicidio o un gioco finito in tragedia. ↑
  42. C. Verducci, Franco Matacotta, op. cit., p. 14; M. Temperini, Tra la perduta gente: il giovane Matacotta a Fermo, in Franco Matacotta poeta dell’impegno civile e politico, op. cit., pp. 17- 21. Tra la gente fermana che visse quell’epoca, il suicidio/incidente del figlio di Matacotta fu sempre visto come una mancanza della figura paterna, poco presente. ↑
  43. F. Fortini, Introduzione a F. Matacotta, La peste di Milano e altri poemetti, Ancona, L’ Astrogallo, 1975, p. 10. ↑
  44. A. Mastropasqua, Franco Matacotta, in Dizionario Biografico degli Italiani cit.; C. Verducci, Franco Matacotta cit., pp. 13-15. ↑
  45. A. Mastropasqua, Franco Matacotta, in Dizionario Biografico degli Italiani cit. ↑
  46. F. Fortini, Introduzione cit., p. 9. ↑
  47. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione, in Franco Matacotta. Atti del convegno di studi, op. cit., p. 19. ↑
  48. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica, in Franco Matacotta. Atti del convegno di studi, op. cit., pp. 51-70. ↑
  49. Ivi, p. 51. ↑
  50. F. Matacotta, Fisarmonica rossa, Urbino, 4 venti, 1980, pp. 47-48. ↑
  51. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 51: cfr. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 78. ↑
  52. F. Matacotta, La lepre bianca, op. cit., p. 101. ↑
  53. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 52. ↑
  54. Archivio di Emma Marini Matacotta: F. Matacotta, Confessione di un figlio della vecchia Europa, romanzo inedito, p. 454. ↑
  55. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., pp. 52, 56. ↑
  56. C. Verducci, Franco Matacotta cit., p. 18. ↑
  57. L. Spurio, Un corpo pieno di mosche, morte e cecità. Il partigiano annientato in Fisarmonica rossadi Franco Matacotta, in Blog di Letteratura e Cultura, 27/01/2016, https://blogletteratura.com/2016/01/27/il-partigiano-annientato-in-fisarmonica-rossa-di-franco-matacotta-a-cura-di-lorenzo-spurio/ (ultima consultazione: 31 gennaio 2024). ↑
  58. F. Matacotta, Fisarmonica rossa, op. cit., p. 41. ↑
  59. L. Spurio, Un corpo pieno di mosche, morte e cecità. Il partigiano annientato in Fisarmonica rossadi Franco Matacotta, art. cit. ↑
  60. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 14. ↑
  61. L. Spurio, Un corpo pieno di mosche, morte e cecità. Il partigiano annientato in Fisarmonica rossadi Franco Matacotta, art. cit. ↑
  62. Archivio di Emma Marini Matacotta: F. Matacotta, Confessione di un figlio della vecchia Europa, romanzo inedito, p. 471. ↑
  63. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 54. ↑
  64. Ibidem; cfr. anche A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 78. ↑
  65. Ibidem. ↑
  66. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 55; L. Mattner, L’espressionismo, Bari, Laterza, 1975, pp. 28-29. ↑
  67. Archivio famiglia Matacotta: F. Matacotta, Passeggiata romana, inedito, pp. 5-6. ↑
  68. L. Mattner, L’espressionismo, op. cit., p. 43. ↑
  69. Ivi, p. 46. ↑
  70. F. Matacotta, Fisarmonica rossa, op. cit., p. 16. ↑
  71. Ivi, pp. 21-22. ↑
  72. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 56. ↑
  73. Ibidem; sul fallimento del santo si veda anche A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 79. ↑
  74. L. Dolfi, Il suono della fisarmonica cit., p. 57. ↑
  75. In particolare: A. Luzi, Introduzione a F. Matacotta, La lepre bianca, op. cit. e A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., pp. 18-20. ↑
  76. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 19. ↑
  77. Archivio di Emma Marini Matacotta: F. Matacotta, Confessione di un figlio della vecchia Europa, romanzo inedito cit., p. 28. ↑
  78. Cfr. R. Renzi, Acruto Vitali: dalla poesia alla pittura, in «Letteratura e Pensiero», n. 16, aprile-giugno 2023, pp. 231-36. ↑
  79. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 20; S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta, in Franco Matacotta. Atti del convegno di studi, op. cit., pp. 37-50. ↑
  80. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione, op. cit., p. 20. ↑
  81. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 82. ↑
