Napoli intonata: identità e poetica nei primi tre album di Pino Daniele

Author di Pamela Parenti

Abstract: È con piena consapevolezza della sfida contenuta nelle seguenti pagine che si intende compiere qui un’operazione di legittimazione letteraria di un autore di cui moltissimo è stato detto e scritto, ma quasi esclusivamente in ambito musicale ed etnomusicologico. Proprio perché è considerato un fenomeno di avanguardia culturale degli anni ’80 del Novecento, questo articolo è dedicato al giovane Pino Daniele, quello dei primi album, ancora “poeta maledetto”, Masaniello moderno cresciuto nei vicoli del centro storico di Napoli, in uno dei momenti più contraddittori della storia recente di questa magnifica città. Terra mia (1977), Pino Daniele (1979) e Nero a metà (1980) sono stati concepiti quasi di getto, senza soluzione di continuità, e meritano di essere letti come una trilogia letteraria oltre che musicale, in cui l’autore costruisce la propria identità poetica e dichiara, con autenticità, le proprie radici e la propria visione d’artista.

Abstract: It is with full awareness of the challenge contained in the following pages that this work seeks to carry out a literary legitimization of an artist about whom much has been said and written, though almost exclusively within musical and ethnomusicological contexts. Precisely because he is considered a symbol of the cultural avant-garde of the 1980s, this article is dedicated to the young Pino Daniele ‒ the artist of the early albums ‒ still a “poète maudit,” a modern-day Masaniello raised in the alleys of Naples’ historic center during one of the most contradictory periods in the city’s recent history. Terra mia (1977), Pino Daniele (1979), and Nero a metà (1980) were conceived almost in a single creative burst, with no real interruption, and deserve to be read as a literary as well as a musical trilogy, in which the author constructs his poetic identity and authentically declares his roots and artistic vision.

Negli ultimi decenni, il dibattito sullo statuto letterario della canzone ha guadagnato sempre più attenzione, soprattutto dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan nel 2016. La motivazione ufficiale del riconoscimento, «per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana»[1], ha segnato un punto di svolta, legittimando la canzone d’autore come forma d’arte degna di studio e di analisi al pari della poesia scritta.

Il premio, d’altra parte, non fa che riportare la “parola intonata”[2] alle radici delle proprie origini: agli aedi della poesia epica, ai lirici e alla grande tradizione tragica, quando il verso era tale perché si plasmava sul tessuto musicale di cui era intriso. In pieno Umanesimo, durante la progressiva affermazione della dignità culturale delle lingue moderne rispetto ai testi della tradizione classica, la poesia di Petrarca “suona”, come fa notare Foscolo[3], e sappiamo che è ancora concepita per essere eseguita musicalmente; che lo fosse anche ai tempi di Dante, e per la sua stessa produzione poetica, ne abbiamo diverse testimonianze tanto nel De vulgari eloquentia quanto nella Commedia[4]. Successivamente il grande repertorio madrigalistico del Cinquecento e la rivoluzione culturale barocca segnata dal Melodramma alimenteranno una tale esasperazione delle forme e una gran mole di trattatistica (sulla questione del prevalere della poesia sulla musica) che poco a poco si creeranno i presupposti per una separazione delle due «arti sorelle»[5], separazione che vedrà il suo punto di svolta nel secondo Settecento e poi nell’Ottocento con l’affermarsi, da una parte, della musica pura strumentale e, dall’altra, di una maggiore libertà metrica nella poesia, che troverà il suo culmine nel Novecento con la rivoluzione futurista. Così nel secolo scorso la letteratura è stata soprattutto intesa come un corpus di opere scritte, con particolare attenzione a quelle impiegate nell’educazione alla lettura e alla scrittura. Il conferimento del Nobel a Dario Fo aveva già messo in discussione questa visione, in quanto il drammaturgo italiano, a differenza di altri premiati che erano stati anche autori letterari, si era dedicato quasi esclusivamente all’arte performativa; tuttavia, nonostante la sua natura, il teatro era già stato tradizionalmente assimilato alla letteratura e alla consolidata abitudine di leggere i testi teatrali oltre che di assistere alle loro rappresentazioni.

Il caso di Bob Dylan, però, sembra aver rappresentato una provocazione ancora maggiore, poiché qui non si è trattato di legittimare che i testi delle sue canzoni si prestassero anche alla sola lettura, e quindi a un’esegesi letteraria, quanto piuttosto che i testi, nella loro complessità fenomenologica che include anche la musica e la dimensione performativa, potessero essere considerati come letteratura a tutti gli effetti, anche se testimoni di un genere diverso e peculiare di letteratura. Scrive Grimaldi:

Nel caso di Dylan, sembra che la giuria del Nobel abbia voluto anticipare i tempi. Non so se si siano ripromessi di fare sì che le canzoni di Bob Dylan conseguano in futuro una certa autonomia rispetto alla musica. A mio parere è molto difficile, ma non impossibile, che ciò accada, considerato il ruolo di media come You Tube nella nostra vita quotidiana. Non riesco infatti a immaginare che Dylan diventi un classico della letteratura così come la intendevamo ieri e che il pubblico inizi a leggerlo più che ad ascoltarlo; mi aspetto piuttosto che lo statuto della letteratura muti ancora e che da qui a qualche anno il Nobel venga assegnato a un autore di graphic novels[6].

È proprio questo il punto: che si accolga il cambiamento e l’evoluzione dei linguaggi, sempre più articolati su canali diversi, e ci si adegui al fatto «che lo statuto della letteratura muti»[7] inevitabilmente, e fortunatamente, nei tempi, ancor più nel frenetico contesto attuale del nostro mondo digitalizzato.

La piuttosto recente e parziale apertura del mondo accademico verso la “canzone” ha avuto un impatto ritardato anche in Italia, dove alcuni cantautori come Fabrizio De André, Francesco Guccini, poi De Gregori, Conte, Battiato e Dalla, solo per citarne alcuni, hanno iniziato a comparire progressivamente nelle antologie scolastiche e nei programmi di studio accademici (raramente in ambito letterario), sebbene con un numero ancora limitato di testi e con un certo scetticismo da parte dell’accademia più conservatrice.

Se la canzone è stata per lungo tempo considerata solo un fenomeno popolare o un mezzo didattico per l’insegnamento delle lingue – come dimostra il suo uso consolidato nella glottodidattica –, il riconoscimento della sua dignità letteraria è un passo ulteriore e ben più significativo. Non si tratta semplicemente di utilizzare i testi dei cantautori come supporto all’apprendimento, ma di riconoscerli come peculiari opere letterarie, capaci di veicolare, oltre all’indubbia ricchezza di emozioni, dei messaggi complessi che richiedono strumenti esegetici propri, in grado di distribuirsi su tale complessità[8]. È ovvio che questa operazione non può essere estesa al cantautorato tout-court ed è necessario che implichi la designazione di un canone all’interno della cosiddetta “Canzone d’autore”[9], la quale per sua natura non deve rappresentare uno strumento d’evasione soggetto alle mode e alle richieste del mercato, bensì proporre contenuti originali, a volte ermetici, spesso sfidanti l’ideologia del sistema.

Coloro che si preoccupano dinanzi a un’operazione di questo tipo piuttosto farebbero meglio a non trascurare il fatto che molta poesia contemporanea è vanamente chiusa in una dimensione autoreferenziale, lontana dal pubblico di lettori (che sono sempre meno, mentre crescono i numeri dei sedicenti poeti) e dal suo ruolo originario di espressione e impressione collettive, volte alla comunicazione. La ricerca stilistica e concettuale, pur avendo prodotto risultati di grande valore, ha purtroppo isolato i versi sulla pagina cristallizzandoli in fredde pietre mentali, inadatte a prendere fiato per parlare direttamente all’anima e all’esperienza quotidiana delle persone. Si è dimenticata la dimensione performativa della poesia, quella che, come per la musica, fa agire l’inchiostro fissato sulla carta, lo anima incarnando il pensiero, gli dà vita coinvolgendo il fruitore, sollecitando in lui un cambiamento, accogliendo e rispecchiando la complessità della nostra epoca.

Bisogna, dunque, cercare di cogliere il valore anche di prodotti considerati “pop”, non leggerli esclusivamente come il frutto della mercificazione (che troppo spesso si cela anche dietro alla valorizzazione di certe opere accreditate come progetti culturali) e accettare il valore letterario di oggetti che non si configurano in prima istanza come prodotti letterari assoluti.

Il giovane Pino Daniele

È con piena consapevolezza della sfida contenuta nelle seguenti pagine che si intende compiere qui un’operazione di legittimazione letteraria di un autore di cui moltissimo è stato detto e scritto, ma quasi esclusivamente in ambito musicale ed etnomusicologico. Proprio perché considerato un fenomeno di avanguardia culturale degli anni ’80 del Novecento, questo articolo è dedicato al giovane Pino Daniele, quello dei primi album, ancora “poeta maledetto”, Masaniello moderno cresciuto nei vicoli del centro storico di Napoli, in uno dei momenti più contraddittori della storia recente di questa magnifica città.

Classe 1955, Pino Daniele è poco più che ventenne quando esce il suo primo album Terra mia, il cui titolo è già “profondamente semantico”. Nato da una famiglia molto modesta, viene cresciuto da due zie “zitelle” che gli consentono almeno di studiare, non al Conservatorio San Pietro a Majella come gli sarebbe piaciuto, ma all’Istituto Armando Diaz, dove consegue il diploma di ragioneria. La città in cui si va formando il suo talento non è più quella dei decenni precedenti, animata dalla promessa di rinascita post-bellica e dal boom economico: quella Napoli speranzosa da cartolina con il Vesuvio fumante è ormai ridotta a brandelli dalla crisi economica degli anni Settanta, dalla povertà dilagante, dalla speculazione edilizia e dal conseguente sovraffollamento, dalla criminalità organizzata e dalla diffusione incontrollata di contrabbando, droga, prostituzione, e infine dal colera. Sullo scorcio di quegli anni, alla vigilia del nuovo decennio, la città del giovane cantautore è afflitta e umiliata, ma, forse proprio per questo, riesce a dar voce a una generazione che si sente chiamata in causa per denunciare, per ribellarsi, per essere parte attiva di quel movimento che sta cambiando il volto della società attraverso la legalizzazione dell’aborto (dopo il riconoscimento giuridico del divorzio), i dibattiti sull’omosessualità, le proteste politiche. Nel magma dei disordini sociali il grembo di questa terra maledetta e meravigliosa genera, fecondo, pensieri, musica e immagini così floridi e succosi come i suoi frutti naturali:

Pino nasce e cresce in una città ombelico del mondo, punto d’incontro tra cielo, terra e mondo sotterraneo, centro del Mediterraneo, collocata in una terra di mezzo di tolkeniana memoria, sotto e sopra un’enorme caldera vulcanica che custodisce le porte dell’Ade. Un luogo dove più di un milione di persone vive e ride, noncurante del fatto di trovarsi su un unico super vulcano, su una mega-bomba di gas e lava, perché in fondo a Napoli l’espressione “la fine del mondo” perde il suo significato catastrofico, trasformandosi in stupore, in qualcosa di positivo: “stu’ cafè è ‘a fine d’o munno”[10].

È proprio la natura vulcanica di questo luogo, crocevia di etnie, culture e religioni, che in senso fisico e metafisico rappresenta «la sostanza porosa» che «assorbe qualunque cosa incontri, assimila elementi esterni mentre ritiene la sua forma originaria. Incarna e incorpora elementi estranei e pressioni esterne». Napoli «ha ospitato una gran quantità di invasioni, incursioni, sovrani e delegazioni politiche durante il corso dell’ultimo millennio. Ma in tutte le conquiste e le occupazioni, è stato immancabilmente il conquistatore a essere alfine soggiogato»[11]. Questa porosità, questa capacità di recepire, assorbire, metabolizzare e dunque ricreare come la terra è qualità anche del giovane Pino Daniele ai suoi esordi, quando, ancora determinato a farsi ascoltare a modo suo, senza compromessi davanti al sistema, si affaccia alla ribalta del mondo della musica popolare italiana.

Certo, il fenomeno è prima di tutto musicale. In una città che ha trovato il suo naturale compimento nel teatro e nella musica, Pino Daniele cresce immerso nell’humus culturale della tradizione folcloristica, che in quegli stessi anni viene valorizzata dal grande lavoro di ricerca sull’Opera buffa e sulla Commedia dell’Arte portato avanti da Roberto De Simone; si nutre del blues, del soul, del boogie-woogie d’oltreoceano, del free jazz e del funk ‒ che la presenza americana a Napoli rende oggetti molto familiari ‒, del raggae da una parte e del rock dall’altra.

Il R&B degli Schowmen, il free jazz mediterraneo dei Napoli Centrale, il rock progressivo degli Osanna, la ricerca della Nuova Compagnia di Canto Popolare guidata da Roberto De Simone, l’Alan Sorrenti del concept album Aria, sua sorella Jenny voce dei Sain Just, Tony Esposito, Edoardo ed Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello con i Banchi Nuovi, Gigi de Rienzo, Ernesto Vitolo … una generazione di fenomeni[12].

Si tratta del cosiddetto “Neapolitan Power”[13] che, in virtù di quella porosità di cui si è già detto, ha mostrato come a Napoli si raccogliessero e assimilassero tradizioni, linguaggi, modi e tecniche dall’Africa all’America per riproporli sotto spoglie espressive cariche di un sound tutto napoletano. Tale contesto sottolinea l’importanza di un fenomeno artistico che offre nel giro di pochi anni straordinari frutti, e non solo in ambito musicale: si pensi al risorgere di un teatro che vede al centro della rappresentazione la parola e lo scontro dialettico, il teatro del “malessere” del geniale Annibale Ruccello (1956-1986), coetaneo di Daniele, con il quale condivide la filosofia di riferimento alla tradizione più antica della Commedia dell’Arte e a quella più recente dell’umorismo eduardiano, con un occhio alla drammaturgia contemporanea europea e statunitense, per restituire una propria visione sulla questione meridionale, sui valori borghesi della famiglia e della società, precorrendo il nuovo millennio nei temi e nei modi della narrazione:

La drammaturgia di Ruccello stabilisce con la tradizione una relazione strabica: da una parte ripropone l’impianto drammaturgico convenzionale (costruzione della trama e dell’intreccio, spessore psicologico del personaggio, articolazione dialogica della vicenda, ripartizione in atti, tempi o quadri); dall’altra nega tale convenzione nell’offerta di vicende assolutamente degenerate nel contenuto e nel linguaggio, prive di qualsiasi messaggio o morale, in cui i personaggi, maschere deformi, agiscono in un grande vuoto di regole e di norme[14].

