«La sua lunghissima nota finale non si era mai interrotta». La musica nell’opera teorica e narrativa di Umberto Eco

Author di Christian D’Agata

Abstract: Appassionato soprattutto di musica classica e jazz, suonatore di flauto dolce, Umberto Eco ha costellato la sua intera opera di riflessioni sparse sulla musica, sin dalla sua tesi di laurea, Il problema estetico in Tommaso d’Aquino, e per tutto il corso della sua carriera. Il contributo si occupa di analizzare sia il versante della produzione echiana legato alla teoria sia la presenza del discorso musicale all’interno dell’opera narrativa, con una particolare attenzione alle diverse funzioni che la musica assume. Si ricostruisce inoltre la vicenda biografica di Eco: l’amore per il flauto, l’incontro con Luciano Berio, fondamentale per Opera aperta, fino alla breve esperienza cantautoriale che lo vede comporre alcune canzoni sui generis, prima con l’amico d’infanzia Gianni Coscia e poi per il collettivo musicale Cantacronache. L’ambito narrativo viene invece analizzato a partire dal lemma musica, per individuare diversi tipi di discorso: erotico, memoriale, suggestivo ed epifanico. In un excursus che va dai canti liturgici del Nome della rosa fino all’intensa emozione provata da Maia ascoltando la Settima di Beethoven in Numero zero, vengono così discussi alcuni tasselli fondamentali dell’immaginario echiano.

Abstract: Particularly passionate about classical music and jazz, and a recorder player himself, Umberto Eco scattered his entire body of work with reflections on music, starting from his dissertation, Il problema estetico in Tommaso d’Aquino, and continuing throughout his career. This contribution aims to analyze both the theoretical side of Eco’s production and the presence of musical discourse within his narrative works, with particular attention to the various functions that music assumes. It also reconstructs Eco’s biographical relationship with music: his love for the flute, his encounter with Luciano Berio – which was fundamental for Opera aperta – and even his brief experience as a singer-songwriter, during which he composed a few unconventional songs, first with his childhood friend Gianni Coscia and later for the musical collective Cantacronache. The narrative sphere is analyzed starting from the lemma “music”, in order to identify different types of discourse: erotic, memorial, suggestive, epiphanic. In an excursus ranging from the liturgical chants in Il nome della rosa to the intense emotion felt by Maia while listening to Beethoven’s Seventh Symphony in Numero Zero, some key elements of Eco’s musical imaginary are thus discussed.

La radio a tarda sera

modula con malinconia

frasi di nostalgia

da una stazion straniera

(U. Eco)

Eco musicista, cantautore e teorico

«Così, alla base di ogni bellezza, in quanto vi è proporzione, vi è una sorta di musicalità»[1]. In poche parole, Umberto Eco riassumeva così l’intera estetica medievale sub specie musicae nella tesi di laurea dedicata a Tommaso d’Aquino, primo passo di un percorso che avrebbe visto svilupparsi lungo tutta la sua opera, sia nei saggi che nei romanzi, discussioni sulla musica classica, citazioni a “canzonette” pop, riflessioni sull’opera aperta. È lo stesso Eco nella sua Autobiografia intellettuale a dare le coordinate di questa sua passione, divenuta interesse teorico:

Per spiegare la nascita di Opera aperta (1962) devo fare un passo indietro e tornare ai quattro anni che ho passato lavorando per la televisione. All’epoca l’ultimo piano del palazzo della radio e della televisione ospitava il laboratorio di fonologia musicale diretto da grandi musicisti come Luciano Berio e Bruno Maderna, che condussero i primi esperimenti di musica elettronica. Il laboratorio era frequentato da musicisti come Boulez, Stockhausen e Pousseur e l’incontro con i problemi, le pratiche e le teorie della musica post-Webern fu per me fondamentale, anche perché quei musicisti erano interessati al rapporto tra la nuova musica e la linguistica. Fu attraverso Berio che incontrai poi Roland Barthes e Roman Jakobson, e fu sulla rivista di Berio, Incontri musicali, che uscirono le discussioni tra un linguista strutturalista come Nicholas Ruwet e un musicista come Pousseur e cominciai a pubblicare i primi saggi del libro che nel 1962 sarebbe diventato Opera aperta[2].

Se questa è certamente l’esperienza decisiva, la passione echiana per la musica viene da molto più lontano. Il primo incontro con uno strumento è a undici o dodici anni, l’occasione – che verrà raccontata, trasfigurata, nel Pendolo di Foucault[3]è offerta dall’ingresso di Eco nella banda dell’oratorio per cui comincia a suonare il flicorno contralto e poi la cornetta in si bemolle. La ricerca di uno strumento però non si esaurisce qui: negli anni successivi acquista un’ocarina, prende lezioni di pianoforte, studia il violoncello, perfino il mandolino, finché verso i vent’anni non inizia a studiare il flauto dolce, lo strumento che lo accompagnerà per tutta la vita[4].

In quegli stessi anni, e più precisamente negli anni del liceo Plana, conosce una delle figure più importanti per la sua formazione musicale, il futuro fisarmonicista Gianni Coscia. Dal loro sodalizio nascono, un po’ per gioco, due canzoni: Coscia scrive la base, mentre Eco aggiunge le parole. La prima, intitolata Interludio, è frutto dell’improvvisazione di un momento; al primo ascolto Eco scrive d’impulso: «Stagnare calmo di armonie sopite, rivelato nel cheto meriggiare, dolce incarnarsi di fantasmi in suoni…»[5]. Poco dopo, i due, diciassettenni, compongono una vera e propria canzone, il cui testo è stavolta frutto di una maggiore elaborazione: «La radio a tarda sera / modula con malinconia / frasi di nostalgia / da una stazion straniera. / Il peso di un giorno passato / porta visioni assorte / fatte di cose morte / fatte di non so che. / E suona ancora / e s’abbandona allora / nessuno sa / che cosa vuol svelar. / E dice senza alcun timore / quello che ha nel cuore / la radio solamente allor. / È una canzone / che non si ascolta più, / è un preludiar / che accenna ciò che fu / da una stazion straniera va / la melodia che sa, / a tarda sera / il cuor tocca»[6]. Scritta con uno stile semplice, piena di apocopi, con un lessico piano, sembra mettere in scena un ricordo riconducibile alla guerra («visioni assorte fatte di cose morte») con l’ascolto della «stazion straniera», Radio Londra, che comporta nel fruitore una certa dose di nostalgia e malinconia. Episodio che verrà ricordato circa cinquant’anni dopo nella Misteriosa fiamma della Regina Loana, dove Gianni Laivelli, alter ego di Gianni Coscia[7], cita la nostalgia per quelle sere in cui s’ascoltava Radio Londra[8]. Come vedremo, questa non sarà l’unica esperienza di Eco come cantautore ma, dopo l’esperienza giovanile, la maturità musicale arriverà con la tesi e soprattutto, come detto, con il laboratorio di fonologia musicale.

Incontri musicali: Eco, Berio e Cantacronache

Tra tutti, chi maggiormente influenza Eco nella sua riflessione musicale è Luciano Berio. Tra le figure più importanti del suo tempo, collabora non soltanto con l’alessandrino, ma anche con Calvino e Sanguineti. Di loro in un’intervista dirà: «[Calvino] Non era molto musicale, andava raramente ai concerti, era stonato e la musica suscitava in lui un po’ d’interesse solo quando c’erano parole da capire. Era cioè l’esatto contrario di altri due amici miei e compagni di scoperte musicali come Edoardo Sanguineti, che è capace di vivere profondamente, nella sua totalità, l’esperienza musicale, o come Umberto Eco, che suona uno strumento e va addirittura a Bayreuth»[9]. Del rapporto tra Eco e Berio si è detto molto[10], ma certamente l’aspetto più rilevante – oltre alla produzione di una trasmissione radiofonica intitolata Omaggio a Joyce. Documenti sulla qualità onomatopeica del linguaggio poetico (Rai, 1958) da cui prenderà le mosse la nota opera elettronica Thema (Omaggio a Joyce) – riguarda l’elaborazione del concetto di opera aperta[11] che ha origine proprio dallo studio dell’opera di Berio (assieme a quelle di Boulez, Stockhausen e Pousseur):

Tra le recenti produzioni di musica strumentale possiamo notare alcune composizioni contrassegnate da una caratteristica comune: la particolare autonomia esecutiva concessa all’interprete, il quale non è soltanto libero di intendere secondo la propria sensibilità le indicazioni del compositore (come avviene per la musica tradizionale), ma deve addirittura intervenire sulla forma della composizione, spesso determinando la durata delle note o la successione dei suoni in un atto di improvvisazione creativa. Citiamo alcuni esempi tra i più noti: […] Nella Sequenza per flauto solo di Luciano Berio, l’interprete ha di fronte una parte che gli propone un tessuto musicale dove la successione dei suoni e l’intensità sono date, mentre la durata di ciascuna nota dipende dal valore che l’esecutore vorrà conferirle nel contesto delle costanti quantità di spazio[12].

Interessante notare come negli anni successivi Berio si opporrà alla concezione “aperta” della propria Sequenza per flauto solo adducendo la flessibilità accordata all’esecutore alla difficoltà del pezzo, immaginando di scriverne una versione in notazione ritmica più “chiusa”[13]. Ciononostante, l’opera di Berio rimane fondamentale per la genesi di Opera aperta, un passaggio fondamentale nel pensiero echiano che a quell’altezza, siamo agli albori degli anni Sessanta, è già proiettato verso l’analisi della cultura di massa. Eco sta infatti contemporaneamente percorrendo un’altra strada, la collaborazione con Cantacronache[14] per lo sviluppo di una musica leggera diversa.

Si tratta di un collettivo musicale, attivo tra il 1958 e il 1962, che si occupa di contrastare e rinnovare la “canzonetta” italiana, intesa brechtianamente come ‘musica gastronomica’ («un prodotto industriale che non persegue alcuna intenzione d’arte, bensì il soddisfacimento delle richieste del mercato»[15]). Da questa collaborazione nascono tre canzoni: Canzone della Piazza d’Armi, Tuppe tuppe Colonnello e Ventiquattro megatoni[16]. Si tratta di parodie, come nel caso di Ventiquattro megatoni che riscrive Ventiquattromila baci di Adriano Celentano per denunciare il rischio atomico, simile per intenzioni alla fiaba La bomba e il generale che verrà pubblicata da Eco nel 1966 con le illustrazioni di Eugenio Carmi[17]. In questa seconda fase, culminata con Apocalittici e integrati, Eco ritorna alla Tradizione per rinnovarla dall’interno, operazione non dissimile a quella che tenterà con Ritorno dell’Intreccio, titolo dell’Almanacco Bompiani 1972[18], e poi, qualche anno più tardi, con Il nome della rosa. Questo perché l’esperienza del Cantacronache – nella riflessione di Eco posta all’inizio del volume Le canzoni della cattiva coscienza e poi confluita in Apocalittici e integrati – non si esaurisce nella critica feroce della musica di consumo a favore di una musica sperimentale o colta, ma tematizza il ruolo della canzone leggera reale, senza stigmatizzare la tendenza all’evasione[19]. Per Eco – in parziale controtendenza rispetto alle posizioni ufficiali degli animatori di Cantacronache – non si deve mettere in discussione tout court l’evasione episodica ma il fatto che essa è la norma, criticando la mancanza di alternativa e l’omogeneizzazione del gusto. Questo atteggiamento, né apocalittico né integrato, è emblematico ad esempio nell’analisi del mito di Rita Pavone: Eco, infatti, le riconosce la capacità di rappresentare un’intera generazione, ma contestualmente evidenzia i difetti della sua proposta musicale nella destoricizzazione, standardizzazione ritmica e banalizzazione, come nel caso di Datemi un martello, ispirata alla ben più politica If I had hammer di Pete Seeger[20].

Gli interessi echiani, in senso lato musicali, però non si esauriscono qui. Negli stessi anni scrive per la radio alcune interviste impossibili[21] e compone un raccontino fantascientifico in cui immagina alcuni filologi del futuro scambiare i testi delle “canzonette” per letteratura “alta”[22]; ma il contributo più importante arriverà con Il codice del mondo, relazione d’apertura del XIV congresso della Società Internazionale di Musicologia (1987)[23].

Riprendendo una riflessione che va da Pitagora e Boezio fino alla semiotica contemporanea, Eco cerca di dimostrare come la musica sia stata a lungo obliata per l’apparente mancanza di una dimensione semantica. Egli attribuisce tale errore di prospettiva all’uso metaforico della musica da parte dei filosofi come “codice dei codici”. Storicamente, infatti, «ogni sistema, fisico o matematico che fosse – in assenza di un linguaggio matematico sufficientemente articolato – poteva essere espresso nei termini di un metalinguaggio musicale»[24]. A tale prospettiva, già in parte descritta nell’intervista impossibile a Pitagora[25], Eco si oppone fermamente e auspica la nascita di un campo specifico di ricerca di semiotica musicale e un ritorno concreto alla musica, agli ascoltatori reali e agli interpreti. Cosa che in parte realizzerà attraverso la dimensione musicale, concretissima, dei suoi romanzi.

La “musica” nell’opera narrativa

Il lemma “musica” all’interno dell’opera narrativa echiana è presente un numero cospicuo di volte[26]; assente solo nel Nome della rosa, è spesso utilizzato nel suo significato proprio di «arte dei suoni» e in taluni casi anche nel suo aspetto più metaforico come ‘codice del mondo’: si tratta della «musica delle sfere» dell’Universo nel Pendolo e nell’Isola, della «musica del pensiero» della scienza combinatoria della macchina Abulafia e della Temurah di Diotallevi, della «musica di parole» della Signora nell’Isola o della «musica di morte», sempre nell’Isola, in relazione all’ossessione di Roberto per il suono di clessidre e orologi presenti sulla nave. Essa, stricto sensu, può essere «cattiva» o «buona», ma anche «orrenda» (il riferimento è al rock nella Misteriosa fiamma). Sono rappresentati quasi tutti i generi più importanti: «operistica», «leggera» o «melodica», «da camera» o «da concerto», ma soprattutto «classica» e «jazz». Sebbene il «jazz» abbia più occorrenze, la «musica classica» risulta essere maggiormente significativa con riferimenti a diversi compositori, tra cui Liszt, Satie, Bach, Beethoven, Brahms, Chopin, Wagner. Essi vengono spesso nominati in favore di un’intentio citazionista, come ad esempio Rossini nel Cimitero di Praga, in uno dei discorsi antisemiti di cui è costellato il romanzo[27], o come Debussy nel Pendolo, inserito ludicamente nel Piano[28].

All’interno dell’opera narrativa il discorso musicale echiano è, però, molto più stratificato. Si lega di volta in volta al discorso amoroso, al ricordo o all’Occasione e si caratterizza per avere almeno una quadruplice funzione: una funzione erotico-comunicativa (in senso più ampio, non solo sensuale, ma di desiderio dell’Altro) che concepisce la musica come un codice sui generis che permette una forma di comunicazione autentica fra anime gentili; una funzione memoriale, ovvero una variante melodica delle madeleines proustiane; una funzione suggestiva, in quanto serve al narratore per costruire delle attese nei personaggi e nel lettore (attraverso l’ambientazione o l’ascolto di particolari melodie); e infine una funzione epifanica, quando riesce a mettere in contatto il soggetto con un “oltre”, nella rivelazione di un attimo, rendendo possibili esperienze di verità. Analizziamole nel dettaglio.

Il discorso musicale erotico: Numero zero e Baudolino

In Numero zero – una «cosa jazz alla Charlie Parker», diversamente dagli altri romanzi, «delle sinfonie di Mahler, con citazioni»[29] – il discorso musicale è rappresentato da una vera e propria agnizione del protagonista Colonna. Cinquantenne disilluso, si ritrova invischiato nella redazione del quotidiano «Domani», fondato con il solo scopo di far pressione sui centri di potere. In questo contesto di aridità politica ed esistenziale, Colonna conosce la trentenne Maia Fresia, mossa ancora da una forma di idealismo, che, attraverso la sua tensione critico-erotica, dona a Colonna un nuovo sguardo nei confronti del reale – come molte delle figure femminili echiane, tra cui la fanciulla del Nome della rosa, Lia, Paola, Ipazia. L’episodio a cui ci riferiamo si trova nell’ultima parte del romanzo, nel capitolo xvi, e mette in scena plasticamente una dialettica salvifica, tutta improntata sulla musica: «Quella sera Maia aveva messo la Settima di Beethoven e con gli occhi umidi mi raccontava che, sin dall’adolescenza, le veniva da piangere al secondo movimento. […] Non avevo mai pianto sentendo della musica, ma stavo commovendomi sul fatto che lei lo facesse»[30].

Maia inizia, allora, un’invettiva contro alcuni musicisti dimostrando una cultura musicale solida e al contempo un giudizio critico piuttosto indipendente e a tratti sfrontato, dà del «bietolone» a Schumann, del «fracassone» a List, del «margniflone» a Rachmaninov, rei di fare «cattiva musica, tutta roba ad effetto, per far soldi»[31]. Si salvano soltanto Satie e Chopin, e Colonna, ammirato, rivela: «Maia non cessava di stupirmi, anche quando credevo di conoscerla bene. Con lei avrei dunque imparato persino a capire la musica. Almeno, a modo suo»[32].

Al di là del gusto parodico nel contrapporre Rachmaninov, Listz e Schumann a Beethoven, Satie, Chopin con l’uso iperbolico di termini quali «fracassone» o «margniflone», a sorprendere il protagonista non è solo l’arguzia di Maia, ma la capacità di emozionarsi[33] e di capire la musica in un modo tutto suo. Si tratta di un meccanismo ermeneutico originale e d’altronde questa pulsione interpretante non si esaurisce nel discorso musicale, ma giunge fino al nodo centrale del romanzo, con Maia che smonta la visione complottista di Colonna, seguendo le orme della Lia del Pendolo, capace di decostruire il complotto e mostrare la verità dietro il misterioso documento di Casaubon, ovvero un conto della lavandaia[34].

Il discorso musicale erotico di Maia non è certamente un unicum nell’opera echiana in quanto, come dice il narratore dell’Isola del giorno prima, «la musica fomenta gli amori»[35]. Il caso, forse, più esemplare è quello di Baudolino in cui il protagonista eponimo, innamoratosi di Beatrice, giovane moglie di Federico Barbarossa e sua madre adottiva, si rivolge alla musica per rievocare le fattezze di lei, sognarla, desiderarla. L’immaginazione di Baudolino viene, infatti, accesa dal canto di uno dei suoi compagni alla Sorbona, il saraceno Abdul, che «vagheggiava di incontrare la sua principessa lontana»[36]. Quando Abdul canta, Baudolino non vede però la principessa, ma l’immagine di Beatrice: «Baudolino non capiva se era la musica o se erano le parole, ma l’immagine di Beatrice, che gli era subito apparsa mentre udiva quel canto, si sottraeva, sfumando nel nulla, al suo sguardo. Abdul cantava, e mai il suo canto era apparso tanto seducente»[37]. La musica diventa infatti strumento per la memoria e al contempo potenzia il desiderio, soprattutto per l’assenza dell’Altro: «Sui fascini dell’assenza Abdul non cessava di tormentarlo, passando le sere ad accarezzare il suo strumento e cantando altre canzoni, tanto che per gustarle appieno Baudolino aveva ormai appreso anche il provenzale»[38]. Tra le canzoni provenzali di Abdul vi è in particolare Lanquan li jorn son lonc en may[39], che permette di identificarlo agevolmente con Jaufre Rudel, il poeta per eccellenza dell’amor de lonh. Come il suo doppio biografico, il canto, per Abdul, diventa l’unico modo possibile per comunicare la propria ferita, l’assenza, il desiderio impossibile: è allo stesso tempo balsamo e alimento. In lui Baudolino riconosce un fratello d’anima, con cui condividerà il viaggio verso Oriente, alla ricerca impossibile della principessa e della terra del Prete Gianni.

Sempre in Baudolino abbiamo, poi, un’altra scena esemplare della funzione erotica della musica: in una delle ultime tappe del viaggio Baudolino incontra il terzo e ultimo amore della sua vita, Ipazia. Donna e capra insieme, ella richiama l’Ipazia storica, filosofa vissuta a cavallo tra il IV e V secolo d.C., a capo della scuola neoplatonica di Alessandria. La sua natura filosofica comporta uno squilibrio nel rapporto tra lei e Baudolino, simile a quello tra maestra e allievo, con la prima che illustra principi gnostici secondo cui il mondo sarebbe emanazione del Demiurgo, e compito suo e delle sorelle sarebbe quello di “redimere” Dio dall’errore della Creazione attraverso un percorso di purificazione. In questo contesto Baudolino mostra un altro modo di vivere, che ha origine dall’amore, dal desiderio, che depotenzia in qualche modo la visione gnostica di Ipazia, turbando la sua apatia. Ciò avviene, prima ancora che nell’incontro dei corpi, attraverso la parola, i racconti di Baudolino e soprattutto attraverso la musica: «“Come racconti bene, tu. Tutti gli uomini raccontano storie belle come le tue?” No, ammise Baudolino, forse lui ne raccontava più e meglio dei suoi congeneri, ma c’erano tra quelli anche i poeti, che sapevano raccontare meglio ancora. E si mise a cantare una delle canzoni di Abdul. Lei non capiva le parole provenzali ma, come gli abcasii, fu stregata dalla melodia. Ora i suoi occhi erano velati di rugiada»[40].

Nella parola, e ancor di più nel canto, avviene quella forma di comunicazione privilegiata che è possibile solo grazie a quel codice sui generis che è la musica. Così come Maia si commuove con la Settima di Beethoven, Ipazia si emoziona con la canzone di Abdul cantata da Baudolino. Il discorso musicale erotico si fonda, dunque, sulla possibilità che anime gentili possano comunicare attraverso un codice diverso da quello del mero linguaggio. A conferma di ciò citiamo una scena emblematica che vede come protagonista ancora una volta Abdul.

La compagnia di Baudolino sta attraversando la terra degli abcasii, una foresta in cui regna sempre l’oscurità, motivo per cui i suoi abitanti comunicano soltanto con l’udito e l’odorato. In tale contesto, in cui manca un codice condiviso, Abdul è l’unico in grado di comunicare grazie al suo canto: «[gli abcasii] Avevano ascoltato in silenzio il canto di Abdul, poi avevano tentato di rispondere: si udivano cento labbra (erano labbra?) che fischiavano, zufolavano con grazia come merli gentili, ripetendo la melodia suonata da Abdul»[41]. La musica permette allora una comunicazione autentica tra creature estranee e, quando il Poeta prova a canticchiare canzoni licenziose, tipiche delle taverne parigine, gli abcasii si mostrano restii, continuando a intonare la melodia di Abdul, in una forma di critica alla musica kitsch. Con il loro rifiuto stanno, inoltre, esplicitando che la funzione erotica della musica non sta nelle sole parole ma nella sua capacità di esprimere un contatto emotivo, instaurando un dialogo del tutto atipico, sincero e autentico.

Musica e memoria: l’Isola e la Misteriosa fiamma

La funzione comunicativa è poi presente in un passo centrale dell’Isola del giorno prima. Il libro di Eco – «il più musicale» secondo Berio[42] – ha come protagonista Roberto, naufrago su una nave apparentemente deserta, la Daphne. Egli sospetta a un certo punto di non essere l’unico a bordo e diversi episodi lo convincono della presenza di un Intruso: l’ultimo riguarda il suono improvviso di una melodia, una musica per flauto intitolata Doen Daphne d’over schoone Maeght. Roberto va dunque alla ricerca della fonte del suono e trova infine una stanza con un organo automatico. Lo strumento è frutto altissimo dell’ingegno umano e dopo una lunga ricerca Roberto giunge infine al nascondiglio dell’Intruso, un religioso di nome Caspar, unico sopravvissuto della spedizione. In questo senso la melodia diventa segno dell’Intruso e si caratterizza inoltre per una dimensione memoriale; permette infatti a Roberto di ricordare l’incontro con un musico cieco, un profeta che, suonando la medesima melodia, Daphne, «gli toccò il viso e gli disse, o almeno così capì Roberto, che “Daphne” era una cosa dolce, che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita»[43]. Musica, dunque come comunicazione, come incontro, ma che può essere al contempo memoria, perfino profezia.

Se nell’Isola il tema è solo abbozzato, il romanzo che instaura un legame diretto tra musica e memoria è invece La misteriosa fiamma della regina Loana. Romanzo del ricordo, racconta la vicenda di Yambo, librario antiquario, a cui «piacevano le belle donne, il buon vino, la buona musica»[44], «buon competente di musica classica e jazz»[45], che dopo un ictus perde la memoria e inizia un percorso nei propri ricordi per recuperare la propria storia. In primis, la memoria automatica: una mattina si sveglia e mentre fa il caffè inizia a cantare Roma non far la stupida stasera. Così Paola, sua moglie, gli racconta dell’abitudine al canto mattutino, con una particolarità: soltanto canzoni degli anni Cinquanta in poi[46]. Senonché il mattino dopo Yambo inizia a canticchiare una canzone degli anni Quaranta, In cerca di te, che fa così: «Sola me ne vo per la città / passo tra la folla che non sa / che non vede il mio dolore / cercando te, sognando te, che più non ho… // Io tento invano di dimenticar / il primo amore non si può scordar / è scritto un nome, un nome solo in fondo al cuor / ti ho conosciuto ed ora so che sei l’amor, / il vero amor, il grande amor»[47]. Si tratta di una moderna canzone dell’amor de lonh e Yambo si commuove. Ancora una volta la musica smuove l’animo, dà voce al cuore, ma il rimosso che qui cerca di venir fuori è il ricordo di Lila, la fanciulla amata in gioventù da Yambo, morta a diciott’anni, emblema dunque dell’amore impossibile. Tale rimozione porta Yambo a viaggiare per le Langhe, nei luoghi della sua infanzia, con l’intento di indagare gli oggetti rimasti, nella speranza di attivare il ricordo del «tempo perduto». In questa ricerca i dischi di musica classica – assieme alle “canzonette” rappresentano un’ancora di salvezza, un potentissimo motore della memoria. Si tratta di una radio Telefunken, di un grammofono a tromba, di alcuni fogli della rivista «Radiocorriere» e di alcuni dischi («c’erano Mozart e Beethoven, arie d’opera (persino un Caruso) e tanto Chopin, ma anche spartiti di canzoni dell’epoca»[48]). Yambo inizia a ordinare i dischi e a «ripercorrere anno per anno il formarsi della mia coscienza attraverso i suoni che ascoltavo»[49]. Dalle canzonette dai titoli melensi alle «esecuzioni delle orchestre di Cinico Angelini, Pippo Barzizza, Alberto Semprini e Gorni Kramer, su dischi che si chiamavano Fonit, Carisch, La Voce del Padrone»[50], fino agli inni fascisti dell’infanzia. Ma fra tutti il giovane Yambo, in base agli appunti sul «Radiocorriere», sembra preferire la musica da camera e da concerto, fino all’incontro con la poesia: «M’imbatto nell’antologia di quarta ginnasio sui versi di alcuni poeti contemporanei, scopro che ci si può illuminare d’immenso, incontrare il male di vivere, esser trafitti da un raggio di sole»[51]. Musica e poesia, arti sorelle, passaggi fondamentali della Bildung per Yambo, il cui struggimento per Lila è ricondotto in realtà alla lettura adolescenziale del Cyrano. La musica diventa dunque un’arte fra le arti, e la parola si stacca dalla base musicale, si incarna nel romanzo, nella poesia; si incontra con altri media, nei fumetti, per una formazione che lega Yambo al suo autore.

Ambientazione, suggestione, epifania: Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault

Nel Nome della rosa[52] – «un libro che assumeva una struttura da melodramma buffo, con lunghi recitativi, e ampie Arie»[53] – la musica compare invece in modo piuttosto eccentrico rispetto agli altri romanzi, con una funzione soprattutto suggestiva. L’Abbazia e i frati suggeriscono infatti al romanzo un suono molto specifico[54]: si tratta della musica della liturgia, del canto Te Deum, del Sederunt, del Dies Irae, dei salmi, della voce del cantore durante il desinare. In una sorta di tappeto musicale onnipresente, i canti accompagnano le azioni dei personaggi, spesso in funzione di puro background. Si possono però individuare alcuni momenti in cui il discorso musicale non è usato soltanto per scandire il tempo nell’Abbazia, ma acquista un significato proprio. Pensiamo alla decisione dell’Abate di intonare il Sederunt di fronte agli inviati del principe, in modo da ricordare loro «come da secoli il nostro ordine fosse pronto a resistere alla persecuzione dei potenti, grazie al suo privilegiato rapporto col Signore, Dio degli eserciti»[55]. La musica, ancora una volta, come forma di comunicazione, capace secondo Adso di diventare arma politica, fino a trasfigurarsi in una dimensione estetica ed estatica, attraverso una prima nota, una sillaba eterna, quella del Sederunt:

Sulla prima sillaba se iniziò un coro lento e solenne di decine e decine di voci, il cui suono basso riempì le navate e aleggiò sopra le nostre teste, e tuttavia sembrava sorgere dal cuore della terra. Né s’interruppe […] quelle voci parevano dirmi che l’anima (degli oranti e mia che li ascoltavo), non potendo reggere alla esuberanza del sentimento, attraverso di essi si lacerava per esprimere la gioia, il dolore, la lode, l’amore, con slancio di sonorità soavi[56].

Nel prosieguo della scena Adso ci descrive, inoltre, la postura e le modalità del canto, il ruolo degli oranti che osservano i frati in modo che non si addormentino. Questo è utile a preparare uno dei colpi di scena del romanzo: la morte di Malachia nel bel mezzo delle prove. La musica serve a creare un’attesa, a spezzare il ritmo, a preparare la scena prima di una rivelazione.

Anche nel Pendolo ritroviamo una “funzione suggestiva” capace di influenzare le azioni dei personaggi e di proiettare determinate attese sul lettore. Ci riferiamo innanzitutto alla scena della possessione di Amparo, quando Casaubon ricorda: «conoscevo la potenza psicagogica della musica e del rumore, la stessa a cui soggiacciono i nostri febbricitanti del sabato sera nelle discoteche», poco prima che Amparo ne cada vittima[57]. Oppure, ancora, il racconto del rito esoterico presso la villa nel torinese[58], scena dalla forte dimensione onirica[59].

La musica serve anche al narratore per costruire un certo immaginario, come nel caso della tragica morte di Belbo impiccato al pendolo. Il narratore, «sedotto dalla musica e dagli incensi», la descrive così dal punto di vista musicale: dapprima «un rullo di tamburi, e alcune note stridenti di flauti», «i flauti modulavano ora una musica dolce, mentre essi con uguale dolcezza battevano le mani sul suolo e chinavano la testa»; quando infine «la musica assunse toni sempre più acuti, si frantumò in una cacofonia di dissonanze, i tamburi rullarono aritmici»[60]. In un crescendo che prepara l’impiccagione di Belbo al pendolo, il narratore e il lettore sono testimoni della potenza psicagogica della musica.

Musica, epifania e verità nel Pendolo di Foucault

Rimane da indagare un ultimo aspetto centrale nell’opera narrativa echiana, lo squillo della tromba, che acquista una dimensione ermeneutica del tutto originale, epifanica. In realtà, essa ricorre già nel Nome della rosa con i frequenti riferimenti all’Apocalisse, poiché nei suoi squilli, sebbene metaforici, è racchiusa l’intera vicenda[61]. Ma in un senso molto più concreto è protagonista del Pendolo di Foucault, nella scena dell’Occasione, del momento epifanico vissuto da Belbo ragazzo. Questi è infatti innamorato di Cecilia, una ragazzina benestante figlia della benefattrice dei salesiani. L’unico modo che ha per farsi notare è quello di suonare la tromba durante i pochi eventi pubblici ai quali Cecilia è presente, dovendo però accontentarsi, per ragioni interne alla banda, del genis. In questo contesto la guerra entra nel piccolo mondo privato del giovane Belbo. Siamo alla fine di aprile del Quarantacinque e il comando partigiano richiede a Don Tico, il prete che dirige la banda dell’oratorio, una tromba per un funerale solenne. Belbo si offre come volontario e giunge finalmente la sua occasione, suona l’attenti, o meglio un «do-mi-sol-do» con l’ultima nota che si protrae a lungo, per un tempo indefinito, in un momento che si fa eternità:

La sua lunghissima nota finale non si era mai interrotta: impercettibile agli astanti, usciva ancora dalla campana della tromba come un soffio leggero, un refolo d’aria che egli continuava a immettere nell’imboccatura tenendo la lingua tra le labbra appena appena aperte, senza premerle sulla ventosa d’ottone. […] Jacopo continuava a emettere quella illusione di nota perché sentiva che in quel momento egli stava sgomitolando un filo che teneva il sole a freno. L’astro si era bloccato nel suo corso, si era fissato in un mezzogiorno che avrebbe potuto durare una eternità[62].

A raccontare l’episodio è Casaubon, prendendo spunto dagli appunti di Belbo, come atto di commiato per l’amico. Egli rilegge i diari di Belbo per donare loro un senso e mostrarne la verità: alla decostruzione pura del complotto del Piano oppone una fedele ermeneutica degli affetti. E così, analizzando l’episodio della tromba, giunge a dire: «era chiaro che in quel momento – no, non diceva così, ma era chiaro: in quel momento egli stava possedendo Cecilia»[63]; «Unico forse tra i mortali egli stava portando finalmente a termine la Grande Opera»[64]. E così, la musica si conferma possibilità ultima di comunicazione, funzione erotica, espressione di quell’amor de lonh irrealizzabile, e contestualmente si carica di sovrasensi, con Casaubon che giunge a ipotizzare che ciò «significa riparare all’errore del Demiurgo»[65], così come avrebbe dovuto fare Ipazia. Belbo assiste, infatti, a un episodio epifanico[66] di Verità, in un momento «pieno, sfolgorante, generoso come ogni rivelazione», apprendendo infine che «la verità è brevissima (dopo, è solo commento)»[67]. Verità che si sintetizza in quella «lunghissima nota finale [che] non si era mai interrotta», e che offre una nuova sfumatura al discorso musicale echiano: musica come salvezza, incontro con l’Assoluto, atto di riparazione nei confronti dell’errore e del dolore del mondo.

 

  1. U. Eco, Il problema estetico in Tommaso d’Aquino, ora in Id., Scritti sul pensiero medievale, Milano, Bompiani, 2016, p. 435.
  2. U. Eco, Autobiografia intellettuale, in La filosofia di Umberto Eco, a cura di S. G. Beardsworth e R. E. Auxier, ed. it. a cura di A. M. Lorusso, Milano, La nave di Teseo, 2021, p. 18.
  3. Sull’aspetto autobiografico dell’episodio della tromba si veda R. Cotroneo, Eco: due o tre cose che so di lui, Milano, Bompiani, 2001, pp. 58-61.
  4. Per un resoconto dettagliato della formazione musicale di Eco si veda l’intervista rilasciata a Pino Pignatta per il primo numero della rivista musicale «Suonare»: P. Pignatta, Il professore ha voglia di suonare, in «Suonare News», 1, 1995 (disponibile online: https://www.suonare.it/DettaglioRicerca.php?IdNews=3773; ultimo accesso: 15 aprile 2025). Nella medesima intervista, Pignatta introduce Eco con un gustoso ritratto: «È appassionato di musica da quando era ragazzo. Tra i 18 e i 20 anni ha scritto un racconto intitolato Il concerto: la storia di un tale che raduna 40 medium dando a ciascuno il compito di far rivivere uno spirito: Beethoven sul podio, Listz al pianoforte, Paganini al violino. Una volta ha dichiarato che se fosse nato a New Orleans, verso i primi del secolo, avrebbe fatto il jazzista. Ma se oggi non fosse Eco, chi vorrebbe essere? La sua ambizione, sembra impossibile, è fare il “pianista di piano bar”. Intanto alcuni giornali hanno mostrato Eco mentre suona il flauto».
  5. H. Failoni, Gianni Coscia: «Ho messo in musica il romanzo di Umberto Eco», in «Corriere della Sera», 27 giugno 2019, https://www.corriere.it/19_giugno_27/eco-umberto-coscia-gianni-principessa-loana-disco-ecm-2fc481f
    a-983e-11e9-ab34-56b2d57d687f.shtml (ultima consultazione di tutti i link: 15 aprile 2025).
  6. Il testo della canzone è inedito. Un’esibizione completa di Gianni Coscia è presente nel documentario L’Alter Eco per Rai Scuola (2017). La trascrizione è a cura del sottoscritto.
  7. Cfr. H. Failoni, Gianni Coscia: «Ho messo in musica…», op. cit.
  8. U. Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana (2004), Milano, Bompiani, 2016, pp. 167-68. A Radio Londra è inoltre dedicato un intero passo nel capitolo xvi, Fischia il vento.
  9. L. Berio, Scritti sulla musica, a cura di A. I. De Benedectis, Torino, Einaudi, 2013, p. 329.
  10. Cfr. S. Oliva, Eco and Berio between Music and Open Work, in «Rivista di estetica», 76, 2021, pp. 146-61 (https://journals.openedition.org/estetica/7709); S. Oliva, Berio ed Eco sull’(im)possibilità di una narratività musicale, in «RIFL», 2021, pp. 1-9; U. Eco, Eco in ascolto. Intervista di Umberto Eco a Luciano Berio, in Berio, a cura di E. Restagno, Torino, EDT, 1995.
  11. U. Eco, Opera aperta, Milano, Bompiani, 1962. Una nuova edizione è stata pubblicata nel 2023: U. Eco, Opera aperta, nuova edizione con i materiali preparatori dell’autore, a cura di R. Fedriga, Milano, La nave di Teseo, 2023.
  12. U. Eco, Opera aperta, nuova edizione, op. cit., pp. 3-4.
  13. Cfr. L. Berio, Intervista sulla musica, a cura di R. Dalmonte, Roma-Bari, Laterza, 2007.
  14. G. Straniero, C. Rovello, Cantacronache. I cinquant’anni della canzone ribelle, Civitella in Val di Chiana, Zona, 2008; C. Ferrari, Cantacronache 1958-1962: politica e protesta in musica, in «Storicamente, rivista del Dipartimento di Storia, Culture, Civiltà», 2013; S. Spampinato, Contro “la musica gastronomica”. Il modello brechtiano, i Cantacronache e la canzone popolare in Italia, in «Allegoria», vol. 85, 2022.
  15. U. Eco, La canzone di consumo, ora in Id., Apocalittici e integrati [1964], Milano, Bompiani, 2013, p. 276.
  16. Per una disamina della collaborazione echiana con Cantacronache, con un’appendice dei testi, si veda F. Castelli, Da Cantacronache a Cichinisio: le tante “epifanie” di un semiologo alessandrino, in Le molte vite di Umberto Eco, a cura di G. Ioli, Novara, Interlinea, 2024, pp. 23-34. Dello stesso autore cfr. F. Castelli, Contrafacta, ovvero Quando Umberto scriveva canzoni, in Sulle spalle di Umberto. Testimonianze alessandrine di/su/per Umberto Eco, a cura di G.L. Ferraris, S. Martinotti, G. Ratti, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2019, pp. 371-85. Sull’esperienza fortiniana ed echiana di Cantacronache si veda anche G. Palazzolo, Apocalisse e profezia. Franco Fortini critico e poeta, Roma, Carocci, 2021, pp. 109-12. Cfr. anche C. Crapis, G. Crapis, Umberto Eco e la politica culturale della Sinistra, Milano, La nave di Teseo, 2022, pp. 190-96.
  17. U. Eco, La Bomba e il generale, ora in L. Caramel, U. Eco, Eugenio Carmi, Milano, Electa, 2000, p. 112.
  18. Almanacco Bompiani 1972. Cent’anni dopo. Il ritorno dell’intreccio, a cura di U. Eco e C. Sughi, Milano, Bompiani, 1971.
  19. U. Eco, Apocalittici e integrati, op. cit., p. 282.
  20. Ivi, pp. 287-94.
  21. Tra il 1974 e il 1975 vanno in onda 7 interviste impossibili a Pitagora, Muzio Scevola, Erostrato, Attilio Regolo, Beatrice, Pietro Micca e Denis Diderot. Cfr. Le interviste impossibili, a cura di L. Pavolini, Roma, Donzelli, 2006.
  22. U. Eco, Frammenti [1959], in Id. Diario minimo, Milano, Bompiani, 2013, pp. 17-24. Tra le canzonette si cita Pippo non lo sa, presente anche nella Misteriosa fiamma della regina Loana: «per la strada passava ora tale Pippo, poco dotato da madre natura e dal suo sarto personale, che sopra il gilè portava la camicia» (U. Eco, La misteriosa fiamma…, op. cit., p. 183).
  23. Bologna, 27 agosto-1° settembre 1987. Gli atti sono stati pubblicati su «Intersezioni», VIII, 2, 1988. Disponibile online su: http://www.umbertoeco.it/CV/Il%20codice%20del%20mondo.pdf (ultimo accesso: 15 aprile 2025).
  24. Ivi, p. 1.
  25. Interviste impossibili, op. cit. pp. 28-35.
  26. Per un totale di 67 occorrenze, così suddivise: Il pendolo di Foucault, 15; L’Isola del giorno prima, 10; Baudolino, 4; La misteriosa fiamma della Regina Loana, 27; Il cimitero di Praga, 7; Numero zero, 4.
  27. U. Eco, Il cimitero di Praga, Milano, Bompiani, 2010, p. 404.
  28. U. Eco, Il pendolo di Foucault [1988], Milano, La nave di Teseo, 2018, p. 470.
  29. M. Belpoliti, U. Eco, Umberto Eco. Come ho scritto i miei libri, in «Doppiozero», 4 marzo 2015; cfr. l’URL:

    https://www.doppiozero.com/umberto-eco-come-ho-scritto-i-miei-libri. Sul medesimo tema si vedano: U. Eco, Sulla letteratura, Milano, Bompiani, 2002, pp. 324-59; T. Stauder, Colloqui con Umberto Eco. Come nascono i romanzi, Milano, La nave di Teseo, 2024.

  30. U. Eco, Numero zero, Milano, Bompiani, 2015, pp. 191-92.
  31. Ivi, p. 192.
  32. Ivi, p. 193.
  33. Tale capacità di emozionarsi, attribuita a Maia, è in realtà di origine autobiografica: «Negli anni del liceo ho scoperto la musica classica con il percorso Schubert (Incompiuta), Chopin (Sonata in Si bemolle minore op. 35) e Beethoven (pazzo per il secondo movimento della Settima)» (P. Pignatta, Il professore ha voglia di suonare, op. cit.).
  34. U. Eco, Il pendolo di Foucault, op. cit., pp. 657-67. Sulla figura intellettuale di Lia come personaggio positivo paradigmatico di razionalità filologica, si veda D.M. Pegorari, Umberto Eco e l’onesta finzione. Il romanzo come critica della post-realtà, Bari, Stilo Editrice, 2016, pp. 62-66.
  35. U. Eco, L’isola del giorno prima, Milano, Bompiani, 1994, pp. 342-43.
  36. U. Eco, Baudolino [2000], Milano, Bompiani, 2014, p. 95.
  37. Ivi, pp. 95-96.
  38. Ivi, p. 85.
  39. Ibidem.
  40. Ivi, p. 428.
  41. Ivi, p. 356.
  42. Cfr. L. Berio, Il tempo dell’Isola, in Id., Scritti musicali, op. cit., pp. 154-57.
  43. U. Eco, L’isola del giorno prima, op. cit., p. 217.
  44. U. Eco, La misteriosa fiamma…, op. cit., p. 67.
  45. Ivi, p. 68.
  46. «[…] hai sempre cantato solo canzoni dagli anni cinquanta in avanti, al massimo regredivi a quelle dei primi festival di Sanremo, Vola colomba bianca vola o Papaveri e papere. Non andavi mai indietro, nessuna canzone degli anni quaranta, o trenta, o venti.” […]. Quanto a quelle vecchie, Paola attribuiva il mio disinteresse a quella che lei chiamava la rimozione dell’infanzia» (Ibidem).
  47. Ivi, p. 69.
  48. Ivi, p. 169.
  49. Ivi, p. 170.
  50. Ivi, p. 171.
  51. Ivi, p. 394.
  52. U. Eco, Il nome della rosa, Milano, Bompiani, 1980. Del 2012 un’edizione riveduta e corretta dall’autore su cui si basa l’edizione da cui citiamo: U. Eco, Il nome della rosa, Milano, La nave di Teseo, 2020. Si veda inoltre l’importante edizione commentata per la scuola con note e introduzione di Costantino Marmo (Milano, Bompiani, 1990).
  53. Cfr. U. Eco, Postille a Il nome della rosa, in Id., Il nome della rosa [2020], op. cit., p. 596.
  54. Interessante notare come nell’aprile 2025 Il nome della rosa sia stato adattato da Francesco Filidei in un’opera in due atti per il Teatro alla Scala di Milano, diretta da Ingo Metzmacher, con la regia di Damiano Michieletto.  Cfr. R. Fedriga, Il nome della rosa alla Scala, in «Doppiozero», 28 aprile 2025; cfr. l’URL: https://www.doppiozero.com/il-nome-della-rosa-alla-scala.
  55. U. Eco, Il nome della rosa, op. cit., p. 478.
  56. Ivi, pp. 478-79.
  57. U. Eco, Il pendolo di Foucault, op. cit., pp. 270-72.
  58. «Insieme alla musica, si diffusero per la sala odori sottili, dapprima incensi indiani, poi altri, più imprecisi, a tratti sgradevoli. Lorenza mi stava alitando parole all’orecchio. Ma non udivo la sua voce. Il serpente si muoveva al ritmo di una musica triste e lenta. I vecchi monarchi indossavano ora una veste nera e davanti a loro stavano sei bare coperte» (ivi, p. 432).
  59. Si veda una concezione simile discussa da Eco nella tesi di laurea: «La musica può scatenare il delirio bacchico, liberando forze inconsce sino allora represse; la musica può fermare e bloccare una eccitazione sentimentale riconducendo l’uomo alla calma; la musica può suscitare nuovi impulsi persuadendo a certe azioni» (U. Eco, Il problema estetico in Tommaso d’Aquino, op. cit., p. 437.)
  60. U. Eco, Il pendolo di Foucault, op. cit., pp. 726-27.
  61. Lo scontro tra ragione e autorità, tra scetticismo e fede cieca, all’interno di un kairos apocalittico come quello della fine del Medioevo. Cfr. Saggi su Il nome della rosa, a cura di R. Giovannoli, Milano, Bompiani, 1985; R. Capozzi, Lettura, interpretazione e intertestualità: esercizi di commento a Il nome della rosa, Perugia, Guerra edizioni, 2001; B. Pischedda, Eco: guida al Nome della rosa, Roma, Carocci, 2016.
  62. U. Eco, Il pendolo di Foucault, op. cit., pp. 779-80.
  63. Ivi, p. 780.
  64. Ibidem.
  65. Ivi, p. 781.
  66. Sull’epifania si veda in particolare Le poetiche di Joyce, pubblicato nel 1962 all’interno di Opera aperta e come volume singolo nel 1966 (ora U. Eco, Le poetiche di Joyce, Milano, La nave di Teseo, 2023) e sull’episodio della tromba i seguenti studi: C. Paolucci, Umberto Eco. Tra ordine e avventura, Milano, Feltrinelli, 2017, pp. 23-32; G. Palazzolo, Umberto Eco. Epifanie, ossessioni, gnosi, Lentini (SR), Duetredue, 2017, pp. 91-99; S. Traini, Le avventure intellettuali di Umberto Eco, Milano, La nave di Teseo, 2021, pp. 43-52. Sul rapporto tra Eco e Joyce si veda M. Caesar, Eco and Joyce, in New Essays on Umberto Eco, edited by P. Bondanella, Cambridge, Cambridge University Press, 2009, pp. 141-56.
  67. Ivi, p. 781.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

Vitalità degli «Ossi di seppia»: persistenze montaliane nella poesia di Giancarlo Pontiggia e di Giuseppe Conte

Author di Eliana Vitale

Abstract: Il saggio analizza la persistenza degli Ossi di seppia di Eugenio Montale nella poesia di Giancarlo Pontiggia e di Giuseppe Conte, due autori che, pur con visioni e poetiche diverse, hanno assunto la raccolta montaliana come fondamento di una rifondazione lirica nel contesto italiano del secondo Novecento. Se Pontiggia trasfigura l’eredità montale in una poesia “giardino”, liminare e sacrale, in cui la parola si fa custode di un tempo remoto, Conte elabora un dialogo con l’elemento marino e con il mito, muovendosi verso una tensione cosmica e rigenerativa. L’indagine mette in luce come la lezione montaliana, lungi dall’essere mera ripresa, costituisca un bacino simbolico e linguistico capace di offrire ai poeti strumenti per superare tanto il neoavanguardismo quanto il ripiegamento solipsistico. In questa dialettica fra continuità e superamento si misura la vitalità di un classico che continua a produrre significati e interrogazioni nella poesia contemporanea.

Abstract: The essay investigates the enduring legacy of Eugenio Montale’s Ossi di seppia in the poetry of Giancarlo Pontiggia and Giuseppe Conte, two authors who, while pursuing distinct lyrical paths, have drawn on Montale’s debut collection as a foundation for renewing their poetic voice in late twentieth-century Italy. Pontiggia transposes Montale’s heritage into a secluded, sacred “garden poetry”, where language safeguards a remote, mythical temporality. By contrast, Conte engages in a dialogue with the marine element and myth, crafting a cosmic and regenerative tension. The study demonstrates how Montale’s work, far from being a mere model to emulate, provides a rich symbolic and linguistic reservoir through which poets can move beyond both neo-avant-garde experimentation and solipsistic withdrawal. In this creative dialectic between recovery and overcoming, the vitality of Montale’s classic continues to generate new meanings and questions within contemporary Italian poetry.

Eredità degli Ossi di seppia

Nel panorama della poesia italiana dell’ultimo Novecento, Eugenio Montale continua a esercitare una forza centripeta e insieme centrifuga in grado di catalizzare intorno a sé tensioni critiche, adesioni e distanziamenti più o meno espliciti. In particolare, la raccolta d’esordio, Ossi di seppia, pur a distanza di un secolo, si offre ancora come un attraversamento necessario per molta poesia coeva. Ciò avviene non tanto per via genealogica quanto per irradiazione tematica, lessicale e simbolica: gli Ossi, da vero classico, continuano a offrire una teoria dello sguardo e del paesaggio, un’intonazione pensosa e ragionante, spesso in rotta con ogni promessa di salvezza. La loro mitologia quotidiana, il loro immaginario fatto di scarti, oggetti minimi e apparizioni hanno continuato a lievitare nella poesia italiana ben oltre l’arco cronologico del primo Novecento, depositandosi in scritture anche molto diverse tra loro fino ai giorni nostri[1].

È proprio in questo orizzonte che si colloca il dialogo instaurato da poeti come Giancarlo Pontiggia (Seregno, 1952) e Giuseppe Conte (Porto Maurizio, 1945) con l’opera montaliana. Le loro poetiche, dagli esordi negli anni Settanta fino alle prove più recenti, pur mantenendosi ben distinte per visione del mondo e intonazione lirica, mostrano entrambe di assorbire e di trasfigurare il lessico, i temi e l’impronta immaginativa della prima raccolta montaliana attraverso un medesimo filtro: quello della tradizione classica e del mito. Da un lato, Pontiggia recupera, infatti, un’intonazione sacrale e appartata[2], transitiva e civile, del canto, dopo le sperimentazioni ardite, per certi versi postsimboliste, degli anni Settanta; dall’altro lato, Conte, che esplora orizzontalmente il mito in tutte le sue declinazioni etnografiche (dal mito greco-latino al mito celtico fino al mito azteco), è tra i promotori del Mitomodernismo[3].

La poesia del primo Montale, per ragioni diverse e con esiti variegati, garantisce ai due poeti della «generazione Settanta», ormai insofferenti alle derive neoavanguardiste e alle cesoie della critica strutturalista e marxista[4], un semenzaio inesauribile di simboli e soprattutto un exemplum gnoseologico in grado di fornire loro nuovi strumenti di rifondazione lirica.

Il presente studio intende tracciare, a partire dall’interrogazione della parola poetica e delle sue modulazioni, la mappa e le oscillazioni di tale corpo a corpo con gli Ossi e restituire la cifra di un’eredità, quella montaliana, ancora attiva e feconda, anzi del tutto vitale, in alcune zone della poesia italiana contemporanea, in particolare in Con parole remote (1998) di Giancarlo Pontiggia e nell’Oceano e il ragazzo (1983) di Giuseppe Conte.

Dall’orto montaliano alla poesia kepos di Pontiggia

Quando nel 1971 Montale pubblica Satura, sovvertendo in chiave ironica e disillusa la linea perseguita fino a La bufera e altro (1956), il libro suscita perplessità diffuse. Tra coloro che vi reagiscono con distacco c’è anche il giovanissimo Giancarlo Pontiggia, allora appena diciannovenne, che non ne apprezza gli aspetti apocalittici e prosastici. Solo anni più tardi il poeta di Seregno riuscirà a sintonizzarsi con le ragioni profonde di quella svolta poetica, ma saranno sempre gli Ossi di seppia, per lui, il vero «libro aureo», l’oggetto di letture e di riletture appassionate[5].

La raccolta d’esordio di Montale, infatti, costituisce per Pontiggia l’emblema di una palingenesi della parola poetica che, negli anni Venti, aveva finalmente restituito «il primato di una lirica alta» dopo le «presunzioni avanguardistiche e le desolazioni sentimentali del primo Novecento»[6]. È proprio a partire dalla lezione montaliana del “restituire” e del “rinnovare”[7] che Pontiggia prende le mosse per la sua raccolta del 1998, Con parole remote.

Dopo la collaborazione con la rivista «Niebo» (1977-1980) e la curatela, assieme a Enzo Di Mauro, dell’antologia La parola innamorata. I poeti nuovi (1976-1978) ‒ manifesto di una parola poetica «innamorata», «colorata», «rapinosa»[8], volutamente oscura e imprendibile ‒, Pontiggia si convince progressivamente dell’inautenticità di quei linguaggi, reputandoli l’esito stantìo di una degenerazione postromantica, e si chiude in un lungo silenzio. Sarà l’incontro ravvicinato con i classici offerto dalla stesura di una storia della letteratura latina a consentirgli di ritrovare una parola poetica nuova, vergine, insieme classica e contemporanea[9]. Nel suo nuovo dettato Pontiggia si nutre sia della sapienza antica di Virgilio, Lucrezio, Lucano, Tacito sia della lirica moderna di Montale, Pavese, Caproni, Betocchi, Bertolucci. Tra i moderni, però, è proprio il Montale degli Ossi di seppia a persistere nei suoi versi con spie significative e a offrirgli, assieme al Pavese liricamente prosastico dei Dialoghi con Leucò, il vero punto di raccordo fra tradizione e modernità, trascendenza e immanenza.