  82. S. Aleramo, Dal mio diario 1940-1944, op. cit., p. 321. ↑
  83. Ibidem. ↑
  84. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 20. ↑
  85. F. Matacotta, Poemetti, Roma, Edizioni di Prospettive, 1941. Raccoglie le liriche che vanno dal 1936 al 1940. ↑
  86. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., pp. 20-21. ↑
  87. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit. ↑
  88. F. Matacotta, Poemetti, op. cit. ↑
  89. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 37. ↑
  90. Ibidem. Valéry esercitò una profonda suggestione al tempo dei Poemetti. Scrisse Matacotta nel romanzo inedito Le confessioni di un figlio della vecchia Europa: «Ero ormai incatenato in questa foresta di simboli nella quale Bella (l’Aleramo) aveva avuto l’astuzia di affidarmi la parte di protagonista. Ero come l’organizzatore di quella vasta officina di sensazioni fisiche, quasi avessi avuto dalla mia epoca il compito di raccogliere e registrare in un archivio tutte le emozioni spirituali e casuali di una generazione in sfacelo già prossima a perire. Cimitero marino, è questo il titolo più appropriato di quella nostra rappresentazione caprese? Leggevamo allora Valéry. Mi estasiavo dinanzi al Fragment du Narcisse. Bevevo quella luce grigiodorata dei versi di Charmes simile alla luce d’autunno delle epigrafi tombali. Il medesimo freddo luccicore dei pini il medesimo ronzio di api e vespe, mentre la Jeune Parque mi chiamava diritta sulle soglie del secolo ventesimo scaldando al sole il suo funebre sesso divoratore come un ultimo esemplare di umanità femminile gravida di 100 anni di esperienze e vittorie senza più segreti da offrire». ↑
  91. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 23; cfr. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 37. ↑
  92. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 22. ↑
  93. Questo appunto si trova su un foglietto sciolto dell’Archivio di Emma Marini Matacotta. ↑
  94. S. Aleramo, Un amore insolito, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 36. ↑
  95. Ivi, pp. 36-38. ↑
  96. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 38. Cfr. anche: «Io vissi come per un mirabile delirio in zone abitate dall’acqua dai raggi delle rupi e del fuoco, simile a un vagante uccello», tratto da un foglio sciolto dell’Archivio di Emma Marini Matacotta. ↑
  97. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 3. ↑
  98. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 25; cfr. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 39. ↑
  99. Anche a un critico fine come Jacobbi, che ebbe sempre grande simpatia per Matacotta, sfuggì completamente tale elemento. ↑
  100. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 24. ↑
  101. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 16. ↑
  102. Ivi, p. 39. ↑
  103. Ivi, p. 31. ↑
  104. Per le leggende dei monti sibillini e il folklore rurale a esse legato si rimanda agli studi di Diego Mecenero, esperto di francescanesimo e folklore nel sud delle Marche. ↑
  105. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 40. Cfr. per Fisarmonica rossa L. Spurio, Un corpo pieno di mosche, morte e cecità. Il partigiano annientato in Fisarmonica rossa di Franco Matacotta, op. cit. ↑
  106. F. Matacotta, La lepre bianca, Roma, Nuove edizioni italiane, 1946, p. 12. ↑
  107. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 19. ↑
  108. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 40; cfr. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 82. ↑
  109. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 38. ↑
  110. Ivi, p. 19. ↑
  111. Ivi, p. 50. ↑
  112. Ivi, p. 59. ↑
  113. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., p. 41. ↑
  114. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., pp. 51, 59, 63. ↑
  115. S. Verdino, Immagini e archetipi nei Poemetti di Matacotta cit., pp. 41-42. ↑
  116. Ivi, p. 42; cfr. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 24. ↑
  117. F. Matacotta, Poemetti, op. cit., p. 43. ↑
  118. Ivi, p. 63. ↑
  119. F. Matacotta, Naialuna, Fermo, Amici della Poesia, 1948. ↑