Si pensi anche al fenomeno Smorfia e, in particolare, alla comicità cinematografica graffiante e tragica di Massimo Troisi (1953-1994), ai suoi esordi nel film Ricomincio da tre. Il giovane attore e regista, fin dai tempi della trasmissione televisiva Non stop (che li aveva lanciati entrambi in una carriera che li ha resi noti al grande pubblico), stabilirà con Pino Daniele un sodalizio artistico e un profondo legame di amicizia. Voci diverse ma accomunate da una grande passione per le radici culturali della propria anima artistica e al tempo stesso ferocemente critiche nei confronti di quell’apatia, quel rassegnato spirito di accettazione del popolo napoletano che per secoli si adatta e non si indigna, che patisce sorridendo ogni ingiustizia sociale.

La scelta di utilizzare il napoletano al posto dell’italiano, comune a tutti e tre i giovani artisti (per Daniele e Troisi non abbandonata fino alla svolta del successo mediatico), giustifica l’intento di limitare il focus di questo contributo ai soli primi tre album del cantautore, poiché già nel terzo egli inizia poco a poco a ibridare la veste plurilinguistica dei propri testi, volgendoli verso la predominanza dell’italiano. La riflessione si concentra, perciò, sulle prime tre esperienze discografiche, poiché si ritiene che la forza semantica e la spontaneità espressiva dei versi di Daniele si stemperino fortemente nella versione italiana, in cui si palesa un cambiamento di vedute nell’orizzonte di una maggiore diffusione sul mercato.

L’ossimoro e l’antitesi rappresentano il basso continuo di questi tre capolavori musicali e letterari: Terra mia (1977), Pino Daniele (1979) e Nero a metà (1980) sono concepiti quasi di getto, senza soluzione di continuità, e meritano di essere letti come una trilogia letteraria oltre che musicale, in cui l’autore costruisce la propria identità poetica e dichiara, con autenticità, le proprie radici e la propria visione d’artista; un flusso di suggestioni che a ogni sequenza si rivelano intensamente autentiche, come reso evidente nei titoli e nelle copertine dei tre album.

Al centro del primo domina il ritratto (disegno ricavato da una foto originale) del fratello minore dell’autore, un ragazzino che esibisce il palmo della mano aperta, all’interno della quale tiene una manciata di terra, marrone come l’iniziale “T” contenuta nel titolo. Terra mia è, dunque, un’autoaffermazione etnico-culturale e un omaggio alle proprie radici.

Nel secondo il titolo è costituito dal suo nome e cognome, Pino Daniele, e la copertina da quattro foto che lo ritraggono in bagno nell’atto quotidiano di radersi. Pino Daniele è l’autoritratto; è il passaggio dal corpo della terra alla propria corporeità; è il vissuto delle esperienze quotidiane e la descrizione del loro passaggio sulla sua pelle fatta di carne e di musica.

Il terzo album è dedicato a un grande cantante napoletano dimenticato, “figlio della guerra” come il coetaneo James Senese (sassofonista con il quale Pino Daniele ha collaborato dagli albori della sua carriera e fino al suo ultimo tour): Mario Musella, “nero a metà” come tanti, perché figlio di una napoletana e di un soldato americano di colore. Si tratta, dunque, di un tributo al grande cantante, ma anche di una dichiarazione di poetica (uno dei pezzi dell’album si intitola A me me piace ‘o blues). Nero a metà è la messa a nudo della sua anima artistica e il riconoscimento di un cambiamento in atto (si affaccia, poco a poco, anche l’italiano nei testi delle canzoni e l’inglese si fa presenza fortemente connotativa, mentre era ancora assente in Terra mia e presente soltanto nella canzone Ue man! in Pino Daniele).

Con questa trilogia, dunque, Pino Daniele si rappresenta e si descrive al pubblico nella sua integrità, fedele al suo progetto musicale e deciso a non sabotarlo nel tentativo di andare incontro ai vincoli del mercato discografico; nei primi due album non ha ancora alcun interesse a italianizzarsi né a indulgere su facili retoriche sentimentali, come, invece, si troverà a fare in alcune occasioni future.

Era antico e contemporaneo allo stesso tempo, fondeva il mare di Mergellina di Viviani, Di Giacomo, Bovio e Murolo con le chitarre e le voci del delta del Mississippi: Muddy Waters, Furry Lewis, Bigjoe Williams. Sentivo la westcoast americana, la canzone d’autore e il blues planare sul Golfo. Quelle canzoni erano salmastre, luminose e oscure come la vita che raccontavano. Era tutto vero, potevo riconoscere ogni dettaglio. Ora posso dire che Pinotto a vent’anni era già consapevole della sua musica. Il blues era il suo gesto di ribellione[15].

Al centro di questo iniziale universo creativo c’è la “sua” terra: dal riverbero dello specchio in cui essa si riflette risplende anche il ritratto di uomo e di artista di Pino Daniele, che, come la sua città, vive di contraddizioni in un continuo altalenare tra il desiderio di gridare e il bisogno di silenzio, un silenzio che riappacifichi la mente, che metta fine al frastuono fuori e dentro di sé, che zittisca le voci di chi non si vuole ascoltare, ma anche quelle del proprio “male” di vivere (Je sto vicino a te[16], I say i’ sto cca’, Appocundria[17]).

Il frastuono e il disordine rappresentano il paesaggio sonoro e spirituale che anima ogni canzone, che si configura come una finestra su un aspetto diverso della città e sul corrispettivo interiore dell’autore. Il mare, il vento, le grida dei venditori ambulanti e le preghiere delle vecchie risuonano in una Napoli che è, sì, “mille colori”, ma in cui la dimensione visiva resta sempre soltanto uno sfondo. L’io lirico assiste alla sublimità dei luoghi perdendosi al tempo stesso nel loro sfacelo, è ferito e offeso dalle paure, in un disagio intimo che solo i suoni riescono a redimere: le voci consuete e familiari dei bambini svelano l’aspetto ludico e umano della città, che pure nella miseria apre le braccia per accogliere le sue creature («Napule è a voce de’ criature / che saglie chianu chianu / e tu sai ca nun si sulo»)[18].

È dunque la trama sonora, sostanza di questa città e del suo autore/osservatore, che in qualche modo rappresenta un’ossessione disturbante, ma anche la forma culturale e antropologica dei luoghi: è la musica delle parole che riproduce le atmosfere della sua terra e che la canta traducendo lo spirito che la abita, la sua bellezza e il suo disagio, la natura violata che reclama giustizia.

In Viento, ad esempio, una lirica breve e potentissima, c’è l’esortazione che il soffio del vento sibili la rabbia e il grido della rivolta («Viento scioscia stanotte / trase pe’ sotta e fatte senti’ / viento, viento / viento nce resta pe’ nce ‘ncazza’. / Viento trase dint’e piazze / rump’e feneste / e nun te ferma’. / Viento, viento / puorteme ‘e voci / ‘e chi vo’ allucca’»)[19]; in Chi tene ‘o mare il mare, che «sta sempe ’lla / tutto spuorco chino ’e munnezza», ha perso la sua aura romantica da quadretto Sturm und Drang tanto che nessuno «’o vo’ guarda’», trasformandosi in connotato essenziale di una napoletanità ribaltata e dissacrata: «Chi tene ’o mare / s’accorge ’e tutto chello che succede / po’ sta luntano / e te fa senti’ comme coce. / Chi tene ’o mare ’o ssaje / porta ’na croce»[20].

Con Ranaldi:

Azzurrità d’intenti, serenità di coloramenti, naturalità delle parole; per il giorno che corre, per quel sax che strappa la sabbia, nella parola, nella nostalgia, nel sole del giorno, dello stesso giorno, dell’indissolubile azzurrità del mare, del grande pensiero, del colore che stinge ancora nel sound che entra nelle pieghe della musica, della musica sommessa, forse[21].

Nel raccontare il suo rapporto con la città Pino Daniele evoca personaggi reali e altri verosimili ‒ come il venditore ambulante Fortunato, realmente esistito e conosciuto da tutti nel centro storico di Napoli («Furtunato tene ‘a rrobba bella»)[22]; e l’anziana signora che, ormai stanca della vita, può permettersi uno sfogo sincero e senza filtri, una delle tante donne vissute nei vicoli, che nell’ultimo tempo concesso alla sua esistenza può finalmente gridare perché non ha più nulla da perdere: «Donna Cuncetta cacciate tutt’e ricordi ’a pietto / donna Cuncetta alluccate pe’ dispietto»[23] ‒, e li trasfigura confondendoli ai miti (Pulcinella di Suonno d’ajere[24]) e ai riti (’Na tazzulella ’e cafè[25]) della tradizione. Riconosciamo i modelli della canzone e della farsa (Salvatore Di Giacomo e Raffaele Viviani), ma anche l’umorismo eduardiano della famosa scena del caffè con il Professore, icona di Questi fantasmi, che Daniele declina a sferzante satira politica:

Proprio come avevano fatto prima di lui Salvatore Di Giacomo e Raffaele Viviani realizzando “quadri in musica”, istantanee del quotidiano, profili di personaggi veri o immaginari legati alla tradizione, attimi del vissuto del popolo napoletano. Il primo con la sua venditrice di polipi e di spille francesi, l’acquafrescaia, l’ambulante, ’a pizzeria ’e Don Salvatore. Viviani con il venditore di carne cotta Cientepelle, il pizzaiolo, il brigadiere Brighella, la guardia Guardascione, l’uomo del pianino, il cameriere di caffè Mimi, il vecchio giornalaio soprannominato ’O scarrafone, la prostituta Ines detta Bammenella[26].

In ognuno di questi spaccati urbani c’è lo smantellamento della visione da rotocalco di una città idealizzata e folclorizzata, mentre si innesca l’impeto della ribellione e il motivo della denuncia. Per questa operazione quale mito napoletano poteva essere più adatto del caffè, la cui preparazione è ricordata così attentamente da Eduardo De Filippo nella celebre scena appena citata? ’Na tazzulella ’e cafè, seconda canzone di Terra mia, scatta un’istantanea umoristica e satirica centrata sulla corruzione delle classi dirigenti che, invece di applicarsi per far fronte al degrado della città, letteralmente “se la mangiano”, mentre il popolo viene “abbuffato” di caffè, reso “fesso e contento”. Il topos della napoletanità, citato anche in altre sue canzoni, reminiscenza qui della Tazza ’e cafè di Giuseppe Capaldo del 1919 (canzone dedicata alla bella Brigida), viene dunque salacemente ribaltato e scagliato come una freccia verso una politica amministrativa disonesta e fallimentare[27]:

’Na tazzulella ’e cafè

e mai niente ce fanno sape’

nui ce puzzammo e famme, ’o sanno tutte quante

e invece e c’aiuta’ c’abboffano ’e cafè.

’Na tazzulella ’e cafè

c’ ’a sigaretta a coppa pe’ nun vere’

che stanno chiene ’e sbaglie, fanno sulo ’mbruoglie.

S’allisciano se vattono se pigliano ’o cafè.

E nui passammo e vuaie e nun putimmo suppurta’

e chiste invece e rà na mano

s’allisciano se vattono se magnano ’a città[28].

Accanto alla rabbia per l’ingiustizia sociale (Je so’ pazzo[29]), alla denuncia esplicita e velata della prostituzione maschile e femminile (Chillo è nu buono guaglione[30], Quanno chiove[31]) e al desiderio di riscatto (Voglio di più[32]) si incontrano piccole gemme di autentica poesia lirica, in cui il notturno e il senso della morte danno conto di topoi letterari con una grazia e una malinconia che sono tipiche della migliore tradizione napoletana. In Cammina cammina, pezzo contenuto in Terra mia e indicato da Poggi come degno del miglior Salvatore Di Giacomo[33], un lungo piano sequenza segue un “vecchierello” nella sua passeggiata serale e “solagna”, si direbbe in napoletano, cioè ‘solitaria’, perché i suoi tentativi di fermarsi per parlare con qualcuno che sia disposto ad ascoltarlo sono vani. Continua a camminare sotto la luna fino al porto, questo vecchio solo con i suoi pensieri di morte e di amore, mentre l’inquadratura passa in soggettiva e il discorso diventa diretto: «se la morte / venisse adesso sarei più contento / tanto io parlo e nessuno mi sente». Pensa all’amore che il tempo si è portato via assieme alla giovinezza e non gli sembra vero, mentre piangendo aspetta la morte. Sotto la luna solo il silenzio, «sotta ’a luna nun parla nisciuno / sotta ’a luna nisciuno vo’ senti’»:

’Ncoppa l’evera ca addore

se ne scenne ’e culure

e cammina ’o vicchiariello sotto ’a luna

quante vote s’è fermato

pe’ parla’ cu‘ quaccheruno

e nun ce sta mai nisciuno

che se ferma po’ senti’.

E cammina, cammina

vicino ’o puorto

e rirenno pensa a’ morte

se venisse mo fosse cchiù cuntento

tanto io parlo e nisciuno me sente.

Guardando ’o mare penso a Maria

ca’ mo nun ce sta cchiù

so’ sulo tre anni e ce penso tutte ’e sere

passo ’o tiempo e nun me pare overo.

E cammina, cammina

vicino ’o puorto

e chiagnenno aspetta ’a morte

sotta ’a luna nun parla nisciuno

sotta ’a luna nisciuno vo’ senti’[34].

«Cammina cammina recupera già gli altri elementi del disco, quella tristezza della voce sulla chitarra che si apre in un cullato, “delica­to” cantare, in una frase che sa di colori, di delicate pagi­ne d’autunno, di poesia che riprende i fogli dell’animo, i momenti più intinti e fortemente sospirati»[35].

Se nel 1919 una delle voci più note della canzone napoletana, E. A. Mario[36], restituiva lo sguardo nostalgico e dolente dei migranti che vedevano dal mare scomparire poco a poco la loro terra, avviandosi lontano in cerca di fortuna («Partono ‘e bastimente / pe’ terre assaje luntane»), Terra mia è invece l’affermazione del diritto di poter vivere la propria terra senza essere costretti a lasciarla, perché «tutto un giorno» potrà «cambiare». Per quanto triste e amaro possa essere lo sguardo che si posa sulle cose e sulle parole che sembrano non poter fare nulla, alla fine, anche se per un attimo, si può reclamare il diritto di sentirsi liberi:

Terra mia, terra mia

comm’è bello a la penza’

terra mia, terra mia

comm’è bello a la guarda’.

 

Nun è overo non e’ sempe ’o stesso

tutt’e juorne po’ cagna’

[…]

Terra mia, terra mia

tu si’ chiena ’e libbertà

terra mia, terra mia

i’ mo’ sento ’a libbertà[37].