Torniamo un momento agli Ossi di seppia. Come è noto, la raccolta è strutturata e ordinata secondo criteri lungamente pensati e problematizzati dall’autore, il quale sembra innestarvi un piano narrativo[10], un movimento esistenziale tanto verticale quanto orizzontale, che attraversa sotterraneamente tutta l’opera e che riaffiora a partire dalla sezione Meriggi e ombre, descrivendo una parabola assimilabile, come è stato notato, a un «microromanzo»[11], a un romanzo in versi[12] o a un «libro-vita»[13].

Il viator degli Ossi è un «io Empirico»[14], variamente vocato all’anonimia e alla disunità[15], che restituisce, se corriamo il rischio di affidarci alle dichiarazioni d’autore, non tanto la «verità universale» ma una «verità puntuale» esperita da un «poeta-soggetto»[16]. Il suo cammino, tutto interiore ed esistenziale, confermato da un lessico del viaggio piuttosto vivace, lo conduce da un’infanzia in armonia con il cosmo a un’amara adultità ben diversa dalla pacifica e inconsapevole integrità dell’«uomo-altro»[17], ovvero dell’«uomo che se ne va sicuro, / agli altri e a se stesso amico, / e l’ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro!» di Non chiederci la parola.

La postura disincantata dell’io lirico è racchiusa nella «triste meraviglia» del solitario “meriggiante” costretto alla rinuncia gnoseologica (Meriggiare pallido e assorto), nel racconto condensato dell’incontro prodigioso con il male di vivere (Spesso il male di vivere ho incontrato), nel «supplizio» del passante che soffre per «il suo distacco dalle antiche radici» (La farandola dei fanciulli sul greto)[18]. Ma soprattutto il suo cammino si inserisce nella duplice dimensione del confine[19] e dello spazio appartato. Dal recinto circoscritto del «pomario» (In limine) al «segnato cortile» esplorato dall’infanzia «come un mondo» (Fine dell’infanzia), dal «rovente muro d’orto» alla «muraglia» della vita (Meriggiare pallido e assorto), la verità si lascia intravedere solo da dietro il «malchiuso portone» (I limoni) e le «malchiuse porte» (Corno inglese) che delimitano in maniera discontinua il confine tra l’ordinario e il prodigioso.

La poesia di Pontiggia mutua dagli Ossi non solo la studiata dispositio del libro, ma anche la collocazione liminale e appartata come precondizione necessaria del canto[20]. È proprio entro il quieto kepos[21] di Con parole remote, infatti, che l’io lirico di Pontiggia, nella veste di augure, ridisegna il recinto sacro del canto[22], uno spazio apparentabile all’orto e alla corte montaliani proprio per la medesima funzione di luogo dell’epifania[23] e del miracolo. Qui le disturbate divinità e i fantasmi salvifici degli Ossi, che in Pontiggia prendono le sembianze di «ombre» benigne, possono manifestarsi e farsi messaggere di parole antiche, dunque remote, che provengono dalle origini del tempo[24].

Come In limine, anche Canto di evocazione, poesia proemiale di Con parole remote, si apre con un ingresso ventoso e numinoso: «Vieni ombra / ombra vieni / ombra ombra / vieni oh vieni, buia / sali tra i gradini, nel tempo […] / vieni ombra /nel vento nel vento / […] batti contro gli spigoli, scendi / obliosa su ciò che è stato, / diventa nostro fiato» (nostri i corsivi). Se negli Ossi il vento che irrompe a portare vita e nutrimento nel pomario è godimento vitale («Godi se il vento ch’entra nel pomario / vi rimena l’ondata della vita»), nella lirica incipitaria di Con parole remote le ombre, consanguinee del «fantasma che ti salva» di In limine, sono invitate a farsi soffio di vita e a ravvivare il canto poetico[25]. Un canto che anche i limoni degli Ossi, epifanie dell’oltre tanto quanto le ombre di Pontiggia, sono in grado di rinnovare: «e il gelo del cuore si sfa, / e in petto ci scrosciano / le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità» (I limoni)[26].

Il vento della vita si agita anche nel cuore, lemma dalla grande vitalità in entrambe le raccolte e talvolta correlato anch’esso all’immagine del vento, che negli Ossi ritorna ben 22 volte[27], mentre 27 in Con parole remote. Negli Ossi sono le parole a tradire il segreto dei sommovimenti interni del cuore («Voi, mie parole, tradite invano il morso / secreto, il vento che nel cuore soffia»), mentre in Con parole remote il soffio, in quanto pneuma, porta un rinnovamento mistico «sul cuore soffia già un altro vento».

Inoltre, se la collocazione spaziale che Pontiggia ricava da Montale, pur imbevendola di latinitas e di ritualità augurali, è quella del giardino e delle «soglie immemori» (Lascia un segno nel celeste pomeriggio), quella temporale è il meriggio.

Il «meriggio che acceca» (Di giugno, come vi ripeto, nell’ora), la «luce fissa del meriggio» (Estati), la «polvere del meriggio» che «infuoca» (Ancora pensieri felici) di Con parole remote non sono semplicemente un calco lessicale del «meriggio» e del «meriggiare» montaliani, ma, come per il poeta degli Ossi, costituiscono il momento privilegiato della contemplazione, la stasi meditativa a partire dalla quale l’attimo può farsi epifania e rivelazione[28] e può offrire messaggi turbinosi, segreti straordinariamente dischiusi dalla «divina Indifferenza» (Spesso il male di vivere ho incontrato)[29].

Oltre ai movimenti fantasmatici ed epifanici e alle relative precondizioni spaziali e temporali, Pontiggia condivide con il Montale degli Ossi il sentimento e il patimento del tempo. Al di là del recupero di certe immagini temporali ‒ specie di quelle claustrali come «il sigillario del tempo» (Risalgo una corrente che altri), che riecheggia non troppo velatamente il «reliquiario» delle memorie di In limine ‒, i vocabolari delle due raccolte attestano entrambi la ricorsività fondativa del lemma «tempo».

Il lemma «tempo» negli Ossi da un lato mostra l’inesorabilità dello scorrere e del divenire delle cose (in Vento e bandiere, «Ahimè, non mai due volte configura / il tempo in egual modo i grani!»)[30], corso eludibile solo da creature inumane come l’upupa di Upupa, ilare uccello calunniato («per te il tempo s’arresta) e i ciottoli marini della sezione Mediterraneo («Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale / siccome i ciottoli che tu volvi, / mangiati dalla salsedine; / scheggia fuori del tempo»); dall’altro, si oggettivizza, si torce e si trasforma organicamente alla stregua di un elemento naturale, equoreo in primis, quando diviene tempo della storia[31]: «il tempo precipita e s’infrasca» (Flussi), «ecco precipita / il tempo, spare con risucchi rapidi» (Crisalide), «Quando il tempo s’ingorga alle sue dighe» (Delta).

In Con parole remote il tempo, invece, sembra assumere un ruolo ambivalente: da un lato, Pontiggia replica tanto la concezione eraclitea degli Ossi quanto l’oggettivizzazione equorea di cui sopra ‒ ad esempio, «il tempo è acqua» e «si disfa» nella poesia eponima ‒; dall’altro, il tempo arresta il suo scorrere, resta come sospeso nella dimensione dell’eterno e della fissità: è «un tempo / che pare fisso» (Come quando fosche, nel tempo), un «tempo scandisce quattro o cinque / sigillate perfezioni» (Già più non raggiungi le loro), un «tempo forte / che non dispera» (Poesia / Bosco / Cuore / Oh).

Sembra che rispetto a Montale, insomma, Pontiggia abbia superato la ferita del tempo riuscendo a stare in equilibrio tra i «due tempi che non si uniscono» (Ancora ti cuoce la polverosa): per entrare nell’Aion, ovvero nel tempo fisso delle origini, e per abitare pacificamente il Chronos scorrevole e mortifero della storia, l’unica soluzione è abitare il Kairos, il tempo propizio ed epifanico durante il quale le ombre invocate entro lo spazio circoscritto del templum concedono la loro rivelazione e il loro messaggio remoto e salvifico. Se in Montale il Kairos dei limoni costituiva solo una pausa effimera dal patimento di Chronos o se quello degli «evanescenti labbri» dell’immagine riflessa è un ricordo per sempre consegnato all’oblio (Cigola la carrucola)[32], in Pontiggia il Kairos dell’incontro con le «ombre / della prima vita» (Alle soglie di un più remoto pensiero) è un disvelamento e al contempo un’investitura etica in quanto il poeta, che si professa un «modesto / ascoltatore del mondo» (Penso), diviene colui che si ricongiunge al mondo e lo attraversa[33] per cantare «parole civili» (Per voi, tra giugno e luglio, lungo).

Così, se l’ethos montaliano assume più i termini dell’accettazione stoica della condanna destinale a essere residuo esistenziale e un rottame della vita, quello di Pontiggia, al contrario, sana la ferita, ristabilendo un equilibrio tra miracolo e necessità.

Il «padre-mare» di Montale e di Conte

La lirica incipitaria dell’Oceano e il ragazzo (1983) di Giuseppe Conte, dal titolo L’ultimo aprile bianco[34], si muove programmaticamente nel segno del Montale degli Ossi di seppia in quanto cita in esergo, quasi volendosi consacrare a un nume poetico, alcuni celebri versi di Riviere: «sentire / noi pur domani tra i profumi e i venti / un riaffluir di sogni, un urger di folle / di voci…».

Rispetto al Pontiggia pensoso del giardino epifanico di Con parole remote, Conte eredita dalla lezione montaliana l’afflato marino di Mediterraneo assieme al momento positivo, della «volontà nuova», di Riviere.

Giuseppe Conte, ligure anch’egli come il poeta degli Ossi, rappresenta uno dei casi più interessanti di evoluzione del dettato poetico in quanto si confronta con il modello neoavanguardista, entro il quale si è formato[35], per oltrepassarlo attraverso i linguaggi del mito[36]. Avido lettore di Lawrence, Hillmann, Eliade, Jünger, Spengler e di Alce nero parla, Conte è soprattutto un eclettico esploratore: nei suoi viaggi da New York all’Argolide, dalla Grecia micenea all’Irlanda, fa incetta di miti e simboli per poi rivitalizzarli e attuarli creativamente nella sua poesia.

È in particolare in Irlanda che il ligure trova, quasi come sotto dettatura, le parole necessarie a ultimare la ballata che chiude l’Oceano e il ragazzo e che dà il titolo all’intera raccolta. A Galway, infatti, conosce la leggenda del ragazzo muto che, immergendosi nelle profondità degli oceani, torna a «parlare con il ritmo delle acque e dei venti, delle foglie che cadono e dei fuochi che ardono, sino a diventare il primo Poeta del suo popolo»[37]. Proprio come il fanciullo della leggenda irlandese e proprio come il Montale dei primi anni Venti, anche Conte trova così una voce nuova e al contempo antica.

Come negli Ossi, anche nell’Oceano e il ragazzo il mare è un’immagine costitutiva. La parola “mare”, che ricorre ben 53 volte, 8 nella forma “oceano”, è il lemma a maggiore frequenza in tutta la raccolta, seguito da “fiore” (33) e da “pietra” (31). L’intrecciarsi del campo semantico equoreo e di quello vegetale («mare di verde», «fiori brevi, gualciti e ancora splendidi di mare», «fatti alberi e mare», «mare di mimose e di corbezzoli», «spume di un mare vegetale») non solo riproduce il paesaggio natale di Porto Maurizio, ma richiama lo stesso scenario marino-vegetale degli Ossi montaliani. È in particolare nell’Elegia scritta nei giardini di Villa Hanbury che appare una parola rivelatrice, una spia del rapporto di parentela della raccolta contiana con Montale, il lemma «padre-mare»:

[…] Le palme

rotolano l’oro sino alle spiagge

di sassi invisibili, sino all’infaticabile

e cieca prima del tempo voce del

padre, il padre-mare, il solo, il non unito.

La voce del padre-mare rievoca la melodia marina di Mediterraneo, la «legge severa» (Ho sostato talvolta nelle grotte) del padre che il figlio contemplante non riesce a interiorizzare («Così, padre, dal tuo disfrenamento / si afferma, chi ti guardi, una legge severa»), ma soprattutto il linguaggio che il poeta dal «balbo parlare» non è in grado di riprodurre:

[…]

dato mi fosse accordare

alle tue voci il mio balbo parlare: –

io che sognava rapirti

le salmastre parole

in cui natura ed arte si confondono,

per gridar meglio la mia malinconia

di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.

A differenza del ragazzo contiano, che attinge dal mare le parole poetiche dopo la sua catabasi marina, l’io montaliano, corrotto dall’adultità, deve accettare come un destino la propria sconcordanza nei confronti del cosmo e la propria naturale «rancura» (Giunge a volte, repente) verso il principio paterno[38]. La lezione marina, che è anche la lezione del mito greco, può vibrare solamente come contenuto interiore nelle sillabe ronzanti, stridenti, le uniche pronunciabili dagli esseri umani in Noi non sappiamo quale sorte sortiremo:

Più di una cosa ci affidi,

padre, e questa è: che un poco del tuo dono

sia passato per sempre nelle sillabe

che rechiamo con noi, api ronzanti.

[…]

E un giorno queste parole senza rumore

che teco educammo nutrite

di stanchezze e di silenzi,

parranno a un fraterno cuore

sapide di sale greco

Montale, dunque, mostra nei confronti del mare una postura ossimorica, di attrazione e insieme di inappartenenza. Egli aspira alla varietà eternamente mutevole delle onde, ma non può accedervi ed è forse in questa serie che si fanno espliciti i pensieri sotterranei di inadeguatezza esistenziale che serpeggiano in tutto il libro[39]:

M’affisso nel pietrisco

verso te digrada

fino alla ripa acclive che ti sovrasta,

franosa, gialla, solcata

da strosce d’acqua piovana.

Mia vita è questo secco pendio,

mezzo non fine, strada aperta a sbocchi

di rigagnoli, lento franamento.

L’io lirico montaliano è una creatura di terraferma[40], franante e petrosa, e la sua descensio non può certo sfociare nel tuffo di Esterina nel «divino amico» marino, poiché egli è «della razza / di chi rimane a terra» (Falsetto) e può solo arrestarsi in limine, come «l’agave che s’abbarbica al crepaccio / dello scoglio / e sfugge al mare da le braccia d’alghe» (Scirocco), che ne è l’alter ego vegetale. Il mare, con la sua mutevolezza[41], è immagine potente e pervasiva, icona di quel panta rei eracliteo da cui non si può sfuggire se non tramite il «varco» o la «maglia rotta nella rete».

Il fanciullo contiano riesce a immergersi nell’oceano e a riprodurne i canti solo perché appartiene ancora al mondo dell’infanzia e non è ancora il «fanciullo invecchiato» di Mediterraneo. Nella ballata L’Oceano e il ragazzo camminano, può scendere nell’abisso perché sa che c’è una voce profonda che lo attende.

E mette per mare zattere

il Ragazzo, vuole avere una voce

e naufraga in una battaglia

di trote e d’else di luce.

[…]

Non tace l’Oceano non tace

lo sa lui il Ragazzo che scende

c’è una voce più a fondo del buio

che accende più azzurri maelstrom.

È solo dopo aver conosciuto l’abisso che la vita e la parola possono rinascere e riemergere rinnovate in una palingenesi autentica. Al ragazzo, cui è dato «sapere» tale verità, è concesso dunque accedere alla saggezza antica e alla legge severa del mare: per questo gli è possibile uscire dal mutismo e accordare il suo canto alle onde marine.

Il poeta di Porto Maurizio riplasma il modello del puer, «quella scintilla umida all’interno di qualsiasi complesso o atteggiamento che è l’originario seme dinamico dello spirito»[42]. Il fanciullo, che deve sempre misurarsi con l’abisso e discendere ad inferos (o ad Oceanum), in quanto destinato alla perpetua rigenerazione, non è altro che il fanciullo divino di Jung e Kerényi, che nei Prolegomeni istituiscono fra acqua, musica e fanciullo divino un nesso inscindibile[43].

Conte, passando per il mito e per d’Annunzio, che sul mito aveva innestato la propria lirica vitalistica, abita l’elegia meno problematicamente e meno prosaicamente di Montale, ma come il poeta degli Ossi individua nel fanciullo[44], nell’infanzia, la massima espressione dell’armonia uomo-natura.

A differenza di Con parole remote di Pontiggia e ovviamente degli Ossi di seppia montaliani, L’Oceano e il ragazzo di Conte non presenta un asse narrativo portante: a componimenti mitici che riscrivono l’epos di eroi e di dèi si alternano, infatti, liriche intimiste e malinconiche e poesie d’occasione. L’armonia infantile del ragazzo mitico con la natura non è infatti attualizzabile dalla voce che dice “io”, che invece avverte tutto il peso del proprio Dasein. In questo senso, Conte replica dannunzianamente, ma per le stesse ragioni di Montale, quello “svanimento” panico, quella metamorfosi che consente di sfuggire dall’Essere-per-la-morte e che salva dall’incedere inarrestabile del tempo. Leggiamo, ad esempio, alcuni versi tratti dalla lirica Dopo marzo[45], in cui tale movimento metamorfico viene evocato:

Dimenticare città, nomi, desideri

di uomini: voglio solo fiorire, rivivere, io

non più io, ibisco, acacia,

conca aperta e tremanti.

Avere piedi e nodi d’erba, io

non più io, […]

La metamorfosi contiana richiama il Montale dannunziano di Riviere[46], recupera lo svanire che solo il «fanciullo antico» avrebbe saputo mettere in atto e ne mima, infatti, l’uso ellittico degli infiniti:

Oh allora sballottati

come l’osso di seppia dalle ondate

svanire a poco a poco;

diventare

un albero rugoso od una pietra

levigata dal mare; nei colori

fondersi dei tramonti; sparir carne

per spicciare sorgente ebbra di sole,

dal sole divorata…

Erano questi,

riviere, i voti del fanciullo antico

che accanto ad una rósa balaustrata

lentamente moriva sorridendo.

Il «fanciullo antico» in Montale muore sorridendo, poiché destinato allo scacco della crescita e delle «ore troppo uguali» (Quasi un fantasma), come muore anche L’ultimo ragazzo drogato dell’Oceano e il ragazzo, «morto in / riva al mare» e descritto come un «residuo organico», quasi un osso di seppia, «impotente contro la continuità / della risacca, incrostato di grani / di sabbia splendente».

La disarmonia è una destinazione, ma così come in Riviere l’io montaliano trova una speranza di ricomposizione in una volontà nuova, più matura e fattiva («Triste anima passata / e tu volontà nuova che mi chiami, / tempo è forse d’unirvi / in un porto sereno di saggezza»), così Conte trova una rinascita, il suo rifiorire, nei miti di rigenerazione e di reincarnazione che vedono nella morte solo uno stadio nell’eterno ritorno del tempo, come, ad esempio, nella poesia Reincarnazioni e rifioriture, il cui titolo richiama gioiosamente l’ultima parola di Riviere nonché degli interi Ossi, «rifiorire»:

REINCARNAZIONI, RIFIORITURE

Conobbi Tuan, il saggio, che ricordava

d’esser stato un’ossifraga, un cervo, un salmone.

Di quelle vite la passione più inevitabile

sapeva ancora, predare, correre in terra-

ferma, risalire sino alla fonte il fiume.

Io non so quale nascita, quale dimora

prima di questa mi è toccata.

La mia memoria calamita pianeti

lanciati da discoboli di soli

aurora di pavoni di pietra e

luce.

E qui, tutti quei fiori fastosi e

fragili che ho amato, gli ibischi, i crochi

le dalie, le lobelie, le calendule

la salvia splendens, la centaurea, i papaveri

qui, il vento in mezzo tra le palme e le

nuvole, il mare, il suo portento di mutevo-

lezza e di aridità, e il bosco sopra il

mare di mimose e di corbezzoli, loro, da dove

tornano?

La funzione “rifondante” di Ossi di seppia

In definitiva, se l’eredità degli Ossi di seppia si manifesta nella prima raccolta di Giancarlo Pontiggia nella forma liminale e appartata di una poesia-giardino, nella quale la parola si fa custode di un tempo remoto e di un respiro sacrale, nel primo Giuseppe Conte essa riemerge nell’elemento marino, nell’orizzonte aperto di un Mediterraneo che diventa matrice di un’esperienza cosmica, esistenziale, ma soprattutto “onomaturgica”. Pur nella diversità di questi due percorsi ‒ l’uno più raccolto, prossimo alla ritualità augurale; l’altro disteso in una tensione più apertamente mitica e oceanica ‒, Montale offre a entrambi un repertorio simbolico e un bacino linguistico in grado di alimentare il necessario processo di rifondazione del proprio canto. Montale fornisce soprattutto un immaginario moderno della visione[47], dunque il filtro ideale attraverso cui rielaborare il discorso mitico caro a entrambi i poeti.

Così, per Pontiggia come per Conte, il confronto con il primo Montale non si riduce a un’operazione di continuità o di mera ripresa, ma assume una funzione di riattivazione di un terreno poetico ancora fertile e di rinnovamento di una tradizione lirica, quella posteriore agli anni Settanta, che vuole divincolarsi dalla critica strutturalista e marxista, e che intende sottrarsi sia all’inerzia del canone sia al ripiegamento solipsistico. È in questa tensione creativa tra recupero e superamento che si misura la vitalità degli Ossi di seppia nella poesia italiana contemporanea che, come avviene per ogni classico, è stata ed è ancora fonte inesauribile di domande e di risposte sempre nuove.

 

  1. A proposito dell’influenza di Montale nella lirica della seconda metà del Novecento, si rimanda a M. Borio, Satura. Da Montale alla lirica contemporanea, in «Biblioteca di Studi novecenteschi», 10, 2013. Borio, attribuendo in particolare a Satura il ruolo di «poesia-ponte nel passaggio da una poesia a funzionalità comunicativa a una a funzionalità espressiva» (p. 30), ha rilevato come gli Ossi di seppia, assieme alle Occasioni e alla Bufera, abbiano lasciato in eredità alla poesia scritta dopo il 1956, da Sereni a Zanzotto, dal Neocrepuscolarismo alla Neoavanguardia, la propensione all’inclusività nei confronti di temi e di oggetti tipici della modernità (cfr. p. 46).
  2. Cfr. S. Carrai, Pontiggia e l’antico, in Nel sentire del mondo. Testimonianze critiche per la poesia di Giancarlo Pontiggia con una antologia poetica, a cura di A. Sichera, Firenze, Macabor, 2023, pp. 55-60.
  3. Il movimento mitomodernista nasce nel 1988 in occasione del convegno di Rimini intitolato La nascita delle Grazie. 19 tesi sulla vita della bellezza, promosso da Mauro Baudino, Giuseppe Conte, Rosita Copioli, Tomaso Kemeny, Roberto Mussapi e Stefano Zecchi. Il 5 agosto del 1994 su «Il Giornale» appare il manifesto del movimento, firmato da Conte e dal filosofo Stefano Zecchi, che si pone l’ambizioso obiettivo di riportare il mito e la bellezza nel mondo contemporaneo, sempre più subordinato alla tecnica e alle logiche del consumo. Seguirà poco dopo, nell’ottobre dello stesso anno, l’occupazione simbolica della Basilica di Santa Croce a Firenze (cfr. A. Castiglioni e L. Scandroglio, Mitomodernismo. Un movimento artistico e filosofico in Italia alle soglie del Terzo Millennio, in Almanacco del Mitomodernismo 2000, a cura di G. Conte, T. Kemeny, S. Zecchi, Alassio, Alassio-Savona, 2000, p. 125).
  4. Cfr. F. Napoli, Poesia presente in Italia dal 1975 al 2010, Rimini, Raffaelli, 2011.
  5. G. Pontiggia, Questionario montaliano. Intervista di Marianna Comitangelo, in Id., Nuovi dialoghi sulla poesia (2015-2020), Venezia-Mestre, Amos Edizioni, 2022, p. 71. Nella stessa intervista Pontiggia svela il suo rapporto con gli Ossi montaliani: «Degli Ossi, di cui mi impregnai per cinque o sei mesi, tra il Settantuno e il Settantadue, leggendoli e rileggendoli continuamente fin quasi a saperli a memoria, mi colpiva soprattutto la capacità di sottrarsi a ogni incantamento estetizzante senza però rinunciare alla tensione vitale e liberatoria del mito, alla sua energia epifanica» (pp. 72-73).
  6. Ivi, p. 72.
  7. Suggestione espressa anche da Pietro Cataldi: «La classicità degli Ossi di seppia sta nell’unione di avanguardismo e di volontà di durata: è l’immissione del veleno della novità negli otri solidi della tradizione. E forse la novità più grande del libro sta nel fatto che esso mira a fondare in sé una tradizione e una classicità» (P. Cataldi, Montale, Palermo, Palumbo, 1991, p. 17).
  8. G. Pontiggia, E. di Mauro, La statua vuota, in La parola innamorata. I poeti nuovi (1976-1978), Milano, Feltrinelli, 1978, p. 11.
  9. Cfr. G. Pontiggia, Storia vera del mio libro, in Id., Contro il Romanticismo. Esercizi di resistenza e di passione, Milano, Medusa, 2002, pp. 65-70.
  10. Cfr. P. Cataldi, Montale, op. cit., p. 18.
  11. M. Villoresi, Come leggere gli Ossi di seppia di Eugenio Montale, Milano, Mursia, 1997.
  12. E. Testa, Montale, Torino, Einaudi, 2000, p. 27.
  13. N. Scaffai, Montale e il libro di poesia (Ossi di seppia, Le occasioni, La bufera e altro), Lucca, Maria Pacini Fazzi, 2002, p. 61.
  14. G. Debenedetti, Montale, in Id., Poesia italiana del Novecento. Quaderni inediti, Milano, Garzanti, 1974, p. 37.
  15. A. Malagamba, Gli “Ossi di seppia” e la disunità dell’io: retorica e grammatica dell’anonimia, in «Critica del testo», IX/3, 2006, pp. 889-925.
  16. E. Montale, Intenzioni (Intervista immaginaria), in «La Rassegna d’Italia», I, 1, gennaio 1946, pp. 84-89, ora in Sulla poesia, a cura di I. Campeggiani, Milano, Mondadori, 2024, p. 546.
  17. M. Paino, L’io lirico e l’uomo altro, in Ead., Concordanze liriche. Studi sulla poesia italiana del Novecento, Venezia, Marsilio, 2022, p. 147.
  18. In tal senso, il personaggio emarginato risponde a un simbolismo residuale tanto caro a Montale, ravvisabile sia nel titolo definitivo della raccolta sia in quello originario di sapore sbarbariano, Rottami. Questo spiega anche l’apprezzamento per gli inetti a vivere, i “residuati sociali” protagonisti dei romanzi di Italo Svevo.
  19. Del resto, è proprio la poesia In limine a essere stata disposta da Montale come poesia incipitaria e dunque come chiave di accesso al libro.
  20. Sulla necessità dell’ordine sacro in Montale e sugli archetipi a esso connessi si rimanda a Maryse Jeuland Meynaud, Oggetti e archetipi nella poesia di Eugenio Montale dagli «Ossi di seppia» a «La bufera», in La poesia di Montale. Atti del Convegno Internazionale tenuto a Genova dal 15 al 18 novembre 1982, pubblicati a cura di S. Campailla e C. F. Goffis, Firenze, Le Monnier, 1984.
  21. Le molteplici funzioni del giardino, da luogo dell’interiorizzazione a luogo del non essere, sono indagate in J. Gonin, Le jardin dans la poésie de Montale: Réalité et symbole, in «Italies», 8, 2004, pp. 241-58.
  22. Tale spazio assume a sua volta la conformazione sacrale di un’ara, di un’edicola votiva di campagna in cui il lettore viandante possa ritrovarsi in preghiera; Are e invocazioni, del resto, è il titolo pensato in origine da Pontiggia.
  23. Per l’epifania montaliana si rimanda a R. Luperini, Storia di Montale, Roma-Bari, Laterza, 1986.
  24. La forma conclusa dell’orto, assieme a quella del reliquiario e della rete, è stata letta da Christine Ott anche come spia di una prigionia linguistica ed esistenziale dalla quale il poeta non può affrancarsi. Cfr. C. Ott, Davanti alla tomba del tu. Spazio evocato e spazio testuale nella poesia montaliana, in Paesaggio ligure e paesaggi interiori nella poesia di Eugenio Montale, a cura di P. Polito e A. Zollino, Firenze, Olschki, 2011, pp. 59-71. Di chiusura e prigionia aveva parlato anche Giuseppe Savoca, secondo il quale per Montale la lingua o è simbolo stesso della prigione o è lo strumento tramite cui tale prigionia viene espressa ed esercitata (G. Savoca, Montale e la “trappola” della lingua, in Id., Parole di Ungaretti e di Montale, Roma, Bonacci, 1993, pp. 47-60).
  25. Il vento che entra nel pomario affonda le radici nella scrittura profetica di Ezechiele, dove il vento dello Spirito Santo rianima le ossa inaridite (cfr. A. Sichera, Sulle orme della «donna miope»: la poesia, il non sapere e la morte in Xenia I, 14, in Id., Poesia e oltre. Tre studi su Foscolo, Pirandello e Montale, Catania, CUECM, 2000, pp. 73-116).
  26. A proposito dell’immagine e del simulacro negli Ossi di seppia, cfr. P. Polito, Appunti sull’immagine in Ossi di seppia, in Paesaggio ligure e paesaggi interiori nella poesia di Eugenio Montale, op. cit., pp. 73-88.
  27. Torna ben 22 volte negli Ossi di seppia. Per un quadro della materia lessicale degli Ossi di seppia così come delle altre opere di Montale, si rimanda alla consultazione della Concordanza di tutte le poesie di Eugenio Montale (Firenze, Olschki, 1987) di Giuseppe Savoca.
  28. Come precisa Luigi Blasucci, «il carattere della rivelazione non è affatto sensoriale, bensì, appunto, gnoseologico» (L. Blasucci, Gli oggetti di Montale, Roma, Il Mulino, 2002, p. 93).
  29. Massimiliano Tortora ha individuato una fonte nietzschiana per Pan, il dio del meriggio (M. Tortora, Vivere la propria contraddizione. Immanenza e trascendenza in Ossi di seppia di Eugenio Montale, Pisa, Pacini, 2015).
  30. Secondo Sichera, oltre al tempo eracliteo, in Montale convivono altre due concezioni temporali: quella schopenhaueriana del “tempo-ruota” e quella platonica della speranza in un ordine temporale “altro” esperibile dopo la morte (A. Sichera, Poesia e oltre. Tre studi su Foscolo, Pirandello e Montale, op. cit., pp. 94-98).
  31. La coesistenza dell’«inerzia calcinata dall’eterno» e del «tempo diverso della storia» è stata a suo tempo intuita da Marco Forti in Eugenio Montale. La poesia, la prosa di fantasia e d’invenzione, Milano, Mursia, 1973.
  32. Come nota Giorgio Bàrberi Squarotti, l’immagine «si deforma, sfugge all’indietro, fino all’inappartenenza, l’ombra con angosciosa rapidità subisce tutti gli insulti del tempo, la violenza della vecchiaia, fino alla sparizione, all’annullamento» (G. Bàrberi Squarotti, Gli inferi e il labirinto. Da Pascoli a Montale, Bologna, Cappelli, 1974, p. 212).
  33. Viandante come il primo Montale, anche Pontiggia avanza, infatti, macrotestualmente verso dimensioni spaziali sempre più ampie: dalla “poesia-giardino” di Con parole remote alla dimensione più vasta della “poesia-bosco” di Bosco del tempo fino al flusso cosmico del Moto delle cose (2017) e allo spazio-tempo eracliteo della Materia del contendere (2024).
  34. E l’ultimo aprile bianco è anche il titolo della raccolta edita nel 1979 di cui buona parte delle liriche vengono poi fatte confluire dall’autore nel libro del 1983.
  35. Si laurea a Milano con Gillo Dorfles sulla retorica del Seicento. Formatosi entro le propaggini della neoavanguardia, è stato redattore del «Verri» di Luciano Anceschi e di «Altri termini» di Franco Cavallo, oltre che fortemente in dialogo con poeti come Antonio Porta.
  36. Dirà Conte, a proposito di quegli anni: «Il giovane materialista assoluto, glorificando la carne e il sesso, trovava lo spirito e Dio. Il giovane delle periferie urbane – avevo abitato a Sesto San Giovanni e a Torino verso il Lingotto – riscopriva gli alberi, la varietà allucinatoria dei fiori, la potenza senza pause del mare. E sentiva che lì, in una corolla, in un ramo, nella schiuma della risacca, persisteva qualcosa di arcaico, di essenziale e di divino» (G. Conte, Il passaggio di Ermes, Milano, Ponte alle Grazie, 1999, p. 15).
  37. G. Conte, Terre del mito, Milano, Longanesi, 2009 [Milano, Mondadori, 1991], p. 24.
  38. Un principio che rimarrà sempre sul piano della trascendenza e dunque dell’indifferenza. Come nota Contini, infatti, «la serie Mediterraneo è da considerarsi come una prosa riflessiva intorno al simbolo stesso dell’indifferenza, ordine o legge di varietà-fissità, il mare» (G. Contini, Una lunga fedeltà. Scritti su Eugenio Montale, Torino, Einaudi, 1974, p. 24).
  39. Sandro Maxia, del resto, considera le poesie che precedono Mediterraneo una «lunga marcia di avvicinamento, e di preparazione, al colloquio col mare» (S. Maxia, «L’esiliato rientrava nel paese incorrotto». La terra, il mare, la costa in Mediterraneo di Eugenio Montale, in «Between», I, 1, 2011, p. 3).
  40. Cfr. P. V. Mengaldo, La poesia di Eugenio Montale, Padova, Padova University Press, 2019, p. 30.
  41. Per i punti di tangenza tra il Montale “marino” e Valéry e Lautreamont cfr. R. Luperini, Appunti su «Mediterraneo»: Montale tra Svevo e Lautreamont, in La poesia di Montale, Atti del Convegno Internazionale tenuto a Genova dal 15 al 18 novembre 1982, a cura di S. Campailla e C. F. Goffis, Firenze, Le Monnier, 1984, pp. 131-40.
  42. J. Hillman, Puer aeternus, Milano, Adelphi, 1999 (Betratayal, 1964; Senex and Puer, 1967), pp. 102-103.
  43. C. G. Jung e K. Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Torino, Bollati Boringhieri, 2012 [Einführung in das Wesen der Mythologie, Amsterdam-Leipzig, Pantheon Akademische Verlagsanstalt, 1942], pp. 47-106.
  44. La schiera dei fanciulli divini dell’Oceano e il ragazzo è assai variegata: non solo il giovane muto descritto dal mito irlandese, ma anche il dio fanciullo Nanauatzin del mito azteco, la dea-ragazza Artemide, il dio irlandese del mare Manannan mac Lir.
  45. Nell’Ultimo aprile bianco (1979) il titolo era invece politicamente connotato: Dopo Marx. Si tratta di una variante significativa, che molto rivela dei residui militanti che pesavano ancora su molta poesia.
  46. E. Bonora, La poesia di Montale. Ossi di seppia, Padova, Livina editrice, 1982.
  47. A proposito di visioni, in un verso di Ferite e rifioriture del 2006, Conte scrive di avere avuto, tra i compagni ideali della sua Bildung letteraria, anche Montale, «ma giovane quando ancora / credeva nelle visioni».

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

«Quando sai che non lo hai avuto». Fenomeni di “assimilazione vocalica” nella canzone italiana contemporanea

Author di Giacomo Ferraris

Abstract: L’articolo si concentra su alcuni problemi di textsetting nella canzone italiana contemporanea, e specificamente sul trattamento musicale di vari tipi di incontri vocalici (iati, dittonghi discendenti, incontri a cavallo di parola che danno potenzialmente origine a sinalefe). S’individua una tendenza all’esecuzione “assimilata”, monosillabica di questi incontri, in misura molto superiore a quanto accade nella metrica della tradizione lirica italiana, e si riflette sulle possibili cause, di ordine metricologico e linguistico, di questo fenomeno.

Abstract: This paper focuses on some problems of textsetting in contemporary Italian songs, specifically on the musical rendition of various types of vowel clusters (hiatuses, descending diphthongs, encounters that can potentially give rise to synalepha). It observes a tendency towards a systematically monosyllabic rendition of these encounters, running counter to some of the traditional principles of Italian metrics, and it reflects on the possible causes ‒ metricological and linguistic ‒ of this phenomenon.

Il rapporto fra musica e poesia, in termini generali e più specificamente fra strutture metriche del verso musicato e intonazione musicale, costituisce un argomento complesso, che è stato oggetto di numerosi contributi anche recenti[1], ma che rimane ancora da approfondire in alcune questioni fondamentali. In questo breve contributo ci proponiamo di esaminarne un aspetto particolare, ovvero la specificità del trattamento degli incontri vocalici (interni a parola e in fonosintassi) nel repertorio della canzone italiana contemporanea; e di avanzare qualche ipotesi sulle sue possibili cause.

Il trattamento dei nessi vocalici costituisce, come è noto, uno tra i capitoli più complessi della versificazione volgare italiana, che non solo la differenzia rispetto a quella mediolatina, in misura ben maggiore rispetto ad altre tradizioni romanze, ma che interseca fattori di vario ordine, attinenti alla metricologia, alla fonetica, e alla musicologia/teoria musicale. Tre in particolare sono le tipologie di nessi vocalici soggetti a un margine di incertezza nella lettura prosodica:

1. Per quanto attiene agli incontri vocalici discendenti del tipo “mia”, “tua”, “Dio” ecc., classificati dal punto di vista linguistico come iati, e dunque come rigorosamente bisillabici, in termini metrici la posizione consueta della metricologia italiana è che questi incontri siano da trattare in maniera distinta a seconda della loro posizione nel verso. Come riassume Menichetti:

La metrica, nel suo diverso modo di trattare questi nessi a seconda della loro collocazione, a seconda cioè che si incontrino all’estremità o invece nel corpo del verso, ha reso istituzionale un dato fonetico: il fatto cioè che nella lingua, dinanzi a pausa forte, specie sotto l’accento di fine frase […] le vocali assumono (o danno l’impressione di assumere, che basta) un peso maggiore, sembrano come ispessirsi, serbando o prendendo una valenza sillabica piena; invece all’interno dei sintagmi, quando non segue pausa e l’accento di frase si porta su una parola seguente, esse subiscono solitamente un’erosione che fa slittare una delle due, specie se è una -i o una -u, verso la semiconsonante[2].

2. Una fenomenologia più o meno analoga, anche se un po’ meno complessa (per ragioni sia di linguistica storica sia di minore problematicità articolatoria) presentano i dittonghi discendenti (del tipo “mai”, “fui” ecc.), anch’essi soggetti, in termini metrici, alla dicotomia per cui valgono come monosillabi in corpo di verso e come bisillabi in fine.

3. Nel caso degli incontri vocalici in fonosintassi (che possono dare, o non dare, origine a sinalefe), non si danno invece difficoltà attinenti a una diversa valutazione a seconda della posizione del verso; ma la loro scansione bisillabica o monosillabica è soggetta a complesse valutazioni contestuali, dipendenti dalla strutturazione dei versi nei quali sono inseriti e dalla loro posizione all’interno di quelli, da principi di scansione legati alla semantica del testo e della frase, e infine – come torneremo rapidamente a osservare in conclusione – a una certa variabilità diacronica dei principi che la regolano, nel corso della plurisecolare tradizione lirica italiana.

Riassunti questi principi generali, veniamo ora alle peculiarità del trattamento di questo fenomeno nell’ambito della canzone contemporanea, nella quale si riscontra una forte tendenza a quella che definiremo, da qui in avanti, l’“assimilazione” di tutti i tre tipi di nessi vocalici, ossia a pronunciarli in tutte le circostanze come monosillabi, a prescindere da altre considerazioni contestuali e (nel caso dei primi due) dalla loro posizione, interna o in conclusione di verso.

Già Luca Zuliani ha notato en passant, in un contributo dedicato alle caratteristiche della musica italiana contemporanea, come nel trattamento di iati (discendenti) e dittonghi ascendenti si verifichi nelle canzoni recenti una certa frequenza di rese monosillabiche anche in fine di verso:

Descending diphthongs (as in the word “noi”) and so-called nessi vocalici (series of two separate vowels, as in “via”) traditionally count as a single metrical syllable only inside Italian lines. In modern songs, however, they can count as oxytone rhymes at the end of lines (i.e., they can be sung on a single note) in contrast with previous Italian tradition[3].

Ed è in effetti facile riscontrare come questo fenomeno di assimilazione dei dittonghi discendenti finali sia effettivamente diffusissimo. Ne riporto un solo esempio, fra i moltissimi possibili, tratto dal ritornello della canzone Alba di Ultimo:

Amo l’alba perché spesso odio la vita mia
Camminando senza meta in questa strana via
Amo l’alba perché è come una sana follia
Puoi capirla se la senti e non mandarla via[4].

In maniera ancora più forte, in varie canzoni recenti si può riscontrare una pronuncia monosillabica di iati che, pur se interni al verso, dovrebbero inequivocabilmente essere interpretati come bisillabici, per ragioni storiche, nell’ambito della metrica canonica italiana (e in generale della resa prosodica tradizionale dell’italiano, anche al di fuori di contesti metrici). Riportiamo, come particolarmente significativi, due casi in cui la parola “poesia” o “poesie” viene scansita bisillabicamente come poe-sia/e. Il primo si trova proprio in apertura del brano Il mio amico di Madame e Fabri Fibra, uscito nel 2021:

Il mio amico fa scelte sbagliate con una poesia tale
Che a volte fa dimenticare cos’è il bene e il male[5].

Il secondo, nel brano (del 2014) L’unica di Perturbazione:

Erika, tu eri l’unica
Ma soprattutto nelle ore di ginnastica
Per te solo al pensiero
Io mi sentivo un uomo
Per te io componevo inutili poesie[6].

Pur prescindendo dal problema della scansione dello iato in- ia/e (che, in base al principio che si è evocato, dovrebbe essere monosillabo nel primo caso, perché in corpo di verso, e bisillabo nel secondo perché in clausola) di cui si è già detto, ciò che sorprende qui è la resa monosillabica anche del primo incontro vocalico -oe-: che sarebbe certo assolutamente impensabile nell’ambito della versificazione della tradizione lirica italiana, di qualunque epoca.

Ora, la valutazione di questo comportamento sposta ovviamente l’analisi su un piano percettivo: cosa si intende, cioè, esattamente per numero sillabico in relazione alla pronuncia (silenziosa o sonora) e alla resa musicale di un testo? Malgrado alcuni studi recenti dedicati alla determinazione del numero sillabico sulla base di parametri fonetici nella lettura ad alta voce, mancano ancora indagini che coinvolgano congiuntamente i diversi fattori (metrico, musicale e fonetico) in gioco[7]. I due principali testi di riferimento della metricologia italiana (i manuali di Menichetti e Beltrami, che, in verità, dedicano al tema un’attenzione veramente tangenziale)[8] esprimono entrambi l’idea che qualsiasi resa melismatica (ovvero articolazione su più di una nota) di una sillaba metrica, anche nel caso di sillabe che contengono una sola vocale, dia luogo percettivamente a un’espansione del numero sillabico, per cui l’ascoltatore registrerebbe tante sillabe quante sono le note sulle quali esse vengono intonate. È però facile constatare come in base a questa interpretazione si dovrebbe concludere che pressoché “qualsiasi” intonazione musicale di un testo metrico (ad eccezione cioè dei casi, estremamente rari, di intonazione strettamente sillabica, nella quale a una sillaba del testo corrisponda sempre rigorosamente una sola nota) dia origine, nella percezione di chi ascolta, a un’aggiunta di sillabe al verso, e che quindi in tutti i casi in cui a essere messo in musica è un testo metricamente isosillabico (che non è generalmente il caso del repertorio della canzone su cui ci concentriamo qui, ma lo è per una larga parte del repertorio musicale su testi italiani attraverso tutta la sua storia), la presenza di qualsiasi tipo di melisma provochi una sensazione di ipermetria (quantomeno, per così dire, di “ipermetria musicale”) nel testo poetico intonato[9]. In realtà l’osservazione del repertorio (non solo recente) dei testi intonati indica che la percezione di ipermetria avviene soltanto quando a essere intonato su più di una nota è un incontro vocalico, che in questo caso risulta inevitabilmente bisillabico, così come, di converso – ed è questo l’aspetto che qui specificamente ci interessa –, se entrambe le vocali vengono intonate su un’unica nota, questo risulterà, altrettanto inevitabilmente, nella percezione del nesso come monosillabico. Anche in mancanza di studi sperimentali mirati, dedicati alla validazione empirica di questi dati (e che indubbiamente porterebbero un decisivo contributo a una categorizzazione più precisa), in questo caso specifico ci sembra infatti che possano sussistere pochi dubbi sul fatto che questa sia l’interpretazione corretta. Lo dimostra peraltro il fatto che questo principio (per quanto mai enunciato chiaramente né definito formalmente) sia assunto implicitamente come criterio di analisi in tutti i testi a noi noti che affrontino il problema del rapporto fra resa musicale e numero sillabico in relazione a specifici repertori musicali: dagli studi dedicati dal filologo romanzo d’Arco Silvio Avalle e da alcuni suoi allievi al rapporto fra musica e versificazione nel duecentesco Laudario di Cortona (per i quali Avalle ha coniato il fortunato termine di “anisosillabismo apparente”), fino a quelli più recenti di studiosi come Stefano La Via e Luca Zuliani[10].

Tornando dunque al repertorio di nostro interesse, un fenomeno ancor più “trasgressivo” è costituito dalla lettura assimilata in caso di incontro di tre vocali in fonosintassi. Per questo tipo di contatti la metricologia, a partire da Menichetti, utilizza il termine di “diesinalefe”, intesa come la combinazione di dieresi per il primo incontro interno e sinalefe con la vocale successiva, anche nei casi in cui normalmente, sulla base delle regole metriche consuete, non dovrebbe avvenire dieresi: la cui eccezionalità viene per così dire “compensata” dalla sinalefe. Una lettura che lo stesso critico presenta con una certa cautela, ammettendo in alcuni casi la possibilità di un’interpretazione alternativa (ossia di sineresi + dialefe); ed effettivamente, in assenza di una validazione sperimentale su interpretazioni di scansione alternativa che come queste non modificano né il numero sillabico complessivo del verso né la sua struttura accentuale, è molto difficile giungere a conclusioni definitive. Ma al di là di questi distinguo il dato certo è che l’incontro di tre vocali in questo contesto, comunque venga attuato, dà origine a due sillabe totali: non a tre né a una; e che, mentre si possono trovare casi di incontri di tre vocali pronunciate in un’unica sillaba quando tutte sono atone, la presenza di vocale accentata fra quelle coinvolte nell’incontro, e il coinvolgimento di semivocale, rendono la pronuncia monosillabica dell’incontro sempre meno accettabile. In particolare, non risulta, quantomeno a noi, l’esistenza di alcun caso di incontri formati da dittongo ascendente in conclusione di parola, seguito da vocale all’inizio di parola successiva, che vengano resi metricamente come monosillabi[11]. Da questa assenza, o al limite rarità estrema, nella tradizione versificatoria italiana, si passa invece a un’altissima frequenza nella canzone contemporanea. Un primo esempio se ne trova nello stesso brano di Madame, Il mio amico, già citato sopra ad altro proposito: «E anche stanotte ti sei addormentato prima di me»[12].

Ma per dare una misura della frequenza del fenomeno bastino i casi successivi, raccolti tutti nell’ambito ristrettissimo delle canzoni in gara all’ultimo festival di Sanremo del 2025 (ricorriamo a questi esempi non per una particolare predilezione estetico-artistica, ma proprio per allontanare, grazie all’omogeneità ed esiguità numerica del repertorio, almeno in parte il sospetto di cherry picking a cui potrebbe potenzialmente dare adito la natura non sistematica di questa discussione):

1. Olly, Balorda nostalgia: «Ti sembra la maniera, che vai e mi lasci qua?»[13];

2. Rose Villain, Fuorilegge: «Mentre la luna cala su di noi / Splende in alto, guarda // Mai una volta giudica»[14];

3. The Kolors, Tu con chi fai l’amore: «Avevi grandi occhi neri e mi fa / Dove stai andando?»[15].

Veramente estremo l’esempio seguente, nel quale a essere ridotto a monosillabo è addirittura l’incontro di quattro vocali, la seconda delle quali accentata:

Modà, Non ti dimentico: «Convivere con il senso di che sarebbe stato / Parlare di coraggio quando sai che non lo hai avuto»[16].

Si potrà forse osservare che la percezione dell’incontro può essere mitigata dal fatto che la prima vocale dell’incontro, la -o di «lo», potrebbe potenzialmente essere soggetta ad elisione in questo contesto e posizione (con lettura dunque «l’hai avuto»); e tuttavia, a limitare il rilievo di una simile osservazione è il fatto che, quantomeno nell’esecuzione presentata in gara al Festival di Sanremo, la -o viene certamente pronunciata, ed è semmai il dittongo discendente successivo, -ài, che nella resa del cantante sembrerebbe quasi monottongare, con una resa fonica, diremmo, a metà strada fra -e aperta e chiusa: un fatto che potrebbe naturalmente spiegarsi con ragioni di difficoltà articolatoria, ma che richiederebbe, per essere valutato con maggior esattezza, un’analisi fonetica con strumenti adeguati, che non è naturalmente possibile condurre in questa sede.

Uno studio fonetico più accurato sarebbe del resto utile anche a determinare con maggior precisione tutti gli elementi in gioco, relativi alla posizione dell’accento all’interno dell’incontro, e alla natura e successione delle vocali coinvolte; si può per ora osservare, in via del tutto preliminare, che, se tutti i casi sono certamente contrari ai principi formalizzati nell’ambito della metrica della tradizione lirica italiana, il loro status rispetto alle consuetudini fonetiche dell’italiano contemporaneo non è invece del tutto omogeneo. Mentre, infatti, alcuni di questi incontri vocalici appaiono inconsueti, e presumibilmente inaccettabili anche nell’ambito della prosodia naturale, altri potrebbero essere più facilmente recepiti, perlomeno in alcuni contesti e in alcune varietà regionali. Dal punto di vista di un parlante norditaliano, ad esempio, considereremmo sicuramente accettabile la resa assimilata di «Mai u-na—vol-ta—giu-di-ca», della canzone di Rose Villain, e forse complessivamente anche quella di «ti—sei ad-dor-men-ta-to» di quella di Madame; più problematico ci pare per contro il «do-ve stai an-dan-do» del brano dei The Kolors, e ancora di più il «vai e-mi—la-sci» di Balorda nostalgia di Olly, per non parlare dell’esempio estremo del brano dei Modà.

Di fatto, ciò che qui più conta, risulta evidente che i dati discussi restituiscono un’indubbia tendenza verso l’assimilazione della sottoposizione del testo alla musica nella canzone italiana contemporanea; per la quale occorre perciò chiedersi in che modo interpretarla, se come riflesso di un’evoluzione della metrica o della prosodia della lingua, o di entrambe; e di quale natura. Si dovrà cioè ritenere che ci si trovi di fronte semplicemente a una situazione di deregolamentazione del trattamento degli incontri vocalici (che hanno di fatto nella lingua naturale un valore percettivamente incerto), che possono quindi liberamente assumere valore monosillabico o bisillabico a seconda della convenienza metrica, o, si dovrebbe dire più precisamente (vista la mancanza di una precisa regolamentazione in senso isosillabico dei testi della canzone contemporanea), della convenienza nella sottoposizione alla linea melodica, con i suoi vincoli e le sue regolarità e parallelismi di costruzione?

Crediamo che in parte questa sia una risposta corretta, che a sua volta si lega, sia pure in termini diversi, dato appunto l’anisosillabismo maggioritario dei versi per canzone contemporanei, al fenomeno, già novecentesco e progressivamente in crescita nel corso del secolo XXI, della «scomparsa [a livello principalmente di versificazione popolare, ma non solo] della competenza metrica, ossia della capacità di creare e riconoscere i versi della nostra tradizione letteraria», descritto efficacemente ancora da Zuliani in un contributo dedicato all’endecasillabo e alla sua storia[17].

E tuttavia, se questi rilievi sono certamente fondati, saremmo però inclini a ritenere che il fenomeno vada “anche” letto in termini più ampi, dal momento che, come si è già cursoriamente accennato, una spinta all’assimilazione degli incontri vocalici si inscrive in un’evidente direzionalità storica: non c’è dubbio, infatti, che anche nell’evoluzione della prosodia naturale della lingua italiana si assista fin quasi dalle prime testimonianze del volgare italiano a uno spostamento progressivo verso la pronuncia monosillabica piuttosto che bisillabica degli incontri vocalici. Di questa tendenza si ha testimonianza in primo luogo dal fatto (discusso ad abundantiam, soprattutto da Menichetti) che nei primi secoli della storia della lingua i dittonghi vocalici che sono continuazione di incontro vocalico in latino (cioè non frutto di dittongazione in italiano, o esito di semivocalizzazione o, più propriamente, seguendo la terminologia tradizionale nella descrizione dei dittonghi ascendenti, di semiconsonantizzazione di consonante latina) mantengono in genere, come nella scansione mediolatina, valore bisillabico. Lo stesso fenomeno si verifica anche per gli altri tipi di nessi ascendenti e discendenti in corpo di verso, che agli esordi della lirica volgare italiana sono talvolta resi come bisillabi anche in corpo di verso, mentre non lo sono pressoché mai nella tradizione lirica successiva; e ancora nel trattamento dei nessi interverbali, per i quali nel passare del tempo si esclude in maniera sempre più netta il ricorso alla dialefe. Si vedano ad esempio le considerazioni di Sergio Bozzola a proposito delle differenze fra le caratteristiche versificatorie di Dante e quelle di Petrarca, che possono sicuramente in parte essere ricondotte alla personalità stilistica dei due autori, ma che certo dipenderanno anche dal loro divario cronologico e dunque a un mutamento in senso diacronico della versificazione italiana, potenzialmente anche della struttura prosodica della lingua[18]. Alla luce di questa chiara direzionalità evolutiva, l’assimilazione a volte estrema che si riscontra nella canzone italiana contemporanea potrebbe allora parere la logica continuazione e culminazione, si potrebbe dire, di una tendenza secolare; sulla quale si sono certamente innestate anche influenze di pronunce regionali. Come è noto ‒ e si tratta, di nuovo, di un aspetto su cui ha ripetutamente insistito Menichetti ‒, la pronuncia regionale toscana, anche moderna, dell’italiano si caratterizza infatti nettamente, rispetto ad altre pronunce regionali, e particolarmente di quelle norditaliane, per una maggiore frequenza della pronuncia dieretica all’interno di parola, ciò che potrebbe naturalmente essere sussunto sotto il più generale fenomeno di una tendenziale preferenza per la dissimilazione. E può essere quindi significativo notare come, fra i cantanti di cui abbiamo discusso esempi in questo contributo, nessuno sia toscano, e molti, anche se non tutti, siano originari del Nord Italia. Ma in generale è ben noto come, a partire dal secondo dopoguerra, le varietà di pronuncia norditaliane abbiano acquisito uno status per certi aspetti canonico, in grado di esercitare anche un più vasto influsso a livello nazionale (anche se in regioni diverse dalla Toscana): un fenomeno ampiamente discusso tra gli storici della lingua da decenni, e che è divenuto ancora più pervasivo a partire dalla nascita delle televisioni commerciali[19].