  120. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 83; cfr. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 27. ↑
  121. A. Valentini, La poesia di Franco Matacotta, in «Piceno», II, 2 dicembre 1978, pp. 7-29. ↑
  122. All’interno c’è un frammento tradotto del Paradiso perduto di Milton. Cfr. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 28. ↑
  123. Richiamo del bambino Milis. ↑
  124. A. Valentini, La poesia di Franco Matacotta, art. cit. Cfr. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 28. ↑
  125. A. Valentini, Il Leopardismo di Franco Matacotta cit., p. 86; A. Valentini, La poesia di Franco Matacotta cit., p. 12; cfr. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 28. ↑
  126. F. Matacotta, Ubbidiamo alla terra, Roma, Edizioni del Girasole, 1949. ↑
  127. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., pp. 28-29. Come riportato da Luzi, il naturalismo misterico pascoliano è costantemente filtrato dall’accordo tra natura e cultura leopardiano. ↑
  128. «Perché ti chiamo?»; «Per chi risplendi tu, fuoco del sole?»; «Per chi brilli, fiore?»; «Per chi sei fatto sole?»; «Per chi sospiri tu, vetro di voce? Questo mare di sangue, perché sole?»: F. Matacotta, Ubbidiamo cit., rispettivamente alle pp. 6; 9; 13; 35; 41; 45; 52. ↑
  129. F. Matacotta, Canzoniere di libertà, Roma, La nuova strada, 1953. ↑
  130. A. Luzi, La poetica di Franco Matacotta tra ribellione e tradizione cit., p. 29 ↑
  131. R. Renzi, Acruto Vitali: dalla poesia alla pittura, art. cit. ↑
  132. R. Renzi, Nota critica su Osvaldo Licini, in «Avanguardia rivista di letteratura contemporanea», n. 77, 2022. ↑
  133. R. Renzi, Osvaldo Licini: la sua terra, la malinconia e la follia, in «Progetto Babele», 17/09/2023. ↑
  134. A. Luzi, Gino Nibbi: Lettere dall’Australia. Uno scrittore marchigiano tra emigrazione e nomadismo, in Le Marche fuori dalle Marche: migrazioni interne ed emigrazioni all’estero tra 18° e 20° secolo. Atti del Convegno internazionale organizzato dall’Istituto di storia economica e sociologia dell’Università di Ancona: Fabriano 20 e 21, Fermo 21 e 22 marzo 1997, a cura di E. Sori, voll. 3, Ancona, Proposte e ricerche, 1998, pp. 940-54. ↑
  135. O. Rossi, L’immaginario architettonico di Elio L. Quintili, L’Aquila, Angelus novus, 1993. ↑
  136. Sul contesto culturale fermano di quegli anni si veda: D. Pupilli, Fermo è piccola, antica città, in Carte Fermane, Fermo, Andrea Livi editore, 1992, pp. 17-38. ↑
  137. A. Luzi, Un cenacolo di politica e cultura in provincia, in «Quaderni Gramsci Marche», 22/23, 1997, pp. 49-66. ↑
  138. Il giudizio presente fu poi in parte pubblicato in A. Valentini, Franco Matacotta: La peste di Milano e altri poemetti, in «Rapporti», n. 9, 1976, pp. 731-34. ↑
  139. Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo, Fondo Valentini, Archivio Valentini, faldone 36. ↑
  140. Le tre lettere sono nell’Archivio Ciliberti della Biblioteca di Como, lettere del 1°, 8 e 30 aprile 1942. Ringrazio i colleghi della Biblioteca di Como che mi hanno inoltrato le digitalizzazioni. ↑
  141. Archivio Ciliberti della Biblioteca di Como, lettera del 30 aprile 1942. ↑
  142. Archivio di Emma Marini Matacotta: F. Matacotta, Confessione di un figlio della vecchia Europa, romanzo inedito cit. ↑
  143. Ivi, p. 24. ↑
  144. La rivista nasce nel 1888 con il titolo «Eco degli antichi alunni», cambia diversi nomi nel corso della sua storia, nel 1940 si interrompe per mancanza di carta e nel 1949 ricomincia a essere stampata. ↑
  145. G. Rogante, Franco Matacotta al Montani, in Franco Matacotta poeta dell’impegno civile e politico, a cura di C. Verducci, op. cit., p. 43. ↑
  146. F. Matacotta, Lettera aperta al Prof. Botturi, in «Il Montani», n. 9, dicembre 1949. Gli studenti scrivono “l’ectio” al posto di “lectio” o “la rida” al posto dell’“arida”. ↑
  147. F. Matacotta, Lettera aperta al Prof. Botturi cit. ↑
  148. Ibidem. ↑
  149. Ibidem. ↑
  150. Archivio di Emma Marini Matacotta: F. Matacotta, Confessioni di un figlio della vecchia Europa, inedito cit., pp. 28-32. ↑
  151. Istruttore direttivo presso la Biblioteca civica “Romolo Spezioli” di Fermo. ↑