Per così tanti secoli l’idea di libertà è stata impensabile per questa città, testimone dell’avvicendarsi dei governi esteri che l’hanno goduta e sfruttata, ma le hanno anche restituito indietro la ricchezza della varietà culturale e della fantasia delle diverse lingue.

Proprio quando la storia avrebbe dovuto finalmente risarcirla del credito vantato nei secoli, il potere censorio del nuovo Stato unitario l’ha invece ostracizzata, temendo fortemente la forza delle sue risorse ambientali e culturali. È iniziata, così, l’epoca più buia per questa terra, gettata volutamente nel degrado e nell’umiliazione perché la denigrazione le togliesse la sua voce; perché, oggetto di un razzismo sistemico, fosse resa inattendibile agli occhi del mondo. La ricchezza culturale è stata per secoli la grande libertà di Napoli, lo era ancora negli anni ’80 del secolo scorso, quando Daniele cantava «[…] terra mia / tu si’ chiena ’e libbertà». Cercando di soffocare il suo impeto, infatti, il sistema non era ancora riuscito a zittirla, all’epoca; anzi, come per i neri d’America che col “black power” avevano affermato la loro lotta politica per una giusta riscossa sociale, così a Napoli si rafforzava l’attaccamento all’identità culturale e si dava linfa a una delle più significative ondate creative del Novecento grazie ad artisti non integrati che avevano tanto da raccontare e altrettanto da denunciare: «Noi siamo come i negri. Il razzismo c’è, lo vivo, l’ho vissuto e sono convinto che c’è», dice Pino Daniele a Claudio Poggi[38].

Oggi, davanti alla tendenza culturale omologante di questi ultimi decenni, anche questa terra si sta troppo velocemente spegnendo e sono rimaste poche le voci che, nel battito frenetico della sua vita metropolitana, possono rappresentare un idioma in grado di cantare con l’originalità e l’insidiosità di un tempo, di portare con sé quella creatività contraddittoria e affascinante capace di coniugare la commedia con la tragedia, il teatro con la musica, il bello con il brutto, la raffinatezza con il degrado, il passato con il futuro.

 

  1. A. Carrera, Il Nobel a Bob Dylan, in «Doppiozero» 14.10.2016; cfr. l’URL: https://www.doppiozero.com/il-nobel-bob-dylan (ultima consultazione 20/03/2025).
  2. Cfr. anche R. Gigliucci, La parola intonata, Roma, Carocci, 2023.
  3. U. Foscolo, Parallelo fra Dante e Petrarca, in Id., Scelte opere di Ugo Foscolo, Vol. I, Firenze, Poligrafica Fiesolana, 1835, p. 143.
  4. Nell’VIII capitolo del II libro del De Vulgari eloquentia si legge esplicitamente che la Canzone è “fabbricata” per essere proferita dall’autore o da chicchessia “con suono o senza”. Del resto, a dimostrazione di ciò non possiamo non citare il commovente passo del II Canto del Purgatorio in cui Dante, incontrando l’amico e musico Casella, anima purgante, gli rivolge la supplica di tornare un’ultima volta a cantare per lui come era solito fare in vita. Casella intona allora una canzone di Dante Amor che nella mente mi ragiona (Convivio, III), dando corpo ed emozioni ai versi danteschi al punto che tutte le anime in cammino verso il monte Purgatorio si fermano, come ipnotizzate dalla sublimità dei suoni; solo l’intervento brusco di Catone, severo custode del luogo, riesce a scuoterle dal sonno dei sensi e dal ricordo della seduzione terrena per riportarle al loro compito di espiazione e al desiderio di risalita verso l’Eden. Nonostante la visione neoplatonica, contenuta nel passo citato, Dante fornisce una testimonianza di quello che definisce «l’amoroso canto» che era solito quietare ogni sua doglia, frutto del legame alchemico tra versi e musica, confermando una prassi evidentemente consueta nella dimensione performativa della poesia.
  5. E. Sanguineti, Rap e poesia, in «Bollettino ’900», 4-5 maggio 1996, pp. 9-11. La locuzione di Sanguineti riprende l’abitudine cinquecentesca di definire la poesia e la musica come “arti sorelle”.
  6. M. Grimaldi, Perché il Nobel a Bob Dylan è una rivoluzione, in «Le parole e le cose. Letteratura e realtà»; cfr. l’URL: https://www.leparoleelecose.it/?p=24727 (ultima consultazione 20/03/2025).
  7. Ibidem.
  8. Sulla storia della canzone italiana, anche nella sua veste letteraria, si veda il recente contributo di P. Talanca, Musica e parole. Breve storia della canzone d’autore in Italia, Roma, Carocci, 2024 (dello stesso autore si segnala anche Il canone dei cantautori italiani. La letteratura della Canzone d’autore e le scuole delle età, Chieti, Carabba, 2017).
  9. La definizione è del giornalista Enrico de Angelis in un articolo pubblicato su «L’Arena di Verona» del 13 dicembre 1969.
  10. C. Aymone, “Yes I know”… Pino Daniele tra pazzia e blues: storia di un Masaniello napoletano, Milano, Hoepli, 2020, p. 16.
  11. Le tre citazioni precedenti sono tratte da I. Chambers, Le molte voci del Mediterraneo, Milano, Raffaello Cortina editore, 2007, p. 87.
  12. Ivi, p. 23.
  13. Cfr. I. Chambers, Le molte voci del Mediterraneo, op. cit., pp. 22-23.
  14. L. Libero, Dopo Eduardo. Nuova drammaturgia a Napoli, Napoli, Guida, 1988, pp. 11-12.
  15. C. Poggi, D. Sanzone, Pino Daniele. Terra mia, Roma, Minimum fax, 2017, p. 24.
  16. Tutte le canzoni citate sono riprese dal sito ufficiale di Pino Daniele e per ognuna viene indicato il link di riferimento: P. Daniele, Je sto vicino a te, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1537348401473-a6f78dac-17b0 (ultima consultazione 20/03/2025).
  17. I say i’ sto cca’ e Appocundria sono in Nero a metà; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/nero-a-meta-1980/ (ultima consultazione 20/03/2025).
  18. P. Daniele, Napul’è, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1537348401473-a6f78dac-17b0 (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Napoli è la voce dei bambini / che sale piano piano / e tu sai che non sei solo’.
  19. P. Daniele, Viento, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540247030094-5bb1b224-131a (ultima consultazione 20/03/2025). Trad: ‘Vento soffia stanotte / entra da sotto e fatti sentire / vento, vento / vento ci resta per incazzarci. / Vento entra nelle piazze / rompi le finestre / e non fermarti. / Vento, vento / portami le voci / di chi vuole gridare’.
  20. P. Daniele, Chi tene ‘o mare, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1537348401504-22ef7731-1815 (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Chi ha il mare / s’accorge di tutto quello che succede / poi sta lontano / e ti fa sentire come scotta. / Chi ha il mare lo sa / porta una croce’.
  21. M. Ranaldi, Pino Daniele, cantore mediterraneo, Genova, Fratelli Frilli editori, 2002, pp. 30-31.
  22. P. Daniele, Fortunato, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540247030094-5bb1b224-131a (ultima consultazione 20/03/2025).
  23. P. Daniele, Donna Concetta, in Id., Pino Daniele, https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540246990031-658276eb-7135 (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Donna Concetta tirate fuori tutti i ricordi dal petto / donna Concetta gridate per dispetto’.
  24. P. Daniele, Suonno d’ajere, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540246554469-9b674449-bf95 (ultima consultazione 20/03/2025).
  25. P. Daniele, ’Na tazzulella ’e cafè, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1537348401504-22ef7731-1815 (ultima consultazione 20/03/2025).
  26. C. Aymone, “Yes I know”… Pino Daniele tra pazzia e blues: storia di un Masaniello napoletano, op. cit., p. 35.
  27. La stessa chiave satirica si ritrova nella canzone Don Raffaè di De André, in napoletano, pubblicata nell’album Le nuvole del 1990.
  28. Trad.: ‘Una tazzina di caffè / e non ci fanno mai sapere niente / noi ci moriamo di fame, lo sanno tutti quanti / e invece di aiutarci ci riempiono di caffè. / Una tazzina di caffè / con la sigaretta sopra per non vedere / che stanno pieni di sbagli, fanno solo imbrogli / si adulano si picchiano si prendono il caffè. / E noi passiamo i guai e non possiamo sopportare / e questi invece di dare una mano / si adulano si picchiano si mangiano la città’.
  29. P. Daniele, Je so’ pazzo, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540246554469-9b674449-bf95 (ultima consultazione 20/03/2025).
  30. P. Daniele, Chillo è nu buono guaglione, in Id., Pino Daniele; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/pino_daniele_1979/#1540246920930-53fea507-aa73 (ultima consultazione 20/03/2025). Al riguardo si veda anche G. Scala, «Chillo è nu buono guaglione»: identità e alterità nei femminielli napoletani, in «Diacritica», fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024; cfr. l’URL: https://diacritica.it/letture-critiche/chillo-e-nu-buono-guaglione-identita-e-alterita-nei-femminielli-napoletani.html.
  31. P. Daniele, Quanno chiove, in Id., Nero a metà; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/nero-a-meta-1980/#1540246516772-2d3eb4ee-71fa (ultima consultazione 20/03/2025).
  32. P. Daniele, Voglio di più, in Id., Nero a metà; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/nero-a-meta-1980/#1540246892985-35a3c451-2278 (ultima consultazione 20/03/2025).
  33. C. Poggi, D. Sanzone, Pino Daniele. Terra mia, op. cit., p. 71.
  34. P. Daniele, Cammina cammina, in Id., Terra mia; cfr. l’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540247047432-0e182e9b-392e (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Sull’erba che odore / se ne scende il calore / e cammina il vecchierello sotto la luna / quante volte s’è fermato / per parlare con qualcuno / e non c’è mai nessuno / che si ferma per ascoltare. / E cammina, cammina / vicino al porto / e ridendo pensa alla morte / se venisse adesso sarei più contento / tanto io parlo e nessuno mi sente. / Guardando il mare penso a Maria / che ora non ci sta più / sono solo tre anni e ci penso tutte le sere / passa il tempo e non mi pare vero. / E cammina, cammina / vicino al porto / e piangendo aspetta la morte / sotto la luna non parla nessuno / sotto la luna nessuno vuole sentire’.
  35. M. Ranaldi, Pino Daniele, cantore mediterraneo, op. cit., p. 26.
  36. E. A. Mario ovvero Giovanni Ermete Gaeta, autore di questa canzone dal titolo Santa Lucia luntana, ma anche di molte altre celebri canzoni in napoletano e in italiano.
  37. P. Daniele, Terra mia, in Id., Terra mia; crr. L’URL: https://www.pinodaniele.com/music/terra-mia-1977/#1540246972936-923bef2a-1aee (ultima consultazione 20/03/2025). Trad.: ‘Terra mia, terra mia, / com’è bello pensarla / terra mia, terra mia / com’è bello guardarla. / Non è vero non è sempre lo stesso / tutti i giorni può cambiare / […] Terra mia, terra mia / tu sei piena di libertà / terra mia, terra mia / io ora sento la libertà’.
  38. C. Poggi, D. Sanzone, Pino Daniele. Terra mia, op. cit., p. 24.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Cantare, raccontare, testimoniare. Rosa Balistreri, un’attivista con la chitarra

Author di Katia Trifirò

Abstract: Storia personale e denuncia civile si intrecciano profondamente nella vicenda umana e artistica di Rosa Balistreri, performer carismatica e protagonista irregolare della cultura musicale nel panorama italiano degli anni Sessanta e Settanta. La sua poetica, potente e originale, trova scaturigine nell’urgenza autentica di raccontare la tragedia quotidiana di un’umanità disperata, vessata, umiliata, alla quale ella stessa sente di appartenere. L’infanzia negata, nella Sicilia povera e arretrata degli anni Trenta, la violenza maschile, l’ingiustizia sociale sono ferite che Balistreri sperimenta direttamente nella propria tormentata biografia, a partire dalla quale matura una precisa coscienza politica, destinata a trovare espressione nel canto e nella musica. È sul confine continuamente contaminato tra vita e arte, infatti, che il dolore, la lotta, il riscatto tendono dalla dimensione privata a quella corale, assumendo i contorni di una condizione collettiva in cui è possibile riconoscersi, nella parte e dalla parte degli ultimi. È proprio ad essi che Balistreri intende programmaticamente offrire il proprio corpo e la propria voce, nel segno di un progetto poetico e politico insieme. Divenuta popolare nella seconda metà degli anni Sessanta, lontana dalla sua isola, in una stagione feconda di incontri e collaborazioni con artisti e intellettuali come Ignazio Buttitta o Dario Fo, l’artista licatese è stata negli ultimi anni oggetto di una riscoperta legata a progetti musicali, cinematografici, editoriali che hanno tratto ispirazione dalla sua ricerca artistica o l’hanno raccontata e documentata. Con l’obiettivo di proseguire lungo la traiettoria di un’esplorazione necessaria, il presente contributo intende indagare la specificità del profilo artistico di Rosa Balistreri, che declina al femminile e in prospettiva del tutto inedita il ruolo tradizionale del “cantastorie” siciliano, inscrivendo sul proprio stesso corpo le ragioni di un repertorio che recupera e attualizza i temi dell’emarginazione e della protesta legati al canto popolare.

Abstract: This paper aims to investigate the artistic peculiarities of Rosa Balistreri, a charismatic performer and irregular protagonist of musical culture in the Italian scene of the 1960s and 1970s. In particular, the analysis focuses on the ways in which Balistreri interprets the traditional figure of the Sicilian “cantastorie” in a wholly original way, starting from the intertwining of her personal history and the urgency of political and social protest.

Una bambina di otto anni a piedi nudi nei campi, a cercare lumache, rubare spighe di grano, raccattare bucce d’arancia. Potrebbe essere l’incipit di una fiaba, il verso di una poesia, il ritornello di una canzone. Invece, non è altro che il simbolo doloroso di una storia di infanzia negata, l’inizio amaro di una vita di abusi, l’immagine crudele che si fissa nella memoria attraversando la biografia di Rosa Balistreri: bambina affamata, adolescente costretta a sposare un uomo «lagnusu, jucaturi, latru e ’mbriacuni»[1], che la stupra e le fa perdere un bambino a forza di botte; giovane donna in fuga su un treno verso Nord, dopo aver subito violenze di ogni genere e aver patito il carcere[2]. Immagini sparse in uno spaccato della Sicilia degli anni Trenta, oppressa dalla morsa di una diffusa ingiustizia sociale, che si traduce nello sfruttamento sistematico delle classi lavoratrici più povere, nelle leggi non scritte che riducono le donne a proprietà del padre padrone e poi del marito padrone, nella corruzione delle istituzioni politiche e nell’alleanza scellerata tra «mafia e parrini», come Balistreri canterà più tardi[3].