Infine, un fattore probabilmente a sua volta influente potrebbe essere indicato nell’utilizzo di software di composizione musicale, ormai sostanzialmente impiegati da tutti i compositori, specie nella musica leggera: le limitazioni di questi strumenti, e in particolare dei programmi di divisione automatica in sillabe, potrebbero infatti spiegare quei casi estremi (come appunto il “lo hai avuto” del brano dei Modà) che vanno al di là di qualsiasi ragionevole possibilità di resa assimilata anche nell’ambito della prosodia naturale, non metrica, dell’italiano contemporaneo, in qualunque situazione o varietà regionale/dialettale. Un punto che introduce a un ulteriore approccio d’indagine, quello, si potrebbe dire, della filologia materiale (nel senso veramente proprio del termine), ancora tutto sommato poco sviluppato, ma necessario oggi nell’analisi di tipologie testuali che si avvalgono di nuovi mezzi tecnologici per la loro produzione e/o disseminazione.

Si tratta dunque, per tirare una conclusione almeno provvisoria, di un campo di indagine di vasto interesse proprio per la molteplicità dei fattori e delle spinte evolutive a cui risponde, e che certo si gioverebbe di una collaborazione interdisciplinare fra musicologi, storici della lingua e fonetisti, e di un’indagine statistica più sistematica.

 

 

 

  1. Si vedano P. Fabbri, Metro e canto nell’opera italiana, Torino, EDT, 2007; S. La Via, Poesia per musica e musica per poesia. Dai trovatori a Paolo Conte, Roma, Carocci, 2020; L. Zuliani, Poesia e versi per musica. L’evoluzione dei metri, Bologna, il Mulino, 2010.
  2. A. Menichetti, Metrica italiana. Fondamenti metrici, prosodia, rima, Padova, Antenore, 1993, p. 242.
  3. L. Zuliani, New directions in Italian song lyrics?, in Text and Tune. On the Association of Music and Lyrics in Sung Verse, a cura di T. Proto, P. Canettieri, G. Valenti, Peter Lang, Bern-Berlin-Bruxelles-Frankfurt am Main-New York-Oxford-Wien, 2015, pp. 255-72. «I dittonghi discendenti (come nella parola “noi”) e i cosiddetti nessi vocalici (successione di due parole separate, come in “via”) vengono contati tradizionalmente come una singola sillaba metrica quando si trovano all’interno di verso. Nella canzone moderna, tuttavia, possono valere come rime ossitone in chiusura di verso (ovvero, possono essere cantati su una nota singola), in contrasto con la tradizione [metrica] italiana».
  4. Il brano si può ascoltare al link: https://www.youtube.com/watch?v=YFTqKB7STUw (ultima consultazione: 7/3/2025).
  5. Il brano si può ascoltare al link: https://www.youtube.com/watch?v=bgcA7-_Fwpk (ultima consultazione: 7/3/2025).
  6. Il brano si può ascoltare al link: https://www.youtube.com/watch?v=BO-62OJATiU (ultima consultazione:7/3/2025). Si potrebbe, in effetti, osservare che la pronuncia della parola è qui leggermente diversa rispetto al precedente brano di Madame: che, cioè, in questo caso la “e” e la “o” dell’incontro vengono pronunciate in modo leggermente più distinto. Ci sembra, però, nel complesso che l’articolazione “morbida”, senza una chiara scansione del passaggio fra le due vocali, lasci pochi dubbi sul fatto che, anche qui, la resa dell’incontro vada certamente considerata monosillabica.
  7. Per una discussione aggiornata si vedano i recenti contributi di V. Colonna: Voices of Italian Poets. Storia e analisi della lettura della poesia del Novecento, Alessandria, Edizioni Dell’Orso, 2022 e Analisi fonetica di poeti italiani e spagnoli, in «L’Ulisse», 26 (novembre-dicembre), 2023, pp. 201-18.
  8. P. Beltrami, La metrica italiana, Bologna, Il Mulino, 1991, p. 75; A. Menichetti, Metrica italiana. Fondamenti metrici, prosodia, rima, op. cit., p. 73.
  9. Per il concetto di ipermetria musicale ci permettiamo di rimandare al nostro contributo, Misura per misura. Anisosillabismo “musicale” nel repertorio del Trecento italiano (e oltre), in «Textus et Musica», i. c. s., oltre che agli articoli citati alla nota seguente.
  10. Vedi almeno D. S. Avalle, La struttura musicale e i suoi problemi tra Medioevo e Rinascimento, in Musica, società e cultura. Dal Medioevo al Barocco, Torino, Teatro Regio di Torino, pp. 153-65 e S. Lannutti, Anisosillabismo e semiografia musicale nel laudario di Cortona, in «Studi medievali», 35, pp. 1-66; oltre agli studi già citati alla nota 1. Con la definizione di “apparente” in effetti Avalle intendeva riferirsi al fatto che una violazione della scansione metrica attesa del verso al momento del suo rivestimento musicale non andasse intesa come pregiudizievole della sua correttezza metrica e/o della sua natura isosillabica, perché i due livelli si collocano su piani diversi e potenzialmente almeno in parte indipendenti. Un’interpretazione più restrittiva è invece quella di Lannutti, che sembra suggerire che al momento dell’esecuzione musicale gli incontri vocalici non debbano dare luogo nemmeno percettivamente a due sillabe separate, e che la sottoposizione delle vocali interessate a neumi/note distinte abbia semplicemente l’obiettivo di segnalare che le due vocali vadano pronunciate distintamente (ovvero, che non debba esserci elisione), ma senza dar luogo a un cambio di sillaba metrica fra l’una e l’altra. In questa stessa direzione va anche il contributo di M. Gozzi, Sulla necessità di una nuova edizione del laudario di Cortona, in «Philomusica online», 9/2, pp. 114-74.
  11. Si veda, a questo proposito, la discussione di Tiziano Zanato in Lettura di Inamoramento de Orlando I II, in «Per Leggere», XXIII, n. 45, 2023, pp. 37-56, che propone al verso 3 dell’ottava («Argalia, il forte cavalier di vaglia») la lettura Argàlia vs. Argalìa con la ratio di evitare la successione della pronuncia sineretica di un incontro discendente, lo iato in -ìa, e la sinalefe con la i- atona ad inizio della parola seguente (mentre accogliendo la sua proposta si ha una pronuncia monosillabica di tre vocali atone, che è certo meno problematica dal punto di vista articolatorio; a parte il fatto che, in una parlata norditaliana, Argàlia verrebbe normalmente, in parte ancora oggi, reso come Argàglia, in cui la pronuncia distinta della “i” può estinguersi anche completamente nella palatalizzazione della -l-). Ciò che ci interessa qui è però come Zanato consideri inaccettabile una situazione ‒ di pronuncia monosillabica di iato accentato seguito da sinalefe ‒ che, sia pure in assenza di un approfondimento più rigoroso, che sarebbe ancora necessario, sulla casistica di questi incontri ci sembrerebbe in ogni caso chiaramente meno problematico rispetto alla pronuncia monosillabica di dittongo discendente seguito da sinalefe, nel quale il collocamento della semivocale in posizione intermedia pone problemi articolatori che ci paiono chiaramente “superiori”.
  12. Il brano si può ascoltare al link: https://www.youtube.com/watch?v=bgcA7-_Fwpk (ultima consultazione: 7/3/2025).
  13. Il brano si può ascoltare al link: https://www.youtube.com/watch?v=guIQwWgjATY (ultima consultazione: 7/3/2025).
  14. Il brano si può ascoltare al link: https://www.youtube.com/watch?v=hQyCcfw58h8 (ultima consultazione: 7/3/2025).
  15. In questo caso l’interpretazione della scansione sillabica potrebbe essere leggermente più dubbia; tuttavia, a un ascolto ripetuto, ci sembra che possa risultare sufficientemente chiara; il brano si può ascoltare al link: https://www.youtube.com/watch?v=luVXNVHn-tA (ultima consultazione: 7/3/2025).
  16. Il brano si può ascoltare al link: https://www.youtube.com/watch?v=Y5UeIfCM-7Q (ultima consultazione: 7/3/2025).
  17. L. Zuliani, Qualche appunto sugli endecasillabi e la musica, in L’endecasillabo cantato. Dalla metrica alla voce, a cura di P. Bravi e T. Proto, Udine, Colle, 2020, pp. 16-28.
  18. S. Bozzola, L. Romito, voce Sinalefe, in Enciclopedia Treccani; cfr. l’URL: https://www.treccani.it/enciclopedia/sinalefe_(Enciclopedia-dell’Italiano)/.
  19. Ci limitiamo qui a rinviare all’ormai classico volume di N. Galli de’ Paratesi, Lingua toscana in bocca ambrosiana. Tendenze verso l’italiano standard: un’inchiesta sociolinguistica, Bologna, Il mulino, 1985.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

«Quando un pensiero corre libero e scomposto». Note socio-linguistiche sui testi di cantautrici pop italiane degli anni Duemila

Author di Elisa Tonani

 

Ho scelto di essere libera
Adesso è la verità
L’unica cosa che conta

(Elisa, Luce)

Sarà più facile il viaggio se resti leggera

(Irene Buselli, Scegli con cura)

Abstract: Il contributo intende offrire alcuni spunti di riflessione sull’uso della lingua nei testi per musica di alcune cantautrici pop italiane nei primi venticinque anni del Duemila, tenendo in considerazione le due anime della musica leggera: quella appartenente al mainstream e quella indie, alternativa, indipendente dalle logiche di mercato e dai gusti soggetti alle mode. Le domande di fondo che hanno guidato queste note socio-linguistiche sono le seguenti: se vi sia stato o meno un cambiamento nella lingua dei testi della canzone italiana scritti e interpretati da figure femminili; e se possa emergere una specificità di genere, una tipicità femminile, che si riflette nei testi per musica leggera.

Abstract: This paper aims to offer some insights into the use of language in the lyrics of some Italian female pop singer-songwriters in the first quarter of the 21st century, considering the two souls of pop music: mainstream and indie, alternative, independent of market forces and tastes subject to fashion. The underlying questions that guided these sociolinguistic notes are: whether or not there has been a shift in the language of Italian song lyrics written and performed by women; and whether a gender specificity, a feminine characteristic, can emerge, reflected in pop music lyrics.

Con il sintagma “cantautrici pop”[1], in apparenza quasi un ossimoro, si vuole significare una distanza dall’accezione ristretta di “cantautore” «coniata negli anni Sessanta del Novecento e poi diventata sempre più sinonimo (dagli anni Settanta) di intellettuale, maître à penser, quasi poeta vate»[2], per abbracciare, semplicemente, l’accezione volta a designare delle artiste che sono anche compositrici – perlopiù coautrici anziché autrici esclusive – dei testi che cantano e che interpretano. Vale la pena rilevare che nell’interpretazione, oltre alla voce, ha assunto via via maggior rilievo la componente visiva della performance e dei videoclip. Si pensi alla trasformazione dell’immagine di Annalisa in funzione del cambio di stile musicale (un pop che ammicca alla dance); e alla sovraesposizione del proprio corpo – quasi body art – praticata da Madame nei video che accompagnano il suo album L’amore (2023), in cui l’immagine è fissa su una parte, diversa per ogni track, e in presa molto ravvicinata, del corpo nudo della cantante, che si muove flessuosamente al buio al ritmo della musica, retroilluminato con luci artificiali rosse, e su cui scorrono le parole del testo in rosso come insegne di un night.

Sotto questo termine-ombrello di “cantautorato femminile pop” si vorrebbe dare ospitalità alle due anime della musica leggera: quella appartenente al mainstream e quella indie, alternativa, più (o che tenta di essere più) indipendente dalle logiche di mercato preponderanti e dai gusti soggetti alle mode. Ma che resta pur sempre inscrivibile in un genere che, nella sua accezione più ampia, possiamo definire pop (“popolare”), ma al contempo post-moderno, aperto alle più diverse contaminazioni, dal rock (Carmen Consoli) al blues (Nina Zilli), dal folk (Cristina Donà) al rap (Madame), alla dance (Annalisa).

Fatta questa premessa, le note che seguiranno partono da una domanda: se vi sia stato o meno un cambiamento nella lingua dei testi della canzone italiana scritti e interpretati da figure femminili e se questo (eventuale) mutamento rifletta le dinamiche profonde della società, dal momento che «oggi i testi della musica leggera hanno sempre più importanza e sempre più spesso sono considerati allo stesso livello della poesia letteraria; o meglio, il ruolo che le canzoni hanno nella società attuale è simile a quello che una volta avevano non solo le arie del melodramma, ma anche le poesie»[3]. E, correlata con questa prima domanda, si porrà la questione se vi sia una specificità di genere, una tipicità femminile, che si riflette nei testi per musica leggera.

Il primo corpus da cui prendere le mosse è, inevitabilmente, quello dei testi presentati ai Festival di Sanremo[4], dove a emergere è innanzitutto un dato quantitativo: tra quelle premiate, le canzoni cantate (e tanto più anche scritte) da donne sono ad oggi ancora ampiamente minoritarie, come testimonia tra l’altro la polemica nata dall’esclusione di Giorgia, data già come vincitrice alla vigilia della kermesse, dal novero dei cinque finalisti nell’ultima edizione sanremese (2025). Dal 2000 al 2025 su ventisei edizioni del Festival di Sanremo solo cinque sono state vinte da cantanti donne (Elisa, Alexia, Emma, Arisa, Angelina Mango), solo tre delle quali sono state anche autrici, peraltro non esclusive, dei rispettivi testi: Elisa, che nel 2001 vince con la canzone Luce (Tramonti a nord est), scritta in collaborazione con Zucchero per adattare la versione originale in inglese (la lingua elettiva della cantautrice fin dai suoi esordi) allo scopo di presentarla al Festival; Alexia, aggiudicatasi il primo posto nel 2003 con Per dire di no, una canzone anch’essa scritta prima in inglese dalla cantante stessa e poi tradotta in italiano con Alberto Salerno; e Angelina Mango, nel 2024, con La noia, scritta in collaborazione con Madame.

Ai due estremi dell’arco temporale che qui ci interessa, il primo e l’ultimo dei testi di canzone appena citati risultano paradigmatici della distanza che li separa. Da un lato – Luce di Elisa –, c’è un testo improntato a un’oscurità di senso che rasenta l’ermetismo, dal lessico estremamente rarefatto («siamo nella stessa lacrima / come un sole e una stella»), con un’alta densità metaforica, che fa prevalere le ragioni dell’analogia su quelle della logica razionale, ad esempio mediante sinestesie («Siamo luce che cade dagli occhi, sui tramonti della mia terra») e mediante la ripetizione di imperativi di dannunziana memoria («parlami», «dimmi», e soprattutto l’obsédant «ascoltami», declinato in «ascoltati» dell’ultimo verso). Dall’altro lato, un testo – La Noia di Angelina Mango – in cui prevale un linguaggio composito e nel suo insieme colloquiale, citazionale e polifonico, che accoglie voci portatrici di luoghi comuni e frasi fatte («mi hanno detto che la vita è preziosa»), associazioni di elementi astratti e concreti (“indossare la vita”, anzi «la vita […] / io la indosso» con dislocazione a sinistra del tema, fenomeno tipico della sintassi del parlato), con doppi sensi e giochi di parole tipici della tradizione rap come «a testa alta sul collo», che fonde due espressioni idiomatiche (“a testa alta” e “con la testa sul collo”); locuzioni fisse e del gergo giovanile, in funzione ironica come «perle di saggezza» (da contrapporre alle «perline colorate» infantili), «sto una Pasqua», «zero drammi», «bimbe incasinate con i traumi», «a me mi viene la noia», con ridondanza pronominale anch’essa tipica del parlato; risemantizzazioni e accoppiamenti inusuali di aggettivi comuni con sostantivi a cui di solito non si accompagnano, come in «giorni usati», «notti bruciate»; anglismi alla moda ormai entrati nel gergo giovanile («business», «princess», «dress-code»), il forestierismo esotico cumbia (nome di un ballo latino). L’onnivorismo citazionale che percorre tutto il testo è ironico e dissacrante (la locuzione «non ci resta che ridere», ad esempio, è deformazione del titolo del noto film Non ci resta che piangere, 1984; «corona di spine», anticipata dall’ennesima espressione idiomatica «Non c’è croce più grande», funziona meglio come evocazione del dress-code o meglio dell’outfit di Fiorello nell’esibizione in duetto con Achille Lauro al Festival di Sanremo 2021 piuttosto che come riferimento evangelico).

Quelle rappresentate dai due testi (i cui titoli – Luce e La noia – sono già di per sé illuminanti delle opposte polarità a cui tendono: verso una rarefazione onirica o ben piantato a terra e ancorato all’espressione del disagio giovanile) sono due anime compresenti ancora oggi, tant’è vero che a distanza di vent’anni, nel 2022, Elisa si ripresenta a Sanremo (con un vestito bianco da sposa, diafano come il suo testo) classificandosi, se non vincitrice, comunque al secondo posto con O forse sei tu (il testo è co-firmato con Davide Petrella, in arte Tropico), dove campeggiano versi del tipo «Mi basterebbe un solo sguardo per immaginare il mare blu / E niente di più, uh-uh / E niente di più, uh».

Da che cosa deriva la sensazione, che spesso coglie di fronte ai testi di musica leggera, che il piano del significato sia offuscato dalla ricerca ritmica e dall’inseguimento delle rime, che le battute e gli accenti vadano rispettati ad ogni costo, anche a quello di forzare il senso?

Come hanno ampiamente argomentato illustri linguisti[5], il problema di base della lingua italiana (sillabica) è la sua non conformità alla struttura melodica (accentuativa) della musica a cui si accompagna e che spesso la precede: «la maggioranza delle melodie richiede un accento a fine verso, spesso [non solo nel verso che chiude una strofa ma anche] all’interno delle strofe, e quindi chi scrive testi per musica ha bisogno di parole tronche»[6]. Ma in italiano le parole tronche sono molto limitate, il che rende piuttosto ripetitivo il repertorio morfo-sintattico e lessicale a cui attingere. L’affannosa ricerca dell’accento a fine verso è rimasta una costante nel corso del tempo, trasversalmente ai generi musicali presenti all’interno del grande contenitore della musica leggera, e condivisa anche dalle nostre cantanti, che usano e abusano delle seguenti categorie grammaticali già messe a fuoco dagli studi linguistici:

1) i monosillabi, tipo gli avverbi no, , più, su, giù, qui, / («Mi rigiro nel letto, non dormo più / Vorrei saperti dire di no»: Rose Villain, Fuorilegge, scritto dalla cantante stessa con Federica Abbate per il Festival di Sanremo 2025; «Ma adesso io non lo so più / Guidi tu ma a fari spenti / Mi lascio trascinare giù»: Fiori sui balconi, 2017, di Federica Abbate, uno dei rari casi, quest’ultima, di cantautrice più attiva e nota come paroliera e come compositrice di brani affidati ad altri[7] che come interprete); blu aggettivo e sostantivo («Nel blu, blu / Più giù, farà più male / tu, tu / Mi devi ancora dire»: Madame, Aranciata, brano del 2023 scritto dalla stessa cantautrice con Michele Zocca, in arte Michelangelo; l’involontariamente comico: «Solo tu, tu spegni sigarette su velluto blu / Mi lasci sprofondare prima e dopo su»; l’ironico «Se ti vuoi perdere nei miei occhi blu / Devi lasciarti andare molto di più»: Maria Tomba, Goodbye (voglio good vibes), cofirmata dalla stessa cantante e finalista della sezione “Nuove proposte” di Sanremo 2025); la terza persona singolare dei verbi essere, avere, dare, fare, andare, stare («che senso ha», «che sesso fa»: Annalisa, Bellissima, 2022, scritta dalla stessa Annalisa con Davide Simonetta e Paolo Antonacci). Ma i monosillabi di solito sono atoni, e sono molto rari tra i sostantivi, per cui i più facilmente spendibili sono i pronomi personali soggetto tu e oggetto te/me, anche indiretti a me, con te (esemplare il testo Mon amour cofirmato con Paolo Antonacci e Davide Simonetta e interpretato da Annalisa nel 2023, tutto basato sui pronomi in punta di verso in rima o comunque in forte rilievo accentuativo: «e lei piace sia a me che a te / ho visto lei che bacia lui / che bacia lei che bacia me / mon amour, amour / ma chi baci tu?»; «In me ci sarà sempre un po’ di te in me / Ci sarà sempre un po’ di me in te»: Marracash con Federica Abbate, che è anche l’autrice del testo, Niente canzoni d’amore, 2015);

2) i nomi, perlopiù astratti, in e (i non astratti città e pubblicità in rima con l’astratto felicità, in O forse sei tu di Elisa: «Sarò tra le luci di mille città / Tra la solita pubblicità / Quella scusa per farti un po’ ridere / E io sarò quell’istante che ti porterà / Una piccola felicità»); tivù/TV («Mi rigiro nel letto, non dormo più / Vorrei saperti dire di no / C’è quel film che ti piaceva alla TV»: Rose Villain, Fuorilegge);

3) tre voci della coniugazione verbale del passato remoto e del futuro («Sì che sarò / quell’istante che ti porterà / una piccola felicità»: Elisa, O forse sei tu; mentre Madame in Marea gioca con gli accenti pronunciando «marea» come «màreà» e ponendola in rima con «sarà» ripetuto e poi reso omofono di «Sahara» grazie a un altro spostamento di accento «Sàharà»: «Sarà, sarà l’oasi in mezzo al Sahara»); ma anche l’uscita in dittongo è tradizionalmente trattata come tronca: la seconda persona singolare del condizionale e del futuro[8] («Ora vai, capirai / Che non ci sei stato mai / Io vorrei dare a te / Quello spazio che ti serve ma non c’è / Mi odierai, piangerò, / Da stasera resterò / Sola, uh uh / Sola / In questo blues»: Sola, canzone scritta e portata da Nina Zilli al Festival di Sanremo del 2015);

4) alcuni avverbi o congiunzioni (perché, però, così, lassù, chissà…) che spesso però tendono a non stare a fine frase nel normale discorso, e che quindi comportano delle inversioni nell’ordine sintattico standard o degli enjambements («Ci mettiamo i vestiti al contrario perché / Ci piacciono le cose sbagliate»: Federica Abbate feat. Matteo Romano, Sogni prima di dormire, 2023, scritta dalla stessa Abbate e da Dario Faini, noto come Dardust). Significative le catene di perché ripetuti ossessivamente fino a rimare, in ultima istanza, con sé stessi («Perché, perché, perché / Perché domani te ne vai? Mmm-mmm-mmm-mmm-mmm / Perché, perché, perché / Perché mi ami a metà? Mmm-mmm-mmm-mmm-mmm / Non mi lasciare così, non me lo merito / Non mi lanciare così, senza rimedio»: Madame, Aranciata; «Addio / A tutti i “dovrei” / A tutti i “se poi” / A tutti i miei “Perché? Perché? Perché? Perché? / Perché? Perché? Perché? Perché? Perché?”: Levante, Vivo, brano scritto e composto dalla stessa cantante per Sanremo 2023);

5) come si è appena visto, la ricerca di parole accentate a fine verso comporta delle spezzature del periodo sintattico, ovvero degli enjambements («L’istinto di scappare e non volere altro che / restare»: Carmen Consoli, Sta succedendo, 2021; «tu sai che parlo di noi che non / sono soltanto canzoni per gli altri»: Federica Abbate feat. Elisa, Canzoni per gli altri, 2023; «vorrei, non vorrei dirti che / ho visto lei» (Annalisa, Mon amour); anche con sospensioni irrisolte («Avevo voglia di, vo-voglia di, voglia di»: Annalisa, Bellissima; «per raggiungere la luna devo // guardami negli occhi e dimmi ancora bugie»: Madame, con Rkomi, Carl Brave, Bugie, 2021, scritto da Madame con Carlo Luigi Coraggio in arte Carl Brave);

6) a questi espedienti si aggiungono altri escamotages tipo le zeppe: in primo luogo le interiezioni, che abbondano ovunque e occupano molta parte dei testi di Annalisa, come tipicamente le sfilze di «ah ah ah ah» in Bellissima; ma molto frequenti sono anche le onomatopee, che compaiono fin dal titolo di Tikibombom, spiegato dalla stessa Levante, che ha scritto il testo e lo ha portato a Sanremo nel 2020, come «il ritmo sul quale non ballano le persone che descrivo nel brano», ovvero gli emarginati, i discriminati, i “freak”; è un’onomatopea anche il titolo Click Boom!, canzone di Rose Villain da lei scritta con Davide Petrella e cantata a Sanremo nel 2024: «click, boom-boom-boom / boom-boom-boom / vroom-vroom-vroom»; fino ad arrivare al «Tutti fanno bling bling» (concetto che ha radici nel rap per indicare gioielli e accessori costosi) in Febbre di Clara, brano scritto e composto da Clara insieme a Jacopo Ettorre, Madame, Federica Abbate, Dardust per Sanremo 2025;

7) l’espediente più classico sono le terminazioni tronche in consonante a seguito di apocope della vocale finale esposte in punta di verso: ormai una rarità che però ritroviamo, ad esempio, in «Total» (che è anche la parola finale della canzone) della già citata La noia di Angelina Mango;

8) molto frequente, assieme alle parole che nascono tronche, è il ricorso alla doppia accentazione di parole originariamente sdrucciole («erotico», «magico»: Levante, Vivo; «Non riesco più ad essere lucida / Il cuore parla e dice “Stupida”», «Ti ho fatto entrare nel mio disordine / Senza di te non ho niente da perdere»: Rose Villain, Click boom!; «Mi sento scossa, ah, ma quanto male fa? / Come morire, ma non capita»: Annalisa, Sinceramente, scritto dalla stessa cantante con Paolo Antonacci e Davide Simonetta per il Festival di Sanremo del 2024; «E anche deludere / È un’abitudine»: Clara, Febbre). La predilezione per parole sdrucciole (che consuonano al posto di rime perfette e che bene si prestano a ricevere un doppio accento nel canto)[9] spiega tra l’altro che stupida figuri tra le parole più gettonate sia come aggettivo sia come sostantivo: «quella stupida voglia di vivere» (Elisa, O forse sei tu); «La cosa più stupida / È chiamarla l’ultima» (Ragazza sola, terzo brano, cofirmato con Alessandro Raina e Davide Simonetta, della trilogia della svolta “elettropop” di Annalisa di cui fanno parte anche i brani Bellissima e Mon Amour);

9) altro portato dell’affannosa ricerca di parole tronche è l’uso di forestierismi, in particolare anglismi alla moda, ma anche francesismi («E ora che io ho perso anche te / Mi gioco quello che è rimasto al blackjack»: Piango sulla Lambo, brano del 2022 scritto e cantato da Guè e Rose Villain; «Ti regalo viaggi sul boulevard / Dentro negozi come Carlà / E quando ci vedono / Uh la la la / Uh la la la / Uh la la la»: Boulevard, il brano con cui Clara, coautrice del testo assieme a Daniele Magro, vince “Sanremo Giovani” nel 2023; «Il cielo fa come un glitch», dove imprevedibilità terminologica e forzatura semantica vanno a braccetto, e «Non dire “je t’aime”»: Febbre di Clara). I forestierismi sono spesso usati in funzione ludica: «Oppure goodbye (Voglio good vibes) / Oppure goodbye (Only good vibes) / Oppure goodbye / Voglio le coccole, non le tue bad vibes»: Goodbye (voglio good vibes) di Maria Tomba; talvolta in funzione parodica, di denuncia del conformismo attraverso la sua assimilazione negli stereotipi linguistici (come da tradizione rap, specie in Madame); o ancora possono fungere da inserti esotici, ad esempio in Marea di Madame («Suid van jou liggaam / Suid van jou liggaam») che ricorre a un sintagma in lingua afrikaans dal significato «A sud del tuo corpo / A sud del tuo corpo». I forestierismi più sofisticati ricorrono preferenzialmente nei testi rap: nel già citato Piango sulla Lambo troviamo, ad esempio, gli inusuali esotismi giapponesi «yakitori» (piatto tipico della cucina giapponese traducibile con ‘spiedini di pollo’) e «hikikomori» (neologismo per indicare i giovani che si chiudono in isolamento, concentrandosi solo sulla comunicazione virtuale mediante dispositivi digitali): «Mi hanno trafitto l’anima come un yakitori», «Mi arrendo al mio destino, baby, hikikomori»;

10) altrettanto invasivo e perseguito a fini ritmico-accentuali è l’uso di marchionimi, dai più banali «vado a letto col pantaloncino dell’Adidas», «quella volta ti aspettavo in Saint Laurent» (Annalisa, Bellissima), al più ricercato, un hapax, «I tuoi occhi Blu Klein» (un colore che deve la sua denominazione all’artista concettuale francese Yves Klein che ne ha creato la combinazione), cantato da Clara nel già citato Febbre. Marchionimi che, anche quando non sono per natura tronchi, ad esempio perché italiani, si prestano a una forzatura dell’accento in fine di parola: «piango sulla Lambo» [Lamborghini], nel già citato brano omonimo di Guè e Rose Villain;

11) anche il ricorso a termini dialettali può costituire un repertorio naturale di parole tronche: oltre al revival di testi interamente dialettali, specie in napoletano, nel rap recente, con approdo anche sanremese (Geolier), numerosi sono gli innesti di frammenti dialettali in un contesto in lingua italiana, come testimoniano il tormentone di Angelina Mango Che t’o dico a fa’ (2023), scritto assieme ad Alessandro La Cava, e il brano sanremese del 2025 di Serena Brancale Anema e core, alla cui scrittura ha collaborato anche Federica Abbate.

Forestierismi e marchionimi (in particolare anglismi e francesismi che ammiccano a un presente trendy e giovanile), dialettismi (allusioni all’autenticità del passato, con la parola «nostalgia» che la fa da padrona in questo ultimo Festival, non solo quella «balorda» di Olly ma anche quella «puttana» di Rose Villain), sono naturalmente atteggiamenti linguistici che rispecchiano una tendenza più generale della nostra cultura e della nostra società, alle quali la lingua della canzone è più permeabile di qualsiasi altra, senza distinzioni di genere per quel che riguarda gli autori.

Sembra cavalcare questi vincoli legati alla “mascherina” (lo schema metrico soggiacente ) e al contempo farne una parodia la cantante Madame, nel secondo singolo che l’ha portata al successo, Sciccherie (2019), dove, accanto al termine che dà il titolo al brano, un neologismo da lei inventato per significare «tutto ciò che luccica» (Istinto, brano del suo primo album) e attira (i vestiti e gli accessori alla moda: «gli ori, i money e le bigiotterie», il sesso…) e dà dipendenza (come le «manie»), spiccano altri elementi lessicali apparentemente inesistenti, ma che sono perlopiù l’esito di locuzioni d’uso comune rese univerbate nel cantato strascicato (come se si trattasse di un unico lessema), con un accento diverso dal normale e con raddoppiamento fonosintattico («sì, che è lì, eh» cantato come «sicchelìe»; «succhia lì, eh» cantato come «succhialìe»), oppure all’opposto espressioni spezzate da un enjambement all’interno di parola che distorce il suono originale («chie- / de»), mentre le altre parole intorno al lessema spezzato vengono pronunciate univerbate e con raddoppiamenti fonosintattici (es. «ficcachie / de», «sicchechie / de»).

Le due linee della canzone italiana

Per semplificare molto, sono sempre esistite due linee nella storia della canzone italiana: una preponderante, in cui la cosiddetta “mascherina”, fatta di numeri o di battute vuote, viene riempita successivamente dal paroliere; l’altra minoritaria, ma certamente per noi più interessante, resa possibile da figure come i cantautori, che possono plasmare e lavorare contemporaneamente su testo e musica, e che hanno dato uno speciale rilievo al testo.

Negli ultimi vent’anni questo confine è stato sempre più labile: i testi per musica leggera (o «leggerissima»[10]) sono approdati a una lingua più alla portata di tutti, più diretta, una lingua per musica che non ha smesso di pagare pegno ai «condizionamenti della ritmica, che la rendono ben poco spontanea e lineare»[11]; ma che, per recuperare spontaneità e linearità, ha introdotto più massicciamente il lessico della quotidianità, quando non del turpiloquio e perfino della brutalità, con disfemismi che possono rasentare la blasfemia (penso a Madame che eredita dal rap urban tutta una serie di concessioni verso il basso e il corporale, portandole in minima parte anche a Sanremo).

In questi ultimi tre lustri la lingua e lo stile delle canzoni ammesse a Sanremo hanno subito una notevole apertura verso i gusti di un pubblico giovane, con un assottigliamento del divario precedentemente creatosi fra canzoni in gara, e in particolare canzoni vincitrici, e canzoni che riscuotevano il vero successo popolare (quello degli ascolti e delle vendite che, una volta chiusosi il sipario dell’Ariston, decretavano il loro diverso verdetto testimoniato dalle classifiche delle hit parade). E questa apertura ha comportato inevitabilmente una contaminazione del linguaggio con apporti plurali, una discesa verso il basso sul piano tematico-lessicale e un adeguamento della morfo-sintassi al piano del parlato colloquiale, quando non sub-standard.

Il primo elemento tematico che catalizza le spinte linguistiche verso il basso è il tema del corpo: una specie di ostensione, offerta votiva profana del proprio sé fisico, talvolta percorribile come uno spazio, un paesaggio, un elemento naturale, una geografia.

Le performance di Achille Lauro a Sanremo, che mettono in scena il corpo come oggetto ambiguo e dalla sessualità esibitamente deviante o perversa, da un lato; l’album di Michele Bravi Geografia del buio (2021), in cui il corpo è rappresentato nell’esperienza pietrificante della depersonalizzazione e della derealizzazione (Storia del mio corpo), dall’altro, hanno dato un forte impulso a questo sdoganamento così potente del corpo come elemento tematico-lessicale, nel testo, e come elemento visivo, nella parte visual delle canzoni.

L’album (il secondo in studio) di Madame L’amore (2023), come si diceva in apertura a proposito dei video che accompagnano le canzoni, è paradigmatico in tal senso. Come già nel brano d’esordio 17 («Con solo la voce riesco a fare hype»), e in La promessa dell’anno (2019) («Sono la voce di donna nel corpo di un animale»), e poi nel singolo, portato a Sanremo, Voce (2021) («L’ultimo soffio di fiato e sarà la voce ad essere l’unica cosa più viva di me / Voglio che viva a cent’anni da me / Fumo per sbarazzarmi di lei / Ma torna da me», «In un bosco di me / C’è un rumore incessante / E lo faccio da parte / Tu sei la mia voce»), la voce si identifica con l’identità più profonda. Oltre alla voce, la metafora protratta del corpo-paesaggio sarà una costante di Madame: «A sud nelle tue labbra / Foresta, caligo, marea (marea)» (Marea), «Nei tuoi capelli pianterei [variato da «strapperei»] germogli» (Come voglio l’amore), «Non sono un terreno stabile per un giardino segreto» (Se non provo dolore), «Fatti guarire dal suono della mia natura» (Avatar-L’amore non esiste); nonché la serie di similitudini in Milagro-A Matilde: «Sei la piazza di una città di mare / dopo il carnevale / sei la barca dove posso parlare / da sola col mare / l’acqua calma che si increspa soltanto / dopo il temporale».

Ma il lirismo, pur presente, convive con la cifra più tipica di Madame, l’irriverenza, sempre al servizio dell’espressione del sé, nei suoi aspetti da celebrare (la voce, primo tratto identitario, come si è detto) e nei suoi punti deboli, fatti oggetto di abbassamento disforico. Specie nel singolo del 2019 dal titolo 17 (titolo che è indicazione dell’età della cantante e che indirizza subito verso contenuti autobiografici) l’artista si accanisce contro il proprio corpo in un morboso ma liberatorio sfoggio di auto body shaming: «facile competere coi cessi a pedali, / come me»; «non ho i capelli biondi di Anna / ho i denti in ordine sparso / il volto storto da un lato / il culo grosso ma piatto». Ma il corpo, da oggetto di scherno, diventa al tempo stesso soggetto da preservare dallo schermo. Lo sfogo personale diventa anche denuncia socio-culturale, invettiva contro una società in cui la verità è filtrata dalle vetrine deformanti dei social media («le vetrine social sono le vetrine di Amsterdam») e in cui il corpo della donna è mercificato: «tanto questa Italia, lady, / vede le ragazze come bambole gonfiabili». Rispetto a questa logica, l’io si sottrae («C’è un distacco fenomenale / tra me e te tutte quelle puttane / non la do per dare pensa noi siamo tante / quanta strada devi fare per vedermi in mutande»). Contro il sessismo del rap italiano, la parola d’ordine è liberazione: «Ma serve liberarsi dalle gonne / Perché la musica rap piaccia agli uomini / Non basta la voce, la penna, lo stile / Il cuore in gola alla fine».

Il termine “liberazione”, riferito al corpo femminile, si ritrova nel testo che Levante porta a Sanremo nel 2023, Vivo, che ha la peculiarità di essere interamente accreditabile alla sola cantautrice (Claudia Lagona in arte Levante) in un contesto in cui di solito il numero di autori è più largo e nutrito[12]: benché l’autrice, nelle interviste, lo leghi a un’esperienza intima e privata ovvero alla depressione post partum, il concetto evoca inevitabilmente la propria ascendenza femminista sessantottesca, qui declinata in termini di caduta dei tabù, del raccontarsi senza filtri, come tipico della musica pop femminile («Vivo come viene / Vivo il male, vivo il bene / Vivo come piace a me» e soprattutto «Vivo per la mia liberazione / Vivo un sogno erotico / La gioia del mio corpo è un atto magico»). Non mancano i giochi di parole consistenti nell’accostare usi figurati accanto a usi concreti dello stesso termine (il verbo baciare, nello specifico), a cui ci hanno abituati i parolieri provenienti dal rap (penso, tra le personalità incontrate fin qui, a Federica Abbate e a Madame): «Bacio rime, bacio bene, ti bacio dopo».

Il canto di donne si presta quindi a mettere a nudo il sé più intimo, in modo diretto, senza filtri («Sono così sincera da / Farmi schifo da sola» canta Madame in Vergogna, 2021), e si rivela finalmente capace di parlare della malattia e della sofferenza psichica. È il caso di Valentina Turchetto in arte Mew, cantante fuoriuscita dalla scuola di Amici per problemi di depressione, autrice di un testo pieno di grazia e di luce che si fa strada con dolcezza tra le tenebre, dal suggestivo titolo, un neologismo, Posatenebre. Il brano racconta con naturalezza, semplicità e in modo diretto la depressione, il suo manifestarsi come incapacità di muoversi e lasciare il letto («C’è un elastico tra il letto e l’anima / Che mi tira e mi riporta qui», «Distesa nel centro di una stanza senza muri / In cui con me rimangon solo le paure»), come incapacità di parlare e di cantare («Sto ascoltando una canzone / Che non riuscirò a cantare», «È come se dimenticassi le parole / Solo quando devo spiegare che cos’ho», «Io parlerò, la lingua del silenzio»), come sensazione di sprofondare nella solitudine e nel buio («piango / Perché mi ricorda il male di star soli», «Mi consumerò sola in un posatenebre», «in cui con me rimangon solo le paure / A farmi compagnia / Mentre sparisco al buio»), come difficoltà a sostenere i rapporti con chi è più vicino, i familiari, tra impotenza e senso di colpa («Sento papà, che mi chiama da di là / Ed io so solo dire: Sono qua!», «Io respirerò, però non me lo chiedere»), come dipendenza dai farmaci: «E prendo gocce per dormire / Solo per poter sognare». Il tema, sdoganato, come si è già accennato, da Michele Bravi in Geografia del buio, è stato affrontato anche durante l’ultimo Festival di Sanremo (da Fedez con Battito, scritto a più mani dallo stesso rapper con Alessandro La Cava e Federica Abbate).

Prendendo progressivamente le distanze dal mainstream della musica leggera attuale, diverso è il caso di artiste più vicine all’accezione tradizionale di cantautorato, in cui l’autorialità non consiste in una collaborazione a tante mani al testo e nel migliore dei casi al testo e alla musica, ma detiene la piena, non condivisa responsabilità di entrambi.

Un’altra differenza riguarda la dimensione della testualità delle canzoni, la coerenza e la coesione. Molti testi per musica pop attualmente in voga sembrano un assemblaggio di spezzoni sintattici tenuti insieme da leganti fonici (rime e quasi-rime, assonanze, consonanze, accenti in egual sede), che funzionano ciascuno al proprio interno ma non nell’insieme: sequenze di suggestioni, flash, illuminazioni nei migliori dei casi (casuali, fortuite, purché “suonino bene” piuttosto che frutto di una mimesi dello stream of consciousness dell’artista che le ha composte), di cui sfuggono coerenza logica e disegno complessivo, inadeguate a costruire una storia (l’intero testo di Sinceramente di Annalisa è paradigmatico di questa frammentarietà). Al contrario, i testi delle cantautrici in senso tradizionale raccontano una storia, quando l’ispirazione originaria è di tipo narrativo, oppure, quando l’impulso da cui scaturiscono è di tipo intimista, sviluppano comunque un disegno (descrizione, esposizione o argomentazione che sia) articolato e coerente.

È proprio da questo respiro più ampio che deriva la complessità dei testi di Carmen Consoli, tra i più indagati dagli studiosi della lingua delle canzoni.

Nell’ultimo album di inediti in lingua italiana della “cantantessa”, Volevo fare la rockstar (2021)[13], la lingua si fa più piana, il discorso più colloquiale, la sintassi rinuncia alla complessità delle subordinate, il lessico si fa più semplice ma mai vago, anzi preciso fino all’uso di tecnicismi e termini specialistici («betabloccanti e inibizioni messi al bando»: Sta succedendo; «imprimerlo o rottamarlo», «infausti gradini di scala Mercalli», «criteri lombrosiani»: Volevo fare la rockstar; «l’effetto serra»: Qualcosa di me che non ti aspetti); semplice ma mai piatto, con le consuete impennate in presenza di aggettivi rari, non scontati e lunghi («piccolo mistero interplanetario», «stupore intenso, straordinario»: Sta succedendo; «indicibili oltraggi»: Volevo fare la rockstar) e di citazioni dotte con varianti («non sogno e son desta», «Questa terra pigra all’improvviso trema», «i lumi della ragione», nella sola Una domenica al mare).

Il brano eponimo dell’album, Volevo fare la rockstar, presenta la descrizione di uno spaccato dell’infanzia dell’autrice, in cui la storia personale si intreccia con la Storia collettiva: «All’uscita trovavo mio padre / E andavamo a comprare il pane / Mia mamma aspettava a casa / E preparava da mangiare / Sul marciapiede un telo bianco copriva un uomo inerte / Fino alle scarpe nere», e così via in un continuo controcanto tra spensieratezza del sogno infantile di diventare una rockstar e gravità dei fatti politici concomitanti[14].

La narratività è forse l’aspetto più interessante della testualità anche per cantautrici più giovani, emergenti proprio in questi anni nel panorama della musica leggera. Irene Buselli, cantautrice genovese classe 1996, ha pubblicato nel 2023 un album marcatamente autobiografico e introspettivo dal titolo manifesto (non senza ironia) Io, io, io (2023). Il singolo d’esordio, con cui Buselli vince il Premio Tenco nel 2023, Così sottile, è tutto giocato sulla metafora obsédant dell’essere appunto «sottile», condizione che caratterizza le varie parti del corpo («questi polsi», «questa pelle», naturalmente «questa voce», «questa bocca», «la mia carne»), ma anche figuratamente le attitudini mentali («vado troppo per il sottile», «Faccio pensieri troppo sottili», «ho un umorismo troppo sottile»), fino all’aperto contrasto con “spessore”, che contrappone l’io di chi canta all’altro, un interlocutore individuato da un tu, sempre «pronto a sminuire», al quale l’io è legato da un rapporto più erotico che amoroso e da un’insana dipendenza («Troppo sottile non lascio solchi / Non lascio traccia dentro di te / Sottile scivolo tra le dita / Come la sabbia, come la vita», «Ma com’è che ci si diventa / Spessi abbastanza da non sentire / Le tue unghie nella mia carne», «Eppure sono spessa abbastanza / Anche stanotte contro il tuo corpo / Nella tua stanza»). In questa sfida, quasi un corpo a corpo, tra “sottigliezza” e “spessore”, si ha una metamorfosi del soggetto femminile da «sottile» ad «affilata» («Starti vicino mi ha assottigliata / Sono una lama, sono affilata / Come la mina di una matita / Più che sottile sono appuntita»), che si risolve in un canto di liberazione e di libertà tipicamente femminile («Tu mi credevi così sottile / Eppure vedi non mi hai spezzata / Né la mia voce né la risata»).

La lingua è semplice ma curatissima, con la “sottile” e sapiente orchestrazione delle ripetizioni dei lessemi tematici e degli avverbi di quantità: da «troppo sottile», che conta ben 11 occorrenze, a «così sottile» (7 occorrenze), per approdare ad «abbastanza» (4 occorrenze, sempre ad accompagnare l’aggettivo spesso variamente declinato) e infine alla finale caduta dell’aggettivo modificato dall’avverbio abbastanza (non più insomma «spessa abbastanza»), ora usato in modo assoluto (e assurto a ultima parola del brano), così come assoluto, sciolto, liberato, diventa l’io capace di fare a meno di un tu che non lo sa accettare e non ne sa vedere la completezza: «Io che volevo essere più spessa / E invece ero e sono abbastanza».

Forse, se c’è una specificità della canzone femminile, è da ricercare in queste prove di estremo coraggio di raccontarsi e mettersi a nudo senza voler “scioccare i borghesi”, senza scenografiche messe in scena, ma trovando nella semplice precisione e nel linguaggio di tutti i giorni la bellezza della verità e della sua narrazione.

 

  1. La citazione proviene da Sta succedendo, brano di Carmen Consoli del 2021.
  2. G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, Il Mulino, 2010.
  3. L. Zuliani, L’italiano della canzone, Roma, Carocci, 2018.
  4. A Massimo Arcangeli e Luca Pirodda si deve la banca dati «Le parole di Sanremo» online dal 2019: https://www.leparoledisanremo.it/. Da questa banca dati ho attinto le citazioni dei testi in gara a Sanremo dal 2000 al 2025. Per i testi che non fanno parte del repertorio sanremese, mi sono basata sui video musicali resi disponibili, contestualmente all’uscita dei brani, attraverso il canale YouTube delle cantanti, confrontandoli con le maggiori piattaforme digitali che catalogano i testi delle canzoni (tra tutte, https://www.musixmatch.com/it).
  5. Si rinvia in particolare agli studi linguistici di Luca Serianni e Gianni Borgna (La lingua cantata: l’italiano nella canzone dagli anni Trenta a oggi, a cura di G. Borgna e L. Serianni, con una testimonianza di F. De André, Roma, Garamond, 1994), di Lorenzo Coveri (Dallo scritto al cantato: l’italiano della canzonetta, in Gli italiani scritti, Firenze, Accademia della Crusca, 1992, pp. 153-82; Per una storia linguistica della canzone italiana, in Parole in musica. Lingua e poesia nella canzone d’autore italiana. Saggi critici e antologia di testi dei cantautori italiani (II ed.), a cura di L. Coveri, prefazione di R. Vecchioni, Novara, Interlinea, 1996, pp. 13-24; V. Coletti, L. Coveri, Da San Francesco al rap: l’italiano in musica, Firenze, Accademia della Crusca, 2017; L’italiano lungo le vie della musica: la canzone, a cura di L. Coveri e P. Diadori, Firenze, Cesati, 2020; nonché gli articoli: L’italiano e le canzoni, https://accademiadellacrusca.it/sites/www.accademiadellacrusca.it/files/articoli/2012/01/27/articolo_coveri_canzoni.pdf, gennaio 2012; Linguistica leggera, anzi leggerissima, 22 marzo 2021, https://www.linguisticamente.org/linguistica-leggera-anzi-leggerissima/); di Giuseppe Antonelli (Ma cosa vuoi che sia una canzone: mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, Il Mulino, 2010); di Luca Zuliani (L’italiano della canzone, Roma, Carocci, 2018). Ultima consultazione: 20/03/2025.
  6. L. Zuliani, L’italiano della canzone, op. cit., p. 32.
  7. Fra gli interpreti di testi scritti, in esclusiva o in collaborazione con altri, da Federica Abbate si annoverano i nomi di Laura Pausini, Fedez, Annalisa, Alessandra Amoroso, Francesca Michielin, Elodie, Boomdabash, Noemi, Michele Bravi; solo a Sanremo 2025 portano la sua firma i brani di Fedez, Emis Killa, Rose Villain, Serena Brancale, Sarah Toscano, Clara, Joan Thiele (cfr. Federica Abbate, la penna d’oro della musica italiana: perché tutti i big vogliono lei?, in Domanipress,, sito consultato il 20/03/2025).
  8. G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone, op. cit., p 37.
  9. «[…] nel caso delle parole sdrucciole – ultimamente sempre più frequenti nei testi pop – risulta molto alta la percentuale di rime ritmiche, ovvero senza piena identità di suoni dall’accento in poi» (G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone, op. cit., p. 43).
  10. Si allude al titolo della canzone sanremese del 2021 di Colapesce e Dimartino, Musica leggerissima.
  11. G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone, op. cit., p. 22.
  12. Cfr. l’URL: https://masterx.iulm.it/today/today-italia/sanremo-2025-undici-autori-hanno-scritto-quasi-tutti-i-testi/ (sito consultato il 10/03/2025).
  13. Per una trattazione più ampia si rinvia all’articolo di Veronica Ricotta, «Volevo fare la rockstar» di Carmen Consoli: una lettura linguistica, in Treccani.it; cfr. l’URL: https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/scritto_e_parlato/Consoli.html, sito consultato il 10/03/2025.
  14. In questo brano, come riassume Veronica Ricotta, op cit., «si intravede uno sguardo sull’Italia degli anni ’70-’90, tra Cosa Nostra, l’attentato del 13 maggio 1981 a Papa Wojtyła “ferito tra urla e rosari” e i Mondiali del 1982».

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

“Il tenore sconfitto” di Brancati e Tommasini tra comicità musicale e contrasto spaziale

Author di Giuseppe D’Angelo e Silvia Quasimodo

Abstract: Il saggio si concentra su Il tenore sconfitto, unico esperimento di teatro musicale di Vitaliano Brancati, con musiche di Vincenzo Tommasini. Pur caratterizzata da un notevole valore letterario e melodrammatico, l’opera ha suscitato scarsa attenzione critica e ha ricevuto un’accoglienza tiepida, sia al debutto romano del 1950 sia nella ripresa palermitana del 1956. La farsa si sviluppa intorno a un inatteso capovolgimento: il Tenore, celebre per il suo talento, viene sconfitto in una gara di canto da un Soldato. Il saggio indaga la struttura drammaturgica, il contesto storico e le implicazioni simboliche della messinscena, con particolare attenzione al rapporto tra spazio scenico e dinamiche sociali.

Abstract: This paper explores Il tenore sconfitto, the only theatrical-musical work by Vitaliano Brancati, with music by Vincenzo Tommasini. Despite its literary and melodramatic value, the opera received little critical attention and was met with lukewarm reception both at its 1950 premiere in Rome and its 1956 revival in Palermo. The farce presents an unexpected reversal: the acclaimed Tenor is defeated by the Soldier in a singing contest. The study examines the dramaturgical structure, historical context, and symbolic implications of the performance, with a focus on the relationship between scenic space and social dynamics.

Introduzione

Chi scorresse la letteratura critica su Vitaliano Brancati noterà che la produzione teatrale vi occupa un posto di rilievo: opere come La governante hanno avuto ampia eco critica e lavori come Don Giovanni involontario continuano a essere messi in scena. Di contro, il suo unico esperimento di teatro musicale, Il tenore sconfitto, è stato pressoché ignorato, a dispetto della sua rilevanza tanto melodrammatica che letteraria. L’opera – della quale è andato perduto lo spartito – ritrae, con amara ironia, il trionfo inatteso del Soldato sul Tenore: quest’ultimo, osannato dalla Figlia del Commendatore per la voce sublime – «Dagli acuti, son trafitta / e dai bassi, risanata. / S’egli tace, derelitta / s’egli canta, estasïata»[1] –, viene spodestato in una sfida canora, perdendo gloria e amore.

Storia e sfortune di un atto unico: Roma

Il tenore sconfitto fu concepito in seno all’Anfiparnaso, un’iniziativa ideata per rilanciare il melodramma italiano. Questo breve ma affascinante esperimento ha lasciato un segno nella storia del teatro musicale, coinvolgendo figure di spicco come Guido Maggiorino Gatti, Alberto Savinio, Toti Scialoja, Vincenzo Tommasini, Goffredo Petrassi, Luchino Visconti, Sergio Pugliese e Manlio Lupinacci. I membri, istituita l’associazione nel 1949, scelsero il nome ispirandosi alla Comedia Harmonica di Orazio Vecchi (1597) e si dedicarono all’innovazione del teatro musicale, non solo sul piano drammaturgico, ma anche sotto il profilo visivo e coreografico. A testimonianza di questo impegno, un articolo di Giorgio Graziosi sulla «Rassegna Musicale» presentava l’associazione ai lettori, mettendone in luce ambizioni e valore artistico:

la associazione dell’«Anfiparnaso» si prefisse lo scopo di esumare e riprendere opere del passato di significativo valore e di facilitare la nascita di nuovi lavori nel campo del teatro musicale e in quello del balletto; cioè di agire là dove il normale teatro dell’Opera per tradizione, interessi, pubblico, attrezzatura, non può assolvere tutti i compiti e soddisfare tutte le esigenze quali scaturiscono da una società e da un’epoca in cui lo spettacolo lirico, proprio per la sua situazione critica, maggiormente abbisogna di stimoli alla ricerca creativa e di sicuro impegno nell’esecuzione[2].

L’iniziativa prese avvio con un allestimento ambizioso del Turco in Italia[3] di Rossini, diretto da Gianandrea Gavazzeni, con la regia di Gerardo Guerrieri, i costumi di Mino Maccari e una giovanissima Maria Callas. A questo seguì la sfida più impegnativa: mettere in scena quattro nuove opere di compositori italiani. Tra queste, Orfeo vedovo di Savinio – autore sia delle musiche sia del libretto –; Morte dell’aria, con testi di Scialoja e musiche di Petrassi; Il tenore sconfitto, nato dalla penna di Brancati e musicato da Tommasini, e infine Job di Luigi Dallapiccola. Tuttavia, per ragioni prevalentemente economiche, l’intero progetto si concluse con un disastro finanziario, che segnò la fine prematura di un’esperienza artistica difficilmente replicabile per la straordinaria qualità e originalità delle forze creative coinvolte.