(fasc. 51, 15 marzo 2024, vol. II)

Leggere Tozzi a scuola: una proposta metodologica per “La matta”

Author di Damiano D'Ascenzi

In un suo intervento del 2018[1] Silvia Tatti ha individuato alcune domande che sarebbe consigliabile orientassero, a scuola, la fruizione dei testi narrativi: in che modo l’autore evidenzia la pressione delle dinamiche collettive sulle vite dei singoli; attraverso quali risorse stilistiche viene condensata l’esemplarità dell’esperienza dei personaggi; se e come l’opera rappresenta il conflitto tra ragione e follia, ferinità e umanità; se e come l’autore affronta la condizione delle minoranze di ieri e di oggi. Continua a leggere Leggere Tozzi a scuola: una proposta metodologica per “La matta”

(fasc. 36, 25 dicembre 2020)

• categoria: Categories Strumenti

Edgar Lee Masters (1868-1950): avvocato di professione, poeta per vocazione

Author di Francesco Gualini

Una giovinezza inquieta

Un genio, un plagiatore, il più grande poeta che l’America abbia mai avuto dopo Whitman, un pornografo[1]. Uno stile semplice e dignitoso, un verseggiare rozzo e poco musicale. Colui che ha rifondato la poesia americana, colui che è solo il continuatore di una certa letteratura “di villaggio”[2]: Continua a leggere Edgar Lee Masters (1868-1950): avvocato di professione, poeta per vocazione

(fasc. 35, 11 novembre 2020)

• categoria: Categories Profili

Osservazioni su tema del doppio in “Conversazione su Tiresia”

Author di Sabrina Borchetta

Tiresia, il mantis tebano

In un’intervista rilasciata al «Corriere della Sera»[1], Camilleri afferma che nella figura di Tiresia, protagonista del monologo teatrale Conversazione su Tiresia (recitato dallo stesso autore al teatro greco di Siracusa nel mese di giugno 2018), ha colto l’essenza della doppiezza, non dell’ambiguità: Tiresia è doppio perché «è stato compiutamente sia uomo, sia donna»[2]. Il riferimento più immediato riconduce indubbiamente alla tradizione mitografica grecolatina sull’indovino tebano[3], che segue tre linee principali: la chiaroveggenza come compensazione della cecità inflittagli dalla dea Atena (o da Era, secondo un’altra tradizione); l’eccezionale longevità donatagli da Zeus, con la possibilità di vivere sette vite non consecutive; il duplice cambio di sesso, da uomo a donna e viceversa, come effetto della visione, sul monte Citerone, dell’accoppiamento tra due serpenti[4]. Continua a leggere Osservazioni su tema del doppio in “Conversazione su Tiresia”

(fasc. 34, 25 agosto 2020)

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Una vita avvolta nelle parole: un breve profilo di Elsa Morante

Author di Ebru Sarikaya

Elsa Morante nasce a Roma il 18 agosto 1912, anche se in alcune opere e (rarissime) autobiografie l’anno della nascita risulta ora 1915 ora 1916 o 1918. La motivazione sottesa a tale incongruenza si può cogliere nelle parole della Morante in una bozza autografa risalente al 1959-1960:

Il primo favore che devo chiedere ai miei biografi (e nella presente occasione, dunque, a me stessa) è di non citare la mia data di nascita. Non perché io preferisca, per me, un’età, invece di un’altra; ma perché, invece, a me piacerebbe di essere senza età1.

Continua a leggere Una vita avvolta nelle parole: un breve profilo di Elsa Morante

(fasc. 24, 25 dicembre 2018)

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