Nata nel borgo marinaro di Licata nel 1927, cresciuta in uno stato di completa deprivazione materiale e culturale, vittima di un sistema patriarcale profondamente radicato e culturalmente tollerato, l’artista siciliana esibisce su di sé sin dall’infanzia le storture di un modello comunitario che avvolge i ceti subalterni in una spirale di endemica povertà, aggravata dalla piaga dell’analfabetismo e dai quotidiani soprusi da parte di chi detiene il potere. Una condizione ancora più dura da scontare per le donne poste all’ultimo gradino della gerarchia sociale, che, senza potersi ribellare, finiscono a lavorare come bestie già in tenera età o recluse in casa come prigioniere, costrette a sopportare molestie e soprusi brutali anche dagli uomini di famiglia:

Un altro ricordo tremendo. Mio padre mi chiamò e mi disse: «Vai a comprare i chiodi». Io andai a comprare a chiodi. E siccome non avevo mai avuto un giocattolo […], passando per la strada e vedendo le altre bambine che giocavano con le bambole dai capelli biondi, mi fermavo, incantata. E tardavo a tornare. Arrivata a casa, erano legnate. Quella volta prese una tavola, c’era un chiodo e mi si conficcò in testa. Un’altra volta, sempre perché ritardai, mi afferrò e mi mise la testa sopra il fuoco: mi fece bruciare tutti i capelli. Anche mia madre, quando non ne poteva più delle violenze di mio padre, se la prendeva con me […]. A mio padre non poteva ribellarsi, ché quello prendeva il coltello, la sega[4].

E ancora «soverchierie, e fame», a Licata come negli altri centri in cui la famiglia Balistreri si sposta, inseguendo il miraggio del lavoro che manca sempre, così come manca tutto ciò che possa consentire una vita dignitosa ad adulti e bambini:

Palma fu il primo paese dove andammo, da Licata. Non c’era acqua, non c’erano fogne, le strade piene di fango, dappertutto cumuli di immondizia, di letame. […] I muli, gli asini, le galline, le capre insieme con le persone, col puzzo degli escrementi, del loro piscio. A Palma stavo per perdere la vista, per via del tracoma. A tutti i bambini veniva il tracoma. Noi facevamo i nostri bisogni nelle latte delle sarde, nel secchio, e poi buttavamo tutto fuori, la sera, quando non ci vedeva nessuno. Una volta ero andata a comprare il pane e, passando dalla strada, una donna senza guardare mi butta addosso il piscio e la merda. Appena arrivai a casa mi riempirono di botte: perché non ero stata attenta, e ora per colpa mia il pane era da buttare[5].

Incontrare le parole di Rosa Balistreri significa discendere agli inferi di una memoria che è, insieme, individuale e collettiva, poiché costituisce una testimonianza preziosa, dal punto di vista femminile, di un periodo storico visto dalla prospettiva delle classi subalterne, ricostruito dall’artista attraverso dichiarazioni pubbliche, interviste televisive, testimonianze scritte, ed evocato lungo tutto il suo repertorio musicale e performativo, nel segno di una vicenda privata che si muta in identità poetica e in manifesto politico, richiedendo al pubblico un ascolto attivo. È per tali ragioni se queste righe prendono avvio da alcuni significativi frammenti della biografia di Balistreri, dotata, per l’immediatezza del racconto in prima persona, di una potente carica visiva, tanto da suggerire immagini che sembrano trasfigurare la pagina scritta in una tela, da cui emergono i colori cupissimi di un autoritratto sfigurato da una lunghissima catena di violenze, tragedie familiari, ingiustizie e, per tanto tempo, rimasto ai margini. Dimenticato, o forse rimosso, anche quando quell’urgenza di riscatto che l’ha spinta a cambiare il finale altrimenti già scritto della propria storia non è più soltanto una questione privata, ma è ormai il motivo principale e la ragione più autentica di un progetto artistico destinato a fare della sua protagonista un’icona, seppure irregolare, nel panorama musicale italiano, e che è oggetto in tempi recenti di un significativo processo di riscoperta[6].

Uno degli aspetti determinanti per comprendere il profondo legame tra arte e vita nella figura e nel canto di Balistreri riguarda il modo in cui poesia e politica trovano identica scaturigine dentro un’esigenza di ribellione e di protesta rispetto all’emarginazione e allo sfruttamento che, spostandosi dal piano personale alla dimensione storica, intercetta nuove forme e nuovi linguaggi per essere espressa e raccontata, in un contesto musicale caratterizzato, sull’onda lunga della contestazione del ’68, da uno spazio inedito per l’impegno politico. Ad emergere, in particolare, è l’intreccio tra questione femminile e questione meridionale tanto nell’esperienza intima quanto nella narrazione pubblica della “Cantatrice del Sud”, formula con la quale Balistreri entra nell’immaginario del “folk music revival” italiano del tempo, a partire dalla sua interpretazione di brani in dialetto siciliano rielaborati da un vasto patrimonio di canti popolari tradizionali e di componimenti poetici originali, contaminando trame esistenziali e istanze politiche e sociali, narrazioni storiche e accadimenti dell’attualità[7]. Una sperimentazione in linea con gli ideali che ispirano le molteplici tendenze artistiche riconducibili al fenomeno musicale esploso in Italia già dal decennio precedente, e tra queste, in particolare, la proposta di un repertorio politicamente impegnato, con il recupero di canti della tradizione contadina e operaia, nell’alveo della corrente controculturale che trova nella musica uno strumento privilegiato di opposizione al sistema[8]. Sarà proprio un disco di Balistreri, Amore, tu lo sai, la vita è amara (1971), a inaugurare la «Collana Folk» della Fonit Cetra, diretta da Giancarlo Governi e diventata un fondamentale riferimento discografico per il genere[9].

È all’altezza cronologica della seconda metà degli anni Sessanta che si situano gli esordi del percorso professionale di Balistreri, che a Firenze, lontana dalla sua terra, ottiene la stima, l’amicizia e il supporto di artisti e intellettuali come Mario De Micheli, Ciccio Busacca e Ignazio Buttitta, figure centrali per le tappe iniziali della sua carriera e per il processo di scoperta di una vocazione sino a quel momento soffocata. «La voce di Rosa, il suo canto strozzato, drammatico, angosciato pareva uscisse dalla terra arsa della Sicilia», dirà il poeta siciliano ricordando il loro primo incontro, dopo averla sentita cantare il suo Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali. «Ho avuto l’impressione di averla conosciuta sempre, di averla vista nascere e seguita per tutta la vita: bambina, scalza, povera, moglie, madre. Perché Rosa Balistreri è un personaggio favoloso, direi un dramma, un romanzo, un film senza autore»[10].

Tra i primi a intuirne il talento c’è il pittore Manfredi Lombardi, conosciuto da Balistreri nel 1960, il quale la invita a cantare in pubblico in occasione delle mostre che allestisce e che sarà a lungo legato a lei da un rapporto affettivo. Ma tra gli episodi decisivi di questa stagione va ricordato soprattutto l’incontro con Dario Fo, che la sceglie per lo spettacolo di canti popolari Ci Ragiono e Canto (prima edizione 1966), da lui diretto, con la compagnia del Nuovo Canzoniere Italiano[11]. Al termine di un decennio denso di esperienze, dalle tournée nei teatri agli spettacoli in piazza per le Feste dell’Unità, ormai affermata come cantante autenticamente folk, torna quindi in Sicilia, trovando l’affetto di nuovi amici come Renato Guttuso e Leonardo Sciascia, continuando a lavorare e lottando, alla fine, per non essere dimenticata[12].

Cantare e parlare, per l’artista licatese, sono parti uguali di un solo discorso, che lei definisce d’amore, di sofferenza, di ribellione, di storia: atti identici di un unico processo di liberazione, che inizia con la volontà di raccontare, documentare, testimoniare, e che diventa ancora più urgente nella storia di una donna che da sola, ormai adulta, impara a leggere e a scrivere, emancipandosi dalla schiavitù dell’analfabetismo. Ripercorrere le tappe di questa memoria per Balistreri non corrisponde solo al bisogno di salvare tracce della propria vita dal rischio dell’oblio e del silenzio, frequente nella sorte delle figure femminili relegate alla periferia della storia, comprese le artiste «rimaste fuori dall’inquadratura»[13]: un rischio che avverte soprattutto negli ultimi anni, e che la addolora. Al punto da chiedere agli amici, come il regista Pasquale Squitieri, o il drammaturgo Salvo Licata – che per lei scrive La ballata del sale[14] (1978), seguita l’anno dopo da Ohi bambulè[15] (1979) –, di fermare su pellicola o su carta i pezzi sparsi della sua esistenza. Ma il desiderio, e forse il dovere civile, di raccontare, consegnando di sé anche i ricordi più celati, a partire da quelli familiari, è innanzitutto il sintomo di una precisa consapevolezza insieme personale, storica e politica, maturata progressivamente sino a riconoscere nella propria lotta per la sopravvivenza una vicenda umana più grande. Quella che, sin da quando ha iniziato a farlo anche da professionista, ha sempre espresso attraverso il canto, secondo una precisa connotazione etica:

Io non mi sento una cantante. Io sono una donna del popolo, una donna di Ribera, una donna di Licata, una donna di Agrigento, una donna di Canicattì, una donna di tutta la Sicilia, una donna di campagna, una donna di marina, una donna che ha faticato nella sua vita e che un pezzo di pane se l’è sempre affannato a sudore di sangue. […] Se sono riuscita a cantare – anzi no a cantare, a parlare, perché il mio canto è un discorso, il mio canto è una preghiera, il mio canto è una protesta, il mio canto è un atto d’amore verso tutta la mia gente – è grazie alla mia povertà, alla mia miseria, alla mia fame, alla mia disperazione, alla mia emarginazione, sia come donna, sia come essere umano e sia come tantissime altre cose[16].

L’ipotesi di congiungere punti distanti sulla mappa dell’avventura esistenziale e artistica di Rosa Balistreri, costretta a crearsi «delle grammatiche sospese come ponti mobili tra una fase e l’altra della sua vita»[17], è stimolata nella nostra analisi dall’idea che sia possibile rintracciare negli episodi che segnano così profondamente il suo duro apprendistato alla vita, dall’infanzia alla maturità, l’origine di una coscienza civile dell’arte, di cui il corpo e la sua lingua materna, sostanziata nella «grana della voce»[18], diventano strumento di denuncia e, appunto, di testimonianza. Liberare il proprio canto le offre cioè l’occasione per una presa di parola pubblica, come pratica radicale, dirompente, sovversiva, che incorpora istanze sociali e politiche più ampie dentro l’esperienza vissuta del sottoproletariato, della marginalità e della periferia, della violenza subita come donna e come essere umano.

Una chiave interpretativa, questa, che sembra rivelarsi, ancora una volta, nelle parole dell’artista, a partire da una circostanza cruciale da lei stessa definita come «una rivelazione», «un fulmine che mi aprì il cielo»[19], ovvero l’incontro con il cantastorie Busacca, che sarà al suo fianco in diversi spettacoli, e con il poeta Buttitta, il quale la incoraggerà a cantare e a imparare a suonare la chitarra, intravedendo in lei il profilo di “Cantatrice del Sud” poi diffuso in ambito critico e discografico. «Io avevo letto un libro di Buttitta, avevo imparato delle poesie. Parlavano di fame, di ingiustizie, di libertà. Pareva un libro scritto per me», ricorda Balistreri, conquistata dalla possibilità di una funzione sociale del canto e della musica, composti in un racconto scenico che includa la presenza dello spettatore. È anche per questo se riconosce immediatamente una profonda affinità con i due artisti siciliani, che transita dal piano di una condivisione valoriale alla germinazione di un comune approdo artistico:

Questi sono veri artisti, mi dissi. Busacca cantava e Buttitta recitava le sue poesie, cu ’a birritta da turco in testa e quel gesticolare, quella voce che incantava. Mi sono innamorata di tutti e due. Anch’io ero una cantastorie, come Busacca, e in lui mi sono specchiata. Mi dissi: «anch’io debbo cantare, diventare famosa come lui, dire le cose che ho dentro»[20].

Cantare al popolo storie e leggende scritte in poesia, secondo il noto studio di Giuseppe Pitrè[21], è originariamente il compito del cantastorie, figura antichissima che arriva sin dentro l’ultimo scorcio del Novecento con il ruolo di “cronista” della storia e l’uso di strumenti di lavoro tradizionali, «cartellone, bacchetta e chitarra al Sud d’Italia, fisarmonica o batteria al Nord»[22], affiancati ai nuovi.

Proprio con i versi di Buttitta, prima di Balistreri, ha già raggiunto la fama Ciccio Busacca, cantastorie di area catanese attivo dal secondo dopoguerra, il quale mette al servizio delle storie le sue «straordinarie qualità di cantante e attore», influenzando l’artista licatese anche per le scelte tematiche, che attingono all’epica popolare degli ultimi. Come nota Venturini, a Busacca va «il merito di aver saputo cogliere dalla realtà più viva e avanzata dell’isola i motivi per un profondo rinnovamento del mestiere, assegnandogli una missione nuova»:

Il cantastorie si fa sempre più “cantacronaca”, interprete di una popolare sete di giustizia facendo proprio il punto di vista del pubblico. Insieme alle storie del Brigante Musolino o del bandito Giuliano, Busacca ne cantava di “nuove” e bellissime. Erano le storie scritte per lui dal poeta Ignazio Buttitta, quelle che hanno fatto anche fuori della Sicilia la fama di Busacca. La storia di Turiddu Carnevale, il sindacalista ucciso dalla mafia a Sciara nel maggio del 1955, o quella, immaginata ma non del tutto fantastica, di Turi Scordo, lo zolfataro di Mazzarino che va a morire nella miniera di Marcinelle[23].