Nondimeno, benché Gavazzeni[4] ricordi che Brancati fosse tra i fondatori dell’associazione, altri come Antonella Bartoloni[5] nel ripercorrere la breve esistenza di Anfiparnaso ne omettono il nome. Ad ogni modo, è bene ricordare che lo scrittore siciliano era uso frequentare il Teatro Eliseo – come si evince da una testimonianza di Sandro De Feo[6] – già durante il periodo della guerra; segno che, se anche non fu tra i fondatori, di certo fu sin da subito coinvolto nei lavori e nell’attività dell’associazione.

Il 24 ottobre 1950, all’Eliseo di Roma, debutta Il tenore sconfitto, con la regia di Gerardo Guerrieri, la direzione musicale di Fernando Previtali e scenografie e costumi firmati da Renato Guttuso. L’opera, però, non riesce a lasciare il segno: secondo le cronache dell’epoca, l’accoglienza di pubblico e critica è fredda, suscitando più dubbi che apprezzamenti, benché dalle colonne del «Messaggero» Renzo Rossellini, con toni sbrigativi e tuttavia entusiasti, riporti che per merito del Tenore sconfitto «la serata è finita fortunatamente in allegrezza»[7]. Tra le osservazioni più argute si distingue quella di Giorgio Vigolo, che sul «Mondo» disegna un parallelo irriverente tra l’opera di Brancati e i Maestri cantori di Norimberga di Wagner; un paragone che, lungi dall’elevare il lavoro del drammaturgo, ne sottolinea la debolezza: «L’operona di Wagner sembra entrata nell’operina di Tommasini come la chiesa di San Pietro dentro una noce. Il tenore sconfitto assomiglia a Beckmesser, il soldatino a Walter, la ragazza a Eva; e la baruffa la fanno quelli che escono da teatro»[8].

Dello stesso avviso è Piero Dallamano che su «Paese Sera» dedica al lavoro di Brancati e Tommasini poche parole all’interno di una cronaca piuttosto delusa sulla soirée romana: «E buon per noi che son venuti Tommasini e Brancati con l’esile, gracile farsa “Il tenore sconfitto” (ma finalmente qualche cosa di sapido e di “udibile”) a rallegrarci sul finale»[9]. A questi giudizi tutt’altro che entusiasti fa da contraltare il necrologio di Gatti, scritto in memoria di Tommasini, morto poco dopo il debutto dell’opera. L’articolo, intriso di affetto e stima, descrive un’accoglienza calorosa; un ritratto ben diverso da quello appena esaminato:

E ricordiamo la sua gioia per l’accoglienza che il pubblico dell’Eliseo di Roma riservò, due mesi prima della sua morte, all’ultima sua opera, Il Tenore sconfitto […]. Ma di quel successo – che pur fu caldo e convinto – egli non si inorgogliva, anzi ne dava il merito proprio al librettista, dimostrando sino all’ultimo modestia e discrezione[10].

Non si può, però, ignorare la vena polemica, seppur velata, nei confronti di Brancati: attribuendo al librettista il merito del «successo», Gatti pare suggerire la responsabilità assai ridotta del compositore nelle sorti poco felici dell’opera. In realtà, ciò che emerge con chiarezza è l’insuccesso complessivo del Tenore sconfitto. Come ha osservato Veroli, l’opera fu accolta con freddezza e persino fischiata, l’inizio di una serie di difficoltà che ne avrebbero compromesso anche in futuro il destino teatrale:

Il tenore sconfitto che andò in scena la stessa sera […] fu addirittura fischiato. A questa farsa ideata da Vitaliano Brancati, ed in cui, grazie anche alle scene di Guttuso ed alla musica di Tommasini (ricca di toni popolareschi, ma anche brillante e raffinata), riprendeva vita una certa Sicilia, acre e incantata, salace e credulona, non sarebbe arriso il successo neanche in una successiva ripresa a Palermo, qualche anno dopo[11].

Storia e sfortune di un atto unico: Palermo

Nel corso della stagione lirica del 1956 al Teatro Massimo di Palermo, Il Tenore sconfitto trovò spazio in cartellone accanto a Mese mariano di Salvatore Di Giacomo, con musiche di Umberto Giordano, e a Grançeola di Riccardo Bacchelli, musicata da Adriano Lualdi. Per questa rappresentazione, la regia teatrale fu affidata ad Anton Giulio Bragaglia, mentre la direzione musicale fu curata da Nino Verchi[12].

In relazione a tale evento, il programma di sala menziona esplicitamente che questa era un’iniziativa «di speciale celebrazione o di particolari riferimenti all’ambente siciliano»[13], sottolineandone l’accentuata dimensione isolana: «Sicilianissimo è l’ambiente della “farsa musicale” Il tenore sconfitto, come sicilianissimo è Brancati»[14]. La scelta di includere tale melodramma nel programma di una stagione lirica di così prestigiosa levatura non appare casuale; essa si inscrive piuttosto in una precisa volontà sicilianista, come conferma un significativo articolo di Mario Taccari sul «Giornale di Sicilia»: «il capitolo delle opere sicilianiste della stagione lirica che batte alle porte s’intitola “Sicilia, cose e favole nel tempo”». E aggiunge:

Con il gruppo d’opere sicilianizzanti che figurano nel programma del nostro grande teatro lirico, l’Ente del Massimo insiste in un proposito di specificazione e di differenziazione destinato a rompere il cerchio di una concorrenza artistica che non giova, a parer nostro, all’organico ed armonico svilupparsi delle manifestazioni liriche italiane[15].

Una precipua attenzione al teatro musicale siciliano è, altresì, testimoniata dalla commemorazione che Ubaldo Mirabelli – futuro sovrintendente al Massimo dal 1977 al 1995 – scrisse all’indomani della morte di Cuccia. A suo dire, il maestro palermitano aveva improntato ogni inaugurazione di stagione «ad uno spettacolo che avesse comunque un riferimento siciliano […]. Soprattutto però Simone Cuccia puntava a riprendere i vecchi operisti siciliani con gustose e colorite evocazioni»[16]. Al contempo, la scelta del Tenore sconfitto esalta la figura di Cuccia, protagonista di una stagione d’oro del Teatro Massimo. Già partecipe dell’esperienza di Anfiparnaso, dal 1953 sovrintese a produzioni di rilievo, tra cui Il cappello di paglia di Firenze di Nino Rota (1955), e a opere di Stravinskij e Bartók.

Nonostante tali premesse, l’opera di Brancati e Tommasini non ottenne un riscontro positivo, come evidenziato dalla cronaca teatrale di Pietro Emanuele Sgàdari di Lo Monaco – si tratta del celebre “Bebbuzzo”, amico intimo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa –, e l’accoglienza fu alquanto tiepida:

“Il tenore sconfitto” è una vera e propria farsa nel senso classico della parola, scritta con il suo personalissimo “humor” dal povero Vitaliano Brancati, e come tale, è divertentissima, paradossale e pienamente riuscita. Ben poco vi ha aggiunto il musicista Vincenzo Tommasini scrivendo una musica anodina di sottofondo e attingendo nei momenti culminanti ai canti popolari siciliani di Alberto Favara (oltre che al “Puritani” di Bellini tema di conflitto tra i due tenori). Il pubblico ha riso e basta questo, per potere affermare il successo dell’operina[17].

Da questa recensione emerge un dato rilevante: l’utilizzo da parte di Tommasini della Raccolta di canti popolari siciliani di Alberto Favara[18], una scelta che dimostra la capacità del compositore di essere in sintonia con il proprio tempo, anticipando l’edizione delle Musiche popolari siciliane di Favara pubblicata nel 1957. Tuttavia, Sgàdari non manca di evidenziare come la farsa di Brancati sia stata al centro di vivaci polemiche: «Successo contrastato, principalmente, dopo “Il tenore sconfitto” e lunghi, incontrollati clamori di folla al principio della “Granceola”. Commenti vivacissimi e polemiche fra gli spettatori negli intervalli alla fine dello spettacolo»[19].

Le vicende successive peggiorarono la situazione: l’indisposizione del tenore Gianni Iaia[20], interprete del Soldato, costrinse il Teatro Massimo a posticipare le repliche, portando alla sostituzione del Tenore sconfitto con una «speciale edizione del “Bolero” di Maurice Ravel»[21]. Le restanti repliche subirono la stessa sorte, sancendo il definitivo insuccesso dell’opera di Brancati e Tommasini, che non venne più rappresentata.

Una farsa dongiovannesca tra Sette e Novecento

I lettori non digiuni di teatro musicale che si trovassero fra le mani l’opuscolo[22] della soirée romana del 1950 occhieggerebbero il libretto brancatiano in virtù di due aspetti: la denominazione di «farsa musicale»[23] attribuita all’opera nonché il titolo nella sua interezza – Il tenore sconfitto ovvero la presunzione punita. Su questi due aspetti, di natura esclusivamente letteraria, ci si soffermerà, dal momento che la partitura dell’opera è tuttora irreperibile a causa dell’infelice sorte dello spettacolo.

Essendo la propensione al comico di Brancati, sia sul versante narrativo sia su quello teatrale, ben nota[24], non stupisce che la prova librettistica dello scrittore siciliano sia tinta di note scherzose e, segnatamente, farsesche. Al contrario, di Vincenzo Tommasini sono precipuamente noti i lavori strumentali, cui devono essere affiancate tre opere teatrali – Medea[25], Uguale fortuna e Il tenore sconfitto – in cui, eccezion fatta per la riscrittura operistica del mito greco, si distingue una chiara predilezione del compositore per la comicità musicale. Non sarà irrilevante, a questo punto, menzionare che Uguale fortuna è uno «scherzo lirico di un atto»[26] su musica e libretto di Tommasini, accomunato al Tenore sconfitto non solo dalla vena comica dell’opera, ma anche da alcune affinità tematiche[27] e dalla schematicità dei personaggi[28]. Questi elementi costituiscono il terreno comune, condiviso da Tommasini e Brancati, su cui si innestano le parole e la storia del Tenore sconfitto.

L’opera del 1950 è, invece, una farsa: la scelta di questo genere appare come la più congeniale per le vicende del Tenore sconfitto. Infatti, al di là di una certa libertà nomenclatoria che contraddistinse a lungo le categorizzazioni melodrammatiche (specie in ambito buffo)[29], la farsa di Brancati e Tommasini corrisponde alla definizione che Giovanni Piazza ne dà nel 1808:

L’oggetto della farsa è sol di piacere, e per ottenere questo scopo è permesso di usare ogni cosa, anche stravagante e inusitata; lo che non viene accordato alla buona commedia. La favola e l’azione possono essere triviali, e quindi il dialogo basso ed i personaggi di ordine inferiore[30].

 

Che il Tenore sconfitto voglia far ridere il pubblico attraverso una vicenda stravagante è indubbio, così come è acclarata la presenza di personaggi umili che danno vita a dialoghi triviali – si veda, in particolare, la prima parte dell’opera, dove i cocchieri e il Soldato si insultano vicendevolmente in una serrata sticomitia. Parimenti tipica è l’alternanza di parti cantate e recitate[31]: dall’elenco dei personaggi, infatti, si evince che i cocchieri, il pescivendolo e il venditore di fichidindia, nota di coleur locale, sono attori e non cantanti. Non del tutto inusitata, invece, la pratica metateatrale di cantare parti di un altro melodramma: basti pensare alle numerosissime scene in cui si assiste a una prova d’opera nell’opera[32] o ai siparietti in cui i cantanti esasperano il librettista e il maestro di cappella con i loro capricci nei metamelodrammi, vale a dire quelle opere comiche riconducibili a un preciso «microgenere»[33] che furoreggiò proprio nella seconda metà del Settecento. Se l’intento di questo filone operistico era quello di mettere alla berlina il teatro musicale coevo, ruotando il palcoscenico e svelando al pubblico ciò che accadeva dietro le quinte, non è da escludere che anche Brancati e Tommasini abbiano voluto scoccare uno strale all’opera lirica novecentesca, specie se si considera che il Tenore sconfitto venne composto in seno ad Anfiparnaso, che mirava, sì, a un rinnovamento dell’opera italiana, ma anche dell’offerta dei teatri lirici. In altre parole, che il Tenore – affermato professionista, ingaggiato in un’opera di repertorio quale i Puritani – non sia all’altezza del suo ruolo e venga sconfitto da un Soldato, avulso evidentemente dal mondo e dal circuito operistico, potrebbe essere un dato non privo di valore metaforico.

Tipica di questo filone è, altresì, la rivalità tra i cantanti, in particolare tra le virtuose: questa scena topica viene riscritta da Brancati, che non esita a servirsi di temi e motivi a lui cari anche in contesto librettistico. La virtuosità canora del Soldato e del Tenore, infatti, è assimilabile al gallismo che caratterizza non pochi dei dongiovanni siciliani che popolano le pagine brancatiane; alla satira del costume e del mito della virilità fascista subentra la messa in ridicolo della gagliardia vocale e dell’ego del Tenore, clamorosamente sgonfiato dalla stecca che conclude la sua competizione col Soldato, cui spetta l’ammirazione della folla e l’amore della Ragazza. È evidente, quindi, il legame, sì, con i testi brancatiani, ma ancor prima con l’archetipo di riferimento, vale a dire il mito di Don Giovanni e, nello specifico, la versione di Mozart e Da Ponte, di cui Brancati aveva già utilizzato, ribaltandone il segno, l’espediente del catalogo, come è stato notato da Domenica Perrone[34]. Tuttavia, se nel Don Giovanni in Sicilia il domestico Paolo fa da contraltare comico, assumendo il ruolo del Leporello mozartiano, nel Tenore sconfitto la presenza di un Commendatore non è che un riferimento puramente nomenclatorio all’interno di un’opera in cui è l’esemplarità della punizione per il dongiovannesco Tenore il più lampante richiamo all’ipotesto operistico: ecco così spiegata la seconda parte del titolo bimembre dell’opera, vale a dire “la presunzione punita”, ripresa chiastica del titolo dapontiano – Il dissoluto punito ossia Il Don Giovanni.

«La strada e il balcone»

Dell’allestimento scenografico restano alcuni affascinanti bozzetti di Renato Guttuso[35], autore non solo delle scene per lo spettacolo romano – va ricordato che fu tra i fondatori di Anfiparnaso – ma anche dell’allestimento al Teatro Massimo. Questi dipinti rivelano come Guttuso abbia saputo rappresentare con precisione alcuni elementi centrali non solo del Tenore sconfitto, ma di buona parte dell’opera brancatiana.

Immagine che contiene disegno, dipinto, schizzo, pittura

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Fig. 1, R. Guttuso, Bozzetto di scena,

in G. Badino, 1950. Il Tenore sconfitto ovvero la presunzione punita, op. cit., p. 98.

Nel primo bozzetto[36] (fig. 1), infatti, il pittore bagherese raffigura una piazza dominata dalla statua di Vincenzo Bellini, sovrastata da un cielo notturno rischiarato dalla luna, che le conferisce un’aura malinconica e onirica. Le palme e gli edifici con facciate ocra e rosa intenso nonché le pareti in pietra nera bugnata evocano una città mediterranea; ma, più d’ogni altra cosa, la statua di Bellini – accompagnata dall’epigrafe «A Vincenzo Bellini, la Patria» – richiama chiaramente Catania. Il monumento raffigurato è sorprendentemente simile a quello di Piazza Stesicoro realizzato da Giulio Monteverde nel 1882, con due delle quattro allegorie delle opere belliniane facilmente distinguibili: La Norma, per la posizione delle braccia, e Il pirata, per la rigidità della postura. Dettagli che, assieme al posizionamento dello stesso monumento, suggeriscono il punto di vista: l’ingresso del Teatro Bellini. È così che Guttuso ha reso visivamente la didascalia brancatiana che precede il dramma: «Piazza Stesicoro di Catania, col monumento a Bellini, il selciato di lava nera, le palme […]. La piazza è illuminata di fanali a gas. Sotto le palme una fila di carrozze, coi cavalli e i cocchieri addormentati»[37].

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Fig. 2, R. Guttuso, Bozzetto di scena (particolare),

in G. Badino, 1950. Il Tenore sconfitto ovvero la presunzione punita, op. cit., p. 99.

Il secondo bozzetto (fig. 2) pone l’attenzione su un elemento intimo e carico di drammaticità: una facciata dominata da un grande portone, ornato da motivi fogliati e sormontato da un elegante balconcino. Questo particolare architettonico, enfatizzato da una palette cromatica che intreccia tonalità di viola, blu e arancione, si trasforma, nell’opera di Brancati, in un vero e proprio palcoscenico simbolico. Qui, la donna si espone dall’alto, osservata e desiderata dall’uomo che, dal basso, ne contempla la figura. La disposizione verticale, che Guttuso traduce in immagini potenti tramite colori vibranti e linee dinamiche, riflette la precisa teoria degli sguardi presente in Brancati. I due protagonisti di questa corrispondenza – l’uomo e la donna – si muovono entro una configurazione geometrica chiaramente delineata, dove ogni elemento contribuisce a sottolineare la loro relazione. La relazione amorosa, infatti, si articola nella contrapposizione alto vs basso, che Tedesco ha ricondotto alla dualità tra la «strada e il balcone»[38]: un movimento verticale, che vede l’uomo in basso rivolgere lo sguardo verso l’alto, in direzione della donna.

Fig. 3. R. Guttuso, Bozzetto per “Il tenore sconfitto”,

in P. Veroli, Modernità e teatro musicale. L’esperienza dell’Anfiparnaso, op. cit., p. 38.

Tale configurazione spaziale trova riscontro anche nel Don Giovanni in Sicilia, romanzo del 1941, che già nelle prime pagine mostra il protagonista mentre raggiunge l’apice della felicità nell’atto di osservare – o meglio, spiare – «al di sopra di un cumulo di tetti, terrazze e campanili neri, quasi in mezzo alle nuvole […] una finestrina rossa, nella quale passava e ripassava una figura di donna»[39]. La traiettoria dello sguardo verso l’alto diventa così la chiave della prossemica tra uomo e donna, trasformandosi in una vera e propria metafora dell’amore elevato, di matrice stilnovistica[40], cui sembrano votati i personaggi che affollano il romanzo. La fantasticheria del protagonista Giovanni, subito dopo aver incrociato per la prima volta lo sguardo dell’amata Ninetta, ne offre un esempio emblematico:

[Giovanni Percolla] aveva fretta di fantasticare un bel quadro in cui, all’incirca, Ninetta si trovasse in un luogo alto, come il palco reale al teatro dell’Opera, o il triforio della cattedrale, o un balcone sospeso nel lume di luna, ed egli giù, con le ginocchia per terra e gli occhi al sorriso di lei[41].

E similmente accade nelle pagine del Don Giovanni involontario, dramma scritto da Brancati nel 1943, nel quale il signor Musumeci, padre del protagonista Francesco, rimprovera al figlio la scarsa valentìa amorosa: «Trent’anni fa, in tutti i balconi, in tutte le finestre di questi palazzi s’arrampicavano, entravano come gatti selvaggi i miei sguardi di giovanotto»[42].

Nel Tenore sconfitto, l’orchestrazione spaziale assume caratteristiche distintive rispetto alle opere poc’anzi citate: la maggior parte della vicenda si svolge sui balconi, che diventano il fulcro dell’azione scenica. Questi spazi elevati e privilegiati catalizzano l’attenzione, offrendo il terreno principale per le interazioni tra i personaggi principali; al contrario, i cocchieri e la folla restano confinati nella parte inferiore della scena, in strada, enfatizzando così una netta separazione tra i livelli narrativi e simbolici dello spazio. Come si evince dal libretto brancatiano, i balconi in scena sono tre: quello occupato dal Soldato, quello da cui si affaccia la Ragazza nonché figlia del Commendatore e, infine, quello dal quale appare il Tenore. Questa articolazione spaziale, sebbene nuova rispetto a un’impostazione più lineare, non elimina il rapporto verticale che – come si è osservato – costituisce un tratto distintivo di alcune opere brancatiane. A tal proposito, il Commendatore sottolinea la distanza sociale tra il Soldato e il mondo “elevato” cui quest’ultimo si rivolge, rimproverandolo così: «Il figlio del portiere, / se conosce il suo mestiere, / non si sporge dal balcone, / ma sta giù, presso il portone!»[43]. Questa battuta evidenzia non solo l’intrusione del Soldato in uno spazio che non gli appartiene, ma anche il sovvertimento del ruolo a lui destinato dalla sua condizione sociale. Il suo accesso ai balconi superiori, infatti, è reso possibile da un elemento contingente: l’assenza dell’avvocato, che, partendo per la campagna, aveva lasciato al padre del Soldato – il portiere – la chiave del proprio appartamento[44]. Questo stratagemma permette al Soldato di inserirsi in un contesto altrimenti inaccessibile, dando avvio agli eventi principali della trama. Diversamente da quanto accade al Soldato, l’ingresso del Tenore non avviene attraverso un’azione furtiva ma con grande enfasi pubblica, e il suo ingresso in scena è accompagnato da un bagno di folla, che ne sottolinea lo status di personaggio carismatico e popolare: «S’avvicina il tenore seguito da una folla di ammiratori»[45]. Il contrasto tra l’ingresso discreto del Soldato e quello plateale del Tenore non è casuale: rappresenta due modi opposti di occupare lo spazio scenico e di conquistare l’attenzione della Ragazza; solamente dopo questa introduzione trionfale, il Tenore sale sul balcone e intona un acuto, collocandosi simbolicamente al livello della giovane.

La posizione della Ragazza, immobile in alto, funge da punto di riferimento costante, quasi a sottolineare il suo ruolo di premio per i contendenti. Entrambi gli uomini – il Soldato e il Tenore – accedono ai rispettivi balconi con un movimento ascendente che simboleggia la loro elevazione sia fisica sia metaforica verso la meta agognata. È in questa cornice spaziale e narrativa che si consuma la sfida canora tra i due pretendenti della giovane; il duello vocale diventa l’apice dello scontro, in cui la musica sostituisce la parola come mezzo di comunicazione e di rivalità. A questo proposito è interessante notare come il testo di Brancati lasci pieno spazio all’inventiva di Tommasini; lo scrittore, infatti, inserisce delle didascalie che consentano piena libertà agli esecutori. Si veda, ad esempio, «Fa un gorgheggio e tutti applaudono», cui segue la risposta del Soldato «Fa lo stesso gorgheggio, ma con più grazia»[46]. Fino a giungere al momento culminante nel quale i due si sfidano, intonando «un’aria dei “Puritani”»[47]. Alla fine, il Soldato emerge come vincitore, dimostrando che il talento, unito alla determinazione, può prevalere anche su un rivale apparentemente più avvantaggiato. Il Tenore – sconfitto per l’appunto – si ritira dalla scena in modo drammatico e umiliante: «si ritrae e chiude il balcone rumorosamente»[48].

Nonostante la vittoria, anche il Soldato è costretto a lasciare la scena; richiamato dai cocchieri, è riportato alla realtà della sua condizione: «Scendi, scendi! Tuo padre / è andato all’osteria. / Benedetta la madre / che ti fece! Ma via, / scendi! Ti vogliam qui!»[49]. Questa chiusura, apparentemente festosa, lascia intravedere una certa ironia: se, da un lato, il Soldato ha superato le barriere sociali ascendendo al balcone e conquistando l’amore della Ragazza, dall’altro, deve tornare al suo mondo originario, abbandonando lo spazio elevato in cui aveva temporaneamente trionfato.

Conclusioni

Il rapporto tra i balconi e i personaggi si rivela fondamentale per comprendere la dinamica di potere e desiderio che attraversa questo dramma. La verticalità, elemento cardine della scena, non è solo una questione di dislocazione spaziale, ma diventa il riflesso delle aspirazioni personali e amorose che muovono i protagonisti. È, dunque, evidente come la sapiente orditura drammatica e letteraria del libretto brancatiano trascenda la schematicità originariamente tipica della farsa musicale: Il Tenore sconfitto è, dunque, un exemplum di «testo forte d’autore»[50], pienamente accostabile alle più note incursioni operistiche di autori quali Calvino, Masino e Quasimodo[51].

 

  1. V. Brancati, Il Tenore sconfitto ovvero la presunzione punita, in Id., Racconti, teatro e scritti giornalistici, a cura di M. Dondero, Milano, Mondadori, 2003, p. 1034.
  2. G. Graziosi, Gli spettacoli dell’Anfiparnaso, in «La Rassegna Musicale», a. XXI, n. 1, 1951, p. 60.
  3. Cfr. M. Mila, “Il Turco in Italia”: manifesto della dolce vita, in «Nuova Rivista Musicale Italiana», a. V, n. 5, 1968, pp. 857-71 e O. Jesurum, Le regie liriche di Guerrieri: il caso dell’Anfiparnaso, in «Biblioteca teatrale», n. 123/124, fasc. 2, 2017, pp. 133-50.
  4. Cfr. G. Gavazzeni, Il sipario rosso. Diario 1950-1976, a cura di M. Ricordi, Torino, Einaudi, 1992, pp. 717-18.
  5. Cfr. A. Bartoloni, Su alcuni aspetti di Tommasini operista: “Medea”, “Uguale fortuna”, “Il tenore sconfitto ovvero La presunzione punita, in La critica musicale in Italia nella prima metà del Novecento, a cutra di M. Capra, F. Nicolodi, Venezia-Parma, Marsilio – Casa della Musica, 2011, pp. 325-40.
  6. Cfr. M. Giammusso, Eliseo. Un teatro e i suoi protagonisti. Roma 1900-1990, Roma, Gremese, 1990, p. 78: «Tra il 1940 e la fine della guerra le Stanze [dell’Eliseo] furono un ritrovo affollato e brillante e per molti versi assai comodo. […] La maggior parte dei soci e frequentatori del club era di antifascisti, o mormoratori abituali. […] Io [cioè De Feo] avevo fretta di scendere al piano di sotto nell’appartamento di Talarico, dove ad ore fisse andavo con Brancati, ad ascoltare i bollettini della BBC».
  7. R. Rossellini, L’Anfiparnaso all’Eliseo. Tre opere nuove di autori italiani, in «Il Messaggero», 25 ottobre 1950, p. 3.
  8. G. Vigolo, Madrigale di dialetti, in «Il Mondo», 11 novembre 1950, p. 15.
  9. P. Dallamano, Tre melodrammi al Teatro Eliseo, in «Paese Sera», 26 ottobre 1950, p. 5.
  10. G. M. Gatti, Vincenzo Tommasini (1878-1950), in «La Rassegna Musicale», a. XXI, 1951, pp. 49. Cfr. anche M. Rinaldi, Vincenzo Tommasini, in «Rivista musicale italiana», a. LIII, pp. 323-36 e M. Targa, Vincenzo Tommasini, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2019; cfr. l’URL: https://www.treccani.it/enciclopedia/vincenzo-tommasini_(Dizionario-Biografico)/?search=TOMMASINI%2C%20Vincenzo%2F (ultima consultazione di tutti i link dell’articolo: 31 marzo 2025).
  11. P. Veroli, Modernità e teatro musicale. L’esperienza dell’Anfiparnaso, in «Terzo Occhio», a. XXI, n. 1, 1995, pp. 37-38.
  12. Cfr. A. M. Bonisconti, Un trittico: Giordano – Tommasini – Lualdi, programma di sala, Palermo, Tipografia Sciarrino, s.d. [ma 1956]. È interessante notare come Bonisconti, musicologa e funzionaria della Rai, abbia curato anche i programmi di sala degli spettacoli di Anfiparnaso: cfr. Ead., Gli spettacoli dell’Anfiparnaso, programma de Il turco in Italia di Gioacchino Rossini, rappresentato al Teatro Eliseo di Roma il 19 ottobre 1950, Roma, Italgraf, s.d. [ma 1950]; Ead., Gli spettacoli dell’Anfiparnaso, programma da L’Anfiparnaso, comedia armonica di Orazio Vecchi, rappresentata al Teatro Eliseo di Roma il 26 ottobre 1950, Roma, Italgraf, s.d. [ma 1950].
  13. A. M. Bonisconti, Un trittico: Giordano – Tommasini – Lualdi, op. cit., p. 5.
  14. Ivi, p. 6.
  15. M. Taccari, Protagonista la Sicilia sulle scene del “Massimo”, in «Giornale di Sicilia», 4 febbraio 1956, p. 5.
  16. U. Mirabelli, Commemorazione del M° Simone Cuccia, in «Bollettino del Rotary Club di Palermo», n. 1300, 16 ottobre 1958, p. 9; cfr. l’URL: https://www.rotary2110archivio.it/CLUB_ATTIVITA/PALERMO/1958%20-%201959/DOCUMENTI/1958.10.16%20bollettino_1300.pdf.
  17. P. E. Sgàdari di Lo Monaco, Tre atti unici al Teatro Massimo, in «Giornale di Sicilia», 2 marzo 1956, p. 5.
  18. Cfr. G. Cocchiara, Il Corpus di Musiche Popolari Siciliane di Alberto Favara, in «Annali del Museo Pitrè», n. V-VII, 1956, pp. 54-62 e S. Bonanzinga, Alberto Favara e l’indagine etnomusicologica moderna, in Figure dell’etnografia musicale europea. Materiali Persistenze Trasformazioni. Studi e ricerche per il 150° anniversario della nascita di Alberto Favara (1863-2013), a cura di S. Bonanzinga e G. Giordano, Palermo, Museo Pasqualino, 2016, pp. 21-52.
  19. P. E. Sgàdari di Lo Monaco, Tre atti unici al Teatro Massimo, op. cit., p. 5.
  20. Cfr. «Giornale di Sicilia», 4 marzo 1956, p. 5.
  21. «Giornale di Sicilia», 7 marzo 1956, p. 5.
  22. A. Savinio et al., Orfeo vedovo, Morta dell’aria, Il tenore sconfitto, Roma, Gli spettacoli dell’Anfiparnaso, 1950.
  23. Ivi, p. 41.
  24. Cfr. D. Perrone, Brancati e il comico, in I sensi e le idee: Brancati, Vittorini, Joppolo, Palermo, Sellerio, 1985, pp. 27-43; Ead., Vitaliano Brancati. Le avventure morali e i “piaceri” della scrittura, Milano, Bompiani, 1997, pp. 55-86; N. Borsellino, Vitaliano Brancati e le vie di fuga del comico, in «Belfagor», a. LX, n. 6, 2005, pp. 683-89; F. Erbosi, «Vomitare» il fascismo. Il comico e la costruzione del personaggio nel teatro di Brancati, in «Strapparsi di dosso il fascismo»: l’educazione di regime nella «generazione degli anni difficili», Napoli, La scuola di Pitagora, 2023, pp. 357-84.
  25. V. Tommasini, Medea, Roma, Officina poligrafica italiana, 1906.
  26. V. Tommasini, Uguale fortuna. Scherzo lirico in un atto, Roma, Tipografia operaia romana cooperativa, 1913.
  27. La vicenda, tratta dalla novella Histoire risquée di François de Nion, è ambientata a Venezia, dove Don Marco e Don Crisostomo scoprono sotto il balcone dell’amata Donna Agnese di essersi invaghiti della stessa donna. Decisi a contendersela a dadi, scoprono poi che un terzo pretendente, Don Piero, ha conquistato il cuore della donna.
  28. A questo proposito, Flavia Erbosi ha parlato dell’«aspetto marionettistico con il quale è rivestito il personaggio drammatico» (F. Erbosi, «Vomitare» il fascismo. Il comico e la costruzione del personaggio nel teatro di Brancati, op. cit., p. 373). Cfr. anche L. Anceschi, Riflessioni su “Don Giovanni in Sicilia”, in «L’Illuminista», a. x, n. 28/29, 2010, pp. 365-72; M. Pomilio, La situazione di Brancati, in Contestazioni, Milano, Rizzoli, 1967, pp. 9-33; L. Sciascia, Don Giovanni a Catania, in Id., Opere 1956-1971, Milano, Bompiani, 2000, pp. 224-37; V. Giannetti, Textes provisoires et stratégies de la représentation du personnage chez Vitaliano Brancati, in Objects inachevés de l’écriture, Paris, Presses de la Sorbonne Nouvelle, 2000, pp. 73-81; Ead., Vitaliano Brancati. Lingua, società e letteratura, Torino, Aragno, 2018, pp. 115-31.
  29. Tra gli altri, i nomi sovente usati in modo intercambiabile tra xviii e xix secolo per catalogare le opere del teatro musicale comico troviamo farsa, farsetta, opera comica, opera buffa, intermezzo, scherzo.
  30. Terza raccolta di componimenti scenici applauditi, vol. xi, Venezia, Rosa, 1808, p. 34.
  31. Ma si tenga presente che vi sono anche farse interamente musicate. In merito agli aspetti musicali del genere si veda D. Bryant, La farsa musicale: coordinate per la storia di un genere non-genere, in I vicini di Mozart, a cura di M. T. Muraro e D. Bryant, Firenze, Olschki, vol. ii, pp. 431-35: 432; S. Castelvecchi, Alcune considerazioni sulla struttura drammaturgico-musicale della farsa, in I vicini di Mozart, op. cit., pp. 625-31.
  32. Cfr. C. Cappelletti, La “prova d’opera” dalla commedia al libretto, in «Quaderni di Lingue e Letterature», a. xxxiii, 2008, pp. 47-61.
  33. D. Goldin, La vera fenice. Librettisti e libretti tra Sette e Ottocento, Torino, Einaudi, 1985, p. 73.
  34. Cfr. D. Perrone, Brancati e il comico, in I sensi e le idee, op. cit., pp. 35-36 ed Ead., Vitaliano Brancati: Le avventure morali e i “piaceri” della scrittura, op. cit., pp. 66-67.
  35. Cfr. G. Badino, 1950. Il Tenore sconfitto ovvero la presunzione punita, in Guttuso e il teatro musicale, a cura di F. Caparezza Guttuso, Milano, Charta, 1997, pp. 96-99.
  36. Nel saggio di P. Veroli, Modernità e teatro musicale. L’esperienza dell’Anfiparnaso, op. cit., p. 38, e nel numero 47 del «Radiocorriere TV» del 1950, p. 16, è riprodotto un bozzetto di Renato Guttuso (fig. 3) che si distingue per alcune differenze rispetto a quello pubblicato nel saggio, appena citato, di Badino. La differenza più evidente riguarda la posizione del monumento a Vincenzo Bellini: nel bozzetto riportato da Veroli e dal «Radiocorriere TV», il monumento è raffigurato di scorcio, con una prospettiva obliqua rispetto all’osservatore, mentre nella versione di Badino è collocato frontalmente. Questa variazione influisce anche sulla disposizione delle allegorie: quella dei Puritani occupa una posizione centrale e frontale, mentre quella della Norma è raffigurata di profilo.
  37. V. Brancati, Il Tenore sconfitto ovvero la presunzione punita, op. cit., p. 1031.
  38. Cfr. N. Tedesco, La strada e il balcone, in V. Brancati, Don Giovanni in Sicilia, Milano, Mondadori, 2017, pp. 135 e ss.
  39. V. Brancati, Don Giovanni in Sicilia, in Id., Romanzi e saggi, a cura di M. Dondero, Milano, Mondadori, 2003, p. 389.
  40. Cfr. L. Sciascia, Don Giovanni a Catania, op. cit., pp. 224-37; M. Martelli, Giovanni Percolla platonico, in Vitaliano Brancati. Atti del convegno tenuto a Misterbianco nel 1984, a cura di S. Zappulla Muscarà, Catania, Maimone, 1986, pp. 105-17; M. Dondero, La demitizzazione comica: il gallismo stilnovista di Don Giovanni in Sicilia, in Il gallo non ha cantato. Vitaliano Brancati tra fascismo e dopoguerra, Roma, Carocci, 2021, pp. 27-36.
  41. V. Brancati, Don Giovanni in Sicilia, op. cit., p. 429.
  42. V. Brancati, Don Giovanni involontario, in Id., Racconti, teatro e scritti giornalistici, op. cit., p. 1169.
  43. V. Brancati, Il Tenore sconfitto ovvero la presunzione punita, op. cit., p. 1039.
  44. Ivi, p. 1040.
  45. Ivi, p. 1041.
  46. Ivi, p. 1043.
  47. Ivi, p. 1045.
  48. Ivi, p. 1046.
  49. Ivi, pp. 1046-47.
  50. Nel continuum ideato da Adriana Guarnieri Corazzol, agli antipodi si trova il «testo gregario del professionista» (A. Guarnieri Corazzol, Poeta e compositore nella produzione lirica italiana del primo Novecento: una proposta di tipologia dei ruoli, in «Finché non splende in ciel notturna face». Studi in memoria di Francesco Degrada, a cura di C. Fertonani, E. Sala, C. Toscani, Milano, LED, 2012, pp. 203-23: 207) e R. Mellace, Letteratura e musica, in E. Cecchi e N. Sapegno (fondata da), Storia della letteratura italiana, XI, Il Novecento. Scenari di fine secolo. 1, direzione e coordinamento di N. Borsellino e L. Felici, Milano, Garzanti, 2001, pp. 431-96.
  51. L’articolo nella sua interezza è stato ideato e progettato congiuntamente, ma i paragrafi nei quali è strutturato sono da attribuirsi rispettivamente a Giuseppe D’Angelo (I, II, IV); Silvia Quasimodo (III: Una farsa dongiovannesca tra Sette e Novecento).

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

Napoli intonata: identità e poetica nei primi tre album di Pino Daniele

Author di Pamela Parenti

Abstract: È con piena consapevolezza della sfida contenuta nelle seguenti pagine che si intende compiere qui un’operazione di legittimazione letteraria di un autore di cui moltissimo è stato detto e scritto, ma quasi esclusivamente in ambito musicale ed etnomusicologico. Proprio perché è considerato un fenomeno di avanguardia culturale degli anni ’80 del Novecento, questo articolo è dedicato al giovane Pino Daniele, quello dei primi album, ancora “poeta maledetto”, Masaniello moderno cresciuto nei vicoli del centro storico di Napoli, in uno dei momenti più contraddittori della storia recente di questa magnifica città. Terra mia (1977), Pino Daniele (1979) e Nero a metà (1980) sono stati concepiti quasi di getto, senza soluzione di continuità, e meritano di essere letti come una trilogia letteraria oltre che musicale, in cui l’autore costruisce la propria identità poetica e dichiara, con autenticità, le proprie radici e la propria visione d’artista.

Abstract: It is with full awareness of the challenge contained in the following pages that this work seeks to carry out a literary legitimization of an artist about whom much has been said and written, though almost exclusively within musical and ethnomusicological contexts. Precisely because he is considered a symbol of the cultural avant-garde of the 1980s, this article is dedicated to the young Pino Daniele ‒ the artist of the early albums ‒ still a “poète maudit,” a modern-day Masaniello raised in the alleys of Naples’ historic center during one of the most contradictory periods in the city’s recent history. Terra mia (1977), Pino Daniele (1979), and Nero a metà (1980) were conceived almost in a single creative burst, with no real interruption, and deserve to be read as a literary as well as a musical trilogy, in which the author constructs his poetic identity and authentically declares his roots and artistic vision.

Negli ultimi decenni, il dibattito sullo statuto letterario della canzone ha guadagnato sempre più attenzione, soprattutto dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan nel 2016. La motivazione ufficiale del riconoscimento, «per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana»[1], ha segnato un punto di svolta, legittimando la canzone d’autore come forma d’arte degna di studio e di analisi al pari della poesia scritta.

Il premio, d’altra parte, non fa che riportare la “parola intonata”[2] alle radici delle proprie origini: agli aedi della poesia epica, ai lirici e alla grande tradizione tragica, quando il verso era tale perché si plasmava sul tessuto musicale di cui era intriso. In pieno Umanesimo, durante la progressiva affermazione della dignità culturale delle lingue moderne rispetto ai testi della tradizione classica, la poesia di Petrarca “suona”, come fa notare Foscolo[3], e sappiamo che è ancora concepita per essere eseguita musicalmente; che lo fosse anche ai tempi di Dante, e per la sua stessa produzione poetica, ne abbiamo diverse testimonianze tanto nel De vulgari eloquentia quanto nella Commedia[4]. Successivamente il grande repertorio madrigalistico del Cinquecento e la rivoluzione culturale barocca segnata dal Melodramma alimenteranno una tale esasperazione delle forme e una gran mole di trattatistica (sulla questione del prevalere della poesia sulla musica) che poco a poco si creeranno i presupposti per una separazione delle due «arti sorelle»[5], separazione che vedrà il suo punto di svolta nel secondo Settecento e poi nell’Ottocento con l’affermarsi, da una parte, della musica pura strumentale e, dall’altra, di una maggiore libertà metrica nella poesia, che troverà il suo culmine nel Novecento con la rivoluzione futurista. Così nel secolo scorso la letteratura è stata soprattutto intesa come un corpus di opere scritte, con particolare attenzione a quelle impiegate nell’educazione alla lettura e alla scrittura. Il conferimento del Nobel a Dario Fo aveva già messo in discussione questa visione, in quanto il drammaturgo italiano, a differenza di altri premiati che erano stati anche autori letterari, si era dedicato quasi esclusivamente all’arte performativa; tuttavia, nonostante la sua natura, il teatro era già stato tradizionalmente assimilato alla letteratura e alla consolidata abitudine di leggere i testi teatrali oltre che di assistere alle loro rappresentazioni.

Il caso di Bob Dylan, però, sembra aver rappresentato una provocazione ancora maggiore, poiché qui non si è trattato di legittimare che i testi delle sue canzoni si prestassero anche alla sola lettura, e quindi a un’esegesi letteraria, quanto piuttosto che i testi, nella loro complessità fenomenologica che include anche la musica e la dimensione performativa, potessero essere considerati come letteratura a tutti gli effetti, anche se testimoni di un genere diverso e peculiare di letteratura. Scrive Grimaldi:

Nel caso di Dylan, sembra che la giuria del Nobel abbia voluto anticipare i tempi. Non so se si siano ripromessi di fare sì che le canzoni di Bob Dylan conseguano in futuro una certa autonomia rispetto alla musica. A mio parere è molto difficile, ma non impossibile, che ciò accada, considerato il ruolo di media come You Tube nella nostra vita quotidiana. Non riesco infatti a immaginare che Dylan diventi un classico della letteratura così come la intendevamo ieri e che il pubblico inizi a leggerlo più che ad ascoltarlo; mi aspetto piuttosto che lo statuto della letteratura muti ancora e che da qui a qualche anno il Nobel venga assegnato a un autore di graphic novels[6].

È proprio questo il punto: che si accolga il cambiamento e l’evoluzione dei linguaggi, sempre più articolati su canali diversi, e ci si adegui al fatto «che lo statuto della letteratura muti»[7] inevitabilmente, e fortunatamente, nei tempi, ancor più nel frenetico contesto attuale del nostro mondo digitalizzato.

La piuttosto recente e parziale apertura del mondo accademico verso la “canzone” ha avuto un impatto ritardato anche in Italia, dove alcuni cantautori come Fabrizio De André, Francesco Guccini, poi De Gregori, Conte, Battiato e Dalla, solo per citarne alcuni, hanno iniziato a comparire progressivamente nelle antologie scolastiche e nei programmi di studio accademici (raramente in ambito letterario), sebbene con un numero ancora limitato di testi e con un certo scetticismo da parte dell’accademia più conservatrice.

Se la canzone è stata per lungo tempo considerata solo un fenomeno popolare o un mezzo didattico per l’insegnamento delle lingue – come dimostra il suo uso consolidato nella glottodidattica –, il riconoscimento della sua dignità letteraria è un passo ulteriore e ben più significativo. Non si tratta semplicemente di utilizzare i testi dei cantautori come supporto all’apprendimento, ma di riconoscerli come peculiari opere letterarie, capaci di veicolare, oltre all’indubbia ricchezza di emozioni, dei messaggi complessi che richiedono strumenti esegetici propri, in grado di distribuirsi su tale complessità[8]. È ovvio che questa operazione non può essere estesa al cantautorato tout-court ed è necessario che implichi la designazione di un canone all’interno della cosiddetta “Canzone d’autore”[9], la quale per sua natura non deve rappresentare uno strumento d’evasione soggetto alle mode e alle richieste del mercato, bensì proporre contenuti originali, a volte ermetici, spesso sfidanti l’ideologia del sistema.

Coloro che si preoccupano dinanzi a un’operazione di questo tipo piuttosto farebbero meglio a non trascurare il fatto che molta poesia contemporanea è vanamente chiusa in una dimensione autoreferenziale, lontana dal pubblico di lettori (che sono sempre meno, mentre crescono i numeri dei sedicenti poeti) e dal suo ruolo originario di espressione e impressione collettive, volte alla comunicazione. La ricerca stilistica e concettuale, pur avendo prodotto risultati di grande valore, ha purtroppo isolato i versi sulla pagina cristallizzandoli in fredde pietre mentali, inadatte a prendere fiato per parlare direttamente all’anima e all’esperienza quotidiana delle persone. Si è dimenticata la dimensione performativa della poesia, quella che, come per la musica, fa agire l’inchiostro fissato sulla carta, lo anima incarnando il pensiero, gli dà vita coinvolgendo il fruitore, sollecitando in lui un cambiamento, accogliendo e rispecchiando la complessità della nostra epoca.

Bisogna, dunque, cercare di cogliere il valore anche di prodotti considerati “pop”, non leggerli esclusivamente come il frutto della mercificazione (che troppo spesso si cela anche dietro alla valorizzazione di certe opere accreditate come progetti culturali) e accettare il valore letterario di oggetti che non si configurano in prima istanza come prodotti letterari assoluti.

Il giovane Pino Daniele

È con piena consapevolezza della sfida contenuta nelle seguenti pagine che si intende compiere qui un’operazione di legittimazione letteraria di un autore di cui moltissimo è stato detto e scritto, ma quasi esclusivamente in ambito musicale ed etnomusicologico. Proprio perché considerato un fenomeno di avanguardia culturale degli anni ’80 del Novecento, questo articolo è dedicato al giovane Pino Daniele, quello dei primi album, ancora “poeta maledetto”, Masaniello moderno cresciuto nei vicoli del centro storico di Napoli, in uno dei momenti più contraddittori della storia recente di questa magnifica città.

Classe 1955, Pino Daniele è poco più che ventenne quando esce il suo primo album Terra mia, il cui titolo è già “profondamente semantico”. Nato da una famiglia molto modesta, viene cresciuto da due zie “zitelle” che gli consentono almeno di studiare, non al Conservatorio San Pietro a Majella come gli sarebbe piaciuto, ma all’Istituto Armando Diaz, dove consegue il diploma di ragioneria. La città in cui si va formando il suo talento non è più quella dei decenni precedenti, animata dalla promessa di rinascita post-bellica e dal boom economico: quella Napoli speranzosa da cartolina con il Vesuvio fumante è ormai ridotta a brandelli dalla crisi economica degli anni Settanta, dalla povertà dilagante, dalla speculazione edilizia e dal conseguente sovraffollamento, dalla criminalità organizzata e dalla diffusione incontrollata di contrabbando, droga, prostituzione, e infine dal colera. Sullo scorcio di quegli anni, alla vigilia del nuovo decennio, la città del giovane cantautore è afflitta e umiliata, ma, forse proprio per questo, riesce a dar voce a una generazione che si sente chiamata in causa per denunciare, per ribellarsi, per essere parte attiva di quel movimento che sta cambiando il volto della società attraverso la legalizzazione dell’aborto (dopo il riconoscimento giuridico del divorzio), i dibattiti sull’omosessualità, le proteste politiche. Nel magma dei disordini sociali il grembo di questa terra maledetta e meravigliosa genera, fecondo, pensieri, musica e immagini così floridi e succosi come i suoi frutti naturali:

Pino nasce e cresce in una città ombelico del mondo, punto d’incontro tra cielo, terra e mondo sotterraneo, centro del Mediterraneo, collocata in una terra di mezzo di tolkeniana memoria, sotto e sopra un’enorme caldera vulcanica che custodisce le porte dell’Ade. Un luogo dove più di un milione di persone vive e ride, noncurante del fatto di trovarsi su un unico super vulcano, su una mega-bomba di gas e lava, perché in fondo a Napoli l’espressione “la fine del mondo” perde il suo significato catastrofico, trasformandosi in stupore, in qualcosa di positivo: “stu’ cafè è ‘a fine d’o munno”[10].

È proprio la natura vulcanica di questo luogo, crocevia di etnie, culture e religioni, che in senso fisico e metafisico rappresenta «la sostanza porosa» che «assorbe qualunque cosa incontri, assimila elementi esterni mentre ritiene la sua forma originaria. Incarna e incorpora elementi estranei e pressioni esterne». Napoli «ha ospitato una gran quantità di invasioni, incursioni, sovrani e delegazioni politiche durante il corso dell’ultimo millennio. Ma in tutte le conquiste e le occupazioni, è stato immancabilmente il conquistatore a essere alfine soggiogato»[11]. Questa porosità, questa capacità di recepire, assorbire, metabolizzare e dunque ricreare come la terra è qualità anche del giovane Pino Daniele ai suoi esordi, quando, ancora determinato a farsi ascoltare a modo suo, senza compromessi davanti al sistema, si affaccia alla ribalta del mondo della musica popolare italiana.

Certo, il fenomeno è prima di tutto musicale. In una città che ha trovato il suo naturale compimento nel teatro e nella musica, Pino Daniele cresce immerso nell’humus culturale della tradizione folcloristica, che in quegli stessi anni viene valorizzata dal grande lavoro di ricerca sull’Opera buffa e sulla Commedia dell’Arte portato avanti da Roberto De Simone; si nutre del blues, del soul, del boogie-woogie d’oltreoceano, del free jazz e del funk ‒ che la presenza americana a Napoli rende oggetti molto familiari ‒, del raggae da una parte e del rock dall’altra.

Il R&B degli Schowmen, il free jazz mediterraneo dei Napoli Centrale, il rock progressivo degli Osanna, la ricerca della Nuova Compagnia di Canto Popolare guidata da Roberto De Simone, l’Alan Sorrenti del concept album Aria, sua sorella Jenny voce dei Sain Just, Tony Esposito, Edoardo ed Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello con i Banchi Nuovi, Gigi de Rienzo, Ernesto Vitolo … una generazione di fenomeni[12].

Si tratta del cosiddetto “Neapolitan Power”[13] che, in virtù di quella porosità di cui si è già detto, ha mostrato come a Napoli si raccogliessero e assimilassero tradizioni, linguaggi, modi e tecniche dall’Africa all’America per riproporli sotto spoglie espressive cariche di un sound tutto napoletano. Tale contesto sottolinea l’importanza di un fenomeno artistico che offre nel giro di pochi anni straordinari frutti, e non solo in ambito musicale: si pensi al risorgere di un teatro che vede al centro della rappresentazione la parola e lo scontro dialettico, il teatro del “malessere” del geniale Annibale Ruccello (1956-1986), coetaneo di Daniele, con il quale condivide la filosofia di riferimento alla tradizione più antica della Commedia dell’Arte e a quella più recente dell’umorismo eduardiano, con un occhio alla drammaturgia contemporanea europea e statunitense, per restituire una propria visione sulla questione meridionale, sui valori borghesi della famiglia e della società, precorrendo il nuovo millennio nei temi e nei modi della narrazione:

La drammaturgia di Ruccello stabilisce con la tradizione una relazione strabica: da una parte ripropone l’impianto drammaturgico convenzionale (costruzione della trama e dell’intreccio, spessore psicologico del personaggio, articolazione dialogica della vicenda, ripartizione in atti, tempi o quadri); dall’altra nega tale convenzione nell’offerta di vicende assolutamente degenerate nel contenuto e nel linguaggio, prive di qualsiasi messaggio o morale, in cui i personaggi, maschere deformi, agiscono in un grande vuoto di regole e di norme[14].

Si pensi anche al fenomeno Smorfia e, in particolare, alla comicità cinematografica graffiante e tragica di Massimo Troisi (1953-1994), ai suoi esordi nel film Ricomincio da tre. Il giovane attore e regista, fin dai tempi della trasmissione televisiva Non stop (che li aveva lanciati entrambi in una carriera che li ha resi noti al grande pubblico), stabilirà con Pino Daniele un sodalizio artistico e un profondo legame di amicizia. Voci diverse ma accomunate da una grande passione per le radici culturali della propria anima artistica e al tempo stesso ferocemente critiche nei confronti di quell’apatia, quel rassegnato spirito di accettazione del popolo napoletano che per secoli si adatta e non si indigna, che patisce sorridendo ogni ingiustizia sociale.

La scelta di utilizzare il napoletano al posto dell’italiano, comune a tutti e tre i giovani artisti (per Daniele e Troisi non abbandonata fino alla svolta del successo mediatico), giustifica l’intento di limitare il focus di questo contributo ai soli primi tre album del cantautore, poiché già nel terzo egli inizia poco a poco a ibridare la veste plurilinguistica dei propri testi, volgendoli verso la predominanza dell’italiano. La riflessione si concentra, perciò, sulle prime tre esperienze discografiche, poiché si ritiene che la forza semantica e la spontaneità espressiva dei versi di Daniele si stemperino fortemente nella versione italiana, in cui si palesa un cambiamento di vedute nell’orizzonte di una maggiore diffusione sul mercato.

L’ossimoro e l’antitesi rappresentano il basso continuo di questi tre capolavori musicali e letterari: Terra mia (1977), Pino Daniele (1979) e Nero a metà (1980) sono concepiti quasi di getto, senza soluzione di continuità, e meritano di essere letti come una trilogia letteraria oltre che musicale, in cui l’autore costruisce la propria identità poetica e dichiara, con autenticità, le proprie radici e la propria visione d’artista; un flusso di suggestioni che a ogni sequenza si rivelano intensamente autentiche, come reso evidente nei titoli e nelle copertine dei tre album.

Al centro del primo domina il ritratto (disegno ricavato da una foto originale) del fratello minore dell’autore, un ragazzino che esibisce il palmo della mano aperta, all’interno della quale tiene una manciata di terra, marrone come l’iniziale “T” contenuta nel titolo. Terra mia è, dunque, un’autoaffermazione etnico-culturale e un omaggio alle proprie radici.

Nel secondo il titolo è costituito dal suo nome e cognome, Pino Daniele, e la copertina da quattro foto che lo ritraggono in bagno nell’atto quotidiano di radersi. Pino Daniele è l’autoritratto; è il passaggio dal corpo della terra alla propria corporeità; è il vissuto delle esperienze quotidiane e la descrizione del loro passaggio sulla sua pelle fatta di carne e di musica.

Il terzo album è dedicato a un grande cantante napoletano dimenticato, “figlio della guerra” come il coetaneo James Senese (sassofonista con il quale Pino Daniele ha collaborato dagli albori della sua carriera e fino al suo ultimo tour): Mario Musella, “nero a metà” come tanti, perché figlio di una napoletana e di un soldato americano di colore. Si tratta, dunque, di un tributo al grande cantante, ma anche di una dichiarazione di poetica (uno dei pezzi dell’album si intitola A me me piace ‘o blues). Nero a metà è la messa a nudo della sua anima artistica e il riconoscimento di un cambiamento in atto (si affaccia, poco a poco, anche l’italiano nei testi delle canzoni e l’inglese si fa presenza fortemente connotativa, mentre era ancora assente in Terra mia e presente soltanto nella canzone Ue man! in Pino Daniele).

Con questa trilogia, dunque, Pino Daniele si rappresenta e si descrive al pubblico nella sua integrità, fedele al suo progetto musicale e deciso a non sabotarlo nel tentativo di andare incontro ai vincoli del mercato discografico; nei primi due album non ha ancora alcun interesse a italianizzarsi né a indulgere su facili retoriche sentimentali, come, invece, si troverà a fare in alcune occasioni future.

Era antico e contemporaneo allo stesso tempo, fondeva il mare di Mergellina di Viviani, Di Giacomo, Bovio e Murolo con le chitarre e le voci del delta del Mississippi: Muddy Waters, Furry Lewis, Bigjoe Williams. Sentivo la westcoast americana, la canzone d’autore e il blues planare sul Golfo. Quelle canzoni erano salmastre, luminose e oscure come la vita che raccontavano. Era tutto vero, potevo riconoscere ogni dettaglio. Ora posso dire che Pinotto a vent’anni era già consapevole della sua musica. Il blues era il suo gesto di ribellione[15].

Al centro di questo iniziale universo creativo c’è la “sua” terra: dal riverbero dello specchio in cui essa si riflette risplende anche il ritratto di uomo e di artista di Pino Daniele, che, come la sua città, vive di contraddizioni in un continuo altalenare tra il desiderio di gridare e il bisogno di silenzio, un silenzio che riappacifichi la mente, che metta fine al frastuono fuori e dentro di sé, che zittisca le voci di chi non si vuole ascoltare, ma anche quelle del proprio “male” di vivere (Je sto vicino a te[16], I say i’ sto cca’, Appocundria[17]).

Il frastuono e il disordine rappresentano il paesaggio sonoro e spirituale che anima ogni canzone, che si configura come una finestra su un aspetto diverso della città e sul corrispettivo interiore dell’autore. Il mare, il vento, le grida dei venditori ambulanti e le preghiere delle vecchie risuonano in una Napoli che è, sì, “mille colori”, ma in cui la dimensione visiva resta sempre soltanto uno sfondo. L’io lirico assiste alla sublimità dei luoghi perdendosi al tempo stesso nel loro sfacelo, è ferito e offeso dalle paure, in un disagio intimo che solo i suoni riescono a redimere: le voci consuete e familiari dei bambini svelano l’aspetto ludico e umano della città, che pure nella miseria apre le braccia per accogliere le sue creature («Napule è a voce de’ criature / che saglie chianu chianu / e tu sai ca nun si sulo»)[18].

È dunque la trama sonora, sostanza di questa città e del suo autore/osservatore, che in qualche modo rappresenta un’ossessione disturbante, ma anche la forma culturale e antropologica dei luoghi: è la musica delle parole che riproduce le atmosfere della sua terra e che la canta traducendo lo spirito che la abita, la sua bellezza e il suo disagio, la natura violata che reclama giustizia.

In Viento, ad esempio, una lirica breve e potentissima, c’è l’esortazione che il soffio del vento sibili la rabbia e il grido della rivolta («Viento scioscia stanotte / trase pe’ sotta e fatte senti’ / viento, viento / viento nce resta pe’ nce ‘ncazza’. / Viento trase dint’e piazze / rump’e feneste / e nun te ferma’. / Viento, viento / puorteme ‘e voci / ‘e chi vo’ allucca’»)[19]; in Chi tene ‘o mare il mare, che «sta sempe ’lla / tutto spuorco chino ’e munnezza», ha perso la sua aura romantica da quadretto Sturm und Drang tanto che nessuno «’o vo’ guarda’», trasformandosi in connotato essenziale di una napoletanità ribaltata e dissacrata: «Chi tene ’o mare / s’accorge ’e tutto chello che succede / po’ sta luntano / e te fa senti’ comme coce. / Chi tene ’o mare ’o ssaje / porta ’na croce»[20].

Con Ranaldi:

Azzurrità d’intenti, serenità di coloramenti, naturalità delle parole; per il giorno che corre, per quel sax che strappa la sabbia, nella parola, nella nostalgia, nel sole del giorno, dello stesso giorno, dell’indissolubile azzurrità del mare, del grande pensiero, del colore che stinge ancora nel sound che entra nelle pieghe della musica, della musica sommessa, forse[21].

Nel raccontare il suo rapporto con la città Pino Daniele evoca personaggi reali e altri verosimili ‒ come il venditore ambulante Fortunato, realmente esistito e conosciuto da tutti nel centro storico di Napoli («Furtunato tene ‘a rrobba bella»)[22]; e l’anziana signora che, ormai stanca della vita, può permettersi uno sfogo sincero e senza filtri, una delle tante donne vissute nei vicoli, che nell’ultimo tempo concesso alla sua esistenza può finalmente gridare perché non ha più nulla da perdere: «Donna Cuncetta cacciate tutt’e ricordi ’a pietto / donna Cuncetta alluccate pe’ dispietto»[23] ‒, e li trasfigura confondendoli ai miti (Pulcinella di Suonno d’ajere[24]) e ai riti (’Na tazzulella ’e cafè[25]) della tradizione. Riconosciamo i modelli della canzone e della farsa (Salvatore Di Giacomo e Raffaele Viviani), ma anche l’umorismo eduardiano della famosa scena del caffè con il Professore, icona di Questi fantasmi, che Daniele declina a sferzante satira politica:

Proprio come avevano fatto prima di lui Salvatore Di Giacomo e Raffaele Viviani realizzando “quadri in musica”, istantanee del quotidiano, profili di personaggi veri o immaginari legati alla tradizione, attimi del vissuto del popolo napoletano. Il primo con la sua venditrice di polipi e di spille francesi, l’acquafrescaia, l’ambulante, ’a pizzeria ’e Don Salvatore. Viviani con il venditore di carne cotta Cientepelle, il pizzaiolo, il brigadiere Brighella, la guardia Guardascione, l’uomo del pianino, il cameriere di caffè Mimi, il vecchio giornalaio soprannominato ’O scarrafone, la prostituta Ines detta Bammenella[26].

In ognuno di questi spaccati urbani c’è lo smantellamento della visione da rotocalco di una città idealizzata e folclorizzata, mentre si innesca l’impeto della ribellione e il motivo della denuncia. Per questa operazione quale mito napoletano poteva essere più adatto del caffè, la cui preparazione è ricordata così attentamente da Eduardo De Filippo nella celebre scena appena citata? ’Na tazzulella ’e cafè, seconda canzone di Terra mia, scatta un’istantanea umoristica e satirica centrata sulla corruzione delle classi dirigenti che, invece di applicarsi per far fronte al degrado della città, letteralmente “se la mangiano”, mentre il popolo viene “abbuffato” di caffè, reso “fesso e contento”. Il topos della napoletanità, citato anche in altre sue canzoni, reminiscenza qui della Tazza ’e cafè di Giuseppe Capaldo del 1919 (canzone dedicata alla bella Brigida), viene dunque salacemente ribaltato e scagliato come una freccia verso una politica amministrativa disonesta e fallimentare[27]:

’Na tazzulella ’e cafè

e mai niente ce fanno sape’

nui ce puzzammo e famme, ’o sanno tutte quante

e invece e c’aiuta’ c’abboffano ’e cafè.

’Na tazzulella ’e cafè

c’ ’a sigaretta a coppa pe’ nun vere’

che stanno chiene ’e sbaglie, fanno sulo ’mbruoglie.

S’allisciano se vattono se pigliano ’o cafè.

E nui passammo e vuaie e nun putimmo suppurta’

e chiste invece e rà na mano

s’allisciano se vattono se magnano ’a città[28].

Accanto alla rabbia per l’ingiustizia sociale (Je so’ pazzo[29]), alla denuncia esplicita e velata della prostituzione maschile e femminile (Chillo è nu buono guaglione[30], Quanno chiove[31]) e al desiderio di riscatto (Voglio di più[32]) si incontrano piccole gemme di autentica poesia lirica, in cui il notturno e il senso della morte danno conto di topoi letterari con una grazia e una malinconia che sono tipiche della migliore tradizione napoletana. In Cammina cammina, pezzo contenuto in Terra mia e indicato da Poggi come degno del miglior Salvatore Di Giacomo[33], un lungo piano sequenza segue un “vecchierello” nella sua passeggiata serale e “solagna”, si direbbe in napoletano, cioè ‘solitaria’, perché i suoi tentativi di fermarsi per parlare con qualcuno che sia disposto ad ascoltarlo sono vani. Continua a camminare sotto la luna fino al porto, questo vecchio solo con i suoi pensieri di morte e di amore, mentre l’inquadratura passa in soggettiva e il discorso diventa diretto: «se la morte / venisse adesso sarei più contento / tanto io parlo e nessuno mi sente». Pensa all’amore che il tempo si è portato via assieme alla giovinezza e non gli sembra vero, mentre piangendo aspetta la morte. Sotto la luna solo il silenzio, «sotta ’a luna nun parla nisciuno / sotta ’a luna nisciuno vo’ senti’»:

’Ncoppa l’evera ca addore

se ne scenne ’e culure

e cammina ’o vicchiariello sotto ’a luna

quante vote s’è fermato

pe’ parla’ cu‘ quaccheruno

e nun ce sta mai nisciuno

che se ferma po’ senti’.

E cammina, cammina

vicino ’o puorto

e rirenno pensa a’ morte

se venisse mo fosse cchiù cuntento

tanto io parlo e nisciuno me sente.

Guardando ’o mare penso a Maria

ca’ mo nun ce sta cchiù

so’ sulo tre anni e ce penso tutte ’e sere

passo ’o tiempo e nun me pare overo.

E cammina, cammina

vicino ’o puorto

e chiagnenno aspetta ’a morte

sotta ’a luna nun parla nisciuno

sotta ’a luna nisciuno vo’ senti’[34].

«Cammina cammina recupera già gli altri elementi del disco, quella tristezza della voce sulla chitarra che si apre in un cullato, “delica­to” cantare, in una frase che sa di colori, di delicate pagi­ne d’autunno, di poesia che riprende i fogli dell’animo, i momenti più intinti e fortemente sospirati»[35].

Se nel 1919 una delle voci più note della canzone napoletana, E. A. Mario[36], restituiva lo sguardo nostalgico e dolente dei migranti che vedevano dal mare scomparire poco a poco la loro terra, avviandosi lontano in cerca di fortuna («Partono ‘e bastimente / pe’ terre assaje luntane»), Terra mia è invece l’affermazione del diritto di poter vivere la propria terra senza essere costretti a lasciarla, perché «tutto un giorno» potrà «cambiare». Per quanto triste e amaro possa essere lo sguardo che si posa sulle cose e sulle parole che sembrano non poter fare nulla, alla fine, anche se per un attimo, si può reclamare il diritto di sentirsi liberi:

Terra mia, terra mia

comm’è bello a la penza’

terra mia, terra mia

comm’è bello a la guarda’.

 

Nun è overo non e’ sempe ’o stesso

tutt’e juorne po’ cagna’

[…]

Terra mia, terra mia

tu si’ chiena ’e libbertà

terra mia, terra mia

i’ mo’ sento ’a libbertà[37].

Per così tanti secoli l’idea di libertà è stata impensabile per questa città, testimone dell’avvicendarsi dei governi esteri che l’hanno goduta e sfruttata, ma le hanno anche restituito indietro la ricchezza della varietà culturale e della fantasia delle diverse lingue.

Proprio quando la storia avrebbe dovuto finalmente risarcirla del credito vantato nei secoli, il potere censorio del nuovo Stato unitario l’ha invece ostracizzata, temendo fortemente la forza delle sue risorse ambientali e culturali. È iniziata, così, l’epoca più buia per questa terra, gettata volutamente nel degrado e nell’umiliazione perché la denigrazione le togliesse la sua voce; perché, oggetto di un razzismo sistemico, fosse resa inattendibile agli occhi del mondo. La ricchezza culturale è stata per secoli la grande libertà di Napoli, lo era ancora negli anni ’80 del secolo scorso, quando Daniele cantava «[…] terra mia / tu si’ chiena ’e libbertà». Cercando di soffocare il suo impeto, infatti, il sistema non era ancora riuscito a zittirla, all’epoca; anzi, come per i neri d’America che col “black power” avevano affermato la loro lotta politica per una giusta riscossa sociale, così a Napoli si rafforzava l’attaccamento all’identità culturale e si dava linfa a una delle più significative ondate creative del Novecento grazie ad artisti non integrati che avevano tanto da raccontare e altrettanto da denunciare: «Noi siamo come i negri. Il razzismo c’è, lo vivo, l’ho vissuto e sono convinto che c’è», dice Pino Daniele a Claudio Poggi[38].

Oggi, davanti alla tendenza culturale omologante di questi ultimi decenni, anche questa terra si sta troppo velocemente spegnendo e sono rimaste poche le voci che, nel battito frenetico della sua vita metropolitana, possono rappresentare un idioma in grado di cantare con l’originalità e l’insidiosità di un tempo, di portare con sé quella creatività contraddittoria e affascinante capace di coniugare la commedia con la tragedia, il teatro con la musica, il bello con il brutto, la raffinatezza con il degrado, il passato con il futuro.

 

  1. A. Carrera, Il Nobel a Bob Dylan, in «Doppiozero» 14.10.2016; cfr. l’URL: https://www.doppiozero.com/il-nobel-bob-dylan (ultima consultazione 20/03/2025).
  2. Cfr. anche R. Gigliucci, La parola intonata, Roma, Carocci, 2023.
  3. U. Foscolo, Parallelo fra Dante e Petrarca, in Id., Scelte opere di Ugo Foscolo, Vol. I, Firenze, Poligrafica Fiesolana, 1835, p. 143.
  4. Nell’VIII capitolo del II libro del De Vulgari eloquentia si legge esplicitamente che la Canzone è “fabbricata” per essere proferita dall’autore o da chicchessia “con suono o senza”. Del resto, a dimostrazione di ciò non possiamo non citare il commovente passo del II Canto del Purgatorio in cui Dante, incontrando l’amico e musico Casella, anima purgante, gli rivolge la supplica di tornare un’ultima volta a cantare per lui come era solito fare in vita. Casella intona allora una canzone di Dante Amor che nella mente mi ragiona (Convivio, III), dando corpo ed emozioni ai versi danteschi al punto che tutte le anime in cammino verso il monte Purgatorio si fermano, come ipnotizzate dalla sublimità dei suoni; solo l’intervento brusco di Catone, severo custode del luogo, riesce a scuoterle dal sonno dei sensi e dal ricordo della seduzione terrena per riportarle al loro compito di espiazione e al desiderio di risalita verso l’Eden. Nonostante la visione neoplatonica, contenuta nel passo citato, Dante fornisce una testimonianza di quello che definisce «l’amoroso canto» che era solito quietare ogni sua doglia, frutto del legame alchemico tra versi e musica, confermando una prassi evidentemente consueta nella dimensione performativa della poesia.
  5. E. Sanguineti, Rap e poesia, in «Bollettino ’900», 4-5 maggio 1996, pp. 9-11. La locuzione di Sanguineti riprende l’abitudine cinquecentesca di definire la poesia e la musica come “arti sorelle”.
  6. M. Grimaldi, Perché il Nobel a Bob Dylan è una rivoluzione, in «Le parole e le cose. Letteratura e realtà»; cfr. l’URL: https://www.leparoleelecose.it/?p=24727 (ultima consultazione 20/03/2025).
  7. Ibidem.
  8. Sulla storia della canzone italiana, anche nella sua veste letteraria, si veda il recente contributo di P. Talanca, Musica e parole. Breve storia della canzone d’autore in Italia, Roma, Carocci, 2024 (dello stesso autore si segnala anche Il canone dei cantautori italiani. La letteratura della Canzone d’autore e le scuole delle età, Chieti, Carabba, 2017).
  9. La definizione è del giornalista Enrico de Angelis in un articolo pubblicato su «L’Arena di Verona» del 13 dicembre 1969.
  10. C. Aymone, “Yes I know”… Pino Daniele tra pazzia e blues: storia di un Masaniello napoletano, Milano, Hoepli, 2020, p. 16.
  11. Le tre citazioni precedenti sono tratte da I. Chambers, Le molte voci del Mediterraneo, Milano, Raffaello Cortina editore, 2007, p. 87.
  12. Ivi, p. 23.
  13. Cfr. I. Chambers, Le molte voci del Mediterraneo, op. cit., pp. 22-23.
  14. L. Libero, Dopo Eduardo. Nuova drammaturgia a Napoli, Napoli, Guida, 1988, pp. 11-12.
  15. C. Poggi, D. Sanzone, Pino Daniele. Terra mia, Roma, Minimum fax, 2017, p. 24.
  16. Tutte le canzoni citate sono riprese dal sito ufficiale di Pino Daniele e per ognuna viene indicato il link di riferimento: P. Daniele, Je sto vicino a te, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1537348401473-a6f78dac-17b0 (ultima consultazione 20/03/2025).
  17. I say i’ sto cca’ e Appocundria sono in Nero a metà; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/nero-a-meta-1980/ (ultima consultazione 20/03/2025).
  18. P. Daniele, Napul’è, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1537348401473-a6f78dac-17b0 (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Napoli è la voce dei bambini / che sale piano piano / e tu sai che non sei solo’.
  19. P. Daniele, Viento, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540247030094-5bb1b224-131a (ultima consultazione 20/03/2025). Trad: ‘Vento soffia stanotte / entra da sotto e fatti sentire / vento, vento / vento ci resta per incazzarci. / Vento entra nelle piazze / rompi le finestre / e non fermarti. / Vento, vento / portami le voci / di chi vuole gridare’.
  20. P. Daniele, Chi tene ‘o mare, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1537348401504-22ef7731-1815 (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Chi ha il mare / s’accorge di tutto quello che succede / poi sta lontano / e ti fa sentire come scotta. / Chi ha il mare lo sa / porta una croce’.
  21. M. Ranaldi, Pino Daniele, cantore mediterraneo, Genova, Fratelli Frilli editori, 2002, pp. 30-31.
  22. P. Daniele, Fortunato, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540247030094-5bb1b224-131a (ultima consultazione 20/03/2025).
  23. P. Daniele, Donna Concetta, in Id., Pino Daniele, https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540246990031-658276eb-7135 (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Donna Concetta tirate fuori tutti i ricordi dal petto / donna Concetta gridate per dispetto’.
  24. P. Daniele, Suonno d’ajere, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540246554469-9b674449-bf95 (ultima consultazione 20/03/2025).
  25. P. Daniele, ’Na tazzulella ’e cafè, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1537348401504-22ef7731-1815 (ultima consultazione 20/03/2025).
  26. C. Aymone, “Yes I know”… Pino Daniele tra pazzia e blues: storia di un Masaniello napoletano, op. cit., p. 35.
  27. La stessa chiave satirica si ritrova nella canzone Don Raffaè di De André, in napoletano, pubblicata nell’album Le nuvole del 1990.
  28. Trad.: ‘Una tazzina di caffè / e non ci fanno mai sapere niente / noi ci moriamo di fame, lo sanno tutti quanti / e invece di aiutarci ci riempiono di caffè. / Una tazzina di caffè / con la sigaretta sopra per non vedere / che stanno pieni di sbagli, fanno solo imbrogli / si adulano si picchiano si prendono il caffè. / E noi passiamo i guai e non possiamo sopportare / e questi invece di dare una mano / si adulano si picchiano si mangiano la città’.
  29. P. Daniele, Je so’ pazzo, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540246554469-9b674449-bf95 (ultima consultazione 20/03/2025).
  30. P. Daniele, Chillo è nu buono guaglione, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540246920930-53fea507-aa73 (ultima consultazione 20/03/2025). Al riguardo si veda anche G. Scala, «Chillo è nu buono guaglione»: identità e alterità nei femminielli napoletani, in «Diacritica», fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024; cfr. l’URL: https://diacritica.it/letture-critiche/chillo-e-nu-buono-guaglione-identita-e-alterita-nei-femminielli-napoletani.html.
  31. P. Daniele, Quanno chiove, in Id., Nero a metà; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/nero-a-meta-1980/#1540246516772-2d3eb4ee-71fa (ultima consultazione 20/03/2025).
  32. P. Daniele, Voglio di più, in Id., Nero a metà; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/nero-a-meta-1980/#1540246892985-35a3c451-2278 (ultima consultazione 20/03/2025).
  33. C. Poggi, D. Sanzone, Pino Daniele. Terra mia, op. cit., p. 71.
  34. P. Daniele, Cammina cammina, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540247047432-0e182e9b-392e (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Sull’erba che odore / se ne scende il calore / e cammina il vecchierello sotto la luna / quante volte s’è fermato / per parlare con qualcuno / e non c’è mai nessuno / che si ferma per ascoltare. / E cammina, cammina / vicino al porto / e ridendo pensa alla morte / se venisse adesso sarei più contento / tanto io parlo e nessuno mi sente. / Guardando il mare penso a Maria / che ora non ci sta più / sono solo tre anni e ci penso tutte le sere / passa il tempo e non mi pare vero. / E cammina, cammina / vicino al porto / e piangendo aspetta la morte / sotto la luna non parla nessuno / sotto la luna nessuno vuole sentire’.
  35. M. Ranaldi, Pino Daniele, cantore mediterraneo, op. cit., p. 26.
  36. E. A. Mario ovvero Giovanni Ermete Gaeta, autore di questa canzone dal titolo Santa Lucia luntana, ma anche di molte altre celebri canzoni in napoletano e in italiano.
  37. P. Daniele, Terra mia, in Id., Terra mia; crr. L’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540246972936-923bef2a-1aee (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Terra mia, terra mia, / com’è bello pensarla / terra mia, terra mia / com’è bello guardarla. / Non è vero non è sempre lo stesso / tutti i giorni può cambiare / […] Terra mia, terra mia / tu sei piena di libertà / terra mia, terra mia / io ora sento la libertà’.
  38. C. Poggi, D. Sanzone, Pino Daniele. Terra mia, op. cit., p. 24.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Cantare, raccontare, testimoniare. Rosa Balistreri, un’attivista con la chitarra

Author di Katia Trifirò

Abstract: Storia personale e denuncia civile si intrecciano profondamente nella vicenda umana e artistica di Rosa Balistreri, performer carismatica e protagonista irregolare della cultura musicale nel panorama italiano degli anni Sessanta e Settanta. La sua poetica, potente e originale, trova scaturigine nell’urgenza autentica di raccontare la tragedia quotidiana di un’umanità disperata, vessata, umiliata, alla quale ella stessa sente di appartenere. L’infanzia negata, nella Sicilia povera e arretrata degli anni Trenta, la violenza maschile, l’ingiustizia sociale sono ferite che Balistreri sperimenta direttamente nella propria tormentata biografia, a partire dalla quale matura una precisa coscienza politica, destinata a trovare espressione nel canto e nella musica. È sul confine continuamente contaminato tra vita e arte, infatti, che il dolore, la lotta, il riscatto tendono dalla dimensione privata a quella corale, assumendo i contorni di una condizione collettiva in cui è possibile riconoscersi, nella parte e dalla parte degli ultimi. È proprio ad essi che Balistreri intende programmaticamente offrire il proprio corpo e la propria voce, nel segno di un progetto poetico e politico insieme. Divenuta popolare nella seconda metà degli anni Sessanta, lontana dalla sua isola, in una stagione feconda di incontri e collaborazioni con artisti e intellettuali come Ignazio Buttitta o Dario Fo, l’artista licatese è stata negli ultimi anni oggetto di una riscoperta legata a progetti musicali, cinematografici, editoriali che hanno tratto ispirazione dalla sua ricerca artistica o l’hanno raccontata e documentata. Con l’obiettivo di proseguire lungo la traiettoria di un’esplorazione necessaria, il presente contributo intende indagare la specificità del profilo artistico di Rosa Balistreri, che declina al femminile e in prospettiva del tutto inedita il ruolo tradizionale del “cantastorie” siciliano, inscrivendo sul proprio stesso corpo le ragioni di un repertorio che recupera e attualizza i temi dell’emarginazione e della protesta legati al canto popolare.

Abstract: This paper aims to investigate the artistic peculiarities of Rosa Balistreri, a charismatic performer and irregular protagonist of musical culture in the Italian scene of the 1960s and 1970s. In particular, the analysis focuses on the ways in which Balistreri interprets the traditional figure of the Sicilian “cantastorie” in a wholly original way, starting from the intertwining of her personal history and the urgency of political and social protest.

Una bambina di otto anni a piedi nudi nei campi, a cercare lumache, rubare spighe di grano, raccattare bucce d’arancia. Potrebbe essere l’incipit di una fiaba, il verso di una poesia, il ritornello di una canzone. Invece, non è altro che il simbolo doloroso di una storia di infanzia negata, l’inizio amaro di una vita di abusi, l’immagine crudele che si fissa nella memoria attraversando la biografia di Rosa Balistreri: bambina affamata, adolescente costretta a sposare un uomo «lagnusu, jucaturi, latru e ’mbriacuni»[1], che la stupra e le fa perdere un bambino a forza di botte; giovane donna in fuga su un treno verso Nord, dopo aver subito violenze di ogni genere e aver patito il carcere[2]. Immagini sparse in uno spaccato della Sicilia degli anni Trenta, oppressa dalla morsa di una diffusa ingiustizia sociale, che si traduce nello sfruttamento sistematico delle classi lavoratrici più povere, nelle leggi non scritte che riducono le donne a proprietà del padre padrone e poi del marito padrone, nella corruzione delle istituzioni politiche e nell’alleanza scellerata tra «mafia e parrini», come Balistreri canterà più tardi[3].

Nata nel borgo marinaro di Licata nel 1927, cresciuta in uno stato di completa deprivazione materiale e culturale, vittima di un sistema patriarcale profondamente radicato e culturalmente tollerato, l’artista siciliana esibisce su di sé sin dall’infanzia le storture di un modello comunitario che avvolge i ceti subalterni in una spirale di endemica povertà, aggravata dalla piaga dell’analfabetismo e dai quotidiani soprusi da parte di chi detiene il potere. Una condizione ancora più dura da scontare per le donne poste all’ultimo gradino della gerarchia sociale, che, senza potersi ribellare, finiscono a lavorare come bestie già in tenera età o recluse in casa come prigioniere, costrette a sopportare molestie e soprusi brutali anche dagli uomini di famiglia:

Un altro ricordo tremendo. Mio padre mi chiamò e mi disse: «Vai a comprare i chiodi». Io andai a comprare a chiodi. E siccome non avevo mai avuto un giocattolo […], passando per la strada e vedendo le altre bambine che giocavano con le bambole dai capelli biondi, mi fermavo, incantata. E tardavo a tornare. Arrivata a casa, erano legnate. Quella volta prese una tavola, c’era un chiodo e mi si conficcò in testa. Un’altra volta, sempre perché ritardai, mi afferrò e mi mise la testa sopra il fuoco: mi fece bruciare tutti i capelli. Anche mia madre, quando non ne poteva più delle violenze di mio padre, se la prendeva con me […]. A mio padre non poteva ribellarsi, ché quello prendeva il coltello, la sega[4].

E ancora «soverchierie, e fame», a Licata come negli altri centri in cui la famiglia Balistreri si sposta, inseguendo il miraggio del lavoro che manca sempre, così come manca tutto ciò che possa consentire una vita dignitosa ad adulti e bambini:

Palma fu il primo paese dove andammo, da Licata. Non c’era acqua, non c’erano fogne, le strade piene di fango, dappertutto cumuli di immondizia, di letame. […] I muli, gli asini, le galline, le capre insieme con le persone, col puzzo degli escrementi, del loro piscio. A Palma stavo per perdere la vista, per via del tracoma. A tutti i bambini veniva il tracoma. Noi facevamo i nostri bisogni nelle latte delle sarde, nel secchio, e poi buttavamo tutto fuori, la sera, quando non ci vedeva nessuno. Una volta ero andata a comprare il pane e, passando dalla strada, una donna senza guardare mi butta addosso il piscio e la merda. Appena arrivai a casa mi riempirono di botte: perché non ero stata attenta, e ora per colpa mia il pane era da buttare[5].

Incontrare le parole di Rosa Balistreri significa discendere agli inferi di una memoria che è, insieme, individuale e collettiva, poiché costituisce una testimonianza preziosa, dal punto di vista femminile, di un periodo storico visto dalla prospettiva delle classi subalterne, ricostruito dall’artista attraverso dichiarazioni pubbliche, interviste televisive, testimonianze scritte, ed evocato lungo tutto il suo repertorio musicale e performativo, nel segno di una vicenda privata che si muta in identità poetica e in manifesto politico, richiedendo al pubblico un ascolto attivo. È per tali ragioni se queste righe prendono avvio da alcuni significativi frammenti della biografia di Balistreri, dotata, per l’immediatezza del racconto in prima persona, di una potente carica visiva, tanto da suggerire immagini che sembrano trasfigurare la pagina scritta in una tela, da cui emergono i colori cupissimi di un autoritratto sfigurato da una lunghissima catena di violenze, tragedie familiari, ingiustizie e, per tanto tempo, rimasto ai margini. Dimenticato, o forse rimosso, anche quando quell’urgenza di riscatto che l’ha spinta a cambiare il finale altrimenti già scritto della propria storia non è più soltanto una questione privata, ma è ormai il motivo principale e la ragione più autentica di un progetto artistico destinato a fare della sua protagonista un’icona, seppure irregolare, nel panorama musicale italiano, e che è oggetto in tempi recenti di un significativo processo di riscoperta[6].

Uno degli aspetti determinanti per comprendere il profondo legame tra arte e vita nella figura e nel canto di Balistreri riguarda il modo in cui poesia e politica trovano identica scaturigine dentro un’esigenza di ribellione e di protesta rispetto all’emarginazione e allo sfruttamento che, spostandosi dal piano personale alla dimensione storica, intercetta nuove forme e nuovi linguaggi per essere espressa e raccontata, in un contesto musicale caratterizzato, sull’onda lunga della contestazione del ’68, da uno spazio inedito per l’impegno politico. Ad emergere, in particolare, è l’intreccio tra questione femminile e questione meridionale tanto nell’esperienza intima quanto nella narrazione pubblica della “Cantatrice del Sud”, formula con la quale Balistreri entra nell’immaginario del “folk music revival” italiano del tempo, a partire dalla sua interpretazione di brani in dialetto siciliano rielaborati da un vasto patrimonio di canti popolari tradizionali e di componimenti poetici originali, contaminando trame esistenziali e istanze politiche e sociali, narrazioni storiche e accadimenti dell’attualità[7]. Una sperimentazione in linea con gli ideali che ispirano le molteplici tendenze artistiche riconducibili al fenomeno musicale esploso in Italia già dal decennio precedente, e tra queste, in particolare, la proposta di un repertorio politicamente impegnato, con il recupero di canti della tradizione contadina e operaia, nell’alveo della corrente controculturale che trova nella musica uno strumento privilegiato di opposizione al sistema[8]. Sarà proprio un disco di Balistreri, Amore, tu lo sai, la vita è amara (1971), a inaugurare la «Collana Folk» della Fonit Cetra, diretta da Giancarlo Governi e diventata un fondamentale riferimento discografico per il genere[9].

È all’altezza cronologica della seconda metà degli anni Sessanta che si situano gli esordi del percorso professionale di Balistreri, che a Firenze, lontana dalla sua terra, ottiene la stima, l’amicizia e il supporto di artisti e intellettuali come Mario De Micheli, Ciccio Busacca e Ignazio Buttitta, figure centrali per le tappe iniziali della sua carriera e per il processo di scoperta di una vocazione sino a quel momento soffocata. «La voce di Rosa, il suo canto strozzato, drammatico, angosciato pareva uscisse dalla terra arsa della Sicilia», dirà il poeta siciliano ricordando il loro primo incontro, dopo averla sentita cantare il suo Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali. «Ho avuto l’impressione di averla conosciuta sempre, di averla vista nascere e seguita per tutta la vita: bambina, scalza, povera, moglie, madre. Perché Rosa Balistreri è un personaggio favoloso, direi un dramma, un romanzo, un film senza autore»[10].

Tra i primi a intuirne il talento c’è il pittore Manfredi Lombardi, conosciuto da Balistreri nel 1960, il quale la invita a cantare in pubblico in occasione delle mostre che allestisce e che sarà a lungo legato a lei da un rapporto affettivo. Ma tra gli episodi decisivi di questa stagione va ricordato soprattutto l’incontro con Dario Fo, che la sceglie per lo spettacolo di canti popolari Ci Ragiono e Canto (prima edizione 1966), da lui diretto, con la compagnia del Nuovo Canzoniere Italiano[11]. Al termine di un decennio denso di esperienze, dalle tournée nei teatri agli spettacoli in piazza per le Feste dell’Unità, ormai affermata come cantante autenticamente folk, torna quindi in Sicilia, trovando l’affetto di nuovi amici come Renato Guttuso e Leonardo Sciascia, continuando a lavorare e lottando, alla fine, per non essere dimenticata[12].

Cantare e parlare, per l’artista licatese, sono parti uguali di un solo discorso, che lei definisce d’amore, di sofferenza, di ribellione, di storia: atti identici di un unico processo di liberazione, che inizia con la volontà di raccontare, documentare, testimoniare, e che diventa ancora più urgente nella storia di una donna che da sola, ormai adulta, impara a leggere e a scrivere, emancipandosi dalla schiavitù dell’analfabetismo. Ripercorrere le tappe di questa memoria per Balistreri non corrisponde solo al bisogno di salvare tracce della propria vita dal rischio dell’oblio e del silenzio, frequente nella sorte delle figure femminili relegate alla periferia della storia, comprese le artiste «rimaste fuori dall’inquadratura»[13]: un rischio che avverte soprattutto negli ultimi anni, e che la addolora. Al punto da chiedere agli amici, come il regista Pasquale Squitieri, o il drammaturgo Salvo Licata – che per lei scrive La ballata del sale[14] (1978), seguita l’anno dopo da Ohi bambulè[15] (1979) –, di fermare su pellicola o su carta i pezzi sparsi della sua esistenza. Ma il desiderio, e forse il dovere civile, di raccontare, consegnando di sé anche i ricordi più celati, a partire da quelli familiari, è innanzitutto il sintomo di una precisa consapevolezza insieme personale, storica e politica, maturata progressivamente sino a riconoscere nella propria lotta per la sopravvivenza una vicenda umana più grande. Quella che, sin da quando ha iniziato a farlo anche da professionista, ha sempre espresso attraverso il canto, secondo una precisa connotazione etica:

Io non mi sento una cantante. Io sono una donna del popolo, una donna di Ribera, una donna di Licata, una donna di Agrigento, una donna di Canicattì, una donna di tutta la Sicilia, una donna di campagna, una donna di marina, una donna che ha faticato nella sua vita e che un pezzo di pane se l’è sempre affannato a sudore di sangue. […] Se sono riuscita a cantare – anzi no a cantare, a parlare, perché il mio canto è un discorso, il mio canto è una preghiera, il mio canto è una protesta, il mio canto è un atto d’amore verso tutta la mia gente – è grazie alla mia povertà, alla mia miseria, alla mia fame, alla mia disperazione, alla mia emarginazione, sia come donna, sia come essere umano e sia come tantissime altre cose[16].

L’ipotesi di congiungere punti distanti sulla mappa dell’avventura esistenziale e artistica di Rosa Balistreri, costretta a crearsi «delle grammatiche sospese come ponti mobili tra una fase e l’altra della sua vita»[17], è stimolata nella nostra analisi dall’idea che sia possibile rintracciare negli episodi che segnano così profondamente il suo duro apprendistato alla vita, dall’infanzia alla maturità, l’origine di una coscienza civile dell’arte, di cui il corpo e la sua lingua materna, sostanziata nella «grana della voce»[18], diventano strumento di denuncia e, appunto, di testimonianza. Liberare il proprio canto le offre cioè l’occasione per una presa di parola pubblica, come pratica radicale, dirompente, sovversiva, che incorpora istanze sociali e politiche più ampie dentro l’esperienza vissuta del sottoproletariato, della marginalità e della periferia, della violenza subita come donna e come essere umano.

Una chiave interpretativa, questa, che sembra rivelarsi, ancora una volta, nelle parole dell’artista, a partire da una circostanza cruciale da lei stessa definita come «una rivelazione», «un fulmine che mi aprì il cielo»[19], ovvero l’incontro con il cantastorie Busacca, che sarà al suo fianco in diversi spettacoli, e con il poeta Buttitta, il quale la incoraggerà a cantare e a imparare a suonare la chitarra, intravedendo in lei il profilo di “Cantatrice del Sud” poi diffuso in ambito critico e discografico. «Io avevo letto un libro di Buttitta, avevo imparato delle poesie. Parlavano di fame, di ingiustizie, di libertà. Pareva un libro scritto per me», ricorda Balistreri, conquistata dalla possibilità di una funzione sociale del canto e della musica, composti in un racconto scenico che includa la presenza dello spettatore. È anche per questo se riconosce immediatamente una profonda affinità con i due artisti siciliani, che transita dal piano di una condivisione valoriale alla germinazione di un comune approdo artistico:

Questi sono veri artisti, mi dissi. Busacca cantava e Buttitta recitava le sue poesie, cu ’a birritta da turco in testa e quel gesticolare, quella voce che incantava. Mi sono innamorata di tutti e due. Anch’io ero una cantastorie, come Busacca, e in lui mi sono specchiata. Mi dissi: «anch’io debbo cantare, diventare famosa come lui, dire le cose che ho dentro»[20].

Cantare al popolo storie e leggende scritte in poesia, secondo il noto studio di Giuseppe Pitrè[21], è originariamente il compito del cantastorie, figura antichissima che arriva sin dentro l’ultimo scorcio del Novecento con il ruolo di “cronista” della storia e l’uso di strumenti di lavoro tradizionali, «cartellone, bacchetta e chitarra al Sud d’Italia, fisarmonica o batteria al Nord»[22], affiancati ai nuovi.

Proprio con i versi di Buttitta, prima di Balistreri, ha già raggiunto la fama Ciccio Busacca, cantastorie di area catanese attivo dal secondo dopoguerra, il quale mette al servizio delle storie le sue «straordinarie qualità di cantante e attore», influenzando l’artista licatese anche per le scelte tematiche, che attingono all’epica popolare degli ultimi. Come nota Venturini, a Busacca va «il merito di aver saputo cogliere dalla realtà più viva e avanzata dell’isola i motivi per un profondo rinnovamento del mestiere, assegnandogli una missione nuova»:

Il cantastorie si fa sempre più “cantacronaca”, interprete di una popolare sete di giustizia facendo proprio il punto di vista del pubblico. Insieme alle storie del Brigante Musolino o del bandito Giuliano, Busacca ne cantava di “nuove” e bellissime. Erano le storie scritte per lui dal poeta Ignazio Buttitta, quelle che hanno fatto anche fuori della Sicilia la fama di Busacca. La storia di Turiddu Carnevale, il sindacalista ucciso dalla mafia a Sciara nel maggio del 1955, o quella, immaginata ma non del tutto fantastica, di Turi Scordo, lo zolfataro di Mazzarino che va a morire nella miniera di Marcinelle[23].

Per Balistreri, che aspira a collocarsi idealmente nella tradizione dei cantastorie, il desiderio di «cantare, con la gente che sta seduta davanti e ti ascolta e ti applaude»[24], non esprime soltanto un’esigenza soggettiva, legata a una lontana passione coltivata di nascosto e repressa dall’autorità paterna per via di un diffuso pregiudizio popolare sulle donne che scelgono la professione di cantante e si esibiscono in pubblico[25]. Esorbitando dai confini della storia personale, che resta sempre il nucleo essenziale di un progetto artistico intimamente iscritto dentro le trame biografiche da cui prende vita, Balistreri parla piuttosto, in termini plurali, del proprio canto come del «nostro discorso»[26]. Un discorso che, se nasce dalla rielaborazione critica di un’intera esistenza, da qui tende lucidamente verso la ricerca sempre più consapevole di una dimensione collettiva, per restituire diritto di parola a una coralità di storie, ovvero a quella stessa umanità disperata, vessata, umiliata alla quale l’artista licatese sente di appartenere, nella parte e dalla parte degli ultimi:

Per diventare cantante come sono diventata io bisogna avere sofferto tanto. Molto. Per esempio andare a fare la contadina, per esempio andare in campagna a mietere, per esempio andare a raccogliere spighe. Avere visto tanti guai, stare vicino ai contadini, vicino agli zolfatari, vicino alla gente che soffriva, come me. Da questo da bambina si apprende talmente tanto che ti entra nel sangue, nelle vene, nel cervello, nell’anima, che tu pare che fossi nata con questa virtù e con questo desiderio di cantare. Che poi il cantare per me non è un desiderio, è un modo come dare amore agli altri[27].

Amore, sofferenza, ribellione, storia, attraversando di nuovo le sue parole, sono alcuni dei fili conduttori rintracciabili in un progetto artistico che, tra musica e teatro[28], rielabora il versante “civile” della cultura popolare isolana, raccontando storie di sofferenza di classe e di protesta, di lotta e di giustizia negata, dando voce a coloro che non ne hanno. I suoi personaggi non sono dunque eroi vittoriosi o personaggi mitici, ma la schiera degli ultimi, costretti a sopravvivere a una tragedia quotidiana fatta di miseria, disperazione, abusi, come i lavoratori sfruttati o le donne che subiscono la violenza dei padri, dei mariti, dei padroni di ogni tipo. Una ricerca che non ha, né potrebbe avere, una base intellettualistica, poiché proviene dalle ferite della carne e della memoria marchiate sul corpo stesso di Rosa Balistreri, che con la propria voce «straziata e straziante»[29] canta ciò che ha realmente vissuto, arrivando a commuoversi, a piangere mentre è in scena.

Nella coerenza tra le esperienze di vita e ciò che la sua arte esprime risiede una forza scenica che emerge, come ha notato Giovanna Marini, nella sua presenza a Ci Ragiono e Canto, dove Balistreri è forse l’unica in grado di dissolvere il filtro tra quella realtà che lo spettacolo puntava a portare in scena – ricercando la diversità culturale e la specificità rituale del canto popolare di tradizione orale – e la sua rappresentazione in teatro. Solo con il suo corpo, la sua voce, la sua chitarra, per lei strumento di emancipazione e simbolo del mestiere di cantastorie. «Rosa era autentica», osserva la musicista, «era quella faccia, era quel modo», ed era perciò «incontestabile»: «Mettere una cosa così tutta vera, al centro di un palcoscenico, per il pubblico era uno choc». Nello spettacolo non interpreta cioè un ruolo, ma porta in scena sé stessa, la sua storia, il “paese che si porta dietro”, come dice ancora Marini: «Era magnifica. Aveva questa voce di un volume e di una potenza interiore forte. Era arrabbiata e le usciva una qualità di suono e di sillabazione bellissima»[30]. Anzi, è proprio la rabbia, per sé e per la propria gente, a determinare quella qualità della presenza scenica e della voce che caratterizzano le sue interpretazioni, nel segno di una presa di coscienza sempre più evidente, che la porterà a definire il canto e la musica come strumenti di protesta e, quindi, ad assumere su di sé una responsabilità politica attraverso l’arte.

Mescolando l’archivio delle esperienze personali con una forte spinta all’impegno civile, rafforzata dagli incontri di questi anni, la storia musicale della “Cantatrice del Sud” si fonda, perciò, sulla rilettura in chiave socio-culturale di un repertorio profondamente radicato nella cultura popolare isolana, di cui fanno parte canti d’amore e d’infanzia, canti di lavoro, di lotta e di protesta, con la ripresa di argomenti storici riproposti alla luce dell’attualità e con l’attenzione a condizioni umane che Balistreri ha sperimentato direttamente nella propria vicenda personale, come la carcerazione e la violenza. Ne è un esempio Un matrimoniu ’nfelici (1967)[31], storia di una tragedia che Balistreri “canta e cunta” alla maniera dei cantastorie, in memoria del “matrimonio infelice” della sorella Maria, brutalmente uccisa a coltellate dal marito davanti alla figlia: anche questo dolore così personale diventerà materia musicale, trovando nel canto una possibilità di ribellione contro l’ennesima violenza, l’ennesima ingiustizia, l’ennesimo abuso sul corpo femminile. Questo caso, tra gli atri, ci rivela un’ulteriore caratteristica della personalità artistica di Balistreri, la quale, in quanto interprete dal timbro vocale e dalla presenza scenica riconoscibile, ma anche come autrice originale, è capace «non solo di trasmettere, resuscitandola, la tradizione, ma anche – con le radici in essa affondate – di creare»[32], come ricorda Paolo Emilio Carapezza, che assume un rilievo essenziale nella formazione musicale dell’artista.

Per lei, Carapezza canta e suona al pianoforte le musiche popolari siciliane raccolte da Favara, aiutandola ad ampliare il proprio repertorio. «Rosa non sapeva leggere la musica, e tornava in Sicilia dopo tanti anni», annota il musicologo: «Pochi erano i canti che ricordava di quand’era bambina; e già a Firenze un siciliano, Gandusio […] le aveva insegnato alcuni dei canti che Alberto Favara aveva registrato per iscritto tra la fine del secolo scorso e i primi anni di questo»[33]. Sono canti antichi, che ella incide accompagnandosi con la chitarra, melodie che recupera dalle reminiscenze dell’infanzia e altre che sente per la prima volta e impara subito, «come se le avesse sempre conosciute: come se le ricordasse per antica esperienza che tornava alla memoria». E le canta anche nelle serate tra amici, alternandosi col cantastorie Ciccio Busacca: «Ciccio epico e monocorde con la voce cavernosa e metallica, Rosa lirica e tragica tutta fuoco e fiamme colorate»[34].

Tra i contemporanei, il riferimento principale per Balistreri è Ignazio Buttitta, il poeta di Bagheria che compone, tra l’altro, testi specificamente destinati ai cantastorie, come I pirati a Palermu, entrato sin dal 1967, anno dell’esordio discografico, nel repertorio dell’artista licatese, che ne ha fatto una delle sue interpretazioni più note. Il brano è un accorato lamento di dolore per la Sicilia, saccheggiata dai dominatori che storicamente l’hanno invasa e flagellata nel presente da mali difficili da estirpare, come la speculazione e la corruzione. Lo stupro dell’isola ridotta al buio e alla fame dall’avidità dei “pirati” senza scrupoli di ieri e di oggi si traduce, in queste strofe, nel pianto della Sicilia, metafora presente in Terra ca nun senti, canto d’amore, di rabbia e di lutto che possiamo interpretare come il più significativo manifesto politico e artistico di Balistreri, del suo personale tormento e della guerra che gli ultimi come lei, da sempre, devono affrontare per sopravvivere, specialmente quando nascono in un luogo che, non avendo nulla da offrire, li costringe a partire. Ma soprattutto un canto di denuncia, che esprime da una parte l’attaccamento alla terra madre e dall’altra la sofferenza per la mancanza di opportunità causata dall’immobilismo di un sistema governativo miope e corrotto:

[…] Maliditti tutti st’anni

Cu lu cori sempri ’nguerra

Notti e journu

Malidittu, cu t’inganna

Prumittennnuti la luci

E ’a fratillanza

Terra ca nun senti can un voi capiri

Ca nun dici nenti vidennumi muriri

Terra can un tenu cu’ voli partiri

E nenti cci duni pi falli turnari

E chianci, chianci, ninna oh[35].

Avviandoci alla conclusione, ricordiamo un ultimo decisivo episodio legato a questo brano, contenuto nel disco del 1973 di Fonit Cetra che da esso prende il nome. Con Terra ca nun senti, l’artista si era presentata all’edizione del Festival di Sanremo di quell’anno, restandone all’ultimo momento clamorosamente esclusa. «Troppo donna, troppo meridionale, troppo a sinistra» ‒ ha commentato Savatteri ‒ sono le ragioni ideologiche che molti intravedono dietro l’irregolarità contestata al brano, eliminato dalla competizione perché non inedito[36]: «Rosa è inaccettabile per il palco di Sanremo, malgrado siano passati anni dal terremoto culturale del ’68»[37]. La cantante non si arrende e sceglie di esibirsi fuori dal palco sanremese, rivendicando orgogliosamente la propria identità e il desiderio di esprimere attraverso il canto un’istanza politica di protesta. La delusione funziona, così, da innesco per una presa di parola che attira l’attenzione della stampa e rafforza nel grande pubblico il suo profilo di interprete della marginalità e della periferia, di voce degli ultimi, di «attivista che fa comizi con la chitarra»:

Finora ho cantato nelle piazze, nei teatri, nelle università, ma sempre per poche migliaia di persone. Adesso ho deciso di gridare le mie proteste, le mie accuse, il dolore della mia terra, dei poveri che la abitano, di quelli che l’hanno abbandonata, dei compagni operai, dei braccianti, dei disoccupati, delle donne siciliane che vivono come bestie. Era questo il mio scopo quando ho accettato di cantare a Sanremo. Anche se nessuno mi ha visto in televisione, tutti gli italiani che leggono i giornali sanno chi sono, conoscono le mie idee, alcuni compreranno i miei dischi, altri verranno ai miei concerti e sono sicura che rifletteranno su ciò che canto[38].

Vibrando nel corpo e nella voce, la materia musicale si conferma per Rosa Balistreri strumento politico fondamentale, nel segno di una tensione performativa che produce senso a partire dalla capacità di far parlare la propria storia come codice collettivo, che integra indissolubilmente memoria e presente, processo artistico e scena pubblica.