Per Balistreri, che aspira a collocarsi idealmente nella tradizione dei cantastorie, il desiderio di «cantare, con la gente che sta seduta davanti e ti ascolta e ti applaude»[24], non esprime soltanto un’esigenza soggettiva, legata a una lontana passione coltivata di nascosto e repressa dall’autorità paterna per via di un diffuso pregiudizio popolare sulle donne che scelgono la professione di cantante e si esibiscono in pubblico[25]. Esorbitando dai confini della storia personale, che resta sempre il nucleo essenziale di un progetto artistico intimamente iscritto dentro le trame biografiche da cui prende vita, Balistreri parla piuttosto, in termini plurali, del proprio canto come del «nostro discorso»[26]. Un discorso che, se nasce dalla rielaborazione critica di un’intera esistenza, da qui tende lucidamente verso la ricerca sempre più consapevole di una dimensione collettiva, per restituire diritto di parola a una coralità di storie, ovvero a quella stessa umanità disperata, vessata, umiliata alla quale l’artista licatese sente di appartenere, nella parte e dalla parte degli ultimi:

Per diventare cantante come sono diventata io bisogna avere sofferto tanto. Molto. Per esempio andare a fare la contadina, per esempio andare in campagna a mietere, per esempio andare a raccogliere spighe. Avere visto tanti guai, stare vicino ai contadini, vicino agli zolfatari, vicino alla gente che soffriva, come me. Da questo da bambina si apprende talmente tanto che ti entra nel sangue, nelle vene, nel cervello, nell’anima, che tu pare che fossi nata con questa virtù e con questo desiderio di cantare. Che poi il cantare per me non è un desiderio, è un modo come dare amore agli altri[27].

Amore, sofferenza, ribellione, storia, attraversando di nuovo le sue parole, sono alcuni dei fili conduttori rintracciabili in un progetto artistico che, tra musica e teatro[28], rielabora il versante “civile” della cultura popolare isolana, raccontando storie di sofferenza di classe e di protesta, di lotta e di giustizia negata, dando voce a coloro che non ne hanno. I suoi personaggi non sono dunque eroi vittoriosi o personaggi mitici, ma la schiera degli ultimi, costretti a sopravvivere a una tragedia quotidiana fatta di miseria, disperazione, abusi, come i lavoratori sfruttati o le donne che subiscono la violenza dei padri, dei mariti, dei padroni di ogni tipo. Una ricerca che non ha, né potrebbe avere, una base intellettualistica, poiché proviene dalle ferite della carne e della memoria marchiate sul corpo stesso di Rosa Balistreri, che con la propria voce «straziata e straziante»[29] canta ciò che ha realmente vissuto, arrivando a commuoversi, a piangere mentre è in scena.

Nella coerenza tra le esperienze di vita e ciò che la sua arte esprime risiede una forza scenica che emerge, come ha notato Giovanna Marini, nella sua presenza a Ci Ragiono e Canto, dove Balistreri è forse l’unica in grado di dissolvere il filtro tra quella realtà che lo spettacolo puntava a portare in scena – ricercando la diversità culturale e la specificità rituale del canto popolare di tradizione orale – e la sua rappresentazione in teatro. Solo con il suo corpo, la sua voce, la sua chitarra, per lei strumento di emancipazione e simbolo del mestiere di cantastorie. «Rosa era autentica», osserva la musicista, «era quella faccia, era quel modo», ed era perciò «incontestabile»: «Mettere una cosa così tutta vera, al centro di un palcoscenico, per il pubblico era uno choc». Nello spettacolo non interpreta cioè un ruolo, ma porta in scena sé stessa, la sua storia, il “paese che si porta dietro”, come dice ancora Marini: «Era magnifica. Aveva questa voce di un volume e di una potenza interiore forte. Era arrabbiata e le usciva una qualità di suono e di sillabazione bellissima»[30]. Anzi, è proprio la rabbia, per sé e per la propria gente, a determinare quella qualità della presenza scenica e della voce che caratterizzano le sue interpretazioni, nel segno di una presa di coscienza sempre più evidente, che la porterà a definire il canto e la musica come strumenti di protesta e, quindi, ad assumere su di sé una responsabilità politica attraverso l’arte.

Mescolando l’archivio delle esperienze personali con una forte spinta all’impegno civile, rafforzata dagli incontri di questi anni, la storia musicale della “Cantatrice del Sud” si fonda, perciò, sulla rilettura in chiave socio-culturale di un repertorio profondamente radicato nella cultura popolare isolana, di cui fanno parte canti d’amore e d’infanzia, canti di lavoro, di lotta e di protesta, con la ripresa di argomenti storici riproposti alla luce dell’attualità e con l’attenzione a condizioni umane che Balistreri ha sperimentato direttamente nella propria vicenda personale, come la carcerazione e la violenza. Ne è un esempio Un matrimoniu ’nfelici (1967)[31], storia di una tragedia che Balistreri “canta e cunta” alla maniera dei cantastorie, in memoria del “matrimonio infelice” della sorella Maria, brutalmente uccisa a coltellate dal marito davanti alla figlia: anche questo dolore così personale diventerà materia musicale, trovando nel canto una possibilità di ribellione contro l’ennesima violenza, l’ennesima ingiustizia, l’ennesimo abuso sul corpo femminile. Questo caso, tra gli atri, ci rivela un’ulteriore caratteristica della personalità artistica di Balistreri, la quale, in quanto interprete dal timbro vocale e dalla presenza scenica riconoscibile, ma anche come autrice originale, è capace «non solo di trasmettere, resuscitandola, la tradizione, ma anche – con le radici in essa affondate – di creare»[32], come ricorda Paolo Emilio Carapezza, che assume un rilievo essenziale nella formazione musicale dell’artista.

Per lei, Carapezza canta e suona al pianoforte le musiche popolari siciliane raccolte da Favara, aiutandola ad ampliare il proprio repertorio. «Rosa non sapeva leggere la musica, e tornava in Sicilia dopo tanti anni», annota il musicologo: «Pochi erano i canti che ricordava di quand’era bambina; e già a Firenze un siciliano, Gandusio […] le aveva insegnato alcuni dei canti che Alberto Favara aveva registrato per iscritto tra la fine del secolo scorso e i primi anni di questo»[33]. Sono canti antichi, che ella incide accompagnandosi con la chitarra, melodie che recupera dalle reminiscenze dell’infanzia e altre che sente per la prima volta e impara subito, «come se le avesse sempre conosciute: come se le ricordasse per antica esperienza che tornava alla memoria». E le canta anche nelle serate tra amici, alternandosi col cantastorie Ciccio Busacca: «Ciccio epico e monocorde con la voce cavernosa e metallica, Rosa lirica e tragica tutta fuoco e fiamme colorate»[34].

Tra i contemporanei, il riferimento principale per Balistreri è Ignazio Buttitta, il poeta di Bagheria che compone, tra l’altro, testi specificamente destinati ai cantastorie, come I pirati a Palermu, entrato sin dal 1967, anno dell’esordio discografico, nel repertorio dell’artista licatese, che ne ha fatto una delle sue interpretazioni più note. Il brano è un accorato lamento di dolore per la Sicilia, saccheggiata dai dominatori che storicamente l’hanno invasa e flagellata nel presente da mali difficili da estirpare, come la speculazione e la corruzione. Lo stupro dell’isola ridotta al buio e alla fame dall’avidità dei “pirati” senza scrupoli di ieri e di oggi si traduce, in queste strofe, nel pianto della Sicilia, metafora presente in Terra ca nun senti, canto d’amore, di rabbia e di lutto che possiamo interpretare come il più significativo manifesto politico e artistico di Balistreri, del suo personale tormento e della guerra che gli ultimi come lei, da sempre, devono affrontare per sopravvivere, specialmente quando nascono in un luogo che, non avendo nulla da offrire, li costringe a partire. Ma soprattutto un canto di denuncia, che esprime da una parte l’attaccamento alla terra madre e dall’altra la sofferenza per la mancanza di opportunità causata dall’immobilismo di un sistema governativo miope e corrotto:

[…] Maliditti tutti st’anni

Cu lu cori sempri ’nguerra

Notti e journu

Malidittu, cu t’inganna

Prumittennnuti la luci

E ’a fratillanza

Terra ca nun senti can un voi capiri

Ca nun dici nenti vidennumi muriri

Terra can un tenu cu’ voli partiri

E nenti cci duni pi falli turnari

E chianci, chianci, ninna oh[35].

Avviandoci alla conclusione, ricordiamo un ultimo decisivo episodio legato a questo brano, contenuto nel disco del 1973 di Fonit Cetra che da esso prende il nome. Con Terra ca nun senti, l’artista si era presentata all’edizione del Festival di Sanremo di quell’anno, restandone all’ultimo momento clamorosamente esclusa. «Troppo donna, troppo meridionale, troppo a sinistra» ‒ ha commentato Savatteri ‒ sono le ragioni ideologiche che molti intravedono dietro l’irregolarità contestata al brano, eliminato dalla competizione perché non inedito[36]: «Rosa è inaccettabile per il palco di Sanremo, malgrado siano passati anni dal terremoto culturale del ’68»[37]. La cantante non si arrende e sceglie di esibirsi fuori dal palco sanremese, rivendicando orgogliosamente la propria identità e il desiderio di esprimere attraverso il canto un’istanza politica di protesta. La delusione funziona, così, da innesco per una presa di parola che attira l’attenzione della stampa e rafforza nel grande pubblico il suo profilo di interprete della marginalità e della periferia, di voce degli ultimi, di «attivista che fa comizi con la chitarra»:

Finora ho cantato nelle piazze, nei teatri, nelle università, ma sempre per poche migliaia di persone. Adesso ho deciso di gridare le mie proteste, le mie accuse, il dolore della mia terra, dei poveri che la abitano, di quelli che l’hanno abbandonata, dei compagni operai, dei braccianti, dei disoccupati, delle donne siciliane che vivono come bestie. Era questo il mio scopo quando ho accettato di cantare a Sanremo. Anche se nessuno mi ha visto in televisione, tutti gli italiani che leggono i giornali sanno chi sono, conoscono le mie idee, alcuni compreranno i miei dischi, altri verranno ai miei concerti e sono sicura che rifletteranno su ciò che canto[38].

Vibrando nel corpo e nella voce, la materia musicale si conferma per Rosa Balistreri strumento politico fondamentale, nel segno di una tensione performativa che produce senso a partire dalla capacità di far parlare la propria storia come codice collettivo, che integra indissolubilmente memoria e presente, processo artistico e scena pubblica.

 

 