 

 

  1. ‘Pigro, giocatore di carte, ladro e ubriacone’: G. Cantavenere, Rosa Balistreri. Una grande cantante folk racconta la sua storia, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 2012, p. 38. Pubblicato per la prima volta nel 1992 per le edizioni La Luna, il volume ospita il racconto in prima persona della vita di Rosa Balistreri, registrato dall’autore nei mesi che precedono la morte dell’artista siciliana, avvenuta il 20 settembre 1990, in seguito a un ictus cerebrale che la colpisce mentre si trova in Calabria per uno spettacolo teatrale.
  2. Un’esperienza che Rosa Balistreri vive due volte. La prima dopo aver aggredito con una lima il marito, Gioacchino Torregrossa (Iachinazzu), che si era giocato a carte il corredino della figlia, di cui era rimasta incinta dopo un aborto causato dalle botte dell’uomo: credendo di averlo ucciso, si costituisce. Il secondo episodio riguarda l’inganno tramato dal rampollo di una famiglia presso cui è a servizio, a Palermo: dopo averla sedotta con finte promesse d’amore, non appena scopre di aspettare un bambino da lei, il giovane la convince a rubare dei soldi, illudendola che sarebbero serviti per il loro futuro insieme, e le consiglia di fuggire. Di lì a poco verrà arrestata e processata, mentre egli sparisce. Trova poi ospitalità e lavoro in una chiesa, ma subisce nuovi tentativi di molestie da parte di un sacerdote. Un copione purtroppo noto a Balistreri, che aveva già dovuto lasciare, per lo stesso motivo, il lavoro da operaia in una vetreria. Stanca di tutto, decide infine di abbandonare la Sicilia, con la figlia e il fratello disabile, Vincenzo, del quale si prende cura fin dall’infanzia.
  3. Si tratta del brano, interpretato da Rosa Balistreri, dal titolo Mafia e parrini (‘Mafia e preti’), testo di Ignazio Buttitta, musiche di Otello Profazio. Il testo è contenuto in I. Buttitta, Lu trenu di lu suli. Il treno del sole. Storie, canti di protesta, canzoni in dialetto siciliano con traduzioni a fronte, Milano, Edizioni Avanti!, 1963, p. 77.
  4. G. Cantavenere, Rosa Balistreri…, op. cit., p. 20. La testimonianza diretta di Balistreri, assieme a quella di Maria Occhipinti (Una donna di Ragusa, Milano, Feltrinelli, 1976), è ripresa come «memoria della vita vissuta dalle bambine e dalle adulte nelle classi sociali più povere nella Sicilia degli anni Trenta» in: N. Spatafora, Voci e presenze femminili nella Sicilia degli anni Trenta, in Gli anni Trenta in Sicilia, numero monografico a cura di M. Saija e M. D’Angelo, «Studi Storici Siciliani», III, marzo-giugno 2023, pp. 69-74, cit. a p. 74.
  5. G. Cantavenere, Rosa Balistreri…, op. cit., p. 21.
  6. In particolare, va considerato il ruolo determinante che Rosa Balistreri ha assunto in quanto punto di riferimento ideale per una folta genealogia di artiste che, da Etta Scollo a Carmen Consoli, hanno avviato numerosi progetti musicali dedicati al recupero della memoria e dell’eredità culturale della “Cantatrice del Sud”. Consoli firma le musiche originali ed è presente come attrice nel recente film L’amore che ho (2024), diretto da Paolo Licata e liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Luca Torregrossa, nipote dell’artista. Si segnalano anche iniziative editoriali ispirate al racconto della sua peculiare figura, come il volume di Stefania Aphel Barzini La mia casa è un’isola. La vita e la musica di Rosa Balistreri (Firenze, Giunti, 2023), oltre a diverse attività scientifiche avviate soprattutto in ambito etnomusicologico.
  7. Per l’ampia gamma di processi culturali connessi al “folk revival” italiano degli anni Sessanta e Settanta, si rimanda al volume La musica folk. Storie, protagonisti e documenti del revival in Italia, a cura di G. Plastino, Milano, Il Saggiatore, 2016.
  8. Per la prima volta, gli artisti direttamente impegnati nel revival, nella ricerca e nella riproposta di materiali popolari trovano nuovi circuiti e ottengono un notevole riscontro di critica e di pubblico, entrando nel mainstream italiano; J. Tomatis, Il folk diventa (veramente popolare), in Id., Storia culturale della canzone italiana, Milano, Feltrinelli, 2021, pp. 451-66.
  9. Giacché la Fonit Cetra è legata alla Rai, «ai suoi artisti sono garantiti spazi su tv e radio fino a quel momento impensabili per musicisti di folk e meno che mai per musicisti politicizzati»: ivi, p. 455. Scopo della collana, come si legge nelle note di copertina dei dischi, è riproporre al pubblico, «attraverso interpretazioni fedeli ma non filologicamente pedestri e attraverso raccolte il più possibile ordinate e significative», il patrimonio del canto popolare, che sopravvive «nell’era della riproduzione meccanica come espressione, passata o presente, di cultura delle classi subalterne, di cui testimonia i sentimenti, le aspirazioni e le lotte».
  10. Dal documentario Rosa Balistreri – Un film senza autore (2017), di Marta La Licata, regia di Fedora Sasso, produzione Rai Storia, serie “Italiani” con Paolo Mieli.
  11. Il sottotitolo è Rappresentazione popolare in due tempi su materiale originale curato da Cesare Bermani e Franco Coggiola, ricercatori ed etnomusicologi dell’Istituto Ernesto De Martino, mentre del versante musicale si occupa la cantante e compositrice Giovanna Marini. C’è in scena un gruppo molto composito, formato da professionisti e da partecipanti di estrazione contadina e operaia inesperti di teatro, come la stessa Balistreri. La struttura «risulta estremamente articolata e ricca sotto il profilo musicale. Ripartito in due tempi, lo spettacolo raccoglie circa un centinaio di canzoni popolari e sociali. La regia è attenta a creare una trama di movimenti e gesti che conferiscano respiro e significato a quanto eseguito e cantato dagli artisti in scena»: Y. Brunello, Tra i subalterni di Gramsci e gli attori di Copeau. Sul primo Ci ragiono e canto di Dario Fo, in «Biblioteca Teatrale», n. 104, 2012, pp. 93-112, cit. a p. 95.
  12. Le delusioni degli ultimi tempi si accompagnano all’amara premonizione di essere apprezzata solo dopo morta, come dirà nell’intervista a Francesco Pira per l’emittente licatese Tele Video Faro (1990), visibile online: https://youtu.be/Yp4A4iTg2tk?si=s24oAkItdZLB5WON (ultima consultazione: 22/02/2025).
  13. D. Brogi, Lo spazio delle donne, Torino, Einaudi, 2022, p. 34.
  14. Per la datazione dei testi di Licata, cfr. A. Sica, Poesia e politica nella drammaturgia di Salvo Licata, in «Biblioteca Teatrale», n. 113-14, 2016, pp. 147-59. La ballata del sale, diretta da Maurizio Scaparro con musiche di Mario Modestini, è ispirata ai canti del mare dei cosiddetti “tonnaroti”, tratti e arrangiati dal Corpus di musiche popolari siciliane di Alberto Favara; produzione Teatro Biondo di Palermo.
  15. Dalle testimonianze che è possibile reperire su quest’opera, tuttora inedita, sappiamo di una messa in scena nel 1987 con la regia di Carlo Quartucci, il contributo musicale di Modestini e scene di Bruno Caruso; produzione Teatro Biondo di Palermo. È del 1971 La fame e la peste, anch’esso inedito, andato in scena dieci anni dopo sempre con Rosa Balistreri e la regia dello stesso Licata per la Fondazione Biondo.
  16. Una dichiarazione che è possibile rintracciare nel documento audio relativo a un’intervista a Rosa Balistreri, registrata presumibilmente al suo ritorno in Sicilia, dall’emittente «Radio Torre». Il documento è disponibile online al seguente link: https://www.culturasiciliana.it/20-rosa-balistreri/le-canzoni-inedite/64-intervista-radio-rosa-balistreri (ultima consultazione: 22/02/2025).
  17. G. Meacci, All’ultimo minuto, non le permettono di partecipare al Festival di Sanremo (2018), in Acchiappafantasmi, Roma, minimum fax, 2023, pp. 495-97, cit. a p. 495.
  18. Il riferimento è a R. Barthes, Le grain de la voix, Paris, Éditions du Seuil, 1981.
  19. G. Cantavenere, Rosa Balistreri…, op. cit., p. 61.
  20. Ivi, pp. 61-62.
  21. G. Pitrè, Usi, costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Palermo, Clausen, 1889.
  22. V. Venturini, A occhi chiusi: la doppia visione del «cunto», in «Teatro e Storia», n. 25, 2004, pp. 419-42, cit. a p. 425.
  23. Ivi, p. 426.
  24. G. Cantavenere, Rosa Balistreri…, op. cit., p. 62.
  25. Ricorda Balistreri, tra le memorie d’infanzia: «Un giorno passò uno dalla strada, un forestiero, e, sentendo la mia voce, domandò ai vicini chi era che cantava. E venne da mio padre: gli disse che mi voleva fare studiare, farmi cantare davanti alla gente. Mio padre gli rispose: “Io non ho figlie buttane”. Quando alla Marina c’era un battesimo, uno sposalizio, mi venivano a chiamare. […] Mia madre aspettava che mio padre si fosse addormentato, e quando cominciava a russare uscivo. Mi sentivo felice, liberata. La festa era tutta per me quella sera. Alla fine mi regalavano fazzolettate di taralli e una bottiglia di rosolio»: ivi, p. 36.
  26. La formula compare nella citata intervista a «Radio Torre».
  27. Ibidem.
  28. Oltre al citato sodalizio con Salvo Licata, ricordiamo che Rosa Balistreri sarà presente sui palcoscenici di prosa in numerose produzioni che ne valorizzeranno le qualità di interprete musicale e che sono legate alla cultura isolana e ai suoi autori. Tra queste: La rosa di zolfo (1968), dall’omonimo romanzo di Antonio Aniante, regia di Nando Greco; La Lupa (1979) di Giovanni Verga, regia di Lamberto Pugelli; Buela (1982), di Franco Scaldati; La lunga notte di Medea (1982) di Corrado Alvaro, regia di Maurizio Scaparro. Negli anni Ottanta parteciperà inoltre alla trilogia siciliana di Emilio Isgrò L’Orestea di Gibellina e nel 1990 sarà chiamata da Andrea Camilleri per un contributo musicale allo spettacolo, da lui diretto, tratto dall’opera teatrale in siciliano I mafiusi de la Vicaria di Palermu (1863), di Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca. Sarà questa l’ultima apparizione di Balistreri.
  29. Intervista ad Andrea Camilleri, in Rosa Balistreri – Film senza autore, op. cit.
  30. Intervista a Giovanna Marini, in Rosa Balistreri – Film senza autore, op. cit.
  31. Il disco Un matrimonio infelice (Tauro Record) la presenta in copertina in veste di cantastorie, con cartellone e chitarra, attributi tipici del mestiere nella tradizione siciliana. Nello stesso anno escono Picciriddi Unni Iti –

    C’erano Tri Surelli – O Cuntadinu Sutta Lu Zappuni (Linea Rossa) e La voce della Sicilia (Tauro Record), riproposto nel 1973 con il titolo La Cantatrice del Sud (RCA, collana «Il nostro Folk»).

  32. P. E. Carapezza, Prefazione a G. Cantavenere, Rosa Balistreri…, op. cit., pp. 3-7, cit. a p. 6.
  33. Ivi, p. 4.
  34. Ivi, p. 5.
  35. «Maledetti tutti questi anni/ con il cuore sempre in guerra/ notte e giorno. Maledetto chi ti inganna/ promettendoti la luce/ e la fratellanza./ Terra che non senti, che non vuoi capire,/ che non dici niente vedendomi morire./ Terra che non trattieni quanti vogliono partire,/ e non dai niente loro per farli ritornare./ E piangi, piangi, ninna oh» (trad. nostra).
  36. La canzone era già stata eseguita nel 1972 durante la trasmissione televisiva Rai Stasera…RRRosa.
  37. G. Savatteri, Le Siciliane, Roma-Bari, Laterza, 2022, p. 53. Per un beffardo gioco del destino, aggiunge Savatteri, su quello stesso palco, solo tre anni dopo, trionferà Julio Iglesias con Se mi lasci non vale, scritta da Gianni Belfiore, il quale dichiara esplicitamente come dietro le canzoni per Iglesias ci sia l’influenza delle proprie origini siciliane, e in particolare del lavoro con Rosa Balistreri, confluito del disco Amuri senza amuri, 1974, Fonit Cetra.
  38. Sanremo ha perso: ha vinto Rosa, Intervista a Rosa Balistreri, in «Qui Giovani», 22 marzo 1973.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Ecologia ed empowerment femminile: il ruolo di Elisa e Francesca Michielin nella musica italiana sostenibile ed ecofemminista

Author di Valentina Sorbera

Abstract: Nel panorama musicale italiano, diversi cantautori, da Adriano Celentano a Jovanotti, si sono occupati dell’ecologismo e della sostenibilità attraverso le loro canzoni e concerti. Tuttavia, quando questi temi sono trattati da artiste donne, acquistano una connotazione distintiva, caratterizzata da un’attenzione particolare a questioni sociali, ecologiche e di genere. In questo contesto, Elisa emerge come una delle figure di riferimento più rilevanti. Nel 2022, con l’album Ritorno al Futuro/Back to the Future e il suo tour ecosostenibile, la cantante ha posto in evidenza la necessità di un cambiamento radicale per la salvaguardia dell’ambiente, proponendo un messaggio di impegno sociale attraverso la musica. Analogamente, Francesca Michielin, giovane cantautrice e direttrice d’orchestra, ha trattato tematiche ecologiche e di sostenibilità sia nel suo album FEAT (Stato di Natura) sia nella serie televisiva Effetto Terra – Guida pratica per terrestri consapevoli, proponendo riflessioni sul rapporto tra natura e urbanizzazione. Entrambe le artiste, che hanno iniziato la loro carriera in un settore musicale dominato dagli uomini, hanno contribuito a decostruire gli stereotipi di genere, proponendo una narrazione musicale innovativa incentrata sull’importanza della sostenibilità, che le rende vicine agli ideali dell’ecofemminismo. Questo studio si propone di analizzare la loro produzione musicale in relazione al tema della sostenibilità e dell’ecofemminismo, evidenziando la loro originalità rispetto ai predecessori e il loro ruolo nella diffusione di un impegno ecologico attraverso la musica.

Abstract: In the Italian music scene, several singer-songwriters, from Adriano Celentano to Jovanotti, have addressed the themes of ecologism and sustainability through their songs and concerts. However, when this is addressed by female artists, it acquires a distinctive connotation, characterized by a particular focus on social, ecological, and gender issues. In this context, Elisa emerges as one of the most prominent figures. In 2022, with the album Ritorno al Futuro/Back to the Future and her eco-sustainable tour, the singer highlighted the need for a radical change in environmental protection, conveying a message of social commitment through music. Similarly, Francesca Michielin, a young singer-songwriter and orchestra conductor, has addressed ecological and sustainability themes in both her album FEAT (Stato di Natura) and the TV series Effetto Terra – Guida pratica per Terrestri Consapevoli, offering reflections on the relationship between nature and urbanization. Both artists, who began their careers in a male-dominated music industry, have contributed to deconstructing gender stereotypes, presenting an innovative musical narrative centered on the importance of sustainability, which aligns them with the ideals of ecofeminism. This study aims to analyze their musical production in relation to sustainability and ecofeminism, highlighting their originality compared to their male predecessors and their role in promoting ecological engagement through music.

L’ecologismo e l’impatto dell’uomo sull’ambiente sono tematiche presenti nella produzione musicale italiana fin dagli anni Sessanta. Basti pensare a Il Ragazzo della Via Gluck (1966) di Adriano Celentano, che accenna al cambiamento del paesaggio urbano «là dove c’era l’erba ora c’è una città», oppure a Proposta (1967) dei Giganti, in cui però si affianca l’ecologismo al pacifismo («mettete dei fiori nei vostri cannoni»)[1].

Il concetto di sostenibilità è invece più recente, risale infatti al 1987, quando viene stilato dalle Nazioni Unite il Brundtland Report: «la sostenibilità è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri»[2]. Di conseguenza, anche nel panorama musicale italiano questa tematica è solamente agli esordi.

In questo contesto le cantautrici italiane si rivelano delle vere e proprie protagoniste rispetto ai loro colleghi cantautori. Tra le cantautrici italiane impegnate per la sostenibilità, Elisa è la capolista. Un’artista eclettica, che affronta nelle sue canzoni temi che spaziano dall’amore all’empowerment femminile, all’ambiente, rendendola impegnata anche a livello sociale.

Elisa ha organizzato nel 2022 il Back to the Future Live Tour, definito proprio dalla cantante come «un tour totalmente dedicato alla sostenibilità». Il tour ha acceso i riflettori sull’importanza di un cambiamento radicale per la salvaguardia dell’ambiente e le canzoni dell’album rispecchiano questo suo impegno.

La segue un’altra giovane cantautrice, Francesca Michielin, che, come protagonista e presentatrice della serie Effetto Terra – Guida pratica per terrestri consapevoli, ha affrontato alcuni temi centrali nel dibattito odierno su ecologia e sostenibilità. Non solo: nella sua produzione discografica FEAT (Stato di Natura) ha trattato vari temi come natura e urbanizzazione, filosofia ed ecologia, oltre all’emancipazione e all’amore in più forme ed espressioni. Per questo si presenta l’ipotesi che possa con le sue canzoni essere un’ambasciatrice di un rinnovato “ecofemminismo”.

A tal proposito, si analizzerà quindi la produzione musicale di Elisa e Francesca Michielin in relazione al tema della sostenibilità e dell’ecofemminismo, considerando quanto siano state innovative, rispetto ai loro predecessori, nel loro intento divulgativo.

La sostenibilità in musica

L’industria musicale con la produzione di CD, vinili, e i tour degli artisti, rappresenta una fonte di inquinamento importante e negli ultimi anni l’argomento è stato affrontato da diversi artisti internazionali con varie iniziative tutte improntate al rendere sostenibile la produzione e la fruizione della musica. Ad esempio, nel 2019 un gruppo di artisti, musicisti e organizzatori del Regno Unito ha creato il progetto Music Declares Emergency[3], per denunciare e raccogliere adesioni contro l’inquinamento causato dall’industria della musica.

Sempre nel Regno Unito e nello stesso anno i Coldplay sono stati fra i primi artisti a porsi il problema dell’impatto ambientale del proprio tour. Il gruppo musicale non sarebbe andato in tour a meno che non si fosse trovata una soluzione più sostenibile, prendendo in considerazione alcuni problemi ambientali come l’uso di plastica monouso durante i concerti o i mezzi di trasporto tra una città e l’altra. Di fatto, quell’anno i Coldplay decisero di rinunciare al proprio tour a causa dell’impossibilità di implementare certe misure ecosostenibili.

Analogamente, in Italia si era già cominciato timidamente ad affrontare l’argomento negli anni Ottanta, quando i Pooh organizzavano raccolte fondi per l’ambiente e collaborazioni con il WWF, avendo deciso di pubblicare i loro album su carta riciclata. È infatti del 1989 la pubblicazione di un vinile verde, che contiene due pezzi da un tour live: Concerto per un’oasi e Nell’erba, Nell’acqua e Nel vento, in cui c’era però una visione ottimista sul futuro del pianeta: «il mondo ha la pelle dura» quindi «l’avventura continuerà». Da un lato si vuole sensibilizzare, ma dall’altro non si vuole creare nessun tipo di allarmismo e non si spinge all’attivismo.

L’iniziativa dei Pooh ci porta a un evento dell’estate 2022, quando Jovanotti in collaborazione con il WWF ha proposto il Jova Beach Party, evento che ha suscitato non poche reazioni contraddittorie, tra chi ha difeso il cantante per la sua iniziativa ecosostenibile e chi lo ha attaccato definendolo un evento tutt’altro che sostenibile. Ed è proprio dello stesso anno il Back to The Future Tour di Elisa, cominciato all’Arena di Verona con Heroes Festival, da cui ha preso poi vita il progetto #MusicforthePlanet, realizzato assieme a AWorld e Music Innovation Hub per Legambiente. Un evento che ha acceso i riflettori sul tema della sostenibilità non solo in musica, ma in chiave più ampia, volto alla sensibilizzazione e all’educazione della società per un futuro migliore.

L’impegno di Elisa per la sostenibilità

Elisa ha da sempre incluso nelle sue canzoni immagini e suoni che derivano dal mondo della natura che la circonda, descrivendo il legame profondo che ha con la sua terra e le sue origini. È del 2009 la canzone Lisert in cui si parla della natura con i suoi amati colori, una terra bellissima, dove si nasce, a cui si appartiene e dove sempre ritorneremo:

This is the beautiful land where we were born

The nature the colors that we love

The place in this world that we belong

This is the beautiful land where we were born

The nature the lining of our soul

The place where we will always return

A tal proposito è emblematica anche la prima canzone di Elisa in italiano, Luce, in cui è presente il rapporto con la sua terra e la natura in correlazione a una storia d’amore ormai finita. La similitudine iniziale descrive la voglia di sentirsi parlare dalla persona amata in armonia, come il vento sferza gli alberi e in simbiosi come il cielo con la terra, legami naturali indissolubili, ma il ritornello si riferisce in realtà a una relazione ormai finita, che versa solo lacrime sui tramonti della sua terra (il Friuli).

Parlami, come il vento fra gli alberi

Parlami, come il cielo con la sua terra

[…]

Siamo luce che cade dagli occhi

Sui tramonti della mia terra

Tuttavia l’impegno di Elisa riguardo alla salvaguardia dell’ambiente e alla preoccupazione per il cambiamento climatico comincia dal suo terzo album, Then Comes the Sun, in cui c’è una canzone che parla dell’innalzamento della temperatura globale: Fever. Il ritornello descrive un mondo malato, calpestato a causa di scelte sbagliate, che trema e che, nonostante ciò, continuiamo a distruggere, letteralmente ‘saltandoci sopra’:

But your world has got the fever

You’re killing it with your reasons

Your world has got the fever

And you step on it and don’t see it

But your world has got the fever

You’re killing it with your reasons

Your world has got the fever

And you step on it and don’t see it

Your world has got the fever

It is shaking and you jump on it

Per quanto riguarda la produzione dei suoi album, è dal 2003, con l’uscita di Lotus, che Elisa pubblica le copertine dei suoi cd su carta e il suo impegno per la salvaguardia dell’ambiente comincia già con il tour Diari Aperti nel 2019. Durante i concerti vengono proiettate le immagini della marcia per salvare il clima di Greta Thunberg, e le parole del capo Sioux riguardo all’impatto dell’uomo sulla natura: «Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo pesce mangiato, e l’ultimo fiume avvelenato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro».

Nel 2022, dopo la pandemia, il suo impegno diventa ancora più tangibile con l’uscita dell’album Back to the Future e, a seguire, con il tour incentrato sulla sostenibilità. Ed è la cantante stessa a dichiarare in un’intervista a «Repubblica» che l’industria della musica deve affrontare al più presto il tema e sensibilizzare la società:

La sostenibilità è un tema urgente, ignorarlo sarebbe stato insopportabile. Ho iniziato due anni fa, finito il tour di Diari aperti. Dall’idea del nuovo album mi sono mossa verso quella della sostenibilità, con la pandemia ho avuto il tempo di sviluppare e integrare tutto. Volevo ‘tornare al futuro’ che ci restituiranno dopo la pandemia, con l’idea di accendere l’attenzione su questi temi[4].

Inoltre, Elisa nel 2022 è stata nominata Ally della campagna delle Nazioni Unite sugli obiettivi di sviluppo sostenibile (UN SDG Action Campaign), un importante protocollo green redatto dal Politecnico di Milano in collaborazione con Music Hub per ridurre l’impatto ambientale degli eventi musicali. Obiettivo del protocollo è infatti «costruire un modello di riferimento per agenzie di live e operatori dello spettacolo che consenta di valutare il livello di sostenibilità di un evento musicale e confrontarlo con le migliori pratiche sul mercato», proponendo di individuare le buone pratiche da implementare in tutte le fasi dell’evento, la valutazione del suo impatto sull’ambiente e le linee guida per la rendicontazione[5].

Il tour Back to the Future ha seguito il protocollo green, riducendo il numero di tir da sette a uno, facendo ricorso il più possibile alle risorse che si possono trovare sul luogo per l’evento. Oltre a questo, si è ridotta al minimo la produzione di merchandise per non creare sprechi, le magliette sono state prodotte con cotone organico, sono state eliminate bottiglie e bicchieri di plastica per tutto il gruppo di lavoro e quello che avanzava dai catering di ogni tappa è stato donato ad associazioni locali. Inoltre, attorno a ogni concerto, a partire da quelli organizzati all’Arena di Verona per Heros Festival, è stato pensato un Green Village, fatto di mercatini locali, dibattiti e attività legate alla sensibilizzazione e alla salvaguardia dell’ambiente.

Il tour ha portato avanti anche il progetto Music for the Planet, in collaborazione con AWorld, Music Innovation Hub e ASviS per Legambiente[6]. Tutte queste associazioni hanno contribuito al progetto Legambiente Life Terra con cui verranno messi a dimora 500 milioni di alberi entro il 2027. «Il progetto, al motto di Let’s plant together intende creare un vero e proprio movimento di cittadini attivisti che in tutta Europa si mobilitano per mitigare il cambiamento climatico»[7].

L’impegno di Elisa non si limita, quindi, al testo della canzone e alla sensibilizzazione teorica sul tema della sostenibilità, ma allarga gli orizzonti, con azioni concrete volte a coinvolgere la società nell’attivismo per la lotta contro il cambiamento climatico per un futuro sostenibile. Ed è proprio questo il messaggio principale del suo ultimo album e del conseguente tour: «un’ambizione sociale per scuoterci un po’, perché dobbiamo renderci conto che dipendiamo gli uni dagli altri, dal discorso ambientale a quello emotivo» («Corriere della Sera», 18/02/2022).

Ritorno al Futuro/Back to the Future è un doppio disco composto da dodici canzoni in italiano, nel primo disco, e tredici in inglese, nel secondo. Nelle parole di Elisa, che spiegano l’ispirazione per il titolo, si trova ancora una volta la necessità di impegnarsi attivamente per un cambiamento e un futuro sostenibile attraverso la musica. In questo, pur definendosi una sognatrice e un’idealista, l’artista non si limita solamente a scrivere canzoni per un futuro migliore, ma sottolinea l’importanza di agire «sporcandosi le mani»:

L’idea di chiamare così il disco viene da una spunto di spettacolo dal vivo, l’idea è venuta alla fine dell’ultimo tour: già immaginavo questo come scusa buona per mettere in campo un certo metodo nuovo di sostenibilità, per spingere il più possibile in quella direzione. Io sto con quelli che ci credono, sono sognatrice, idealista, ma anche una artigiana che si sporca le mani, vengo da una famiglia di operai. Li chiamo gli ultimi perché in tanti casi chi cede molto in una casa è un ultimo, i più disillusi e scaltri sono i player del capitalismo. Poi c’è una grande matrix che si parte da una parte e si finisce dall’altra. La percezione sta cambiando nelle giovani generazioni perché capiscono la vulnerabilità del sistema e del mondo stesso, gli fa avere più coraggio ma questo non viene capito dalle generazioni più grandi che non capiscono che i giovani sono già evoluti e da un’altra parte» (SkyTg24, 19/02/2022).

Le canzoni in inglese sono quelle che hanno al centro la tematica dell’ambiente, la necessità di cambiare rotta e di tornare, dopo un periodo buio come quello della Pandemia, a un futuro sostenibile. Elisa ha cominciato la carriera scrivendo in inglese e anche per questo album lo ha scelto per esprimere i temi che le stanno più a cuore.

Show’s rolling è la prima canzone del disco che esprime proprio questa urgenza di agire, perché non c’è più tempo, ci sono già state troppe violazioni e il mondo è totalmente inquinato. La situazione è contorta e problematica, e la vera forza del cambiamento non è nel potere di chi ha denaro, ma in chi ha una coscienza morale rispettosa dell’ambiente:

Spare some lovin’ for me, yeah (Me, yeah)

Now the time is callin’ (Callin’ for me)

Is callin’ (Callin’ for me)

I’ve been round for the highs and the lows

Stand by me, for you know the show’s rollin’

Rollin’ for me (Rollin’), rollin’ for me

Far too many violations

Don’t know where this conversation’s goin’

Not sure where it’s goin’

World is covered in pollution

What a fucked up situation, I’m not in

All I know is I’m not in (I’m not in)

Power’s in no money or gold

All is safe in the hands of good souls’ power (Good soul)

(Power, power) A real power (Power, power)

Anche il testo di I Feel it in the Earth affronta la tematica della preoccupazione per l’ambiente, entrando in connessione con una Terra che soffre a causa delle nostre azioni distruttive, dal surriscaldamento degli oceani agli incendi, e soffermandosi sull’importanza di non ripetere gli errori del passato:

I feel it in the earth, I hear its cry

It’s in the oceans, it’s in its fires

I feel it in the earth, soaked in hatred

And this violence, I can’t take anymore

Cannot go back to hell no more

Cannot go back to where we’ve been so wrong, so wrong

Elisa illustra come la società sia distruttiva, con l’uso di parole come “ruggine” e “polvere” per descrivere la fragilità e l’impotenza dell’uomo di fronte alle sfide globali. Il brano riflette anche sulle parole vuote e le bugie che stanno crollando, rivelando la verità e il caos che ci circonda:

Turns to rust (rust)

Thin like dust (dust)

Heaven only knows

It falls on us (us)

Lies will crush (crush)

Heavy on our souls

Weak desires, soft denials

Heaven only knows

L’umanità non può più ignorare questi problemi, dovendo fare i conti con le conseguenze dei propri atti. Attraverso versi potenti e incisivi, la cantante sottolinea che l’egoismo e la mancanza di condivisione delle risorse stanno portando a un mondo sempre più diviso e fuori controllo. La tragedia della situazione si riflette nel desiderio dell’artista di un cambiamento radicale e di un’attenta riflessione sui nostri comportamenti. La canzone trasmette un messaggio di urgenza e di responsabilità nei confronti dell’ambiente e della società nel suo complesso.

Gli esordi di Elisa e Francesca Michielin

L’impegno per la sostenibilità in musica e la difesa dell’ambiente non sono I soli punti in comune fra Elisa e Francesca Michielin. Entrambe hanno cominciato la loro carriera giovanissime, confrontandosi subito con un mondo musicale dominato dagli uomini. A soli quindici anni, Elisa canta e scrive le proprie canzoni, ma, al primo incontro con un produttore discografico, riceve un riscontro alquanto maschilista: «sei carina, pensa a cantare e lascia stare la scrittura». L’episodio viene raccontato proprio dalla cantante in un post Instagram del 26 maggio 2021, dichiarando che «queste parole furono solo altra benzina, amara sì, ma pur sempre buona per spingere ancora più giù l’acceleratore». La sua determinazione la porterà poco più di dieci anni dopo a produrre lei stessa la canzone Teach me Again in cui duetterà con Tina Turner, curando sia gli arrangiamenti sia la registrazione. Tina Turner era così fiera di lei ed entusiasta del progetto che le disse: «Sono molto orgogliosa di te, donne come te stanno cambiando il mondo. Quando ero giovane io, quello che stai facendo tu oggi qui con me sarebbe stato impensabile»[8]. Considerando l’emancipazione personale e musicale che contraddistinguono la storia di Tina Turner, queste parole sono veramente evocative.

D’altro canto, Francesca Michielin in un’intervista ha dichiarato che agli esordi si è sentita inadatta a produrre musica propria: «nel 2011 in Italia c’era l’idea per cui la donna potesse essere solo interprete». Percepiva una crisi profonda del mercato musicale italiano in cui ancora non si era pronti ad accettare una cantautrice così giovane. Di fatto il suo primo album da cantautrice lo pubblica solo nel 2016, l’anno della svolta in cui dimostra al pubblico italiano di non essere solo un’interprete, ma anche un’autrice.

Dalla teoria all’attivismo: l’ecofemminismo nella produzione musicale di Francesca Michielin

Le storie di emancipazione di Elisa e Francesca Michielin nella sfera della canzone d’autore italiana sono rappresentative di una lotta contro il patriarcato di cui in particolare Francesca Michielin si è fatta ambasciatrice nella sua produzione musicale. Le canzoni dell’album Feat Stato di Natura parlano di una natura oppressa come la donna, creando parallelismi tra la questione ecologica e il femminismo. Si può, quindi, esplorare la possibilità che le sue canzoni siano rappresentative di un nuovo ritrovato ecofemminismo, più orientato all’attivismo che alle prospettive teoriche delle sue origini.

Anche la serie TV Guida Pratica per Terrestri Consapevoli si colloca in questa prospettiva. È la stessa Francesca Michielin a dichiarare di volersi occupare dell’argomento perché, pur non essendo una scienziata o una ricercatrice, si sente parte di questa Terra e vuole prendersene cura. Francesca Michielin diventa messaggera di una protesta e di un impegno che non partono da nozioni astratte, ma che danno indicazioni pratiche per diventare cittadini consapevoli. Come le proteste ecofemministe analizzate da Niamh Moore nel suo libro sul cambiamento dell’ecofemminismo, The Changing Nature of Ecofeminism (2015), l’intento di Francesca Michielin si focalizza su quello che sta succedendo oggi, localmente e in maniera tangibile.

Quello che ha reso queste proteste così uniche è stato il loro focus su ciò che era locale e tangibile, in opposizione ai movimenti ecofemministi più astratti: il focus non era la Terra, bensì il territorio locale. Difatti, Niamh Moore offre una genealogia di teorie ecofemministe e di attivismo per affrontare le critiche di essenzialismo e universalismo dirette alle ecofemministe degli anni Novanta. Focalizzandosi sulle proteste locali in Canada e in India, trova similitudini nei vari modi in cui i dibattiti tra femminismo e ecologismo si sono incrociati già nella loro fase più primordiale.

Che cos’è l’ecofemminismo

L’ecofemminismo nasce negli anni Settanta e Ottanta, prima in Francia e poi negli Stati Uniti, dall’intersezione di movimenti femministi, ecologisti e di giustizia sociale. Il termine viene usato per la prima volta nel 1974 da Françoise D’Eaubonne nel suo libro Le féminisme ou la mort, in cui si definisce l’ecofemminismo come l’unica possibilità di salvezza dai due problemi maggiori del mondo: la crescita della popolazione e la distruzione dell’ambiente, entrambi radicati in una cultura patriarcale che sfrutta, opprime e distrugge le donne così come la natura.

In seguito negli Stati Uniti Carolyn Merchant con il suo libro Death of the Nature (1980) esplora la Rivoluzione Scientifica del XVII secolo attraverso le lenti dell’ecologismo e del femminismo. La natura in molteplici culture viene rappresentata come una dea, Madre Natura, ma Merchant chiarisce il cambiamento del ruolo nel passaggio da una società matriarcale a patriarcale. Storicamente la natura era simbolizzata da figure femminili e le donne venivano quindi tenute in alta considerazione come portatrici di vita, ma attraverso i secoli la natura è stata trasformata in un organismo passivo in opposizione agli esseri umani.

Negli anni Novanta il movimento ecofemminista viene criticato e considerato un movimento teorico, poco incline all’attivismo e prevalentemente bianco. Si contesta soprattutto l’aver ignorato che la natura, la cultura e il genere possano variare a seconda del luogo e della storia del periodo. Questo processo di omologazione non ha tenuto in considerazione, quindi, le differenze di razza, classe ed etnicità, rilevando una nuova necessità dell’ecofemminismo: quello di essere un movimento d’intersezione, capace di far confluire le differenze delle donne nel mondo[9].

L’album Feat (Stato di Natura) tra ecofemminismo e sostenibilità

L’album Feat (Stato di Natura) di Francesca Michielin ben esplicita il nesso tra ecologismo e femminismo. Ed è proprio la cantante stessa a dichiarare che il tema principale è l’incontro tra natura e urban, «l’ambiente naturale e quello cittadino che si incontrano», come già era successo negli anni Sessanta con Il Ragazzo della Via Gluck di Celentano; ma in questo caso sono raccontati da una cantautrice, non da un cantautore, in una prospettiva ecofemminista. Infatti, un altro tema principale è l’amore in più forme ed espressioni, inteso però come sentimento per la natura. Una natura che diventa anche sinonimo della condizione femminile di sottomissione a un sistema patriarcale in cui non c’è libertà o indipendenza.

La canzone apripista, Non è nella mia Natura, a cui ha collaborato Damiano dei Maneskin, rappresenta a tal proposito un vero e proprio manifesto contro il patriarcato:

Non è nella mia natura

Farmi fischiare per strada come se fossi un cane

[…]

Rivendichiamo per il corpo la libertà

Ma critichiamo una ragazza che si veste come le va

C’insegnan che la donna è madre, una pin up che guida male

Ma il navigatore ha quella voce là

[…]

Dell’immagine servile con cui ci avete dipinte

Con il fatto di sentirci obbligate se respinte

Usate il nostro seno ovunque, una cosa normale

Ma se allattiamo in pubblico? (Non si fa, è immorale)

Secondo Francesca Michielin la parola e l’umanità sono doni intrinseci alla natura umana. La canzone è aggressiva, ma va contro l’aggressività verbale e per questo vuol far riflettere sul peso delle parole e di come continuino a inficiare la libertà femminile[10].

Sposerò un albero è, invece, una canzone in cui si parla della voglia di stare con sé stessi, ma nella natura, di riappropriarsi della quotidianità e delle cose semplici (come dichiara la stessa Francesca Michielin in un’intervista). Ed è proprio il ritornello della canzone a rafforzare questa idea di semplicità e di connubio con la natura:

Sposerò un albero, faremo figli di fiori

Non c’è giusto o sbagliato, con le radici nel cuore

Amerò un albero, faremo figli di fiori

E raccoglierò i frutti dei nostri giorni migliori

Si guarda al futuro pur rimanendo legati alle proprie radici nel profondo, si cerca quindi di soddisfare i propri bisogni del presente mantenendo saldo il contatto con la natura, intesa come Madre Terra, senza andare a ledere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri, raccogliendo appunto i «frutti dei nostri giorni migliori». Questi versi della canzone riportano al concetto di sviluppo sostenibile così come era stato definito nel Rapporto Brundtland.

Un’altra canzone dell’album, Riserva Naturale, in collaborazione con i Coma Cose, parla della difficoltà nel trasferirsi da un paese di periferia alla città. È la storia di Francesca e del disagio provato a Milano, dopo aver vissuto per anni a Bassano del Grappa. La metafora dell’albero in una metropolitana sottolinea la sensazione di asfissiamento provocato dal caos cittadino, il senso di estraneazione provato in un ambiente ostile. Come un albero costretto in un paesaggio urbano, molesto, che lo calpesta, fuori dal suo contesto, sferzato da un vento nemico, così la cantante si sente fuori posto, depressa e sopraffatta da una realtà troppo frenetica, lontana dai ritmi semplici della natura.

Sono un albero in una metropolitana

Piena a mezzanotte e quaranta

Voglio dirti che mi sento stanca, quest’aria sfianca

Tutta ’sta gente molesta che mi calpesta

Mezza depressa

Tutta connessa

Che ne so io della tua testa?

Lasciami stare in una foresta

Fuori contesto, ma dentro la festa

Spinta dal vento, graffiata dal grigio che resta

Mi spacca il cuore, non c’è il tre solo il minore

Mi spacca il cuore e resto io il male minore

E come l’albero, anche la cantante troverà pace solo in una riserva naturale, una metafora che rappresenta la ricerca di conforto in un un abbraccio senza alcune limitazioni, ma con i piedi bene a terra, esattamente come l’albero, che ha radici profonde nel terreno.

 

 

Abbracciami senza riserva

Naturale, con i piedi bene a terra

Ma con la testa che già vola e con il cuore in guerra

Adesso portami con te

Portami con te (yey)

La musica come strumento di emancipazione e sostenibilità in chiave ecofemminista

La sensibilità di Elisa e Francesca Michielin riguardo alla sostenibilità e il loro attivismo dimostrano quanto sia diverso l’approccio e l’intento divulgativo da parte delle cantautrici italiane in quanto donne. Con le loro canzoni, ma anche con gli eventi, i concerti, i programmi televisivi, si rivelano protagoniste non solo di una forte campagna di sensibilizzazione alla sostenibilità, ma anche paladine nel coinvolgimento del pubblico, quindi impegnate attivamente anche a livello sociale.

Questo non stupisce se si considera che il termine “sostenibilità”, inteso come sviluppo ambientale, sociale ed economico che non vada a ledere le generazioni future, come già accennato precedentemente, è stato proprio coniato da una donna, Gro Harlem Brundtland. Si può, quindi, dedurre che l’interesse per la sostenibilità di Elisa e Francesca Michielin le leghi indissolubilmente in questo impegno sociale e le renda protagoniste nel panorama musicale italiano, in quanto il loro sguardo femminile, incline alla cura, le rende più sensibili e vicine alla salvaguardia e alla cura dell’ambiente in un’ottica ecofemminista.

La valorizzazione dei ruoli sessuali, e in particolare della specificità femminile, diviene la base di un progetto di umanizzazione della cultura e della politica: si tratta di far leva sulle capacità e le attitudini che le donne hanno sviluppato nei secoli, facendole confluire nella “cura” dell’ambiente per progettare un mondo più accogliente e vivibile[11].

Storicamente la figura della donna è stata affiancata alla natura, la Madre Terra, che provvedeva ai bisogni dell’umanità. Questo concetto è stato capovolto dallo svilupparsi di una cultura androcentrica, promotrice dello sfruttamento della donna e della natura, come è stato studiato da diverse pensatrici agli esordi del movimento ecofemminista. Di conseguenza, Elisa e Francesca Michielin, grazie alle tematiche affrontate nelle loro canzoni ma anche alle loro iniziative per l’ambiente, si rivelano portatrici di un nuovo messaggio di emancipazione, che potrà manifestarsi solo se cambierà anche la gestione dello sviluppo sociale ed economico, allargando gli orizzonti in in un’ottica più femminile e sostenibile.

 

Bibliografia:

G. H. Brundtland, Our Common Future, Oslo, United Nations Report, 20 March 1987;

C. Merchant, Earthcare: women and the environment, New York, Routledge, 1996;

R. K. Musil, Rachel Carson and Her Sisters: Extraordinary Women Who Have Shaped America’s Environment, New Brunswick (New Jersey), Rutgers University Press, 2014;

N. Moore, The Changing Nature of Eco/Feminism. Telling Stories from Clayoquot Sounds, Vancouver, University of British Columbia Press, 2015;

E. Dell’Agnese, «Io lo vedo grigio ma dicono che è blu…»: un approccio ecocritico alla canzone italiana, in La musica come geografia: suoni, luoghi, territori, a cura di M. Tabusi, E. Dell’Agnese, Roma, Società Geografica Italiana, 2016, pp. 15-26;

G. Di Chiro, Making Ecofeminism(s) Matter… Again, in «Women’s Studies», Novembre 2021, Vol. 50 (8), pp. 820-28;

E. Federici, Why Ecofeminism Matters. Narrating, translating, ecofeminism(s), in «Saggi/Essays 66», Issue 20 – Fall/Winter 2022;

The Routledge handbook of ecofeminism and literature, a cura di D. A. Vakoch, London, Routledge, 2023, pp. 271-79;

F. D’Eaubonne, How the Women’s Movement Can Save the Planet, review in «Women in French Studies», 2023, Vol. 31 (1), pp. 162-63.

Sitografia:

«Music Declares Emergency» Take Action, 2019; cfr. l’URL: https://www.musicdeclares.net/ (ultima consultazione: 14/05/2024);

M. Adorno, Francesca Michielin, il testo di Stato di Natura per urlare che basta sentirsi dire certe cose come donne, 13/03/2020 cfr. l’URL: https://www.cosmopolitan.com/it/star/a31433652/francesca-michielin-stato-di-natura-testo/ (ultima consultazione: 14/05/2024);

P. Ruviglioni, La storia di Francesca Michielin, in «Vice.com», 26/03/2020; cfr. l’URL: https://www.vice.com/it/article/m7qw9a/francesca-michielin-canzoni-stato-natura (ultima consultazione: 14/12/2023);

T. Bartolini, Coronavirus: Ecofemminismo e la cura del pianeta. Intervista a Luisella Battaglia, in «Noi Donne», 27/04/2020; cfr. l’URL: https://www.noidonne.org/articoli/coronavirus-ecofemminismo-e-la-cura-della-pianeta-intervista-a-luisella-battaglia.php (ultima consultazione: 15/05/2024);

A. Zucca, Elisa su Instagram racconta un episodio di sessismo subito a inizio carriera: il gender gap in musica, in «Elle», 27/05/2021; cfr. l’URL: https://www.elle.com/it/showbiz/musica/a36553799/elisa-toffoli-episodio-sessismo/ (ultima consultazione: 14/12/2023);

Music for the planet; cfr. L’URL: https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/music-for-the-planet/ (ultima consultazione: 14/05/2024);

E. Assante, La musica può servire a far crescere alberi, in «Repubblica», 31/03/2022; cfr. l’URL: https://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2022/03/30/news/elisa_la_musica_puo_anche_servire_a_far_crescere_alberi-343466453/ (ultima consultazione: 13/05/2024);

«Music Innovation Hub» Protocollo per gli eventi sostenibili, sviluppato da Triadi spin off POLIMI, RP Legal & Tax MIH, 2022; cfr. l’URL: https://musicinnovationhub.org/wp-content/uploads/2023/05/PROTOCOLLO-EVENTI-SOSTENIBILI2.pdf (ultima consultazione: 14/05/2024).

 

  1. E. Dell’Agnese, «Io lo vedo grigio ma dicono che è blu…»: un approccio ecocritico alla canzone italiana, in La musica come geografia: suoni, luoghi, territori, 2016 pp. 15-26.

  2. G. H. Brundtland, Our Common Future, Oslo, United Nations Report, 20 March 1987.

  3. Cfr. «Music Declares Emergency» Take Action, 2019; cfr. l’URL: https://www.musicdeclares.net/ (ultima consultazione: 14/05/2024).

  4. E. Assante, La musica può servire a far crescere alberi, in «Repubblica» 31/03/2022; cfr. l’URL: https://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2022/03/30/news/elisa_la_musica_puo_anche_servire_a_far_crescere_alberi-343466453/ (ultima consultazione: 13/05/2024).

  5. «Music Innovation Hub» Protocollo per gli eventi sostenibili, sviluppato da Triadi spin off POLIMI, RP Legal & Tax MIH, 2022; cfr. l’URL: https://musicinnovationhub.org/wp-content/uploads/2023/05/PROTOCOLLO-EVENTI-SOSTENIBILI2.pdf (ultima consultazione: 14/05/2024).

  6. Aworld è l’app ufficiale della campagna ONU Act Now e serve a sensibilizzare ognuno a compiere azioni quotidiane per essere più ecosostenibili; Music Innovation Hub realizza progetti innovativi e socialmente responsabili in ambito musicale; ASviS è l’alleanza italiana per uno sviluppo sostenibile, nata per far conoscere in Italia gli obiettivi dell’Agenda 2030 ONU.

  7. Music for the Planet; cfr. L’URL: https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/music-for-the-planet/ (ultima consultazione: 14/05/2024).

  8. A. Zucca, Elisa su Instagram racconta un episodio di sessismo subito a inizio carriera: il gender gap in musica, in «Elle», 27/05/2021; cfr. l’URL: https://www.elle.com/it/showbiz/musica/a36553799/elisa-toffoli-episodio-sessismo/ (ultima consultazione: 14/12/2023).

  9. E. Federici, Why Ecofeminism Matters. Narrating, translating, ecofeminism(s), in «Saggi/Essays 66», Issue 20 – Fall/Winter 2022.

  10. M. Adorno, Francesca Michielin, il testo di Stato di Natura per urlare che basta sentirsi dire certe cose come donne, in «Cosmopolitan», 13/03/2020; cfr. l’URL: https://www.cosmopolitan.com/it/star/a31433652/francesca-michielin-stato-di-natura-testo/ (ultima consultazione: 14/05/2024).

  11. T. Bartolini, Coronavirus: Ecofemminismo e la cura del pianeta. Intervista a Luisella Battaglia, in «Noi Donne», 27/04/2020; cfr. l’URL: https://www.noidonne.org/articoli/coronavirus-ecofemminismo-e-la-cura-della-pianeta-intervista-a-luisella-battaglia.php (ultima consultazione: 15/05/2024).

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

La rappresentazione letteraria delle prime mestruazioni: aspetti significativi nel panorama italiano

Author di Camilla Pasqua

Introduzione 

Se è vero che i temi sono snodi nel reticolo dell’immaginario, ne consegue che essi costituiscono anche una sorta di grammatica della raffigurabilità: non si dà un tema se esso non è raffigurabile; non lo si percepisce se esso non è raffigurato (e, naturalmente, anche formalizzato)[1]. Così Felice Rappazzo nell’ambito di un dibattito critico sul tema nella letteratura, ospitato sulla rivista «Allegoria» nel 2008. Adottando questo assunto, potremmo inferire che la rappresentazione letteraria delle prime mestruazioni costituisce oggi un tema, divenuto “raffigurabile” e “raffigurato” con crescente frequenza, grazie a una “raffigurabilità” che ha progressivamente attenuato (ma non annullato) un tabù di origine molto antica. 

L’obiettivo di questo articolo è quello di dare conto di questa raffigurabilità e raffigurazione delle mestruazioni nella letteratura italiana contemporanea. La ricerca qui presentata si inserisce all’interno di un più vasto studio volto a indagare la presenza e le rappresentazioni dell’adolescenza femminile nella narrativa contemporanea[2]. Benché non si tratti di una rilevazione statistica – che esula dagli scopi di questo lavoro, più focalizzato sul “come” che sul “quanto” –, l’analisi dimostra come in quasi un secolo (1921-2017) siano state individuate per ora 12 opere che fanno riferimento al menarca, mentre negli ultimi quattro anni (2021-2024) ben 10, il che costituisce di per sé un elemento significativo[3].  

L’evidenza complessiva denota quindi un interesse crescente verso le mestruazioni – per quanto ancora spesso ritenute un tabù –, fatte oggetto anche di rappresentazioni artistiche. Nel 2022 lo scrittore Michele Giordano ne denunciava la dimensione di stigma, recensendo il monologo teatrale di Marinella Manicardi intitolato Corpi impuri. Il tabù delle mestruazioni, frutto di un precedente spettacolo ideato per il Festival Filosofia di Modena nel 2011, successivamente trasposto in volume[4]. E, ancora, il tema è stato al centro del podcast Eva in rosso[5], curato durante la pandemia di Covid 19 da Valentina Lucia Fontana, Alessandra Giglio, Sonia Castelli. Insieme ad alcune associazioni le stesse hanno dato vita al Primo festival del ciclo mestruale, svoltosi a Milano nel 2022 e giunto nel 2024 alla sua terza edizione[6]

In ambito accademico, infine, l’aumentata attenzione per le mestruazioni è confermata da numerosi lavori, tra cui, a livello letterario, la tesi di dottorato di Sonia Brighenti intitolata La trasgressione nella letteratura femminile contemporanea italiana (2012), che comprende un capitolo su “Elena Ferrante e il tabù delle mestruazioni”[7].

Alle origini di un tabù

Parlare di letteratura sulle mestruazioni significa entrare in discipline molto diverse tra loro, come la storia della medicina e della ginecologia in particolare, la storia della filosofia, delle credenze mitiche e religiose, gli studi di genere e del femminismo, la psicologia, l’antropologia, la sociologia; perfino l’economia, se si considera il settore del marketing. Per gli scopi di questo articolo si farà riferimento all’analisi del romanzo contemporaneo, circoscrivendo il campo all’ambito letterario o più genericamente culturale attraverso cui si è cercato di ripercorrere la storia di un tabù dalle molteplici implicazioni, con occasionali “sconfinamenti”.

L’antropologia, per esempio, ha evidenziato la valenza positiva delle mestruazioni presso determinate culture, come quelle di alcune popolazioni native americane e della Costa D’avorio, come riporta Kate Clancy nel recente saggio Ciclo. Storia e cultura dell’ultimo tabù. Per Clancy bisogna, inoltre, evitare di sovrapporre all’interpretazione di culture altre la prospettiva occidentale e colonizzatrice, spesso fuorviante[8].

È tuttavia evidente il valore per lo più negativo assegnato nel tempo e nello spazio alle mestruazioni, necessarie a “purgare le donne”, a riprova della loro imperfezione e debolezza rispetto all’uomo, come emerge dall’analisi della rappresentazione del corpo femminile nei trattati del Cinquecento svolta da Ottavia Niccoli:

L’idea della pericolosità del corpo femminile è del resto un dato comune a tempi e culture assai diverse tra loro; in ogni contesto il momento cruciale di questa pericolosità è considerato il periodo mestruale. La donna mestruante è sommamente pericolosa perché è sommamente impura. Anche in tempi vicini a noi i rapporti con essa sono ritenuti dannosi: al suo tocco i fiori si disseccano, le corde degli strumenti musicali si spezzano, la birra e il vino inacidiscono; in altre culture la reclusione, specie in occasione del menarca, è obbligatoria e severa[9].

Sia Niccoli[10] che Pancino[11] fanno inoltre riferimento al peso della religione giudaico-cristiana nella svalutazione delle mestruazioni e nella prescrizione dei comportamenti sessuali durante il mestruo. La stessa interpretazione propone Alma Gottlieb: «In Western/ized nations, the widespread concept of menstruation – as curse likely derives from one specific religious tradition: the Jewish and Christian traditions’ sacred text, the Bible». Si sarebbero, cioè, fusi la maledizione di partorire con dolore (frutto della trasgressione di Eva) contenuta in Genesi e il dolore e le prescrizioni sulle mestruazioni del Levitico, facendo slittare la maledizione (the curse appunto, espressione colloquiale per indicare ‘le mestruazioni’ in inglese) sulle mestruazioni stesse. Per Gottlieb il Corano avrebbe poi ereditato tale impostazione[12].

L’origine di questa condanna è comune alle radici del pensiero antico: furono infatti «i padri della scienza medica la scuola ippocratica, Aristotele e più tardi Galeno a gettare le basi filosofiche della presunta inferiorità del corpo femminile su cui si fonda la cultura occidentale»[13]. Anche Plinio il vecchio e altri autori latini (Columella, Palladio Rutilio Emiliano) corroborarono queste idee con opere su questioni naturali e agrarie che, ampiamente diffuse, da una parte favorirono il radicamento di numerosi pregiudizi nell’immaginario comune, dall’altra probabilmente a loro volta riflettevano «credenze già ben radicate nella medicina e nel folklore popolare»[14]. Particolarmente persistente nel tempo fu il discredito espresso da Plinio il Vecchio, per il quale non c’era nulla di più “monstrificum” (‘mostruoso, prodigioso’) del flusso mestruale delle donne, capace di far morire le api negli alveari, provocare la rabbia ai cani, rovinare innesti e raccolti, far cadere i frutti dagli alberi, arrugginire il bronzo e il ferro, danneggiare specchi e avorio, e molto altro. 

Sereni e Di Pietrantonio, che come vedremo più avanti sono parte dell’indagine qui proposta, riferiscono di simili credenze popolari, come il divieto di toccare i fiori, fare la maionese e il pane e partecipare alla macellazione del maiale, ancora vivo in pieno Novecento. Il passo seguente si riferisce, invece, alla preparazione della salsa nell’Italia meridionale (Abruzzo) a metà degli anni ’70:

– Oddio, ma che tieni le cose tue oggi? – mi ha chiesto brusca.

Ho risposto troppo piano per la vergogna.

– Eh? Le tieni o non le tieni?

Ho ripetuto di no con il dito.

– Meno male, che sennò ecco si fracicava tutto quanto. Se ti vengono, certe faccende non le puoi fare[15].

La madre di Oliva Denaro, protagonista di un altro dei romanzi analizzati, dichiara invece: «– ll resto sono tutte superstizioni, – continuò. – Dicono che quando ti viene il marchese non devi toccare la carne sennò va a male, non raccogliere i fiori che seccano, non lavare i capelli che tanto la piega non viene … Sono solo stregonerie»[16].

Su queste superstizioni, dure a morire, riflette anche Rosella Postorino in un romanzo-saggio uscito nel 2024:

A sconvolgermi non erano tanto le idee assurde intorno alle mestruazioni: ero nata alla fine degli anni Settanta nel Sud Italia e, sebbene mia madre mostrasse un atteggiamento più scientifico rispetto alle donne che mi circondavano, forse perché aveva lavorato in una farmacia, ero abituata alle superstizioni da Levitico[17].

Poi c’era mia nonna, convinta appunto che bisognasse purgarsi dopo il ciclo, e che durante il ciclo ci si dovesse lavare meno possibile, pena l’interruzione del sangue o un’emorragia; ma lei era una che copriva gli specchi di casa con un lenzuolo per combattere la mia vanità, e giurava che, se mi fossi specchiata di notte, il diavolo mi avrebbe preso l’anima. Un po’ mi suggestionavo, e se mi svegliavo per andare in bagno tenevo la luce spenta, ma soprattutto sentivo che il tabù del mestruo e quello degli specchi avevano un’origine comune: il sospetto nei confronti delle donne e la volontà di addomesticarle, di manipolarle[18].

Per l’appassimento dei fiori era perfino stata offerta una spiegazione “scientifica”. Nel 1920 il dottor Bela Schick lo aveva imputato alla presenza di “menotossine”, cioè «substances nocives éliminées par la peau de la femme indisposée et qui seraient responsables des différents phénomènes de pourrissement et de fanaison»[19]. Nell’articolo intitolato Du sang et des femmes. Histoire médicale de la menstruation à la Belle Époque, le studiose francesi Le Naour e Valenti hanno sottolineato che fino al Novecento la medicina non si è opposta «aux préjugés et aux superstitions» sulle mestruazioni, ma, anzi, «les croyances populaires sont parfois intégrées et confirmées par les médecins comme l’ont montré les anthropologues»[20]. Spaventati dalla donna indisposta ‒ proseguono ‒ e ignorando per molto tempo l’origine delle mestruazioni (solo alla fine del XIX secolo collegate all’ovulazione, ma ancora con incertezze), i medici hanno continuato a lungo ad attribuire poteri nefasti alla donna mestruata.

Superstizioni ancora vive nell’Ottocento e nel primo Novecento anche in diverse regioni della Francia mostravano, inoltre, un chiaro collegamento con le teorie di Plinio il Vecchio: le donne con le mestruazioni potevano perfino compromettere la raffinazione dello zucchero. In alcune zone, affermano le ricercatrici, si riteneva ancora a inizio millennio che potessero far andare a male la carne, soprattutto di maiale[21]. Concludono dichiarando che molte superstizioni stanno sparendo, e che delle mestruazioni si parla molto nella pubblicità, ma per rimarcare «l’invisibilité de “l’indisposition”», e dunque: «La représentation du sang reste taboue, ignorée, et le règles demeurent, selon le mot d’Edgar Morin, ce qu’une femme doit avoir absolument dans sa vie et ce qu’elle doit absolument cacher»[22].

Come riflesso del tabù che per secoli le ha colpite, ancora oggi raramente le mestruazioni sono nominate in modo esplicito nel parlare comune; la loro gestione nella vita quotidiana, a scuola, al lavoro, continua a essere accompagnata da disagio e vergogna[23]. Kissling, mediante interviste a un gruppo di ragazze dai 12 ai 16 anni e ai loro genitori, ha messo in evidenza che sia i genitori sia le figlie provano imbarazzo a parlare di mestruazioni, ma le ragazze hanno bisogno di confrontarsi per trovare risposte che non ricevono durante le lezioni di educazione sessuale o di igiene, e ha concluso che, «as Judy Grahn (1994) has recently pointed out, menstrual blood appears to be the only blood than [that] cannot be displayed or discussed in American culture»[24]. Per questo, per superare il tabù senza sentirsi in colpa per l’infrazione, le ragazze ricorrono a «slang terms, circumlocutions, and euphemistic usage of deictics expressions»[25]

Anche Allan e Burridge (1991) si soffermano su questo aspetto sottolineando come si tratti di termini dispregiativi più che di eufemismi, cioè di «dysfemism; that is terms that are derogatory toward their referent, rather than more pleasant», come «the curse, the woman’s complaint, riding the rag»[26]. Secondo le studiose l’intento è comunque quello di eludere la componente imbarazzante delle parole. Nell’ambito della ricognizione proposta per questo articolo, tutti i testi considerati offrono esempi delle strategie comunicative individuate da Kissling, cioè l’eufemismo (le mie cose, le regole, il marchese), l’omissione del soggetto (es.: mi verranno), la perifrasi (sei diventata signorina). Una ricerca sulle mestruazioni condotta in Italia su un campione di più di 3000 ragazze ha confermato nel 2024 la difficoltà di parlare apertamente di mestruazioni, anche nella comunicazione tra pari e benché le ragazze siano spesso informate sul menarca e su alcuni aspetti della sessualità, e abbiano un buon rapporto con le madri[27].

Kissling inoltre segnala la minor reticenza nei discorsi tra amiche sulla cosiddetta sindrome premestruale (PMS), sorta di equivalente di un “rituale di benvenuto”:

In the cultural context of mixed messages about menstruation as a positive sign of womanhood and a negative, shameful secret, talking about PMS with girlfriends substitutes for a welcome-to-womanhood ritual. In comparing symptoms and complaints with other girls, young women participate in an exclusively female discourse, metaphorically analogous to the menstrual seclusion or celebration that explicitly mark menarche in some cultures[28].  

Cercando di capire le ragioni del ricorso al linguaggio eufemistico Gottlieb, come già accennato, richiama il peso degli interdetti di origine religiosa: «I suggest that, in many parts of the world, the effort to circumvent speaking about menstruation in simple, neutral, or scientific terms and to rely, instead, on euphemism that often involve shame and/or censure has deep roots in patriarchal ideology inherent in the Jewish and Christian traditions (and later adopted Islam)»[29].

Per Kissling e Bobel (2011) vi è, poi, uno stretto legame tra modalità di rapportarsi alle mestruazioni, tabù, interiorizzazione di un’imperfezione profonda, e frustrazione seguente:

It may not be obvious at first (perhaps because we are socialized to not look too closely down there) but attention to representations of the menstrual cycle reveals how women internalize destructive messages about womanhood including notions of our bodies as messy, unruly things (yes, things), that need to be tidied up, medicated, plucked, smoothed, and trimmed. This exhausting (and expensive) quest for the perfect body, not only drains resources and cultivates frustration, it also displaces the search for good quality information about how the body works and how to keep it healthily and strong[30].

Interamente imperniato sullo stigma sociale che ancora oggi colpisce le mestruazioni è poi l’approfondimento di Ingrid Johnston-Robledo e Joan C. Chrisler all’interno del cospicuo Manuale di studi critici sulle mestruazioni che comprende anche il contributo di Gottlieb. Johnston-Robledo e Chrisler concludono che «Clearly, the stigmatized status of menstruation has detrimental consequences for girls’ and women’s self-esteem, body image, self-presentation, and sexual health»[31]. Ribadiscono, inoltre, quanto le pubblicità abbiano contribuito a mantenere vivi i tabù sulle mestruazioni, alimentando la convinzione di doverle nascondere.

Fin dalla loro comparsa, negli anni ’20 per gli Stati Uniti, addirittura la metà degli anni ’60 per l’Italia[32], le ditte produttrici avevano infatti puntato sulla capacità di invisibilizzare le mestruazioni, come osservano Shail e Howie a proposito della pubblicità degli assorbenti Kotex, con ragazze che danzavano tra le braccia di prestanti giovani, spinte ad aspirare 

to a romantic ideal, to conceal menstruation and to be clean. New narratives simply rewrote a sophisticated version of menstrual etiquette, a version that was prescriptive in how to be a girl and how to ‘cope’ with periodic bleeding. […] New menstrual narratives were also intended to provide a vocabulary for dialogues between mothers and daughters to counter ignorance and superstition. Yet this literature devalued the experience and teaching of mothers and grandmothers. […] euphemism such as the curse, unclean and unwell were dismissed as ignorant[33]

In altre parole, questo tipo di comunicazione non spingeva affatto a superare il tabù delle mestruazioni e nemmeno a promuovere una diversa immagine di donna: «Notably, early twentieth-century versions of menstrual etiquette remained tied, firstly, to conceptions of menstruation as problematic and taboo and, secondly, to perceptions of femininity that privileged marriage and motherhood»[34].

A distanza di quasi un secolo dalle prime pubblicità dei Kotex, Pancino ha fatto notare l’ambiguità del messaggio:

la visibilità del messaggio è contraddetta dal contenuto del messaggio, che è l’invisibilità. Se ne parla alla televisione per dire che non c’è, o almeno che non si vede: si vende un prodotto, l’assorbente, che offre «sicurezza», «pulizia», «invisibilità», «libertà»; perché il sangue mestruale è dunque ancora considerato pericoloso, sporco, terribilmente visibile e vincolante[35]

L’insistenza sull’igiene, sull’“etichetta” da rispettare durante le mestruazioni, sarebbe inoltre il modo moderno di vivere il tabù antico. Le mie cose (2005) di Malaguti ripercorre questa interpretazione attraverso gli scritti, tra gli altri, di Laws[36], Camporesi, Shail e Howie. Camporesi riassume con grande chiarezza la questione:

La paura della contaminazione del prezioso liquido [il sangue] (una paura antica alla quale corrispondevano adeguati cerimoniali di esclusione e di purificazione essendo ritenuto il sangue mestruato un impuro veicolo di corruzione e di maleficio) svolge una parte importante sulle fantasie contemporanee che hanno trasferito nelle norme igieniche un codice di comportamento sociale sostitutivo degli arcaici tabù e dei precetti religiosi[37].

Anche Polak stigmatizza il ruolo della pubblicità di prodotti per l’igiene femminile: «The narrative of menstruation has been shrouded in secrecy, fear, discretion and embarrassment and has trickled down through generations of women. The perpetuation of such a narrative is pervasive in the feminine hygiene industry’s widespread advertising»[38].

Una diversa “narrazione delle mestruazioni” sembra però oggi possibile grazie a un nuovo mezzo, cioè la rete: il web è importante per le ragazzine, per parlare liberamente, scambiarsi esperienze, ridurre gli effetti dei tabù sulle mestruazioni:

while the ads of contemporary girls’ magazines promote a discourse of euphemisms masking the issues of menstruation, girls online have taken to rewriting the familiar menstruation narrative; the one that teaches secrecy and discretion in relation to menstruating bodies. Girls online are creating a new narrative that is unflinchingly descriptive and seethingly honest-using a platform that allows for girls’ voices in a communal space-often creating celebratory moments[39].

Le pubblicità di assorbenti hanno contribuito dunque a mantenere vivi i tabù sulle mestruazioni, alimentando la convinzione di doverle nascondere, ma dinamiche diverse stanno maturando grazie anche a internet e ai social, come emerge pure dalle ricerche di Elisabetta Locatelli a proposito dei post su mestruazioni e parto presenti su Instagram, legati alla professione di ostetrica/o[40].

Per tale ragione il premio per la pubblicità conferito a Cannes allo spot degli assorbenti Libresse-Nuvenia nel 2018, che, tra gli altri aspetti innovativi, per la prima volta utilizzava un liquido di colore rosso e non blu per rappresentare il sangue[41], può essere considerato un punto di svolta, l’inizio di un cambio di paradigma riguardo al fenomeno delle mestruazioni, a partire dalla loro visibilità e dalla loro dicibilità. Spiccatamente in questa direzione anche le recenti parole di Alessandro Bonacina, direttore commerciale di Essity, cui appartiene pure Nuvenia, il quale ha confermato che le mestruazioni sono ancora un tabù e che è decisiva la presa di coscienza degli uomini affinché siano considerate un fatto normale, raccontabile anche ai bambini[42]

Metodologia

Come in parte già anticipato, in questo articolo si darà conto di una ricerca svolta all’interno di una più ampia indagine sulla rappresentazione dell’adolescenza femminile nel romanzo italiano contemporaneo. L’analisi dei romanzi dei primi due decenni del 2000 è stata affiancata dalla ricognizione nel romanzo del primo e del secondo Novecento, al fine di individuare similitudini e differenze e/o innovazioni.

Le tre condizioni di partenza sono state, quindi: la firma di un’autrice; la presenza di una protagonista bambina o ragazza adolescente; il racconto delle prime mestruazioni. Per quest’ultimo motivo non sono stati considerati alcuni romanzi che presentano, sì, rimandi alle mestruazioni, ma non al menarca, come L’amore molesto (1992) e I giorni dell’abbandono (2002) di Elena Ferrante.

Sono stati indagati solo testi scritti da donne, alla luce dell’assunto, sostenuto anche da Dacia Maraini, che 

In realtà non esiste uno stile femminile, esiste semmai un punto di vista, una soggettività storica (che non ha niente a che vedere con la biologia della donna e quindi della donna che scrive). […] Una persona che si assume come soggetto narrante non è solo se stessa, con la sua piccola storia, ma si porta dietro una tradizione, una visione del mondo che è arrivata fino a lei, stratificandosi di generazione in generazione. […] Una donna che scrive ha quindi una prospettiva diversa da quella di un uomo che scrive e porrà attenzione ad alcuni aspetti della realtà anziché ad altri[43].

In una recente intervista la scrittrice ha anche aggiunto, a proposito dell’attenzione al corpo presente in tanta letteratura contemporanea: «Il fatto è che per la prima volta le donne scrivono e si fanno leggere in massa e parlano giustamente dei loro problemi fisici che gli autori (tutti o quasi tutti maschi) hanno sempre ignorato»[44]

La questione, del resto, viene dibattuta da anni, anche se non può dirsi del tutto esaurita. Con grande efficacia Monica Storini ha sottolineato che tutto quello che compone la nostra cultura e il nostro immaginario si manifesta attraverso precise strutture “formalizzate”, assume cioè una forma specifica, legata anche al genere: «l’identità di genere del locutore comporta uno specifico immaginario e un altrettanto specifico simbolico, che non possono non essere elementi formali, formalizzabili e formalizzati nel testo, letterario e non»[45]. Da qui la scelta di occuparsi solo di testi scritti da donne, benché sia possibile trovare riferimenti alle mestruazioni anche nelle opere di alcuni scrittori (come in Almost Blue di Carlo Lucarelli, 1997). 

Il corpus considerato comprende sia romanzi sia racconti, precisamente due, di Clara Sereni (2006) e Francesca Manfredi (2023), per il fatto che la misura più breve non inficiava le tre condizioni di base. Il corpus include le seguenti opere, riportate con la data della prima edizione (entro parentesi la data dell’edizione citata, se diversa dalla precedente): 

  • Ada Negri, Stella mattutina, Milano, A. Mondadori, 1921 (Pescara, Tracce, 1995);

  • Paola Masino, Nascita e morte della massaia, Milano, Bompiani, 1945 (Milano, Feltrinelli, 2019);

  • Alba De Céspedes, Dalla parte di lei, Milano, Mondadori, 1949 (Milano, Mondadori, 2021);

  • Milena Milani, La ragazza di nome Giulio, Milano, Longanesi, 1964;

  • Goliarda Sapienza, Lettera aperta, Milano, Garzanti, 1967 (Torino, Einaudi, 2017);

  • Marina Jarre, I padri lontani, Torino, Einaudi, 1987 (Milano, Bompiani, 2021);

  • Alice Ceresa, Bambine, Torino, Einaudi, 1990;

  • Ornela Vorpsi, Il paese dove non si muore mai, Torino, Einaudi, 2005 (Roma, minimum fax, 2018);

  • Clara Sereni, Niente fiori, in Ead., Il lupo mercante, Milano, Rizzoli, 2007;

  • Donatella di Pietrantonio, Mia madre è un fiume, Roma, Elliot, 2011 (Torino, Einaudi, 2022);

  • Elena Ferrante, L’amica geniale, Roma, e/o, 2011;

  • Donatella di Pietrantonio, L’Arminuta, Torino, Einaudi, 2017;

  • Viola Ardone, Oliva Denaro, Torino, Einaudi, 2021;

  • Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce, Milano, Bompiani, 2021;

  • Olga Campofreda, Ragazze perbene, Milano, NNE, 2023;

  • Francesca Manfredi, Bestiario parentale, Firenze, Effequ, 2023;

  • Silvia Montemurro, La piccinina, Roma, e/o, 2023;

  • Greta Olivo, Spilli, Torino, Einaudi, 2023;

  • Beatrice Salvioni, La Malnata, Torino, Einaudi, 2023;

  • Aurora Tamigio, Il cognome delle donne, Milano, Feltrinelli, 2023;     

  • Maddalena Fingerle, Pudore, Milano, Mondadori, 2024;

  • Rosella Postorino, Nei nervi e nel cuore. Memoriale per il presente, Milano, Solferino, 2024.

Come si può notare, 12 titoli si riferiscono a un arco di tempo molto vasto (1921-2017), mentre gli altri 10 agli ultimi quattro anni. L’analisi si è estesa anche a Spilli e Pudore, benché il primo non dia conto propriamente del menarca, ma descriva con termini realistici e piuttosto drammatici la comparsa delle mestruazioni a scuola, senza assorbenti a portata di mano, in una condizione di difficoltà per la protagonista sedicenne, affetta da un grave disturbo agli occhi. Il secondo, invece, accenna solo al menarca, ma complessivamente offre notevole visibilità alle mestruazioni, tematizzate anche mediante un incubo dalle tinte piuttosto forti raccontato dalla protagonista trentenne.  

Un primo dato interessante riguarda l’ambientazione temporale dei romanzi: solo alcuni di quelli pubblicati negli anni Duemila si svolgono ai giorni nostri, a rigore solo Pudore. La protagonista di Nei nervi e nel cuore è nata alla fine degli anni ’70, le adolescenti dell’Acqua del lago non è mai dolce, Ragazze perbene, Bestiario parentale e Spilli negli anni ’80. Forse questo aspetto è in parte dovuto all’età anagrafica delle autrici, alla cui vita si ispirano alcune storie, in parte è indice della difficoltà di narrare il presente, in evoluzione continua. 

Va esplicitata infine un’altra caratteristica: i romanzi non rientrano nella così detta letteratura per “young adults”, non sono cioè opere di narrativa pensate per ragazzi e ragazze. Tuttavia, potrebbero essere fruiti anche da un pubblico giovane. L’esperienza di lettura affrontata da una settantina di studenti e studentesse di età compresa tra i 15 e i 17 anni di una scuola superiore triestina ha dato, infatti, esiti ampiamente positivi in termini sia di interesse che di “appropriazione” della vicenda narrata[46]

Il racconto delle prime mestruazioni: «un marasma piuttosto infernale»

Considerando la narrazione delle prime mestruazioni come un tema letterario, capace di delineare un momento determinante della vita delle adolescenti, legato alla conclusione dell’infanzia, si è ritenuto opportuno partire da una preliminare ricerca nel Dizionario dei temi letterari (2007). L’opera non contempla la voce “mestruazioni”, ma dedica diverse pagine a quella del sangue. La duplice accezione della parola in latino, cioè sanguis, sanguinis, forza vitale, e cruor, cruoris, sangue versato, sarebbe frutto della «difficoltà a essere nominato nelle lingue indoeuropee, per un tabù che lo riguardava, in quanto elemento essenziale della vita, collegato con la generazione e il ciclo mestruale e i fenomeni della violenza e dell’assassinio»[47].

Muovendo da questa prima evidenza, che potrebbe confermare quanto emerso dagli studi sulle mestruazioni dal punto di vista culturale, in parte riportati, è stato poi indagato il modo in cui il romanzo italiano ha inserito il racconto delle prime mestruazioni nella rappresentazione dell’adolescenza, cercando di individuare gli effetti fisici e psicologici della pubertà, le conseguenze a livello sociale, il ruolo della madre o di figure sostitutive, la reazione del padre (quando descritta), alcune peculiarità espressive. Di seguito, si riferiscono i risultati più interessanti.  

Effetti fisici e psicologici della pubertà

La comparsa delle prime mestruazioni è raccontata quasi sempre dalle protagoniste, tranne nei casi di Ceresa Sereni e Tamigio, che adottano una voce narrante, anonima, e di Di Pietrantonio, in cui la figlia delinea la storia della madre, colpita da Alzheimer.

Molto vivida è la narrazione dell’intreccio tra effetti fisici e piscologici che caratterizzano il menarca. I primi comprendono la descrizione del sangue, della sua viscosità, del suo odore e flusso: 

Il suo sangue. Purpureo, denso, caldo, con un odore che non somiglia a nessun altro, un odore che la rende quasi folle. Dai piedi al cervello è il suo padrone. Se esce fino all’ultima goccia, la lascia morta (Negri, p. 78).

l’odore dolciastro del sangue, forte; […] lo sgocciolio che non cessa (Sereni, p. 31).

Il rosso rigava le gambe colando dal panno saturo (Di Pietrantonio, p. 31).

mi arrivava alle narici l’odore umido e sgradevole di quando io e Maddalena eravamo sdraiate alla discesa dei gatti a confrontarci i graffi. […] grosse gocce mi scivolavano sui polpacci e cadevano sui ciottoli (Salvioni, p. 98). 

 

il sangue odora di viscere e ferro (Olivo, p. 162).

Particolare è il racconto di Ornela Vorpsi, in cui alle manifestazioni fisiche si sovrappongono gli effetti dell’istruzione politica (siamo in Albania, alla fine degli anni ’70):

Sono uscita dall’ospedale senza libro; ma in compenso adesso – in ventuno giorni – ho dei seni, dei piccoli seni che mi dolgono tanto e che cambiamo la morfologia del mio corpo.

Anche un certo tipo di sangue mi bagnò le cosce. La mia desolazione fu che il mio sangue non era rossissimo come quello dei partigiani caduti per la patria. Non avevo degli ideali così grandi? O forse se ne metto tre o quattro gocce sulla neve bianca sarà più rosso” (p. 95).

Non mancano, poi, chiari riferimenti ai dolori che accompagnano le mestruazioni, come mal di pancia e di schiena, crampi addominali, male alle reni, nausea (Negri, Masino, Milani, Di Pietrantonio, Sereni, Salvioni, Montemurro, Tamigio). Ai dolori inoltre si uniscono le sensazioni sgradevoli, come riporta Livia, la protagonista sedicenne del romanzo Spilli

È la sensazione di un peso che all’improvviso scende giù, come se qualcuno di nascosto ti avesse infilato un sasso nelle mutande. […] pian piano inizi a sentire un torpore sopra il sedere e dove ci sono le ovaie, ti senti appiccicaticcia in mezzo alle gambe, non hai dubbi. […] Il sangue lo vedi, è una chiazza scura che ha sporcato le mutande grigie. Controlli i jeans, tasti il tessuto per capire se si sono sporcati anche quelli […]. […] Puzzi di sudore sotto le ascelle, all’arrivo delle mestruazioni succede anche questa cosa qui (Olivo, pp. 162-63).

La comparsa delle mestruazioni è seguita da altre manifestazioni legate alla pubertà, come la crescita di peli, narrata dalle protagoniste di Bambine (con particolare e tagliente ironia), di Ragazze perbene e di Mia madre è un fiume, in cui la figlia che racconta accenna anche al divieto/tabù di toccarsi: «Toccavi gli insulsi peletti delle ascelle, del pube no, non si fa» (Di Pietrantonio, p. 31).

Molte narrazioni danno conto dello sviluppo del seno (Ceresa, Di Pietrantonio, Ferrante, Ardone, Salvioni, Campofreda, Tamigio, Postorino), del manifestarsi dell’acne e degli effetti dei cambiamenti ormonali:  

sono usciti i brufoli in faccia, ed è spuntato il seno sotto le camicette. A Crocifissa sono cresciuti anche un poco i baffetti (Ardone, p. 8).

Periodo difficile per cosa? Perché ha i brufoli e il culo piatto? Questo è difficile secondo te? (Caminito, p. 58).

mi vergognavo dell’acne che mi deturpava le guance e la fronte e il mento (Salvioni, p. 108).

Le conseguenze psicologiche (per lo più intersecate a quelle fisiche) della comparsa del menarca occupano particolare spazio, e si potrebbero suddividere in due categorie, legate a un senso di stupore e disagio per i mutamenti del corpo e, alternativamente, di orgogliosa soddisfazione per il superamento di un confine.

Il primo gruppo è ben sintetizzato dalle protagoniste di Bambine, cui resta «un ricordo di ragazzine fortemente insicure qualsiasi cosa facessero e perfino di se stesse, il che, aggiunto ai loro problemi personali di mutanti, forse effettivamente rese quel periodo una specie di marasma piuttosto infernale» (Ceresa, pp. 109-10. Corsivi nostri).

In questa linea, molte autrici evidenziano il senso di imbarazzo, paura, rifiuto, vergogna («si sente sporca, si lava e si lava»: Sereni, p. 31). La protagonista di Stella mattutina parla di «spavento che la ragione non sa dominare, della mutazione avvenuta in lei»; di «schifo di sé; tanta vergogna, tanta schiavitù»; di «un crudo bisogno di evadere dal proprio corpo», di «leggi della carne» come «odioso supplizio», umiliazione (Negri, pp. 78-79). La prospettiva delle mestruazioni per tutta la vita appare quindi sconvolgente e degradante. Sconcertante suona anche in altri racconti:

[La madre] l’aveva aiutata a lavarsi e a indossare quegli strumenti che servivano per evitare che ogni mese si sporcasse in quel modo e si dovessero cambiare lenzuola, camicia da notte e tutto. […] Selma si era fatta pallida. “Ma come, tutti i mesi”? […] nelle orecchie di Selma rimbombava la paura di tutto il sangue che doveva uscire da lì in avanti[48].

Pressoché una costante è inoltre il fatto che le bambine sono prive di preparazione, di conoscenze sullo sviluppo: «Nessuno le ha spiegato con chiarezza cosa, come. Sa solo che quel sangue inarrestabile è qualcosa di sporco da cui dovrà, d’ora in poi, difendersi» (Sereni, p. 29).

In qualche caso ne hanno sentore grazie a una sorella maggiore o un’amica (Salvioni, Sapienza), una governante (Milani), o alla propria madre (Negri, Ardone, Di Pietrantonio), ma senza tuttavia capire con chiarezza, il che accresce il loro sgomento alla comparsa del sangue, provoca la paura di essersi ammalate o di morire dissanguate (Negri, Ceresa, Ardone, Tamigio)[49]. Postorino riferisce di essere scoppiata a piangere, all’epoca dell’asilo: vedendo «la striscia di sangue che rigava il water aveva pensato che la madre stesse per morire»[50]. Sapienza riporta i dubbi sull’uscita del sangue, sulla localizzazione delle perdite, le cause, i dolori, l’estensione del fenomeno a tutte le donne, madre compresa. Così invece De Céspedes:

Veramente non ricordavo di aver mai pianto, da bambina. Una volta sola, contavo poco più di undici anni, avevo temuto di essere molto ammalata. Mi ero confidata con Sista perché non volevo che la mamma potesse avere per me qualche apprensione. E lei mi aveva detto che non ero malata: mi aveva detto soltanto che ormai ero una donna. Senza chiedere altre spiegazioni avevo lasciato Sista, ero andata nella mia camera, sul lettuccio stretto tra gli armadi che era un caro rifugio, e il groppo di dolorosa umiliazione che avevo dentro di me si era sciolto in pianto[51].

A volte la pubertà determina una sensazione di inadeguatezza per le proprie forme da bambine, di curiosità e imbarazzo per i cambiamenti fisici, e desiderio di evitare, anche mimetizzandosi in vestiti larghi, l’insolita attenzione suscitata dal corpo (Ceresa, Manfredi). Pure Campofreda e Caminito offrono esempi di questo tipo, in cui si percepisce anche la difficoltà di staccarsi dalla propria dimensione infantile:

Forse lo scarto era in quel mio corpo pigro, nei miei ormoni assopiti, che si rifiutavano di svegliarsi nei tempi stabiliti? Era colpa del mio corpo indeciso, spaventato, che rifiutava la forma, che non voleva aderire, che non stava al passo (Campofreda, p. 55).

… capelli rossi, gambe magrissime e piene di lentiggini, petto da sogliola, peli delle ascelle e delle gambe non rasati: è palese la mia resa, la fine della me bambina che non eccelleva ma neanche sprofondava (Caminito, p. 55).

Altre volte spicca poi un senso di estraneità per un corpo divenuto “altro da sé”: 

Ma ogni giorno il mio corpo diventava sempre più estraneo, qualcosa che faticavo a capire. Mi accorgevo per la prima volta degli sguardi altrui, soprattutto maschili. […] Notando che ero a disagio, mia madre commentava: «Significa che sei bella», ma io non mi vedevo bella. L’attenzione dei maschi mi faceva sentire in colpa. […] mi chiudevo in bagno e davanti allo specchio, nuda, mi vergognavo dell’acne che mi deturpava le guance e la fronte e il mento, del gonfiore di quella carne dilatata che spuntava sotto i capezzoli. Mi sentivo addosso il rimorso di crescere. […] Cacciata dentro quegli abiti eleganti, con la gonna di seta e il soprabito, mi sentivo fuori posto, sbagliata (Salvioni, pp. 107-108).

Il fatto di sentirsi “ancora uguali” dopo le mestruazioni è perciò rassicurante per Oliva Denaro: «Sfiorai il seno con la mano, la camicetta rimaneva dritta e i bottoni serrati. La gonna cadeva sui fianchi senza incurvarsi. Non è cambiato niente, mi dicevo. Il sangue è arrivato e mi ha lasciato uguale. […] Sarei dovuta diventare grande e invece ero rimasta uguale, come dopo il marchese» (Ardone, p. 58)[52].

In alcuni romanzi prevale invece un sentimento di attesa trepidante, un senso di fierezza per l’essere diventate grandi, uguali alle coetanee: «Hai aspettato tanto, sapendo che le tue compagne ce le avevano già le loro cose. Soprattutto avevano poppe, fianchi, culo, vita di vespa. I ragazzi più grandi le guardavano e ci provavano. […] Attaccati alle costole due bottoni duri che facevano male a sbatterci, li spiavi ogni minuto cercando un indizio di gonfiore, crescita, esplosione. Il tuo sogno era svegliarti un’alba con il seno» (Di Pietrantonio, p. 31). 

Un’attenzione al corpo carica di aspettativa è presente anche nella Ragazza di nome Giulio: «Dove necessariamente ero stata coperta [dal costume da bagno], quelle zone del mio corpo mi facevano fantasticare. Sotto le ascelle, sul ventre in basso, era spuntata una peluria soffice, leggermente biondina».

Il fatto di avere le mestruazioni crea anche una complicità basata sull’esperienza comune (Campofreda, p. 53), immette nella schiera delle ragazze più grandi, «nel cerchio delle loro confidenze, degli scambi di suggerimenti, delle informazioni sussurrate al riparo dai maschi» (Sereni, p. 32), permette di partecipare ai balli del paese (Di Pietrantonio, p. 32). 

Un caso un po’ a sé è costituito da La ragazza di nome Giulio di Milena Milani. Il romanzo suscitò enorme scalpore e fu ritenuto lesivo del pudore, tanto che la scrittrice e la casa editrice finirono sotto processo e furono in un primo tempo condannate.  Il libro tornò in libreria un anno dopo l’assoluzione per insussistenza del fatto, nel 1968. A essere considerati scandalosi erano stati non solo l’intera vicenda e i comportamenti dell’adolescente, ma anche un passaggio in cui la protagonista, Jules, quasi quattordicenne, mostrava ad Amerigo, fidanzato della domestica, la fuoriuscita del sangue. La scena non era morbosa, il giovane beveva sì una goccia di sangue, ma era stupito, scosso, singhiozzante.

Il racconto delle prime mestruazioni è interessante per il fatto che, dopo aver riferito lo smarrimento provocato dalle mestruazioni, i dolori che le accompagnano, addirittura il sentirsi “in colpa”, la protagonista esulta per un’inattesa consapevolezza di appartenenza:

Improvvisamente percepivo quella misteriosa forza che rendeva le donne uguali le une alle altre, io come mia madre, mia madre come Serafina, e anche uguale alla donna del pane, della frutta, alla signora Bianca, un’amica di mia madre, a sua figlia Bice. Tutte fatte nello stesso modo, chi prima chi dopo, a me capitava adesso, dopo un’intera estate di bagni, si avverava quanto mi aveva detto Lia, nella casa a Perugia. […] Rividi il viso di Lia, quei suoi freddi occhi, sentii ancora le mani che mi toccavano e un’onda quasi di gioia selvaggia mi riempì il cuore, mi si gonfiò tra le cosce, perché anche io, grazie al cielo, ero una donna, fatta come una donna (Milani, p. 65).

È un’identificazione che coinvolge tutte le donne, dalla propria madre alle giovani di prossimità, come Serafina o la figlia dell’amica della madre, alle donne estranee con cui si entra in contatto. In questo forse possiamo avvertire i segni del femminismo che avrebbe riformulato le relazioni tra le donne, creando una genealogia basata sull’appartenenza di genere. Da questo punto di vista, la distanza dalla protagonista di Stella mattutina non potrebbe essere più grande[53]

Le conseguenze sociali 

A livello sociale, l’arrivo del menarca impone molti cambiamenti nei comportamenti delle ragazze, come il distacco dalle compagne più piccole, l’interruzione dei giochi all’aria aperta, l’allontanamento dagli amici maschi, una limitazione della libertà di movimento, il controllo da parte dei maschi della famiglia o della madre (Ceresa, Sapienza, Ardone), la fine della promiscuità con i fratelli (Caminito). Il padre-padrone delle protagoniste di Bambine interferisce pesantemente nella loro vita, controlla tutto, sia l’abbigliamento sia i comportamenti e i movimenti. Le ragazze diventano maritabili e, quindi, soprattutto nei romanzi ambientati nell’Italia meridionale e nel Novecento, è molto forte la vigilanza su di loro e sul loro corpo. Diverse madri mettono in guardia dal pericolo di gravidanza (Ceresa, Caminito, Ardone; più velatamente Salvioni).

Il menarca impone, perciò, l’allungamento delle gonne (Milani, Ardone); la compostezza in tutto, la necessità di evitare contatti con gli uomini, di «restare onorata», come prescrivono «le regole del marchese» riassunte efficacemente da Oliva Denaro (Ardone, p. 8). Per la ragazzina implica anche la perdita della complicità con il padre, che non può più accompagnare al mercato e in campagna.

I padri-Dio e i padri assenti

Molto puntuali le riflessioni di Campofreda e Morra sul rapporto padre-figlia, sul passaggio dal “padre-dio che tutto sorveglia” al “padre assente” di molta letteratura contemporanea, nella premessa al racconto di Manfredi. Al primo polo appartiene il padre delle due sorelle protagoniste di Bambine, che si autoproclama «signore e padrone» della casa, pretende «onore e rispetto», e poi, dopo il menarca, «nella sua preminente posizione di gallo nel pollaio», trova «da ridire per ambedue sui loro abbigliamenti, movenze, gesti, pose, giochi, attività dentro e fuori casa, accompagnando brevi sguardi con rimostranze, rimproveri anche molto secchi e un imperversare di norme e comandamenti per i quali richiedeva ubbidienza cieca e istantanea» (Ceresa, tutti i riferimenti a p. 104). Vero padre-padrone-patriarca (quasi orco) è Santi, il padre di Patrizia, Lavinia e Marinella (siamo nella seconda metà del Novecento, in Sicilia, Il cognome delle donne).

La figura del padre richiederebbe ulteriori approfondimenti, ma nell’insieme si può dire che non è particolarmente rilevante nell’esperienza vissuta dalle adolescenti. I padri appaiono per lo più ignari dei cambiamenti e dello stato d’animo delle figlie (Salvioni); distanti, ma giudicanti (Campofreda); o gelosi e apprensivi (nel caso di Caminito, per l’impossibilità di proteggere la figlia, in quanto immobilizzato su una sedia a rotelle).  

Il padre di Marina Jarre è figura problematica anche perché legata a due mondi, a due culture diverse e a partire da un certo punto in contrasto (quella della madre italiana e valdese, quella del padre, lettone, ebreo, di lingua russa), nonché a una prematura scomparsa. Lo è, per motivi del tutto diversi, anche Fioravante, il contadino padre di Esperina, che sfiora l’abuso sulla figlia, nel romanzo di Mia madre è un fiume Di Pietrantonio. 

L’unico personaggio caratterizzato in modo pienamente positivo è il padre di Oliva Denaro, il quale adombra quello di Franca Viola che sostenne la figlia nel primo caso di rifiuto del cosiddetto matrimonio riparatore. Sfaccettata e complessivamente positiva appare la figura del padre nel romanzo-saggio di Postorino: l’uomo riflette una cultura tradizionale e in parte maschilista, ma dimostra anche affetto e rispetto per la figlia.

Se pensiamo a romanzi importantissimi del primo Novecento, come Una donna (1906) di Aleramo e Cosima (1937) di Deledda, potremmo dire che rispetto a questi il padre è stato destituito della sua aura di fascinazione, non suscita più l’ammirazione incondizionata delle figlie. Le protagoniste dei due romanzi, entrambi autobiografici, facevano fatica invece a identificarsi con le madri, forse per il fatto che le donne allora non potevano vivere pienamente la loro vita, dovevano agire sempre sotto la guida del marito e il peso dei condizionamenti sociali. 

Le madri e le figure sostitutive

Dalle madri in generale non proviene grande aiuto psicologico, non tengono conto delle paure delle figlie. Non dimostrano reale vicinanza e affetto, e non offrono spiegazioni chiare. Particolarmente secca e brusca la madre di La piccinina, ispirato allo sciopero delle piscinine, le bambine che a Milano trasferivano pacchi anche pesanti da una sartoria all’altra (siamo dunque all’inizio del secolo scorso):  

“Tirati giù le mutande” ordina.

“Eh?”

Fallo e basta. Ti ho partorita io, ricordi?” […]

“Era ora” fa lei. Si alza e sparisce in camera. Torna con delle pezze bianche.

“Te ne conservavo qualcuna già da qualche anno” dice, “ma ci hai messo più del previsto”. […]

Aspetto che adesso commenti che sono una signorina, che posso e devo trovarmi un marito che sono una donna e non più una bambina. Ma si è rimessa al lavoro come se non fosse successo nulla.

“Spicciati a metterle, non voglio che macchi la sedia” mi sprona[54] (Montemurro, p. 113).

Variamente laconiche ed enigmatiche anche le madri di altri romanzi:

Non mi diede spiegazioni. Disse solo, con tono impersonale: – Sei una donna, adesso. […] E per un attimo sembrò che non mi riconoscesse, quasi fossi qualcosa di minaccioso: una creatura che aveva cercato di ammaestrare e che le era sfuggita (Salvioni, p. 107).

Invece con grande sorpresa le vediamo restare tali e quali […] una volta rassicurate dalla madre non si sa se più festante o contrita sulla normalità della sgradevole fuoriuscita di sangue dai loro organismi altrimenti sani […]. […] Né molta maggiore importanza pare attribuiscano alle oscure e per la verità lacunose indicazioni ulteriori, ottenute supplementarmente e gratuitamente dalla madre e rivolte alla necessità di coltivare più che mai la separazione o segregazione delle razze, estendendola dai maschi adulti ora addirittura maggiormente anche alla genía dei coetanei (Ceresa, p. 88).

«Insomma adesso hai le regole» dice, e la abbraccia. Un abbraccio un po’ solidale e un po’ triste (Sereni, pp. 31-32). 

Le indicazioni, quando fornite, sono di tipo prevalentemente pratico: preannuncio dell’uscita del sangue; necessità di lavarsi, di utilizzare opportunamente gli assorbenti per evitare di macchiarsi (Milani, Di Pietrantonio, Caminito, Ardone, Montemurro, Salvioni, Tamigio). Solo una madre impartisce istruzioni esplicite su alcuni scenari possibili: «Se il sangue è troppo tu devi venirmelo a dire, se il sangue non arriva tu devi venirmelo a dire, se a scuola hai mal di pancia forte ti devi fermare, se ti cala la pressione, se ti gira la testa va’ a metterti a letto» (Caminito, p. 56).

Più comprensiva e rassicurante appare la madre di Jules, che abbraccia la figlia ma tradisce «una specie di sgomento», poi le spiega che le è successo «quello che succede a tutte le ragazze che crescono», perciò «non potevo più essere come un ragazzo, sempre a correre di qui e di là, i miei vestiti sarebbero stati più lunghi, e non potevo fare bagni quanti ne volevo» (Milani, p. 66).

Anche in questo racconto seguono lavaggio del lenzuolo e istruzioni su come applicare gli assorbenti, «certe curiose cose che mi insegnò ad adoperare e che io non volevo assolutamente tra le gambe» (ibidem). Sul piano dei consigli pratici un notevole spazio è accordato, infatti, all’uso dei panni assorbenti[55]. L’ingresso nella femminilità della donna adulta sembra comportare cioè l’accesso all’armadio o al cassettone in cui sono riposti, sorta di sancta sanctorum metaforico cui le mestruazioni ammettono. In qualche caso, inoltre, è presente un riferimento all’atto del lavare via il sangue da indumenti e lenzuola, quasi a ripristinare il decoro esteriore, a cancellare la vista “contaminante” del sangue (Milani, Sereni, Ardone, Caminito, Salvioni).

L’assenza anche materiale delle madri talvolta è surrogata da figure sostitutive, come la nonna (Jarre) o le domestiche (Negri, De Céspedes, Sereni, Salvioni), le quali, oltre a “guidare” talvolta verso il mobile-scrigno, dimostrano anche maggiore consapevolezza ed empatia. Nel racconto di Milani, infine, la madre è presente e affettuosa, ma la figlia affronta i dubbi legati alla sessualità con la domestica, che si intuisce poco più grande di lei. Fondamentale il ruolo delle amiche (Ferrante, Salvioni, Olivo), tra le quali il menarca stabilisce allineamenti e differenze:

Carmela sapeva tutto. A lei il sangue veniva già da un anno, ogni mese.

“È normale” disse. “Le femmine ce l’hanno per natura: si sanguina per qualche giorno, ti fa male la pancia e la schiena, ma poi passa”.

“Sicuro?”.

“Sicuro”. […]

Per quella ferita non si moriva, appurai. Anzi “significa che sei grande e che puoi fare i bambini, se un maschio ti mette nella pancia il suo coso”.

Lila ci stette a sentire senza dire niente o quasi. Le chiedemmo se anche lei aveva il sangue come noi e la vedemmo esitare, poi malvolentieri ci rispose di no. […]

“Verrà pure a te” le dicemmo entrambe con un tono finto di consolazione.

“Che me ne fotte” disse, “io non ce l’ho perché non lo voglio avere, mi fa ribrezzo. E mi fa ribrezzo anche chi ce l’ha” (Ferrante, p. 90)[56].

Un’altra prerogativa delle madri è quella di mettere in guardia dal pericolo di restare incinte, evocando paure infantili, «immagine, pare sempre incombente, di spauracchi infastidenti e ingravidanti agitata dalla madre non senza terribilismi di infantile memoria, né più né meno alla stregua e sotto le sembianze di orchi e altri mostri perseguitanti, già comunque perfettamente introitati in epoche non sospette» (nello stile tipico di Ceresa, p. 88); oppure usando l’esperienza negativa della propria vita come deterrente: 

Ma la cosa più importante è che questa roba ti riguarda, tu te ne devi occupare, sta’ attenta coi maschi, anche quando dicono di fidarti, anche quando sembrano capire, loro non capiscono, sappi che puoi fare figli d’ora in poi e non farli è affare tuo.  […] Non finire come me, a diciassette anni ho avuto Mariano da un tipo soprannominato Tony che ancora sta scontando in carcere una condanna per omicidio (Caminito, p. 56). 

Il timore della gravidanza è particolarmente forte nella Sicilia degli anni ’60: «Ora ti devi stare accorta […]. Devi fare come si è sempre fatto: rigare dritto e restare onorata, altrimenti ti ritrovi come tua sorella, che se Musciacco se l’è sposata è solo per merito mio» (Ardone, pp. 61-62). 

La madre ha ripetuto alla figlia le molte regole che delimitano la vita di una giovane per impedire che finisca come «una brocca», che «chi la rompe se la piglia», ma a un certo punto però la «riconosce», la fa sentire vista, e le permette così di superare la sua incertezza, il suo senso di imperfezione. L’affetto materno offre legittimazione, crea un legame di appartenenza che fa esistere davvero agli occhi del mondo, non più come figlia, insicura, incompleta, ma come donna: 

– Ti stai facendo bella, – osservò, come se fra tutte le cose possibili questa non l’avesse mai presa in considerazione. […] All’improvviso smisi di sentirmi difettosa: se per mia madre ero bella, lo diventavo veramente. Se mia madre mi vedeva, mi vedeva il mondo. Avevo attraversato la soglia dell’invisibilità. Ero una donna, come lei (Ardone, p. 60).  

Conclusioni

Lo studio condotto a partire da alcuni romanzi del Novecento ha permesso di seguire le modalità con cui il racconto delle prime mestruazioni è stato tematizzato da alcune scrittrici italiane. La prima testimonianza, di carattere autobiografico, è offerta da Stella mattutina di Ada Negri (1921), con una narrazione fortemente esplicita degli aspetti sconvolgenti del fenomeno. Paola Masino (1945) presenta solo un cenno poetico al menarca, poche ma efficaci parole usa Alba De Céspedes (1949), mentre la pubblicazione della Ragazza di nome Giulio (1964) suscita un vero e proprio scandalo per un contenuto ritenuto complessivamente scabroso e indecente.

La raffigurazione delle prime mestruazioni continua a essere presente nel romanzo italiano anche successivamente, con i toni fortemente ironici propri della scrittura di Ceresa (1990). Prosegue in opere di impianto più o meno fortemente autobiografico, come i romanzi di Sapienza (1967), Jarre (1987), Vorpsi (2005), in quelle più recenti di Di Pietrantonio (2011, 2017), Ferrante (2011), Campofreda, Montemurro, Tamigio (tutte e tre pubblicano nel 2023), Postorino (2024). Sereni e Manfredi ne scrivono nella misura del racconto (2007 e 2023). Da questo punto di vista si può, quindi, concludere che il tema offre una continuità lunga poco più di un secolo ma acquista via via più consistenza.

Nelle opere più recenti sembra compiersi un passaggio ulteriore: assistiamo a un’appropriazione del tema da parte delle scrittrici, per le quali l’esperienza del menarca e le sue ripercussioni psicologiche sono costitutive dell’adolescenza, imprescindibili. In questo senso si può cogliere la componente innovativa dei romanzi pubblicati negli ultimi due decenni, i quali, anche quando ambientati nel secolo scorso, in tutto o in parte, presentano le prime mestruazioni come un evento spartiacque, quello che veramente «spezza la vita»[57], implica l’oltrepassamento di una soglia, pone fine all’infanzia.

È forse possibile affermare che lo spazio accordato a questo tratto dell’adolescenza femminile, la centralità che in tal modo ottengono la corporeità e le sue manifestazioni riflettono tendenze nuove, sono il frutto di un mutato clima culturale. La voce delle scrittrici pare, cioè, non temere più il giudizio negativo, l’accusa, implicita o esplicita, di un’inferiorità rispetto a quella maschile, legata alla predilezione per temi ritenuti intimistici, femminili, limitati all’esperienza personale, agli affetti.

Inoltre, se la protagonista di Niente fiori sembra appartenere a un mondo ancora novecentesco, anche per il riferimento alla domestica in casa, le adolescenti che agiscono nei romanzi degli ultimi anni, pure quando ambientati nel secolo scorso (per esempio, La piccinina, La malnata, Oliva Denaro, Il cognome delle donne) o collocati sul finire del Novecento e nei primi anni Duemila (L’acqua del lago non è mai dolce, Ragazze perbene, Nei nervi e nel cuore), denotano una consapevolezza diversa, rendono l’adolescenza un tema interessante, tramite cui esprimere un’originale visione sul mondo. Pur non trattandosi di romanzi che si rivolgono immediatamente a un pubblico adolescenziale, come si è visto, pensiamo che potrebbero essere fruiti anche dai/dalle giovani, magari opportunamente mediati, favorendo la riflessione sui diversi modelli di adolescenza femminile e sul livello di identificazione possibile per le ragazze di oggi.

Per concludere queste riflessioni si farà riferimento a due esempi, per così dire, a contrario rispetto a quanto presentato fin qui:

Le mestruazioni, come ritratte dall’autore, anziché essere normalità, diventano quell’elemento quasi incantato capace di conferire l’intuito necessario alla soluzione di un giallo improbabile. Come il potere magico che secondo Plinio il Vecchio, possedevano le donne nei giorni di mestruazioni, così Lucarelli fa delle mestruazioni l’elemento extra-logico capace di modificare il corso naturale degli eventi. Lucarelli non perturba i suoi lettori perché dà loro esattamente quello che vogliono: riafferma il comune sentire che vuole e vede le donne come esseri secondari, bisognosi di protezione, e vincenti solo nel momento in cui dimostrano di avere un ‘potere magico’ contro il quale la forza maschile nulla può[58].

Sonia Brighenti interpreta così il modo in cui uno scrittore ha utilizzato le mestruazioni di un personaggio femminile, la poliziotta protagonista del già ricordato Almost blues (2007). Nell’ideazione di Lucarelli le mestruazioni sembrano mantenere la forza che Plinio il vecchio attribuiva loro e che ritroviamo in alcune credenze popolari che assegnavano alle donne mestruanti il potere di far cessare una tempesta o liberare un campo dai bruchi[59]. Non può non colpire, inoltre, il modo con cui il commissario Arcadipane riassume come sta la sua famiglia, nel romanzo Il caso Bramard di Davide Longo: «– Mariangela aveva un nodulo al seno, – la fece breve Arcadipane, – ma è andato tutto bene. La femmina ha il primo mestruo e Giovanni forse perderà l’anno, ma comincia ad allenarsi con la prima squadra»[60].

“La femmina” non ha diritto a un nome; di lei sappiamo solo che è iniziata la sua fase riproduttiva, al pari di qualsiasi femmina-animale. Il fratello ha nome e compensa lo scadente rendimento scolastico con le doti sportive. Si vuole credere che tale asciuttezza (scarsamente empatica e rispettosa) sia propria del personaggio del commissario, non dell’autore.

In conclusione, perciò, l’analisi condotta pare una conferma di quanto indicato da Dacia Maraini e molte studiose: le donne ora scrivono di più, sono lette di più (anche se in maggioranza da donne), soprattutto parlano di quello che le riguarda, da una prospettiva e con una consapevolezza che uno scrittore difficilmente potrebbe avere.

Probabilmente più fattori concorrono a questo risultato, non ultimo il rinnovato interesse dimostrato per la scrittura delle donne testimoniato sia dagli studi, per lo meno a livello accademico, sia da scelte editoriali innovative, nel segno di una maggiore attenzione alle opere di scrittrici del secolo scorso e di questo. Forse, grazie anche ad una loro nuova rappresentazione nei media, è cambiata la percezione stessa delle mestruazioni le quali, se non cessano di essere un tabù, possono tuttavia trovare piena legittimità letteraria senza che questo scandalizzi più o sia ritenuto una provocazione, una trasgressione, la violazione di un interdetto. Postorino sembra completare il cerchio, ritorna alle origini del tabù (la pericolosità del corpo femminile) e sottolinea la portata innovativa di questa particolare assunzione di parola:

Il corpo femminile è sempre stato un enigma. Desiderabile ma immondo. Immondo perché desiderato. L’ignoranza e la vergogna verso le mestruazioni misurano la qualità della vita delle donne non solo nei Paesi in via di sviluppo (dove incidono perfino sui tassi di abbandono scolastico), ma anche in quelli più ricchi. Ecco perché le scrittrici che raccontano il proprio corpo con la stessa spudoratezza e sincerità consentita agli uomini, fino a descrivere disunioni e angosce legate all’apparato genitale, sono una conquista. Letteraria e politica. Sono il lenzuolo strappato dallo specchio – la libertà di guardarsi, di guardare, senza colpa[61].

 

Appendice

M. Baudy, T. Dieumegard, Il mio primo libro dell’intimità: per parlare serenamente con le bambine e con i bambini della sessualità, Roma, Gallucci, 2022;

N. Brochmann, E. Støkken Dahl, Cose da ragazze: una guida gioiosa alla pubertà, Milano, Sonzogno, 2020;

L. Capossele, Mamma perché abbiamo le mestruazioni? Da bambina a donna: guida pratica sul menarca per vivere il passaggio in maniera consapevole, Torino, Uno editori, 2022;

I. Carbone, Si può dire? Mestruazioni!, Padova, Beccogiallo, 2024;

E. Castro Espin, Cosa succede nella pubertà?, Firenze, Giunti Junior, 2012;

S. Clochard, Viva le ragazze! Guida per crescere col sorriso, San Dorligo della Valle (Trieste), EL, 2006;

A. Ganeri, Solo per ragazze, San Dorligo della valle (Trieste), EL, 2013;

R. Marasco, Fazzoletti rossi, Milano, Piemme, 2020;

C. Owen, J. Tyrrel, Tutto quello che hai sempre voluto sapere sulle mestruazioni (e non hai mai osato chiedere), Milano, Bompiani, 1997;

L. Ravecca, Vedo rosa: curiosità, strip umoristiche e tanta informazione, Milano, Paoline, 2004;

A. Roy, Tutto sulle mestruazioni, Firenze, Clichy, 2022;

S. Rugen, Meg è fidanzata e io … cerco la mia strada, Milano, Mondadori, 1998;

N. Schäufler, La mia prima mestruazione: da bambina a donna, Cesena, Macro, 2022;

C. Stefez, Le stagioni dentro di me: istruzioni comico-scientifiche per l’uso, Trieste, Scienza Express, 2022;

L. Williams, K. Schneemann, È tutto un ciclo, Milano, Il Castoro, 2020 (fumetto).

 

Bibliografia e Sitografia:

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P. Camporesi, Il sugo della vita: simbolismo e magia del sangue, Milano, Garzanti, 1997;

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A. Politi, Alessandro Bonacina: «Le mestruazioni non sono solo roba da donne. Per favorire una vera trasformazione culturale c’è bisogno dell’impegno degli uomini», in «Vanityfair», 17.6.2024; cfr. l’URL: https://www.vanityfair.it/article/alessandro-bonacina-nuvenia-intervista;

F. Rappazzo, Temi letterari e pensieri del sogno. Da Frye a Freud, in Immaginario e critica tematica: un dibattito, «Allegoria», n. 58, XX, luglio-dicembre 2008;

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M. C. Storini, Scritture femminili. Teorie, narrazioni, ipotesi per il Terzo Millennio, Roma, CatBooks – Human intelligence, 2021;

The Palgrave Handbook of Critical Menstruation Studies, a cura di C. Bobel, I. T. Winkler, K. A. Hasson, Singapore, Palgrave Macmillan, 2020; cfr. L’URL: https://doi.org/10.1007/978-981-15-0614-7;

È Thiébaut, Questo è il mio sangue. Manifesto contro il tabù delle mestruazioni, Torino, Einaudi, 2018 (ed. or. Ceci mon sang. Petite histoire des règles, de celles qui les ont et de ceux qui les font, Paris, La Découverte, 2017);

M. Tucci, Mestruazioni, una parola ancora tabù per molte adolescenti, in «Il Corriere della sera-Inserto Salute», 14.3.2024.

  1. F. Rappazzo, Temi letterari e pensieri del sogno. Da Frye a Freud, in Immaginario e critica tematica: un dibattito, «Allegoria», n. 58, XX, luglio-dicembre 2008, p. 97.

  2. Il lavoro è parte della tesi dottorale intitolata Leggere la storia delle donne attraverso il romanzo. L’adolescenza femminile nelle scrittrici italiane degli anni Duemila, Dottorato in Storia e culture dell’Europa – 38o ciclo, Dipartimento SARAS, Università Sapienza, Roma.

  3. Risultati analoghi ha dato una ricerca condotta, a titolo esemplificativo, nel circuito delle biblioteche del Friuli Venezia Giulia, la regione in cui vive chi scrive, in relazione ai manuali sulle mestruazioni destinati a ragazzine. Accomunati dalla voce “letteratura per ragazzi”, sono emersi 15 titoli pubblicati tra il 1997 e il 2024, di cui ben 9 editi tra il 2020 e il 2024. Questi ultimi comprendono pure un fumetto sul ciclo mestruale (in Appendice), cui si può aggiungere il recente Turchina di Elena Triolo (Milano, Bao Publishing, 2023) che offre spazio al racconto delle prime mestruazioni con una serie di tratti che sono caratteristici della narrazione delle mestruazioni nei romanzi oggetto di questo studio, come lo sgomento iniziale, la mancanza di conoscenza, la paura di star per morire, l’assenza di empatia da parte del mondo adulto.

  4. M. Giordano, Corpi impuri, ovvero basta col tabù del ciclo mestruale, in «Il Fatto Quotidiano»; cfr. l’URL: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/11/25/corpi-impuri-ovvero-basta-col-tabu-del-ciclo-mestruale/6881815/ (ultima consultazione di tutti i link citati: 30 maggio 2024); M. Manicardi, Corpi impuri. Il tabù delle mestruazioni, Bologna, Odoya, 2017.

  5. Cfr. Eva in rosso all’URL: https://www.youtube.com/watch?v=ng5XDLw4qSw.

  6. Cfr. Arriva a Milano il primo Festival sul Ciclo mestruale: “Parlare per sciogliere il tabù. Le idee? Molte ce le hanno suggerite i cittadini”; cfr, l’URL: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/22/arriva-a-milano-il-primo-festival-sul-ciclo-mestruale-parlare-per-sciogliere-il-tabu-le-idee-molte-ce-le-hanno-suggerite-i-cittadini/6587070/. Su entrambe le iniziative, podcast e festival, cfr. anche l’URL: https://fioreavvelenato.com/2022/05/14/festival-ciclo-mestruale-realta-tutta-italiana-conosciamo-meglio-autrici-podcast-eva-in-rosso/.