  1. ‘Pigro, giocatore di carte, ladro e ubriacone’: G. Cantavenere, Rosa Balistreri. Una grande cantante folk racconta la sua storia, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia Editore, 2012, p. 38. Pubblicato per la prima volta nel 1992 per le edizioni La Luna, il volume ospita il racconto in prima persona della vita di Rosa Balistreri, registrato dall’autore nei mesi che precedono la morte dell’artista siciliana, avvenuta il 20 settembre 1990, in seguito a un ictus cerebrale che la colpisce mentre si trova in Calabria per uno spettacolo teatrale.
  2. Un’esperienza che Rosa Balistreri vive due volte. La prima dopo aver aggredito con una lima il marito, Gioacchino Torregrossa (Iachinazzu), che si era giocato a carte il corredino della figlia, di cui era rimasta incinta dopo un aborto causato dalle botte dell’uomo: credendo di averlo ucciso, si costituisce. Il secondo episodio riguarda l’inganno tramato dal rampollo di una famiglia presso cui è a servizio, a Palermo: dopo averla sedotta con finte promesse d’amore, non appena scopre di aspettare un bambino da lei, il giovane la convince a rubare dei soldi, illudendola che sarebbero serviti per il loro futuro insieme, e le consiglia di fuggire. Di lì a poco verrà arrestata e processata, mentre egli sparisce. Trova poi ospitalità e lavoro in una chiesa, ma subisce nuovi tentativi di molestie da parte di un sacerdote. Un copione purtroppo noto a Balistreri, che aveva già dovuto lasciare, per lo stesso motivo, il lavoro da operaia in una vetreria. Stanca di tutto, decide infine di abbandonare la Sicilia, con la figlia e il fratello disabile, Vincenzo, del quale si prende cura fin dall’infanzia.
  3. Si tratta del brano, interpretato da Rosa Balistreri, dal titolo Mafia e parrini (‘Mafia e preti’), testo di Ignazio Buttitta, musiche di Otello Profazio. Il testo è contenuto in I. Buttitta, Lu trenu di lu suli. Il treno del sole. Storie, canti di protesta, canzoni in dialetto siciliano con traduzioni a fronte, Milano, Edizioni Avanti!, 1963, p. 77.
  4. G. Cantavenere, Rosa Balistreri…, op. cit., p. 20. La testimonianza diretta di Balistreri, assieme a quella di Maria Occhipinti (Una donna di Ragusa, Milano, Feltrinelli, 1976), è ripresa come «memoria della vita vissuta dalle bambine e dalle adulte nelle classi sociali più povere nella Sicilia degli anni Trenta» in: N. Spatafora, Voci e presenze femminili nella Sicilia degli anni Trenta, in Gli anni Trenta in Sicilia, numero monografico a cura di M. Saija e M. D’Angelo, «Studi Storici Siciliani», III, marzo-giugno 2023, pp. 69-74, cit. a p. 74.
  5. G. Cantavenere, Rosa Balistreri…, op. cit., p. 21.
  6. In particolare, va considerato il ruolo determinante che Rosa Balistreri ha assunto in quanto punto di riferimento ideale per una folta genealogia di artiste che, da Etta Scollo a Carmen Consoli, hanno avviato numerosi progetti musicali dedicati al recupero della memoria e dell’eredità culturale della “Cantatrice del Sud”. Consoli firma le musiche originali ed è presente come attrice nel recente film L’amore che ho (2024), diretto da Paolo Licata e liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Luca Torregrossa, nipote dell’artista. Si segnalano anche iniziative editoriali ispirate al racconto della sua peculiare figura, come il volume di Stefania Aphel Barzini La mia casa è un’isola. La vita e la musica di Rosa Balistreri (Firenze, Giunti, 2023), oltre a diverse attività scientifiche avviate soprattutto in ambito etnomusicologico.
  7. Per l’ampia gamma di processi culturali connessi al “folk revival” italiano degli anni Sessanta e Settanta, si rimanda al volume La musica folk. Storie, protagonisti e documenti del revival in Italia, a cura di G. Plastino, Milano, Il Saggiatore, 2016.
  8. Per la prima volta, gli artisti direttamente impegnati nel revival, nella ricerca e nella riproposta di materiali popolari trovano nuovi circuiti e ottengono un notevole riscontro di critica e di pubblico, entrando nel mainstream italiano; J. Tomatis, Il folk diventa (veramente popolare), in Id., Storia culturale della canzone italiana, Milano, Feltrinelli, 2021, pp. 451-66.
  9. Giacché la Fonit Cetra è legata alla Rai, «ai suoi artisti sono garantiti spazi su tv e radio fino a quel momento impensabili per musicisti di folk e meno che mai per musicisti politicizzati»: ivi, p. 455. Scopo della collana, come si legge nelle note di copertina dei dischi, è riproporre al pubblico, «attraverso interpretazioni fedeli ma non filologicamente pedestri e attraverso raccolte il più possibile ordinate e significative», il patrimonio del canto popolare, che sopravvive «nell’era della riproduzione meccanica come espressione, passata o presente, di cultura delle classi subalterne, di cui testimonia i sentimenti, le aspirazioni e le lotte».
  10. Dal documentario Rosa Balistreri – Un film senza autore (2017), di Marta La Licata, regia di Fedora Sasso, produzione Rai Storia, serie “Italiani” con Paolo Mieli.
  11. Il sottotitolo è Rappresentazione popolare in due tempi su materiale originale curato da Cesare Bermani e Franco Coggiola, ricercatori ed etnomusicologi dell’Istituto Ernesto De Martino, mentre del versante musicale si occupa la cantante e compositrice Giovanna Marini. C’è in scena un gruppo molto composito, formato da professionisti e da partecipanti di estrazione contadina e operaia inesperti di teatro, come la stessa Balistreri. La struttura «risulta estremamente articolata e ricca sotto il profilo musicale. Ripartito in due tempi, lo spettacolo raccoglie circa un centinaio di canzoni popolari e sociali. La regia è attenta a creare una trama di movimenti e gesti che conferiscano respiro e significato a quanto eseguito e cantato dagli artisti in scena»: Y. Brunello, Tra i subalterni di Gramsci e gli attori di Copeau. Sul primo Ci ragiono e canto di Dario Fo, in «Biblioteca Teatrale», n. 104, 2012, pp. 93-112, cit. a p. 95.
  12. Le delusioni degli ultimi tempi si accompagnano all’amara premonizione di essere apprezzata solo dopo morta, come dirà nell’intervista a Francesco Pira per l’emittente licatese Tele Video Faro (1990), visibile online: https://youtu.be/Yp4A4iTg2tk?si=s24oAkItdZLB5WON (ultima consultazione: 22/02/2025).
  13. D. Brogi, Lo spazio delle donne, Torino, Einaudi, 2022, p. 34.
  14. Per la datazione dei testi di Licata, cfr. A. Sica, Poesia e politica nella drammaturgia di Salvo Licata, in «Biblioteca Teatrale», n. 113-14, 2016, pp. 147-59. La ballata del sale, diretta da Maurizio Scaparro con musiche di Mario Modestini, è ispirata ai canti del mare dei cosiddetti “tonnaroti”, tratti e arrangiati dal Corpus di musiche popolari siciliane di Alberto Favara; produzione Teatro Biondo di Palermo.
  15. Dalle testimonianze che è possibile reperire su quest’opera, tuttora inedita, sappiamo di una messa in scena nel 1987 con la regia di Carlo Quartucci, il contributo musicale di Modestini e scene di Bruno Caruso; produzione Teatro Biondo di Palermo. È del 1971 La fame e la peste, anch’esso inedito, andato in scena dieci anni dopo sempre con Rosa Balistreri e la regia dello stesso Licata per la Fondazione Biondo.
  16. Una dichiarazione che è possibile rintracciare nel documento audio relativo a un’intervista a Rosa Balistreri, registrata presumibilmente al suo ritorno in Sicilia, dall’emittente «Radio Torre». Il documento è disponibile online al seguente link: https://www.culturasiciliana.it/20-rosa-balistreri/le-canzoni-inedite/64-intervista-radio-rosa-balistreri (ultima consultazione: 22/02/2025).
  17. G. Meacci, All’ultimo minuto, non le permettono di partecipare al Festival di Sanremo (2018), in Acchiappafantasmi, Roma, minimum fax, 2023, pp. 495-97, cit. a p. 495.
  18. Il riferimento è a R. Barthes, Le grain de la voix, Paris, Éditions du Seuil, 1981.
  19. G. Cantavenere, Rosa Balistreri…, op. cit., p. 61.
  20. Ivi, pp. 61-62.
  21. G. Pitrè, Usi, costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Palermo, Clausen, 1889.
  22. V. Venturini, A occhi chiusi: la doppia visione del «cunto», in «Teatro e Storia», n. 25, 2004, pp. 419-42, cit. a p. 425.
  23. Ivi, p. 426.
  24. G. Cantavenere, Rosa Balistreri…, op. cit., p. 62.
  25. Ricorda Balistreri, tra le memorie d’infanzia: «Un giorno passò uno dalla strada, un forestiero, e, sentendo la mia voce, domandò ai vicini chi era che cantava. E venne da mio padre: gli disse che mi voleva fare studiare, farmi cantare davanti alla gente. Mio padre gli rispose: “Io non ho figlie buttane”. Quando alla Marina c’era un battesimo, uno sposalizio, mi venivano a chiamare. […] Mia madre aspettava che mio padre si fosse addormentato, e quando cominciava a russare uscivo. Mi sentivo felice, liberata. La festa era tutta per me quella sera. Alla fine mi regalavano fazzolettate di taralli e una bottiglia di rosolio»: ivi, p. 36.
  26. La formula compare nella citata intervista a «Radio Torre».
  27. Ibidem.
  28. Oltre al citato sodalizio con Salvo Licata, ricordiamo che Rosa Balistreri sarà presente sui palcoscenici di prosa in numerose produzioni che ne valorizzeranno le qualità di interprete musicale e che sono legate alla cultura isolana e ai suoi autori. Tra queste: La rosa di zolfo (1968), dall’omonimo romanzo di Antonio Aniante, regia di Nando Greco; La Lupa (1979) di Giovanni Verga, regia di Lamberto Pugelli; Buela (1982), di Franco Scaldati; La lunga notte di Medea (1982) di Corrado Alvaro, regia di Maurizio Scaparro. Negli anni Ottanta parteciperà inoltre alla trilogia siciliana di Emilio Isgrò L’Orestea di Gibellina e nel 1990 sarà chiamata da Andrea Camilleri per un contributo musicale allo spettacolo, da lui diretto, tratto dall’opera teatrale in siciliano I mafiusi de la Vicaria di Palermu (1863), di Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca. Sarà questa l’ultima apparizione di Balistreri.
  29. Intervista ad Andrea Camilleri, in Rosa Balistreri – Film senza autore, op. cit.
  30. Intervista a Giovanna Marini, in Rosa Balistreri – Film senza autore, op. cit.
  31. Il disco Un matrimonio infelice (Tauro Record) la presenta in copertina in veste di cantastorie, con cartellone e chitarra, attributi tipici del mestiere nella tradizione siciliana. Nello stesso anno escono Picciriddi Unni Iti –

    C’erano Tri Surelli – O Cuntadinu Sutta Lu Zappuni (Linea Rossa) e La voce della Sicilia (Tauro Record), riproposto nel 1973 con il titolo La Cantatrice del Sud (RCA, collana «Il nostro Folk»).

  32. P. E. Carapezza, Prefazione a G. Cantavenere, Rosa Balistreri…, op. cit., pp. 3-7, cit. a p. 6.
  33. Ivi, p. 4.
  34. Ivi, p. 5.
  35. «Maledetti tutti questi anni/ con il cuore sempre in guerra/ notte e giorno. Maledetto chi ti inganna/ promettendoti la luce/ e la fratellanza./ Terra che non senti, che non vuoi capire,/ che non dici niente vedendomi morire./ Terra che non trattieni quanti vogliono partire,/ e non dai niente loro per farli ritornare./ E piangi, piangi, ninna oh» (trad. nostra).
  36. La canzone era già stata eseguita nel 1972 durante la trasmissione televisiva Rai Stasera…RRRosa.
  37. G. Savatteri, Le Siciliane, Roma-Bari, Laterza, 2022, p. 53. Per un beffardo gioco del destino, aggiunge Savatteri, su quello stesso palco, solo tre anni dopo, trionferà Julio Iglesias con Se mi lasci non vale, scritta da Gianni Belfiore, il quale dichiara esplicitamente come dietro le canzoni per Iglesias ci sia l’influenza delle proprie origini siciliane, e in particolare del lavoro con Rosa Balistreri, confluito del disco Amuri senza amuri, 1974, Fonit Cetra.
  38. Sanremo ha perso: ha vinto Rosa, Intervista a Rosa Balistreri, in «Qui Giovani», 22 marzo 1973.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Ecologia ed empowerment femminile: il ruolo di Elisa e Francesca Michielin nella musica italiana sostenibile ed ecofemminista

Author di Valentina Sorbera

Abstract: Nel panorama musicale italiano, diversi cantautori, da Adriano Celentano a Jovanotti, si sono occupati dell’ecologismo e della sostenibilità attraverso le loro canzoni e concerti. Tuttavia, quando questi temi sono trattati da artiste donne, acquistano una connotazione distintiva, caratterizzata da un’attenzione particolare a questioni sociali, ecologiche e di genere. In questo contesto, Elisa emerge come una delle figure di riferimento più rilevanti. Nel 2022, con l’album Ritorno al Futuro/Back to the Future e il suo tour ecosostenibile, la cantante ha posto in evidenza la necessità di un cambiamento radicale per la salvaguardia dell’ambiente, proponendo un messaggio di impegno sociale attraverso la musica. Analogamente, Francesca Michielin, giovane cantautrice e direttrice d’orchestra, ha trattato tematiche ecologiche e di sostenibilità sia nel suo album FEAT (Stato di Natura) sia nella serie televisiva Effetto Terra – Guida pratica per terrestri consapevoli, proponendo riflessioni sul rapporto tra natura e urbanizzazione. Entrambe le artiste, che hanno iniziato la loro carriera in un settore musicale dominato dagli uomini, hanno contribuito a decostruire gli stereotipi di genere, proponendo una narrazione musicale innovativa incentrata sull’importanza della sostenibilità, che le rende vicine agli ideali dell’ecofemminismo. Questo studio si propone di analizzare la loro produzione musicale in relazione al tema della sostenibilità e dell’ecofemminismo, evidenziando la loro originalità rispetto ai predecessori e il loro ruolo nella diffusione di un impegno ecologico attraverso la musica.

Abstract: In the Italian music scene, several singer-songwriters, from Adriano Celentano to Jovanotti, have addressed the themes of ecologism and sustainability through their songs and concerts. However, when this is addressed by female artists, it acquires a distinctive connotation, characterized by a particular focus on social, ecological, and gender issues. In this context, Elisa emerges as one of the most prominent figures. In 2022, with the album Ritorno al Futuro/Back to the Future and her eco-sustainable tour, the singer highlighted the need for a radical change in environmental protection, conveying a message of social commitment through music. Similarly, Francesca Michielin, a young singer-songwriter and orchestra conductor, has addressed ecological and sustainability themes in both her album FEAT (Stato di Natura) and the TV series Effetto Terra – Guida pratica per Terrestri Consapevoli, offering reflections on the relationship between nature and urbanization. Both artists, who began their careers in a male-dominated music industry, have contributed to deconstructing gender stereotypes, presenting an innovative musical narrative centered on the importance of sustainability, which aligns them with the ideals of ecofeminism. This study aims to analyze their musical production in relation to sustainability and ecofeminism, highlighting their originality compared to their male predecessors and their role in promoting ecological engagement through music.

L’ecologismo e l’impatto dell’uomo sull’ambiente sono tematiche presenti nella produzione musicale italiana fin dagli anni Sessanta. Basti pensare a Il Ragazzo della Via Gluck (1966) di Adriano Celentano, che accenna al cambiamento del paesaggio urbano «là dove c’era l’erba ora c’è una città», oppure a Proposta (1967) dei Giganti, in cui però si affianca l’ecologismo al pacifismo («mettete dei fiori nei vostri cannoni»)[1].

Il concetto di sostenibilità è invece più recente, risale infatti al 1987, quando viene stilato dalle Nazioni Unite il Brundtland Report: «la sostenibilità è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri»[2]. Di conseguenza, anche nel panorama musicale italiano questa tematica è solamente agli esordi.

In questo contesto le cantautrici italiane si rivelano delle vere e proprie protagoniste rispetto ai loro colleghi cantautori. Tra le cantautrici italiane impegnate per la sostenibilità, Elisa è la capolista. Un’artista eclettica, che affronta nelle sue canzoni temi che spaziano dall’amore all’empowerment femminile, all’ambiente, rendendola impegnata anche a livello sociale.

Elisa ha organizzato nel 2022 il Back to the Future Live Tour, definito proprio dalla cantante come «un tour totalmente dedicato alla sostenibilità». Il tour ha acceso i riflettori sull’importanza di un cambiamento radicale per la salvaguardia dell’ambiente e le canzoni dell’album rispecchiano questo suo impegno.

La segue un’altra giovane cantautrice, Francesca Michielin, che, come protagonista e presentatrice della serie Effetto Terra – Guida pratica per terrestri consapevoli, ha affrontato alcuni temi centrali nel dibattito odierno su ecologia e sostenibilità. Non solo: nella sua produzione discografica FEAT (Stato di Natura) ha trattato vari temi come natura e urbanizzazione, filosofia ed ecologia, oltre all’emancipazione e all’amore in più forme ed espressioni. Per questo si presenta l’ipotesi che possa con le sue canzoni essere un’ambasciatrice di un rinnovato “ecofemminismo”.

A tal proposito, si analizzerà quindi la produzione musicale di Elisa e Francesca Michielin in relazione al tema della sostenibilità e dell’ecofemminismo, considerando quanto siano state innovative, rispetto ai loro predecessori, nel loro intento divulgativo.

La sostenibilità in musica

L’industria musicale con la produzione di CD, vinili, e i tour degli artisti, rappresenta una fonte di inquinamento importante e negli ultimi anni l’argomento è stato affrontato da diversi artisti internazionali con varie iniziative tutte improntate al rendere sostenibile la produzione e la fruizione della musica. Ad esempio, nel 2019 un gruppo di artisti, musicisti e organizzatori del Regno Unito ha creato il progetto Music Declares Emergency[3], per denunciare e raccogliere adesioni contro l’inquinamento causato dall’industria della musica.

Sempre nel Regno Unito e nello stesso anno i Coldplay sono stati fra i primi artisti a porsi il problema dell’impatto ambientale del proprio tour. Il gruppo musicale non sarebbe andato in tour a meno che non si fosse trovata una soluzione più sostenibile, prendendo in considerazione alcuni problemi ambientali come l’uso di plastica monouso durante i concerti o i mezzi di trasporto tra una città e l’altra. Di fatto, quell’anno i Coldplay decisero di rinunciare al proprio tour a causa dell’impossibilità di implementare certe misure ecosostenibili.

Analogamente, in Italia si era già cominciato timidamente ad affrontare l’argomento negli anni Ottanta, quando i Pooh organizzavano raccolte fondi per l’ambiente e collaborazioni con il WWF, avendo deciso di pubblicare i loro album su carta riciclata. È infatti del 1989 la pubblicazione di un vinile verde, che contiene due pezzi da un tour live: Concerto per un’oasi e Nell’erba, Nell’acqua e Nel vento, in cui c’era però una visione ottimista sul futuro del pianeta: «il mondo ha la pelle dura» quindi «l’avventura continuerà». Da un lato si vuole sensibilizzare, ma dall’altro non si vuole creare nessun tipo di allarmismo e non si spinge all’attivismo.

L’iniziativa dei Pooh ci porta a un evento dell’estate 2022, quando Jovanotti in collaborazione con il WWF ha proposto il Jova Beach Party, evento che ha suscitato non poche reazioni contraddittorie, tra chi ha difeso il cantante per la sua iniziativa ecosostenibile e chi lo ha attaccato definendolo un evento tutt’altro che sostenibile. Ed è proprio dello stesso anno il Back to The Future Tour di Elisa, cominciato all’Arena di Verona con Heroes Festival, da cui ha preso poi vita il progetto #MusicforthePlanet, realizzato assieme a AWorld e Music Innovation Hub per Legambiente. Un evento che ha acceso i riflettori sul tema della sostenibilità non solo in musica, ma in chiave più ampia, volto alla sensibilizzazione e all’educazione della società per un futuro migliore.

L’impegno di Elisa per la sostenibilità

Elisa ha da sempre incluso nelle sue canzoni immagini e suoni che derivano dal mondo della natura che la circonda, descrivendo il legame profondo che ha con la sua terra e le sue origini. È del 2009 la canzone Lisert in cui si parla della natura con i suoi amati colori, una terra bellissima, dove si nasce, a cui si appartiene e dove sempre ritorneremo:

This is the beautiful land where we were born

The nature the colors that we love

The place in this world that we belong

This is the beautiful land where we were born

The nature the lining of our soul

The place where we will always return

A tal proposito è emblematica anche la prima canzone di Elisa in italiano, Luce, in cui è presente il rapporto con la sua terra e la natura in correlazione a una storia d’amore ormai finita. La similitudine iniziale descrive la voglia di sentirsi parlare dalla persona amata in armonia, come il vento sferza gli alberi e in simbiosi come il cielo con la terra, legami naturali indissolubili, ma il ritornello si riferisce in realtà a una relazione ormai finita, che versa solo lacrime sui tramonti della sua terra (il Friuli).

Parlami, come il vento fra gli alberi

Parlami, come il cielo con la sua terra

[…]

Siamo luce che cade dagli occhi

Sui tramonti della mia terra

Tuttavia l’impegno di Elisa riguardo alla salvaguardia dell’ambiente e alla preoccupazione per il cambiamento climatico comincia dal suo terzo album, Then Comes the Sun, in cui c’è una canzone che parla dell’innalzamento della temperatura globale: Fever. Il ritornello descrive un mondo malato, calpestato a causa di scelte sbagliate, che trema e che, nonostante ciò, continuiamo a distruggere, letteralmente ‘saltandoci sopra’:

But your world has got the fever

You’re killing it with your reasons

Your world has got the fever

And you step on it and don’t see it

But your world has got the fever

You’re killing it with your reasons

Your world has got the fever

And you step on it and don’t see it

Your world has got the fever

It is shaking and you jump on it

Per quanto riguarda la produzione dei suoi album, è dal 2003, con l’uscita di Lotus, che Elisa pubblica le copertine dei suoi cd su carta e il suo impegno per la salvaguardia dell’ambiente comincia già con il tour Diari Aperti nel 2019. Durante i concerti vengono proiettate le immagini della marcia per salvare il clima di Greta Thunberg, e le parole del capo Sioux riguardo all’impatto dell’uomo sulla natura: «Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo pesce mangiato, e l’ultimo fiume avvelenato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro».

Nel 2022, dopo la pandemia, il suo impegno diventa ancora più tangibile con l’uscita dell’album Back to the Future e, a seguire, con il tour incentrato sulla sostenibilità. Ed è la cantante stessa a dichiarare in un’intervista a «Repubblica» che l’industria della musica deve affrontare al più presto il tema e sensibilizzare la società:

La sostenibilità è un tema urgente, ignorarlo sarebbe stato insopportabile. Ho iniziato due anni fa, finito il tour di Diari aperti. Dall’idea del nuovo album mi sono mossa verso quella della sostenibilità, con la pandemia ho avuto il tempo di sviluppare e integrare tutto. Volevo ‘tornare al futuro’ che ci restituiranno dopo la pandemia, con l’idea di accendere l’attenzione su questi temi[4].

Inoltre, Elisa nel 2022 è stata nominata Ally della campagna delle Nazioni Unite sugli obiettivi di sviluppo sostenibile (UN SDG Action Campaign), un importante protocollo green redatto dal Politecnico di Milano in collaborazione con Music Hub per ridurre l’impatto ambientale degli eventi musicali. Obiettivo del protocollo è infatti «costruire un modello di riferimento per agenzie di live e operatori dello spettacolo che consenta di valutare il livello di sostenibilità di un evento musicale e confrontarlo con le migliori pratiche sul mercato», proponendo di individuare le buone pratiche da implementare in tutte le fasi dell’evento, la valutazione del suo impatto sull’ambiente e le linee guida per la rendicontazione[5].

Il tour Back to the Future ha seguito il protocollo green, riducendo il numero di tir da sette a uno, facendo ricorso il più possibile alle risorse che si possono trovare sul luogo per l’evento. Oltre a questo, si è ridotta al minimo la produzione di merchandise per non creare sprechi, le magliette sono state prodotte con cotone organico, sono state eliminate bottiglie e bicchieri di plastica per tutto il gruppo di lavoro e quello che avanzava dai catering di ogni tappa è stato donato ad associazioni locali. Inoltre, attorno a ogni concerto, a partire da quelli organizzati all’Arena di Verona per Heros Festival, è stato pensato un Green Village, fatto di mercatini locali, dibattiti e attività legate alla sensibilizzazione e alla salvaguardia dell’ambiente.

Il tour ha portato avanti anche il progetto Music for the Planet, in collaborazione con AWorld, Music Innovation Hub e ASviS per Legambiente[6]. Tutte queste associazioni hanno contribuito al progetto Legambiente Life Terra con cui verranno messi a dimora 500 milioni di alberi entro il 2027. «Il progetto, al motto di Let’s plant together intende creare un vero e proprio movimento di cittadini attivisti che in tutta Europa si mobilitano per mitigare il cambiamento climatico»[7].

L’impegno di Elisa non si limita, quindi, al testo della canzone e alla sensibilizzazione teorica sul tema della sostenibilità, ma allarga gli orizzonti, con azioni concrete volte a coinvolgere la società nell’attivismo per la lotta contro il cambiamento climatico per un futuro sostenibile. Ed è proprio questo il messaggio principale del suo ultimo album e del conseguente tour: «un’ambizione sociale per scuoterci un po’, perché dobbiamo renderci conto che dipendiamo gli uni dagli altri, dal discorso ambientale a quello emotivo» («Corriere della Sera», 18/02/2022).

Ritorno al Futuro/Back to the Future è un doppio disco composto da dodici canzoni in italiano, nel primo disco, e tredici in inglese, nel secondo. Nelle parole di Elisa, che spiegano l’ispirazione per il titolo, si trova ancora una volta la necessità di impegnarsi attivamente per un cambiamento e un futuro sostenibile attraverso la musica. In questo, pur definendosi una sognatrice e un’idealista, l’artista non si limita solamente a scrivere canzoni per un futuro migliore, ma sottolinea l’importanza di agire «sporcandosi le mani»:

L’idea di chiamare così il disco viene da una spunto di spettacolo dal vivo, l’idea è venuta alla fine dell’ultimo tour: già immaginavo questo come scusa buona per mettere in campo un certo metodo nuovo di sostenibilità, per spingere il più possibile in quella direzione. Io sto con quelli che ci credono, sono sognatrice, idealista, ma anche una artigiana che si sporca le mani, vengo da una famiglia di operai. Li chiamo gli ultimi perché in tanti casi chi cede molto in una casa è un ultimo, i più disillusi e scaltri sono i player del capitalismo. Poi c’è una grande matrix che si parte da una parte e si finisce dall’altra. La percezione sta cambiando nelle giovani generazioni perché capiscono la vulnerabilità del sistema e del mondo stesso, gli fa avere più coraggio ma questo non viene capito dalle generazioni più grandi che non capiscono che i giovani sono già evoluti e da un’altra parte» (SkyTg24, 19/02/2022).

Le canzoni in inglese sono quelle che hanno al centro la tematica dell’ambiente, la necessità di cambiare rotta e di tornare, dopo un periodo buio come quello della Pandemia, a un futuro sostenibile. Elisa ha cominciato la carriera scrivendo in inglese e anche per questo album lo ha scelto per esprimere i temi che le stanno più a cuore.

Show’s rolling è la prima canzone del disco che esprime proprio questa urgenza di agire, perché non c’è più tempo, ci sono già state troppe violazioni e il mondo è totalmente inquinato. La situazione è contorta e problematica, e la vera forza del cambiamento non è nel potere di chi ha denaro, ma in chi ha una coscienza morale rispettosa dell’ambiente:

Spare some lovin’ for me, yeah (Me, yeah)

Now the time is callin’ (Callin’ for me)

Is callin’ (Callin’ for me)

I’ve been round for the highs and the lows

Stand by me, for you know the show’s rollin’

Rollin’ for me (Rollin’), rollin’ for me

Far too many violations

Don’t know where this conversation’s goin’

Not sure where it’s goin’

World is covered in pollution

What a fucked up situation, I’m not in

All I know is I’m not in (I’m not in)

Power’s in no money or gold

All is safe in the hands of good souls’ power (Good soul)

(Power, power) A real power (Power, power)

Anche il testo di I Feel it in the Earth affronta la tematica della preoccupazione per l’ambiente, entrando in connessione con una Terra che soffre a causa delle nostre azioni distruttive, dal surriscaldamento degli oceani agli incendi, e soffermandosi sull’importanza di non ripetere gli errori del passato:

I feel it in the earth, I hear its cry

It’s in the oceans, it’s in its fires

I feel it in the earth, soaked in hatred

And this violence, I can’t take anymore

Cannot go back to hell no more

Cannot go back to where we’ve been so wrong, so wrong

Elisa illustra come la società sia distruttiva, con l’uso di parole come “ruggine” e “polvere” per descrivere la fragilità e l’impotenza dell’uomo di fronte alle sfide globali. Il brano riflette anche sulle parole vuote e le bugie che stanno crollando, rivelando la verità e il caos che ci circonda:

Turns to rust (rust)

Thin like dust (dust)

Heaven only knows

It falls on us (us)

Lies will crush (crush)

Heavy on our souls

Weak desires, soft denials

Heaven only knows

L’umanità non può più ignorare questi problemi, dovendo fare i conti con le conseguenze dei propri atti. Attraverso versi potenti e incisivi, la cantante sottolinea che l’egoismo e la mancanza di condivisione delle risorse stanno portando a un mondo sempre più diviso e fuori controllo. La tragedia della situazione si riflette nel desiderio dell’artista di un cambiamento radicale e di un’attenta riflessione sui nostri comportamenti. La canzone trasmette un messaggio di urgenza e di responsabilità nei confronti dell’ambiente e della società nel suo complesso.

Gli esordi di Elisa e Francesca Michielin

L’impegno per la sostenibilità in musica e la difesa dell’ambiente non sono I soli punti in comune fra Elisa e Francesca Michielin. Entrambe hanno cominciato la loro carriera giovanissime, confrontandosi subito con un mondo musicale dominato dagli uomini. A soli quindici anni, Elisa canta e scrive le proprie canzoni, ma, al primo incontro con un produttore discografico, riceve un riscontro alquanto maschilista: «sei carina, pensa a cantare e lascia stare la scrittura». L’episodio viene raccontato proprio dalla cantante in un post Instagram del 26 maggio 2021, dichiarando che «queste parole furono solo altra benzina, amara sì, ma pur sempre buona per spingere ancora più giù l’acceleratore». La sua determinazione la porterà poco più di dieci anni dopo a produrre lei stessa la canzone Teach me Again in cui duetterà con Tina Turner, curando sia gli arrangiamenti sia la registrazione. Tina Turner era così fiera di lei ed entusiasta del progetto che le disse: «Sono molto orgogliosa di te, donne come te stanno cambiando il mondo. Quando ero giovane io, quello che stai facendo tu oggi qui con me sarebbe stato impensabile»[8]. Considerando l’emancipazione personale e musicale che contraddistinguono la storia di Tina Turner, queste parole sono veramente evocative.

D’altro canto, Francesca Michielin in un’intervista ha dichiarato che agli esordi si è sentita inadatta a produrre musica propria: «nel 2011 in Italia c’era l’idea per cui la donna potesse essere solo interprete». Percepiva una crisi profonda del mercato musicale italiano in cui ancora non si era pronti ad accettare una cantautrice così giovane. Di fatto il suo primo album da cantautrice lo pubblica solo nel 2016, l’anno della svolta in cui dimostra al pubblico italiano di non essere solo un’interprete, ma anche un’autrice.

Dalla teoria all’attivismo: l’ecofemminismo nella produzione musicale di Francesca Michielin

Le storie di emancipazione di Elisa e Francesca Michielin nella sfera della canzone d’autore italiana sono rappresentative di una lotta contro il patriarcato di cui in particolare Francesca Michielin si è fatta ambasciatrice nella sua produzione musicale. Le canzoni dell’album Feat Stato di Natura parlano di una natura oppressa come la donna, creando parallelismi tra la questione ecologica e il femminismo. Si può, quindi, esplorare la possibilità che le sue canzoni siano rappresentative di un nuovo ritrovato ecofemminismo, più orientato all’attivismo che alle prospettive teoriche delle sue origini.

Anche la serie TV Guida Pratica per Terrestri Consapevoli si colloca in questa prospettiva. È la stessa Francesca Michielin a dichiarare di volersi occupare dell’argomento perché, pur non essendo una scienziata o una ricercatrice, si sente parte di questa Terra e vuole prendersene cura. Francesca Michielin diventa messaggera di una protesta e di un impegno che non partono da nozioni astratte, ma che danno indicazioni pratiche per diventare cittadini consapevoli. Come le proteste ecofemministe analizzate da Niamh Moore nel suo libro sul cambiamento dell’ecofemminismo, The Changing Nature of Ecofeminism (2015), l’intento di Francesca Michielin si focalizza su quello che sta succedendo oggi, localmente e in maniera tangibile.