  7. S. Brighenti, La trasgressione nella letteratura femminile contemporanea italiana. Doctoral dissertation, Harvard, Harvard University, 2012; cfr. L’URL: http://nrs.harvard.edu/urn-3:HUL.InstRepos:9817662. Imperniata, invece, sull’analisi di spot televisivi e dei profili Instagram di alcuni marchi di prodotti per la gestione delle mestruazioni è la tesi di Martina Marzola dal titolo Il tabù del ciclo mestruale. Dagli spot anni ’70 ai social media: menstruonormatività o normalizzazione? Politecnico di Milano, A. Acc. 2020-2021; cfr. l’URL: https://www.politesi.polimi.it/handle/10589/173860.

  8. K. Clancy, Ciclo. Storia e cultura delle mestruazioni, Roma, Luiss University Press, 2024, pp. 46-51 (ed. or. Period. The Real History of the Menstruation, Princeton, Princeton University Press, 2023). Clancy richiama diversi lavori di Alma Gottlieb, tra cui quello curato con Thomas Buckley, The Magic Blood: the Anthropology of Menstruation, Berkeley, University of California Press, 1988. Agli stessi autori rimanda anche R. Malaguti, Le mie cose, Milano, Bruno Mondadori, 2005, pp. 14-15.

  9. O. Niccoli, Il corpo femminile nei trattati del Cinquecento, in Il corpo delle donne, a cura di G. Bock, G. Nobili, Ancona-Bologna, Transeuropa, 1988, p. 32.

  10. Cfr. O. Niccoli, Il corpo femminile nei trattati del Cinquecento, op. cit., p. 42.

  11. Cfr. C. Pancino, Marchese, fiori e mestruo, in Corpi: storia, metafore, rappresentazioni fra Medioevo ed età contemporanea, a cura di C. Pancino, Venezia, Marsilio, 2000, pp. 69-82: 75.

  12. ‘Nei paesi occidentali e occidentalizzati il concetto diffuso di mestruazione come maledizione deriva probabilmente da una specifica tradizione religiosa: il testo sacro delle tradizioni ebraiche e cristiane, la Bibbia’ (qui e di seguito traduzioni nostre): A. Gottlieb, Menstrual Taboos: Moving Beyond the Curse, in The Palgrave Handbook of Critical Menstruation Studies, a cura di C. Bobel, I.T. Winkler, K.A. Hasson et al., Singapore, Springer, 2020, p. 146; cfr. L’URL: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK565605/. Nel seguito dell’articolo l’antropologa indica anche alcuni esempi di comunità in cui le mestruazioni hanno un significato positivo o ambivalente, e avverte che ‘in anni recenti, la quasi egemonica concezione ebraico-cristiana del sangue mestruale come effetto di una maledizione divina per questo contaminante e stigmatizzante sta incontrando crescente resistenza nei paesi occidentali’ (ivi, p. 156).

  13. R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., p. 25.

  14. Ivi, pp. 22-23. Anche Niccoli rimarca lo stretto intreccio tra «teoria medica e credenze popolari» (Il corpo femminile nei trattati del Cinquecento, op. cit., p. 33).

  15. D. Di Pietrantonio, L’Arminuta, Torino, Einaudi, 2017, p. 28 (“fracicare” sta per ‘rovinare, guastare’).

  16. V. Ardone, Oliva Denaro, Torino, Einaudi, 2021, p. 61.

  17. R. Postorino, Nei nervi e nel cuore. Memoriale per il presente, Milano, Solferino, 2024, p. 49.

  18. Ivi, pp. 51-52.

  19. Ovvero: ‘sostanze nocive eliminate dalla pelle della donna indisposta e che sarebbero responsabili di diversi fenomeni di putrefazione e avvizzimento’: J.-Y. Le Naour, C. Valenti, Du sang et des femmes. Histoire médicale de la menstruation à la Belle Époque, in «Clio. Femmes, Genres, Histoire», n. 14 (2001), p. 3; cfr. l’URL: https://doi.org/10.4000/clio.114, pubblicato online il 3 luglio 2006, consultato il 12 marzo 2024. L’esempio è riportato anche da Malaguti, Le mie cose, op. cit., p. 66, la quale si rifà a J. Delaney, M. J. Lupton, E. Toth, The Curse: A Cultural history of Menstruation [1976], Chicago, University of Illinois Press, 1988, p. 12 (della prima edizione).

  20. ‘anzi, le credenze popolari sono talvolta integrate e confermate dai medici, come hanno dimostrato gli antropologi’: ivi, p. 1. Le studiose muovono dall’analisi di molte tesi di laurea sulle mestruazioni (da fine ’800 a primo ’900), da cui emerge appunto la stretta correlazione fra ‘tradizioni, credenze superstiziose, interdetti religiosi’ e teorie mediche, per lo meno sino alla scoperta degli ormoni femminili, tra gli anni ’30 e ’40 (ivi, p. 2).

  21. Ivi, p. 3. Particolareggiati riferimenti alle superstizioni popolari e ai divieti legati alle mestruazioni in alcune regioni italiane, talora documentati sino agli anni Ottanta del Novecento, anche in R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., pp. 47-53.

  22. ‘La rappresentazione del sangue resta tabù, ignorata, e le mestruazioni rimangono, secondo le parole di Edgar Morin, ciò che una donna deve assolutamente avere nella sua vita e assolutamente nascondere’: ivi, p. 13, con riferimento a F. Linol, Le vécu des règles à travers une approche socio-culturelle, Limoges, Thèse de médecine, 1992, p. 149. 

  23. Cfr. i saggi: E. A. Kissling, “That’s Just a Basic Teen-age Rule”: Girl’s linguistic Strategies for Managing the Menstrual Communication Taboo, in «Journal of Applied Communication Research», n. 24, 1996; M. Courteille, Comment naissent les jeunes filles? Changer de corps et être soi à l’adolescence, in «Dialogue», 153 (2001), pp. 11-20; R. Malaguti, Le mie cose, op. cit.; A. Mardon, Les premières règles des jeunes filles: puberté et entrée dans l’adolescence, in «Sociétés contemporaines», n. 175 (2009), pp. 109-29; È Thiébaut, Questo è il mio sangue. Manifesto contro il tabù delle mestruazioni, Torino, Einaudi, 2018 (ed. or. Ceci mon sang. Petite histoire des règles, de celles qui les ont et de ceux qui les font, Paris, La Découverte, 2017); C. Capria, Campo di battaglia. Le lotte dei corpi femminili [2021], Firenze, Effequ, 2024; K. Clancy, Ciclo. Storia e cultura delle mestruazioni, Roma, Luiss University Press, 2024 (ed. or. Period. The Real History of the Menstruation, Princeton, Princeton University Press, 2023).    

  24. ‘Come Judy Grahn (1994) ha recentemente sottolineato, il sangue mestruale sembra essere l’unico tipo di sangue che non può essere mostrato o discusso nella cultura americana’: E. A. Kissling, “That’s Just a Basic Teen-age Rule”: Girl’s linguistic Strategies for Managing the Menstrual Communication Taboo, art. cit., p. 302.

  25. ‘termini gergali, giri di parole e un uso eufemistico di espressioni deittiche’: ivi, p. 298.

  26. ‘disfemismi; cioè termini che sono derogatori rispetto al loro referente, piuttosto che più gradevoli’ come ‘la maledizione, il lamento delle donne, cavalcare lo straccio’: ivi, p. 299. Corsivi delle autrici.

  27. M. Tucci, Mestruazioni, una parola ancora tabù per molte adolescenti, in «Il Corriere della sera-Inserto Salute», 14.3.2024.

  28. ‘In un contesto culturale caratterizzato da messaggi contrastanti a proposito delle mestruazioni come segno positivo di femminilità, e come segreto negativo e fonte di vergogna, parlare di PMS [sindrome premestruale] con le amiche sostituisce un rituale di benvenuto nella condizione di donna adulta. Confrontando sintomi e disturbi le giovani donne prendono parte ad un discorso esclusivamente femminile, metaforicamente analogo alla reclusione mestruale o alla celebrazione che segna esplicitamente il menarca in alcune culture’: ivi, p. 304. Nel 2024 Marta Casasole ha pubblicato per Feltrinelli il romanzo Donne di tipo 1, la cui protagonista è affetta da “sindrome premestruale perenne”, con ripercussioni sul suo umore e sul suo carattere. Il romanzo tuttavia per alcuni aspetti conferma gli stereotipi legati all’aggressività, se non pericolosità, di donne con forti dolori mestruali.

  29. ‘Io suggerisco che, in molte parti del mondo, lo sforzo di eludere un discorso sulle mestruazioni in termini semplici, neutri o scientifici, affidandosi invece ad eufemismi che spesso implicano vergogna e/o censura ha radici profonde nell’ideologia patriarcale insita nelle tradizioni ebraiche e cristiana (e che più tardi l’Islam adottò)’: A. Gottlieb, Menstrual Taboos: Moving Beyond the Curse, op. cit., p. 145.

  30. ‘Potrebbe non essere ovvio in un primo momento (forse perché siamo socialmente abituati a non guardare troppo da vicino là sotto) ma l’attenzione alle rappresentazioni del ciclo mestruale rivela come le donne interiorizzano messaggi distruttivi sulla femminilità, che includono nozioni sui nostri corpi come cose disordinate (sì, cose), sregolate, che hanno bisogno di essere riordinate, medicate, strappate, levigate e aggiustate. Questa faticosa (e costosa) ricerca del corpo perfetto, non solo assorbe risorse ed alimenta frustrazione, essa sposta anche la ricerca per una buona qualità dell’informazione sul modo in cui il corpo funziona e su come mantenerlo forte e in salute’: C. Bobel, E. A. Kissling, Menstruation Matters: Introduction to Representations of the Menstrual Cycle, in «Women’s Studies», 2011, 40:2, p. 123; cfr. l’URL: https://doi.org/10.1080/00497878.2011.537981.

  31. ‘Chiaramente, lo status stigmatizzato delle mestruazioni ha conseguenze dannose per l’autostima, l’immagine corporea, l’autorappresentazione e la salute sessuale delle ragazze e delle donne’: I. Johnston-Robledo, J. C. Chrisler, The Menstrual Mark: Menstruation as Social Stigma, in The Palgrave Handbook of Critical Menstruation Studies, op. cit., p. 193; cfr. l’URL: https://doi.org/10.1007/978-981-15-0614-7_17.

  32. Una dettagliata ricostruzione sulla diffusione dei primi assorbenti usa e getta, poi degli assorbenti interni, sulla loro produzione e commercializzazione in Italia, nonché sui motivi del ritardo della loro reclamizzazione, in R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., nel capitolo Dalle pezze alle ali, in particolare alle pp. 138-42.

  33. ‘ad un ideale romantico, di nascondere le mestruazioni e di essere pulite. Le nuove narrazioni riscrissero semplicemente una versione sofisticata dell’etichetta mestruale, una versione che era prescrittiva su come essere una ragazza e su come “gestire” il sanguinamento periodico. Le nuove narrazioni delle mestruazioni miravano anche a fornire un vocabolario per dialoghi tra madri e figlie per contrastare l’ignoranza e la superstizione. Eppure questa letteratura svalutava l’esperienza e l’insegnamento delle madri e delle nonne. […] Eufemismi come la maledizione, parola che rimanda a sporcizia e malattia, furono abbandonati come ignoranti’: A. Shail, G. Howie, Menstruation: a cultural history, London, Palgrave Macmillan, 2005, pp. 112-13.

  34. ‘Soprattutto, la versione primonovecentesca dell’etichetta mestruale rimase attaccata, in primo luogo, alla concezione delle mestruazioni come problematiche e tabù, e in secondo luogo alla percezione di una femminilità che privilegiava il matrimonio e la maternità’: ivi, p. 114.

  35. Cfr. C. Pancino, Marchese, fiori e mestruo, op. cit., p. 82.

  36. S. Laws, Issus of blood: The Politics of Menstruation, London, Macmillan, 1990.

  37. P. Camporesi, Il sugo della vita: simbolismo e magia del sangue, Milano, Garzanti, 1997, p. 16, riportato da R. Malaguti, Le mie cose, op. cit. alle pp. 19-20.

  38. ‘La narrazione delle mestruazioni è stata avvolta nel segreto, nella paura, nella discrezione e nell’imbarazzo ed è colata attraverso generazioni di donne. La perpetuazione di tale narrazione è pervasiva nella pubblicità diffusa dell’industria dell’igiene femminile’: M. Polak, From The Curse To The Rag: Oline gUrls Rewrite The Menstruation Narrative, in Girlhood. Redefining The Limits, a cura di Y. Jiwani, C. Steenbergen, C. Mitchell, Montreal, New York, London, Black Rose Books n. II345, 2006, pp. 191-207: 191. L’autrice riporta inoltre in apertura del suo lavoro alcune delle espressioni eufemistiche (e disfemistiche) più comuni per indicare le mestruazioni: «The Curse. My Friend. Aunt Flow. Bloody Mary. On the Rag. My period. That time of the month. My little red-headed cousin from the country. Surfing the crimson wave. Riding the cotton pony» (ibidem).

  39. ‘Mentre la pubblicità delle contemporanee riviste per ragazze promuove un discorso pieno di eufemismi che maschera i problemi delle mestruazioni, le ragazze online hanno preso a riscrivere la narrazione delle mestruazioni che è loro familiare; quella che insegna segretezza e discrezione in relazioni ai corpi mestruanti. Le ragazze online stanno creando una nuova narrazione che è risoluta nella descrizione e furiosamente onesta usando piattaforme che permettono le voci delle ragazze in uno spazio comune – spesso creando momenti celebrativi’: ivi, p. 202. I. Johnston-Robledo e J. C. Chrisler riportano i risultati di Polak, accennando anche ad alcuni aspetti critici, come il fatto che il confronto online esclude le ragazze che non possono accedere facilmente a un computer (Johnston-Robledo, Chrisler, The Menstrual Mark: Menstruation as social Stigma, op. cit., p. 191).

  40. E. Locatelli, Raccontare i tabù: Instagram come una risorsa di nuovi immaginari e visibilità per il corpo femminile, in «Mediascapes journal», 18/2021; cfr. l’URL: https://publicatt.unicatt.it/retrieve/e309db6f-7794-0599-e053-3705fe0a55db/17819-Articolo-36546-1-10-20220211.pdf.

  41. Si tratta della campagna denominata #bloodnormal (cfr. l’URL: https://brand-news.it/brand/persona/cura-persona/nuvenia-essity-rompe-il-tabu-sulle-mestruazioni-e-porta-in-italia-la-campagna-bloodnormal/).

  42. A. Politi, Alessandro Bonacina: «Le mestruazioni non sono solo roba da donne. Per favorire una vera trasformazione culturale c’è bisogno dell’impegno degli uomini», in «Vanityfair», 17.6.2024; cfr. l’URL: https://www.vanityfair.it/article/alessandro-bonacina-nuvenia-intervista. Mi sembra inoltre interessante il fatto che anche una delle scrittrici considerate in questo studio, Rosella Postorino, segnali la maggior attenzione all’esperienza delle mestruazioni nella produzione di serie televisive e romanzi e difenda la campagna degli assorbenti Nuvenia denominata “Viva la vulva” (2019): R. Postorino, Nei nervi e nel cuore. Memoriale per il presente, op. cit., pp. 52-54.

  43. P. Gaglianone, Conversazione con Dacia Maraini: il piacere di scrivere, Roma, Omicron, 1995, pp. 12-13.

  44. C. Pasqua, 13 risposte sull’adolescenza. Intervista a Dacia Maraini, settembre 2023 (in attesa di pubblicazione).

  45. M. C. Storini, Scritture femminili. Teorie, narrazioni, ipotesi per il Terzo Millennio, Roma, CatBooks – Human intelligence, 2021, p. 48. Sulla vexata quaestio si possono vedere anche i saggi contenuti nella miscellanea Per un nuovo canone del Novecento letterario italiano. Le narratrici, Atti del Convegno internazionale del Gruppo di ricerca ADI-Associazione degli italianisti «Studi delle donne nella letteratura italiana», 15-16 dicembre 2021, a cura di B. Alfonzetti, A. Andreoni, C. Tognarelli, S. Valerio; cfr. l’URL: https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/per-un-nuovo-canone-narratrici/2023%20Le%20narratrici%20AdI.pdf.; D. Brogi, Lo spazio delle donne, Torino, Einaudi, 2022; Oltrecanone, Generi, genealogie, tradizioni, a cura di A. M. Crispino, Guidonia, Iacobelli, 2015; Dentro/fuori, sopra/sotto: critica femminista e canone letterario negli studi di italianistica, a cura di A. Ronchetti, M. S. Sapegno, Ravenna, Longo, 2007; Didattica e ricerca sugli studi delle donne e di genere, a cura di M. S. Sapegno e A. Perrotta, Roma, Sapienza Università Editrice, 2023, DOI: https://doi.org/10.13133/9788893772716; M. Zancan, Il doppio itinerario della scrittura: la donna nella tradizione letteraria italiana, Torino, Einaudi, 1998.

  46. L’attività si è svolta nell’ambito della normale prassi didattica. La lettura individuale del romanzo Oliva Denaro, preceduta da alcune richieste specifiche, volte a orientare l’attenzione su alcuni temi e aspetti, è stata seguita dalla discussione in classe. Sono così emerse esperienze e osservazioni personali (Liceo Scientifico G. Oberdan, Trieste, A.S. 2022-2023).

  47. Dizionario dei temi letterari, a cura di R. Ceserani, M. Domenichelli, P. Fasano, Torino, Utet, 2007, vol. III, p. 2151. La voce è a firma di Valentina Gallo. Stupisce un po’ l’assenza della voce sulle mestruazioni, a fronte di uno spazio dedicato, per esempio, alla calvizie.

  48. A. Tamigio, Il cognome delle donne, Milano, Feltrinelli, 2023, p. 49. Il romanzo comprende la storia di più generazioni di donne, a cominciare da Rosa, la nonna, che si sposa nel 1925 con Sebastiano. Selma, la terzogenita, viene al mondo all’inizio degli anni ’30. Dal suo matrimonio con Santi nascono Patrizia, Lavinia e Marinella, la cui storia si spinge sino all’inizio degli anni ’80.

  49. Questo e altri aspetti, come l’atteggiamento della madre, trovano corrispondenza quasi puntuale nelle parole di una donna vissuta nel Novecento. Le ha raccolte Filippo Battaglia nel volume Nonostante tutte che intreccia in un racconto unitario le scritture autobiografiche di 119 donne, conservate all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano: «Il mio corpo era cambiato: erano comparsi i peli e il seno aveva preso forma. […] Quando anche io ho avvertito il dolor al basso ventre, era luglio. Alzandomi dal letto, inorridii nel vedere le mie mutandine completamente zuppe di sangue. Dio mio, che mi succedeva? Stavo per morire, ne ero certa! […] Anzi, neppure sapevo che signorine lo si diventa da un giorno all’altro e che volesse dire quella cosa lì … Quando annunciai «il fatto» alla mamma lei non sembrò gioire ma disse quasi seccata «incominciamo» ed io, forse drammatizzo, pensando a ciò mi viene da piangere. Io ho saputo tutto dalle mie amiche e che cosa avrei dato per sapere «tutte quelle cose» da mia madre. Ma forse è il suo carattere, oppure doveva pensare al lavoro e non ne ha avuto il tempo» (F. M. Battaglia, Nonostante tutte, Torino, Einaudi, 2020, p. 49).

  50. R. Postorino, Nei nervi e nel cuore, op. cit., p. 52.

  51. A. De Céspedes, Dalla parte di lei, op. cit., p. 124. Sista è la fedele domestica.

  52. Il passo consuona con le interviste a ragazze tra i 12 e i 19 anni svolte da Myriam Courteille: ‘Quando pensavo che avrei avuto le mestruazioni, mi dicevo sì, sarà un cambiamento. Poi, in realtà, niente. Sono andata a dormire come tutte le sere e non ero qualcun altro. Ero sempre io e tutto. Ecco’ (M. Courteille, Comment naissent les jeunes filles? Changer de corps et être soi à l’adolescence, art. cit., p. 11). Sullo stesso tema si veda anche A. Mardon, Les premières règles des jeunes filles: puberté et entrée dans l’adolescence, in «Sociétés contemporaines», n. 175, 2009, pp. 109-29.

  53. Un po’ più avanti nel testo è presentato anche un successivo ‘stadio psicologico’: ‘Dopo la gioia della novità, del sapermi fatta come una donna, era subentrata nel mio animo una apatia così esclusiva e completa che quasi non mi interessavo più di niente’ (La ragazza di nome Giulio, op. cit., p. 67). Ada Negri bambina bussa invece alla porta di un vicino di casa, poiché la madre, operaia, è al lavoro. Rassicurata dalla domestica di questi, Tereson, pensa però: «che quella novità fisica la mette al livello della Tereson. Anche lei, ma sì! … ma sì! … uguale alla Tereson. Tanto male, tanta vergogna, tanta schiavitù, fino ai cinquant’anni, fino a quando una donna è vecchia, cioè non esiste più … Perché non si può essere né donna, né uomo, ma un semplice spirito? Un crudo bisogno di evadere dal proprio corpo le fa graffiare con le unghie la coperta» (A. Negri, Stella mattutina, op. cit., p. 79).

  54. Il racconto di Nora si conclude con le parole «mi infilo in bagno e guardo la macchia di sangue sul tessuto bianco» (p. 114); da qui inizia quello della gravidanza indesiderata dell’amica Angelica, in una sorta di raccordo in asse che collega l’arrivo del sangue e la sua assenza. Ad Angelica si deve l’unico riferimento alle mestruazioni come «le rosse» (p. 156), modo di dire non attestato negli altri romanzi.

  55. Solo in tre romanzi, precisamente L’acqua del lago non è mai dolce, Spilli, Pudore, compaiono gli assorbenti moderni, usa e getta, nel secondo anche i tampax, nel terzo la coppetta, utilizzata però dalla protagonista trentenne.

  56. Solo diverso tempo dopo, più o meno due anni più tardi, Lila annuncia brusca: «La settimana scorsa m’è venuto il marchese» (L’amica geniale, op. cit., p. 129).

  57. L’espressione è usata in Abruzzo e riportata da Ada D’Adamo in Come d’aria (Roma, Elliot, 2023, premio Strega, postumo, nello stesso anno).

  58. S. Brighenti, La Trasgressione nella Letteratura Femminile Contemporanea Italiana, op. cit., pp. 42-43.

  59. Gli esempi sono riportati da R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., p. 44, con riferimento a un autore della metà del ’500, e da Il corpo delle donne, op. cit., p. 33, che si rifà a L. Accati, Lo spirito della fornicazione: virtù dell’anima e virtù del corpo in Friuli tra ’600 e ’700, in «Quaderni storici», 1979, n. 41.

  60. D. Longo, Il caso Bramard, Torino, Einaudi, 2021, p. 30 (I ed. Feltrinelli, Milano 2014).

  61. R. Postorino, Nei nervi e nel cuore, op. cit., p. 56.

(fasc. 53, 13 ottobre 2024, vol. II)

«Nei libri dormono mille canzoni». Il viaggio di Eugenio Bennato dalla letteratura alla musica

Author di Lorenzo Cittadini

Abstract: Il presente studio tratta del legame tra letteratura e musica e di come il cantautore Eugenio Bennato, a partire dal romanzo L’eredità della priora (1952) di Carlo Alianello, abbia tradotto in musica la storia dei briganti al tempo della conquista sabauda del Meridione italiano. Attraverso canzoni come Brigante se more e Canzone per Juzzella, Eugenio Bennato ha saputo descrivere e raccontare in musica i sentimenti, i misteri e le tragedie di un periodo storico che spesso è stato trascurato. Dal romanzo alla canzone, Bennato ha creato una porta d’accesso alternativa a pagine buie della storia ufficiale, facendo delle canzoni un inno di tutta quella comunità che ha voluto riaccendere una luce sul fenomeno del brigantaggio. Una liasion, quella tra letteratura e musica, che Bennato ha valorizzato attraverso ulteriori letture, come quelle di Carlo Levi, Mario Alcaro, Franco Cassano, dai quali il cantautore napoletano ha saputo estrarre temi delicati come le diversità mediterranee, le culture minori e la società contadina, inserendoli in canzoni che hanno dato voce alla cultura popolare.

Abstract: This study deals with the link between literature and music and how singer-songwriter Eugenio Bennato, starting with the novel L’eredità della priora (1952) by Carlo Alianello, translated the story of brigands at the time of the Savoy conquest of southern Italy into music. Through songs such as Brigante se more and Canzone per Juzzella, Eugenio Bennato has been able to describe and recount in music the feelings, mysteries and tragedies of a historical period that has often been silenced. From novel to song, Bennato has created an alternative gateway to dark pages of official history, making the songs a hymn of the entire community that wanted to shine a light on the phenomenon of brigandage. A liasion, that between literature and music, that Bennato has enhanced through further readings, such as those by Carlo Levi, Mario Alcaro and Franco Cassano, from which the Neapolitan singer-songwriter has been able to extract delicate themes such as Mediterranean diversities, minor cultures and peasant society, inserting them into songs that have given voice to popular culture.

Introduzione

Il debito che la musica paga alla letteratura e, in generale, alla scrittura è molto elevato e la storia dei rapporti tra queste discipline è lunga e ricca[1]. Tra reminiscenze, imitazioni, allusioni nascoste, citazioni[2], il tema della presenza della letteratura nei testi delle canzoni risulta particolarmente ampio e allo stesso tempo interessante e stimolante, se inserito all’interno di una prospettiva di dialogo fra discipline differenti, di lettura critica e di analisi letteraria, che concorrono a una sorta di «inventario del pianeta»[3]. Con questa espressione, presa in prestito da Elvio Guagnini e usata in origine per descrivere il grande contributo della letteratura di viaggio agli studi letterari, si intende qui sottolineare come storicamente la letteratura e la musica, più in generale l’arte, abbiano instaurato una relazione osmotica di prestiti e reciproche influenze, di «traduzioni» attraverso un «rapporto dialogico che trascorre continuamente da un campo all’altro, che crea relazioni e intrecci, debiti e crediti»[4], trovando negli studi comparatistici uno dei terreni più fertili, come nel caso della relazione tra letteratura e musica.

Infatti, questo tema trova il contesto di analisi più idoneo all’interno di un approccio che riunisca le numerose sollecitazioni che il rapporto letteratura-musica genera, riconoscendo nella figura dell’autore del testo della canzone o nel cantautore un mediatore, un traduttore di storie e sentimenti, che produce effetti di ringiovanimento, di rinnovamento e rivitalizzazione o rinascita di certe letterature o di certi generi musicali, che si nutrono di nuovi stimoli[5]. Per Mariangela Lopopolo, i romanzi sono «un’immensa cattedrale della memoria, sulle cui pagine si accumulano i ricordi del tempo passato»[6], poiché l’opera letteraria può costituire il soggetto[7] di una melodia o di un film, per esempio.

Il contesto sociale, culturale e tecnologico attuale favorisce uno scambio costante di contenuti e di informazioni, con una velocità di trasmissione simultanea. Ma spesso, proprio a causa dell’elevato ritmo di condivisione e di rimpiazzamento dei contenuti, si perde il processo che ha portato alla pubblicazione di un’opera musicale, nella valutazione della quale oggi si bada più agli incassi, agli streaming, alle visualizzazioni, in una lotta tra etichette discografiche, artisti o pseudo tali e un pubblico al quale viene ininterrottamente sottoposto qualcosa.

Certa musica, invece, necessita di ritmi più lenti, tempi dilatati che forse cozzano con la “bulimia informativa”[8] generalizzata in cui si ritrova la società contemporanea, che lascia l’analisi e l’approfondimento delle canzoni a una fetta ristretta di pubblico. È il caso della musica d’autore italiana, che è costretta a fronteggiare un mondo discografico che tende a uniformarsi a certi standard, a modelli preconfezionati e a repliche indifferenziate, alla «copia di mille riassunti», tanto per citare un verso della canzone Giudizi universali del cantautore bolognese Samuele Bersani. Probabilmente questo peso da sopportare da parte della musica d’autore è la condizione necessaria che rende più prezioso il lavoro di cantautori e cantautrici, sempre a caccia di immagini, di nuove metafore, del senso della vita e dei suoi misteri.

È questo il caso di Eugenio Bennato, uno degli artisti che ha raccontato con grande trasporto e attenzione la musica del Sud d’Italia e di tutto il Mediterraneo, con quell’impegno civile e morale teso a costruire ponti verso realtà diverse e a dare voce alle vicende di donne e uomini che la storia ha voluto emarginare, relegare, dimenticare, silenziare. La storia – o per meglio dire la controstoria – di Eugenio Bennato affonda le radici nella Nuova Compagnia di Canto Popolare, in Musicanova e in Taranta Power, esperienze musicali che hanno convertito il cantautore napoletano in uno degli esponenti di punta della canzone popolare regionale italiana.

Eugenio Bennato: da L’eredità della priora a Brigante se more

«Nei libri dormono mille canzoni»[9], afferma Valerio Grutt, facendo riferimento al fatto che la letteratura abita in ognuno di noi e allo stesso tempo noi abitiamo in essa. Ciò sottolinea il valore che le storie, nessuna esclusa, hanno all’interno della vita di ogni individuo: «storie che possono farci vedere luoghi, vivere emozioni, intuire verità […] ferire e guarire, illuminare angoli bui, irrompere nello spazio, costruire e distruggere»[10].

Eugenio Bennato ha avuto l’intuizione e la capacità, con la canzone Brigante se more (1980), di creare una porta d’accesso attraverso la quale «molti sono entrati in pagine buie della nostra storia negata»[11], quella relativa al brigantaggio postunitario, alla guerra fra esercito piemontese ed esercito delle Due Sicilie, a vicende taciute o trattate con reticenza dalla storiografia ufficiale[12].

Tutto ha avuto inizio con un libro, L’eredità della priora[13], scritto da Carlo Alianello nel 1962: storico e romanziere romano ma di origini lucane, Alianello ha difeso a spada tratta la sua visione controcorrente della questione risorgimentale italiana. Nel 1979, racconta Bennato nella sua autobiografia musicale Ninco Nanco deve morire. Viaggio nella storia e nella musica del Sud[14] (2013), la RAI decide di mettere in scena il libro di Alianello, ambientato in Basilicata all’indomani dell’invasione piemontese e relativo alle vicende dei briganti. Bennato e il collega Carlo D’Angiò vengono contattati per scrivere la colonna sonora dello sceneggiato e quel momento, grazie a quel libro, diventa la circostanza che cambierà la storia musicale e personale del cantautore napoletano.

Il progetto del regista dello sceneggiato[15], Anton Giulio Majano, abile nella trasposizione televisiva dei romanzi nei primi anni di attività della RAI, è stato quello di affidare all’intuizione di Bennato la creazione di un vero e proprio canto di battaglia dei briganti, come se questi cantassero tutti in coro, quasi a «interrompere il silenzio della musica tradizionale sulla guerra dei briganti»[16]. Dal romanzo nasce Brigante se more, che d’improvviso e con una forza incontrollata diventa l’inno di tutta quella comunità che vuole riaccendere una luce su storie non raccontate per decenni, eventi eccezionali, personaggi, vite di donne e uomini che avevano resistito e combattuto, con il rischio di essere dimenticati. L’eredità della priora è un romanzo avvincente e denso di personaggi affascinanti, «un’opera fondamentale per voltare pagina nella visione stucchevole di un Risorgimento di maniera, e per leggere per la prima volta quella storia dalla parte dei perdenti»[17]. Ciò conferma quella «liasion debitoria» della musica verso la letteratura, la quale è «spesso l’utero della parola cantata»[18], figlia di mille ispirazioni, speranze, coincidenze e opportunità.

Questo inno diventa subito musica tradizionale, come se fosse sempre esistito, convertendosi in una sorta di classico della musica popolare meridionale, sfilacciandosi in un tempo lontano e nel mistero di una storia perduta. Infatti, se per classica riconosciamo un’opera che risponde alle esigenze di ogni tempo, Brigante se more è uno dei classici della musica popolare italiana e conferma il legame indissolubile tra parola scritta – più prettamente letteraria – e parola cantata. Tale operazione di adattamento o trasposizione in musica di un testo letterario ha a che fare con il processo di traduzione, nello specifico di traduzione intersemiotica[19] (da un codice a un altro) dalla scrittura alla canzone[20]. Bennato crea ex novo un’opera credibile e di forte impatto emotivo, lavorando, inoltre, sulla resa scenografica, se facciamo rientrare in questo processo di traduzione e di filtraggio anche l’aspetto esecutivo della canzone. Infatti, ciò che Bennato mette in pratica è una sorta di rivestimento, di traduzione, di ri-codificazione della storia in precedenza affidata alle pagine del romanzo di Alianello.

Senza dubbio, soprattutto a partire dal XX secolo, il rapporto fra letteratura e musica si è intensificato e vivacizzato grazie ai nuovi media e all’impatto che la musica ha avuto e continua ad avere nella vita di tutte le persone, con quella capacità fulminea di diffusione che oggi, in particolar modo, è quasi incontrastabile[21].

Un aspetto fondamentale per comprendere la buona riuscita della trasposizione del romanzo in canzone è stata l’invenzione di un titolo efficace, che si discostasse dal titolo originario. Infatti, lo stesso Bennato ammette che l’unico difetto del romanzo di Alianello risiede proprio nel titolo, L’eredità della priora: «un titolo difficile da pronunciare, che non rende minimamente l’idea di cosa quella storia racconti e di dove sia ambientata. In quel titolo non c’è lotta, non c’è Basilicata, non c’è l’amore, non ci sono i briganti»[22]. Inoltre, l’attenzione di Majano, Bennato e D’Angiò non si concentra sulla figura femminile del romanzo, la priora di un convento espropriato dal nuovo governo sabaudo, ma il focus è su personaggi che realmente conquistano il lettore o lo spettatore, come i briganti[23] Gerardo, Ugo, Andrea, le brigantesse e le streghe, Maria Palomba, Juzzella, Carmenella e Nannina.

Il grande contributo di Bennato alla canzone popolare italiana sta proprio nell’aver colmato un vuoto nella musica tradizionale, proprio perché fino ad allora, purtroppo, tra le migliaia di canti nessuno narrava direttamente la lotta dei briganti nella resistenza antipiemontese. La trasposizione del romanzo di Alianello in musica si inserisce, mutatis mutandis, in un più ampio processo per il quale, come rileva Even-Zohar, la traduzione svolge un ruolo innovativo all’interno di una certa cultura, in particolare – ed è questo il caso – quando si verificano o vi è la presenza di «punti di svolta, crisi o vuoti in una letteratura»[24].

Servendoci di questo impianto teorico, è possibile comprendere meglio il ruolo che Brigante se more ha avuto e continua ad avere all’interno della discografia italiana e più in generale nella cultura italiana. La «traduzione» del romanzo colma il vuoto che si crea in un momento storico di svolta, in cui una letteratura, un contesto musicale-discografico, è alla ricerca di nuove forme di espressione[25].

Il successo di Brigante se more si deve, inoltre, all’arrangiamento fiero e popolare che Bennato e D’Angiò riescono a dargli, alle chitarre battenti e ai tamburi, al furore di anni giovanili e selvaggi. Pubblicata dalla Polygram, la canzone diventa subito popolare ma non viene mai passata alla radio, confessa Bennato senza grandi rimpianti, visto che la migliore resa della canzone è quella dal vivo, nelle piazze festose, nei concerti di gruppi emergenti o nei falò in spiaggia. Lontana dalle logiche pubblicitarie e mainstream, la canzone si diffonde velocemente secondo le tipiche modalità della musica popolare, vale a dire oralmente, attraverso racconti, per trasmissione diretta, facendo dimenticare o confondendo l’origine e l’autorialità dello stesso pezzo. Bennato ha ammesso di essersi sorpreso di fronte a questa sorta di espropriazione della sua canzone, vedendo il suo rapido diffondersi attraverso pubblicazioni, riviste, libri e romanzi, con la conversione del brano in una specie di «opera di autore anonimo» risalente all’Ottocento, processo che «di solito avviene con i tempi lunghi delle civiltà contadina, che ha sempre dovuto attendere un paio di generazioni dopo la scomparsa dell’autore per dimenticarne i dati anagrafici; nel nostro caso, invece, il successo è veloce e noi siamo lì presenti e osserviamo sbalorditi la nostra metamorfosi da giovani musicisti di fine Novecento in anonimi del XX secolo»[26].

Tra romanzi ispirati alla stessa canzone, falsificazioni del testo e pseudo ricerche di amatori che affermano che quel canto era già presente nella tradizione popolare ottocentesca, Bennato si ritrova prigioniero della sua stessa opera, un brigante della canzone popolare, nel mezzo di una tempesta mediatica, una sorta di giallo letterario. Ma tutto ben presto si risolve grazie a ulteriori ricerche che confermano l’originalità del testo, mettendo a tacere certi fanatismi o provincialismi che cercavano di appropriarsene. Tutto ciò amplifica la potenza della canzone, figlia di un romanzo, e le numerose risonanze che essa ha all’interno di una società, e nello specifico all’interno della comunità meridionale, la quale si ritrova nelle parole e nel canto di Brigante se more, così incisivo, così vero, che pare essere sempre esistito. Questo accade, sostiene Bennato, quando una creazione «interpreta profondamente il suo tempo e la sua gente, [finendo per] appartenere a tutti quelli che la scoprono e la scelgono, e forse è giusto che sia così»[27].

La forza del dialetto napoletano

La forza di Brigante se more, inoltre, risiede nella semplicità del messaggio, nella sua comprensibilità, dato che il dialetto[28] ha una musicalità del verso, una carica espressiva e un’immediatezza delle immagini che lo rendono più accattivante. È la voce illustre di Fabrizio De André a evidenziare come il dialetto – nel suo caso, il genovese – sia stato particolarmente adatto a trovare soluzioni testuali nelle canzoni, data l’ampia presenza di parole tronche, come accade per l’inglese e il francese, che favoriscono la fusione armoniosa con l’arrangiamento strumentale[29].

Per Eugenio Bennato il punto di forza della canzone risiede proprio nel testo in dialetto napoletano, una sorta di compromesso tra l’efficacia della musicalità dialettale e l’indispensabile requisito di comprensibilità delle parole scelte e impiegate[30]. Il dialetto, quindi, diventa il mezzo per valorizzare l’operazione di recupero della storia e del rapporto con il territorio, unendo la specificità dell’argomento, per decenni oscurato dalla narrazione storica ufficiale, con «l’universalità» del dialetto napoletano, capace inoltre di convertire la storia dei briganti in una più ampia idea di ribellione di tutti i diseredati del mondo e di ogni epoca. La canzone partenopea, in questo senso, è considerata il primo esempio di superamento dei «confini regionali, avviando così la formazione di una sorta di canzoniere comune»[31].

Brigante se more è stata, inoltre, tradotta in diverse lingue, dal francese all’inglese, dal portoghese al polacco, e interpretata dai più svariati artisti come Raiz e Pietra Montecorvino, diventando, come anticipato, «la colonna sonora di tutte le rivendicazioni militanti del Sud contemporaneo, dagli oppositori alla centrale nucleare di Scanzano in Basilicata alla rivoluzione dei forconi in Sicilia, alle marce contro le discariche di Chiaiano in Campania […]. Perché non è un canto filoborbonico, ma qualcosa di più»[32].

La «traduzione» in dialetto napoletano e l’adattamento musicale del romanzo di Alianello hanno attivato un processo di rivitalizzazione e di assorbimento di elementi importanti al fine di una Bildung attraverso la quale la società raggiunge un nuovo livello di consapevolezza, di conoscenza dei fatti, di denuncia e di superamento di ogni forma di conservatorismo o di uso improprio della storiografia[33]. Inoltre, il dialetto napoletano[34] utilizzato nella canzone d’autore costituisce un modello per la sua «compiutezza della forma strofa-ritornello»[35] e la «straordinaria efficacia narrativa»[36].

Un altro punto di forza di Brigante se more è il coro, che diventa una chiamata a raccolta dalla Calabria alla Basilicata, non dice cose complicate e utilizza immagini molto forti e ad effetto:

E mo cantammo sta nova canzone,

tutta la gente se l’adda ’mparà.

Nun ce ne fotte d’p Rre Burbone

Ma a terra è a nostra e nun s’addà tuccà.

[…]

Ommo se nasce brigante se more

Ma fino all’ultimo avimma sparà

E si murimmo menàte nu fiore

E na bestemmia pe sta libertà.

Il brigante di Bennato diventa, così, il personaggio giusto per «simboleggiare le istanze del presente, per interpretare le speranze e la lotta di tutti gli oppressi […] per andare avanti nella travagliata e problematica storia del nostro tempo[37].

Canzone per Juzzella

Dall’Eredità della priora Eugenio Bennato estrae una seconda storia, una seconda canzone, scritta sempre in dialetto napoletano, che narra la storia d’amore tra Gerardo, un ufficiale del disciolto esercito borbonico in Basilicata intento a organizzare la lotta clandestina, e Juzzella, la giovane serva di un palazzo nobiliare. Il romanzo prende per mano il lettore e lo conduce nel cuore del paesaggio lucano, a Rionero in Vulture. Come Alianello, Bennato cede alle romantiche suggestioni della luna di Rionero, scrivendo di getto versi d’amore per Juzzella, che aveva «gli occhi come il cielo e la carne come la luna»[38], e che fugge dal convento dove il padrone l’aveva rinchiusa per raggiungere Gerardo, trovando la morte proprio nel momento in cui urla il nome del suo amato, mentre questo viene fucilato dai nemici. Se il testo viene scritto di getto, per l’arrangiamento musicale i tempi risultano dilatati; a Bennato vengono in aiuto i cantori di Carpino, maestri della tarantella del Gargano, avvolti nelle loro tuniche nere mentre suonano le chitarre battenti, che recuperano un loro verso tipico a chiusura delle Canzone per Juzzella, un appello agli innamorati di tutti i tempi:

Luna calante e tu te si’ addurmuta

Comm’a na palomma

Ca ce vo’ murire.

Novi amanti statemi a sentire.

Altri libri, altre canzoni

L’interesse di Eugenio Bennato per la letteratura non si esaurisce con la tematica dei briganti e delle loro vicende, ma trova ulteriore “sfogo” in altre canzoni figlie di letture appassionate e impegnate. Infatti, le avventure narrate da Alianello conducono Bennato al mistero della Basilicata, dai briganti alle streghe, tra leggende, fascinazioni, rituali e formule magiche. La lettura di Sud e magia (1959) di Ernesto De Martino e di Viaggio in Calabria (1835) di Alexandre Dumas stimola Bennato nell’approfondimento di particolari tematiche: dalle stranezze e usanze della società contadina ai dialetti incomprensibili, dalla visione altezzosa dell’illuminista in viaggio in zone oscure e malsane all’interpretazione di suoni, segni e lamenti della gente che per secoli ha subito guerre, invasioni e dominazioni di ogni genere.

Queste terre, questa gente, sono state descritte in Cristo si è fermato a Eboli (1945) da Carlo Levi, scrittore che ha sapientemente indagato quel mondo chiuso, nero, sanguigno, contadino, di difficile penetrazione senza un tocco di magia. Bennato si è lasciato sedurre dalle sollecitazioni di Carlo Levi tanto da adottare lo stesso criterio interpretativo della realtà meridionale per scrivere un’altra importante canzone che rinnova il legame[39] tra letteratura e musica, «capace di accogliere in sé i più diversi significati, proprio in virtù della sua grande capacità di essere forma per i più diversi contenuti»[40]. Come afferma Bennato, «la Basilicata non è terra di passaggio, ed è la meno turistica tra le regioni del Sud: bisogna andarci apposta, con le idee chiare di chi non sa niente ma vuole scoprire qualcosa»[41]; il cantautore traduce in musica questo sentimento, affidato ai versi di Vulesse addeventtare nu brigante (1980) e di Canzone della Basilicata (1986):

I

Vulesse addeventtare nu brigante oi nenna ne

Pe’ li rusecare sti catene ca m’astregneno lu pede e me fanno schiavo

Vulesse addeventtare nu brigante oi nenna ne

Ca po’ stà sulo a la muntagna scura pe’ te fa sempre paura fino a quanno more.

II

E che ne saccio d’a Basilicata,

dice ca Cristo nun c’è mai venuto

e primma ‘e chesta terra s’è fermato.

Vulesse addeventtare nu brigante viene utilizzata nello stesso sceneggiato RAI che ispira Brigante se more e Canzone per Juzzella, sempre tratte dalle storie narrate da Alianello nell’Eredità della priora. Se Brigante se more viene usata come apertura per i titoli di testa, Vulesse addeventtare nu brigante viene utilizzata per i titoli di coda, dando allo sceneggiato uno stile coerente e ispirato allo stesso romanzo.

Un’irresistibile attrazione per il Sud e per la musica popolare, per quel microcosmo di donne e uomini, di storie e controstorie, conduce Eugenio Bennato a dedicarsi completamente a un’indagine mediterranea. Sono proprio gli incontri con altre letture, altri libri che imprimono una forte connotazione alle successive produzioni del cantautore partenopeo, difensore del Sud come realtà autonoma a cui restituire «l’antica dignità di soggetto di pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato solo da altri […] Non pensare più al sud come periferia sperduta e anonima dell’impero, luogo in cui non ancora è successo niente e dove si replica tardi e male ciò che celebra le sue prime altrove»[42].

Le risonanze mediterranee che risiedono nelle composizioni di Eugenio Bennato – si pensi a Che il Mediterraneo sia (2002) e a Sponda Sud (2007) – vanno di pari passo a tutta una serie di studi e ricerche sul Mediterraneo come, per esempio, Il pensiero Meridiano (1996) di Franco Cassano, Sull’identità meridionale (1999) di Mario Alcaro o Cadmos cerca Europa. Il Sud fra il Mediterraneo e l’Europa (2000) di Giuseppe Goffredo. Questi percorsi convergenti di letteratura e musica sono sintomatici di un sentimento mediterraneo e meridionale forte, presente e scalpitante, canalizzato, in questo caso, in opere musicali e artistiche. Come per L’eredità della priora, anche il Mediterraneo diventa pretesto per impegnarsi e per portare alla luce vicende poco conosciute o storie dimenticate: dai briganti alle lingue e culture minori del Mediterraneo, colpite dalla globalizzazione e da un presente che viaggia troppo rapidamente, da messaggi uni-culturali che minacciano la ricchezza delle diversità del bacino mediterraneo, con il rischio che queste vengano annullate, «schiacciate sotto il peso dei modelli imposti dall’alto»[43].

In conclusione, l’attenzione di Eugenio Bennato verso certe tematiche, tra ispirazioni spiazzanti che sono andate a ribaltare alcune verità della cultura ufficiale, è sostenuta da un elemento del tutto rivoluzionario e controcorrente: la lentezza. Dal Futurismo di Marinetti all’avvento di Internet e dell’Intelligenza Artificiale, la società in cui viviamo ha deciso di vivere a «velocità 2x», in un presente di accelerazione continua, estenuante, privo di pause o intervalli, schiacciato in un moderno horror vacui che non contempla spazi vuoti e impone standard ed etichette. La “lentezza” e la calma con cui Bennato ha, evidentemente, affrontato la sua vita e il suo impegno culturale e musicale, forniscono, invece, la chiave per recuperare ciò che si perde inevitabilmente in questa corsa e trovare una soluzione necessaria per il futuro. Solo così è possibile comprendere il sentimento che ha guidato e continua a guidare l’artista napoletano nell’affrontare con dedizione le tematiche di cui si è parlato, dal legame indissolubile tra letteratura e musica che ha indagato la storia dei briganti e i soprusi della società contadina, al tempo della conquista sabauda, alle diversità mediterranee e alle culture minori, con quella lentezza[44] che «permette di vedere meglio e più lontano […] Andare lenti è essere provincia senza disperare, al riparo dalla storia vanitosa, dentro alla meschinità e ai sogni. Fuori dalla scena principale e più vicini a tutti i segreti»[45].

 

  1. Cfr. G. Petrocchi, Letteratura e musica, Firenze, Olschki, 1991.
  2. Cfr. R. Polese, Tu chiamale se vuoi…Citazioni, echi, lasciti letterari nelle canzoni italiane, Milano, Archinto, 2019, p. 11.
  3. E. Guagnini, L’arcipelago odeporico. Forme e generi della letteratura di viaggio, in Questioni odeporiche. Modelli e momenti del viaggio adriatico, a cura di G. Scianatico, R. Ruggiero, Bari, Palomar, 2007, pp. 29-42.
  4. M. Guglielmi, La traduzione letteraria, in Letteratura Comparata, a cura di A. Gnisci, Milano, Bruno Mondadori, 2002, pp. 155-84.
  5. Cfr. M. Guglielmi, La traduzione letteraria, op. cit., p. 168.
  6. M. Lopopolo, Che cos’è la letteratura comparata, Roma, Carocci editore, 2012, p. 90.
  7. Sulla letteratura e le altre arti cfr. R. Warren e A. Wellek, Teoria della letteratura, Bologna, Il Mulino, 1989; R. Bertazzoli, Letteratura comparata, Brescia, La Scuola, 2010.
  8. Il termine, traduzione di «Infomation Overload», viene coniato da Beltram Gross, professore di Scienza Politica, già nel 1964, e si riferisce al processo in cui l’input di un sistema supera la sua capacità di elaborazione, vale a dire che, se vengono fornite troppe informazioni – in questo caso i contenuti musicali – a degli individui, si tende ad andare incontro a un calo nella qualità delle scelte.
  9. V. Grutt, Prefazione, in L come Libro, a cura di W. Gatti, Milano, Abeditore, 2017, pp. 9-11.
  10. Ibidem.
  11. P. Aprile, Prefazione, in E. Bennato, Ninco Nanco deve morire. Viaggio nella storia e nella musica del sud, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013, pp. 5-9.
  12. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire. Viaggio nella storia e nella musica del sud, op. cit., 2013, p. 15.
  13. Cfr. C. Alianello, L’eredità della priora, Milano, Feltrinelli, 1963.
  14. Cfr. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire. Viaggio nella storia e nella musica del sud, op. cit.; E. Bennato, Brigante se more. Viaggio nella musica del sud, Roma, Coniglio Editore, 2010.
  15. A livello più generale, con l’avvento del sonoro, «dal secondo dopoguerra in poi, soprattutto in Italia, il cinema è compiutamente un’arte narrativa, al pari del romanzo»: G. Simonetti, La letteratura circostante, Bologna, Il Mulino, 2018, p. 297.
  16. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire. Viaggio nella storia e nella musica del sud, op. cit., 2013, p. 30.
  17. Ivi, p. 133.
  18. W. Gatti, Introduzione, in L come Libro, op. cit., pp. 5-7.
  19. Cfr. E. Pantini, La letteratura e le altre arti, in Letteratura comparata, op. cit., p. 117.
  20. Cfr. M. Guglielmi, La traduzione letteraria, op. cit., p. 159.
  21. Cfr. P. Lucadei, La narrativa contemporanea e la musica, in«Le parole e le cose»: https://www.leparoleelecose.it/?p=17858 (ultima consultazione: 6/01/2025).
  22. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 133.
  23. Eugenio Bennato, oltre l’esperienza che lo lega al romanzo L’eredità della priora, più tardi negli anni torna a dedicarsi al tema rievocando la figura del più celebre dei briganti, Ninco Nanco, all’anagrafe Giuseppe Nicola Summa di Avigliano, in provincia di Potenza. Ninco Nanco, nome di battaglia, viene ucciso nel 1864, il suo volto viene fotografato dall’esercito sabaudo e la sua storia viene taciuta per diversi decenni. Bennato, nel 2009, scrive Ninco Nanco affinché tutti possano conoscere la storia parallela del brigante, fatta di tradimenti, di documenti e testimonianze.
  24. I. Even-Zohar, La posizione della letteratura tradotta all’interno del polisistema letterario, in Teorie contemporanee della traduzione, a cura di S. Nergaard, Milano, Bompiani, 1995, pp. 225-38.
  25. Cfr. M. Guglielmi, La traduzione letteraria, op. cit., p. 165.
  26. Cfr. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 135.
  27. Cfr. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 145.
  28. Alcuni approfondimenti sul tema: L. Coveri, Per una storia linguistica della canzone italiana, in Id., Parole in musica. Lingua e poesia nella canzone d’autore italiana. Saggi critici e antologia di testi di cantautori italiani, Novara, Interlinea, pp. 13-24; R. Sottile, Il dialetto nella canzone italiana degli ultimi venti anni, Roma, Aracne, 2015; J. Tomatis, Storia culturale della canzone italiana, Milano, Il Saggiatore, 2019; D. Bozzo, Il plurilinguismo nella canzone dialettale italiana da De Andrè a Van De Sfroos: questioni teoriche e ricadute didattiche, in Italiano LinguaDue, vol. 12/2, 2020, pp. 523, 537.
  29. Cfr. C. G. Romana, Amico fragile: Fabrizio De André, Roma, Aracne, 2017.
  30. Cfr. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 151.
  31. Sull’esportazione della canzone partenopea all’estero si veda G. Di Franco, S. Nobile, L’Italia che si dispera e l’Italia che si innamora. Temi, valori e linguaggi in 25 anni di canzone italiana, Roma, Paper, 1995.
  32. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 152.
  33. Cfr. M. Guglielmi, La traduzione letteraria, op. cit., p. 168.
  34. Sulla canzone partenopea cfr. S. Barco, F. Marra, We come from Napoli: il dialetto nelle canzoni di Liberato come tratto identitario, in Sperimentare ed esprimere l’italianità. Aspetti linguistici e glottodidattici, a cura di A. Gałkowski, J. Ozimska, I. Cola, Łódź-Kraków, Università di Łódź, 2021, pp. 83-99.
  35. F. Fabbri, La canzone, in Enciclopedia della musica. Volume primo. Il Novecento, a cura di J. J. Nattiez, Torino, Einaudi, 2001, pp. 551-76.
  36. Ibidem.
  37. Cfr. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 153.
  38. Ivi, p. 156.
  39. Cfr. A. Hejmej, Comporre. La descrizione letteraria della musica, in Comporre. L’arte del romanzo e la musica, a cura di W. Nardon, S. Carretta, Trento, Università degli studi di Trento, 2014, pp. 135-47.
  40. R. Russi, Letteratura e musica: considerazioni provvisorie su un tema infinito, in La letteratura e le arti, Atti del XX Congresso ADI di Napoli (2016), a cura di L. Battistini, V. Caputo, M. De Blasi, G. A. Liberti, P. Palomba, V. Panarella, A. Stabile, Roma, Adi editore, 2018, pp. 1-9.
  41. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 162.
  42. F. Cassano, Il pensiero meridiano, Roma-Bari, Laterza, 1996, p. VIII.
  43. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 178.
  44. Sulla lentezza in forma canzone cfr. il brano di Enzo Del Re Lavorare con lentezza (1974).
  45. F. Cassano, Il pensiero meridiano, op. cit., p. 14.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)