Quello che ha reso queste proteste così uniche è stato il loro focus su ciò che era locale e tangibile, in opposizione ai movimenti ecofemministi più astratti: il focus non era la Terra, bensì il territorio locale. Difatti, Niamh Moore offre una genealogia di teorie ecofemministe e di attivismo per affrontare le critiche di essenzialismo e universalismo dirette alle ecofemministe degli anni Novanta. Focalizzandosi sulle proteste locali in Canada e in India, trova similitudini nei vari modi in cui i dibattiti tra femminismo e ecologismo si sono incrociati già nella loro fase più primordiale.

Che cos’è l’ecofemminismo

L’ecofemminismo nasce negli anni Settanta e Ottanta, prima in Francia e poi negli Stati Uniti, dall’intersezione di movimenti femministi, ecologisti e di giustizia sociale. Il termine viene usato per la prima volta nel 1974 da Françoise D’Eaubonne nel suo libro Le féminisme ou la mort, in cui si definisce l’ecofemminismo come l’unica possibilità di salvezza dai due problemi maggiori del mondo: la crescita della popolazione e la distruzione dell’ambiente, entrambi radicati in una cultura patriarcale che sfrutta, opprime e distrugge le donne così come la natura.

In seguito negli Stati Uniti Carolyn Merchant con il suo libro Death of the Nature (1980) esplora la Rivoluzione Scientifica del XVII secolo attraverso le lenti dell’ecologismo e del femminismo. La natura in molteplici culture viene rappresentata come una dea, Madre Natura, ma Merchant chiarisce il cambiamento del ruolo nel passaggio da una società matriarcale a patriarcale. Storicamente la natura era simbolizzata da figure femminili e le donne venivano quindi tenute in alta considerazione come portatrici di vita, ma attraverso i secoli la natura è stata trasformata in un organismo passivo in opposizione agli esseri umani.

Negli anni Novanta il movimento ecofemminista viene criticato e considerato un movimento teorico, poco incline all’attivismo e prevalentemente bianco. Si contesta soprattutto l’aver ignorato che la natura, la cultura e il genere possano variare a seconda del luogo e della storia del periodo. Questo processo di omologazione non ha tenuto in considerazione, quindi, le differenze di razza, classe ed etnicità, rilevando una nuova necessità dell’ecofemminismo: quello di essere un movimento d’intersezione, capace di far confluire le differenze delle donne nel mondo[9].

L’album Feat (Stato di Natura) tra ecofemminismo e sostenibilità

L’album Feat (Stato di Natura) di Francesca Michielin ben esplicita il nesso tra ecologismo e femminismo. Ed è proprio la cantante stessa a dichiarare che il tema principale è l’incontro tra natura e urban, «l’ambiente naturale e quello cittadino che si incontrano», come già era successo negli anni Sessanta con Il Ragazzo della Via Gluck di Celentano; ma in questo caso sono raccontati da una cantautrice, non da un cantautore, in una prospettiva ecofemminista. Infatti, un altro tema principale è l’amore in più forme ed espressioni, inteso però come sentimento per la natura. Una natura che diventa anche sinonimo della condizione femminile di sottomissione a un sistema patriarcale in cui non c’è libertà o indipendenza.

La canzone apripista, Non è nella mia Natura, a cui ha collaborato Damiano dei Maneskin, rappresenta a tal proposito un vero e proprio manifesto contro il patriarcato:

Non è nella mia natura

Farmi fischiare per strada come se fossi un cane

[…]

Rivendichiamo per il corpo la libertà

Ma critichiamo una ragazza che si veste come le va

C’insegnan che la donna è madre, una pin up che guida male

Ma il navigatore ha quella voce là

[…]

Dell’immagine servile con cui ci avete dipinte

Con il fatto di sentirci obbligate se respinte

Usate il nostro seno ovunque, una cosa normale

Ma se allattiamo in pubblico? (Non si fa, è immorale)

Secondo Francesca Michielin la parola e l’umanità sono doni intrinseci alla natura umana. La canzone è aggressiva, ma va contro l’aggressività verbale e per questo vuol far riflettere sul peso delle parole e di come continuino a inficiare la libertà femminile[10].

Sposerò un albero è, invece, una canzone in cui si parla della voglia di stare con sé stessi, ma nella natura, di riappropriarsi della quotidianità e delle cose semplici (come dichiara la stessa Francesca Michielin in un’intervista). Ed è proprio il ritornello della canzone a rafforzare questa idea di semplicità e di connubio con la natura:

Sposerò un albero, faremo figli di fiori

Non c’è giusto o sbagliato, con le radici nel cuore

Amerò un albero, faremo figli di fiori

E raccoglierò i frutti dei nostri giorni migliori

Si guarda al futuro pur rimanendo legati alle proprie radici nel profondo, si cerca quindi di soddisfare i propri bisogni del presente mantenendo saldo il contatto con la natura, intesa come Madre Terra, senza andare a ledere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri, raccogliendo appunto i «frutti dei nostri giorni migliori». Questi versi della canzone riportano al concetto di sviluppo sostenibile così come era stato definito nel Rapporto Brundtland.

Un’altra canzone dell’album, Riserva Naturale, in collaborazione con i Coma Cose, parla della difficoltà nel trasferirsi da un paese di periferia alla città. È la storia di Francesca e del disagio provato a Milano, dopo aver vissuto per anni a Bassano del Grappa. La metafora dell’albero in una metropolitana sottolinea la sensazione di asfissiamento provocato dal caos cittadino, il senso di estraneazione provato in un ambiente ostile. Come un albero costretto in un paesaggio urbano, molesto, che lo calpesta, fuori dal suo contesto, sferzato da un vento nemico, così la cantante si sente fuori posto, depressa e sopraffatta da una realtà troppo frenetica, lontana dai ritmi semplici della natura.

Sono un albero in una metropolitana

Piena a mezzanotte e quaranta

Voglio dirti che mi sento stanca, quest’aria sfianca

Tutta ’sta gente molesta che mi calpesta

Mezza depressa

Tutta connessa

Che ne so io della tua testa?

Lasciami stare in una foresta

Fuori contesto, ma dentro la festa

Spinta dal vento, graffiata dal grigio che resta

Mi spacca il cuore, non c’è il tre solo il minore

Mi spacca il cuore e resto io il male minore

E come l’albero, anche la cantante troverà pace solo in una riserva naturale, una metafora che rappresenta la ricerca di conforto in un un abbraccio senza alcune limitazioni, ma con i piedi bene a terra, esattamente come l’albero, che ha radici profonde nel terreno.

 

 

Abbracciami senza riserva

Naturale, con i piedi bene a terra

Ma con la testa che già vola e con il cuore in guerra

Adesso portami con te

Portami con te (yey)

La musica come strumento di emancipazione e sostenibilità in chiave ecofemminista

La sensibilità di Elisa e Francesca Michielin riguardo alla sostenibilità e il loro attivismo dimostrano quanto sia diverso l’approccio e l’intento divulgativo da parte delle cantautrici italiane in quanto donne. Con le loro canzoni, ma anche con gli eventi, i concerti, i programmi televisivi, si rivelano protagoniste non solo di una forte campagna di sensibilizzazione alla sostenibilità, ma anche paladine nel coinvolgimento del pubblico, quindi impegnate attivamente anche a livello sociale.

Questo non stupisce se si considera che il termine “sostenibilità”, inteso come sviluppo ambientale, sociale ed economico che non vada a ledere le generazioni future, come già accennato precedentemente, è stato proprio coniato da una donna, Gro Harlem Brundtland. Si può, quindi, dedurre che l’interesse per la sostenibilità di Elisa e Francesca Michielin le leghi indissolubilmente in questo impegno sociale e le renda protagoniste nel panorama musicale italiano, in quanto il loro sguardo femminile, incline alla cura, le rende più sensibili e vicine alla salvaguardia e alla cura dell’ambiente in un’ottica ecofemminista.

La valorizzazione dei ruoli sessuali, e in particolare della specificità femminile, diviene la base di un progetto di umanizzazione della cultura e della politica: si tratta di far leva sulle capacità e le attitudini che le donne hanno sviluppato nei secoli, facendole confluire nella “cura” dell’ambiente per progettare un mondo più accogliente e vivibile[11].

Storicamente la figura della donna è stata affiancata alla natura, la Madre Terra, che provvedeva ai bisogni dell’umanità. Questo concetto è stato capovolto dallo svilupparsi di una cultura androcentrica, promotrice dello sfruttamento della donna e della natura, come è stato studiato da diverse pensatrici agli esordi del movimento ecofemminista. Di conseguenza, Elisa e Francesca Michielin, grazie alle tematiche affrontate nelle loro canzoni ma anche alle loro iniziative per l’ambiente, si rivelano portatrici di un nuovo messaggio di emancipazione, che potrà manifestarsi solo se cambierà anche la gestione dello sviluppo sociale ed economico, allargando gli orizzonti in in un’ottica più femminile e sostenibile.

 

Bibliografia:

G. H. Brundtland, Our Common Future, Oslo, United Nations Report, 20 March 1987;

C. Merchant, Earthcare: women and the environment, New York, Routledge, 1996;

R. K. Musil, Rachel Carson and Her Sisters: Extraordinary Women Who Have Shaped America’s Environment, New Brunswick (New Jersey), Rutgers University Press, 2014;

N. Moore, The Changing Nature of Eco/Feminism. Telling Stories from Clayoquot Sounds, Vancouver, University of British Columbia Press, 2015;

E. Dell’Agnese, «Io lo vedo grigio ma dicono che è blu…»: un approccio ecocritico alla canzone italiana, in La musica come geografia: suoni, luoghi, territori, a cura di M. Tabusi, E. Dell’Agnese, Roma, Società Geografica Italiana, 2016, pp. 15-26;

G. Di Chiro, Making Ecofeminism(s) Matter… Again, in «Women’s Studies», Novembre 2021, Vol. 50 (8), pp. 820-28;

E. Federici, Why Ecofeminism Matters. Narrating, translating, ecofeminism(s), in «Saggi/Essays 66», Issue 20 – Fall/Winter 2022;

The Routledge handbook of ecofeminism and literature, a cura di D. A. Vakoch, London, Routledge, 2023, pp. 271-79;

F. D’Eaubonne, How the Women’s Movement Can Save the Planet, review in «Women in French Studies», 2023, Vol. 31 (1), pp. 162-63.

Sitografia:

«Music Declares Emergency» Take Action, 2019; cfr. l’URL: https://www.musicdeclares.net/ (ultima consultazione: 14/05/2024);

M. Adorno, Francesca Michielin, il testo di Stato di Natura per urlare che basta sentirsi dire certe cose come donne, 13/03/2020 cfr. l’URL: https://www.cosmopolitan.com/it/star/a31433652/francesca-michielin-stato-di-natura-testo/ (ultima consultazione: 14/05/2024);

P. Ruviglioni, La storia di Francesca Michielin, in «Vice.com», 26/03/2020; cfr. l’URL: https://www.vice.com/it/article/m7qw9a/francesca-michielin-canzoni-stato-natura (ultima consultazione: 14/12/2023);

T. Bartolini, Coronavirus: Ecofemminismo e la cura del pianeta. Intervista a Luisella Battaglia, in «Noi Donne», 27/04/2020; cfr. l’URL: https://www.noidonne.org/articoli/coronavirus-ecofemminismo-e-la-cura-della-pianeta-intervista-a-luisella-battaglia.php (ultima consultazione: 15/05/2024);

A. Zucca, Elisa su Instagram racconta un episodio di sessismo subito a inizio carriera: il gender gap in musica, in «Elle», 27/05/2021; cfr. l’URL: https://www.elle.com/it/showbiz/musica/a36553799/elisa-toffoli-episodio-sessismo/ (ultima consultazione: 14/12/2023);

Music for the planet; cfr. L’URL: https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/music-for-the-planet/ (ultima consultazione: 14/05/2024);

E. Assante, La musica può servire a far crescere alberi, in «Repubblica», 31/03/2022; cfr. l’URL: https://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2022/03/30/news/elisa_la_musica_puo_anche_servire_a_far_crescere_alberi-343466453/ (ultima consultazione: 13/05/2024);

«Music Innovation Hub» Protocollo per gli eventi sostenibili, sviluppato da Triadi spin off POLIMI, RP Legal & Tax MIH, 2022; cfr. l’URL: https://musicinnovationhub.org/wp-content/uploads/2023/05/PROTOCOLLO-EVENTI-SOSTENIBILI2.pdf (ultima consultazione: 14/05/2024).

 

  1. E. Dell’Agnese, «Io lo vedo grigio ma dicono che è blu…»: un approccio ecocritico alla canzone italiana, in La musica come geografia: suoni, luoghi, territori, 2016 pp. 15-26.

  2. G. H. Brundtland, Our Common Future, Oslo, United Nations Report, 20 March 1987.

  3. Cfr. «Music Declares Emergency» Take Action, 2019; cfr. l’URL: https://www.musicdeclares.net/ (ultima consultazione: 14/05/2024).

  4. E. Assante, La musica può servire a far crescere alberi, in «Repubblica» 31/03/2022; cfr. l’URL: https://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2022/03/30/news/elisa_la_musica_puo_anche_servire_a_far_crescere_alberi-343466453/ (ultima consultazione: 13/05/2024).

  5. «Music Innovation Hub» Protocollo per gli eventi sostenibili, sviluppato da Triadi spin off POLIMI, RP Legal & Tax MIH, 2022; cfr. l’URL: https://musicinnovationhub.org/wp-content/uploads/2023/05/PROTOCOLLO-EVENTI-SOSTENIBILI2.pdf (ultima consultazione: 14/05/2024).

  6. Aworld è l’app ufficiale della campagna ONU Act Now e serve a sensibilizzare ognuno a compiere azioni quotidiane per essere più ecosostenibili; Music Innovation Hub realizza progetti innovativi e socialmente responsabili in ambito musicale; ASviS è l’alleanza italiana per uno sviluppo sostenibile, nata per far conoscere in Italia gli obiettivi dell’Agenda 2030 ONU.

  7. Music for the Planet; cfr. L’URL: https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/music-for-the-planet/ (ultima consultazione: 14/05/2024).

  8. A. Zucca, Elisa su Instagram racconta un episodio di sessismo subito a inizio carriera: il gender gap in musica, in «Elle», 27/05/2021; cfr. l’URL: https://www.elle.com/it/showbiz/musica/a36553799/elisa-toffoli-episodio-sessismo/ (ultima consultazione: 14/12/2023).

  9. E. Federici, Why Ecofeminism Matters. Narrating, translating, ecofeminism(s), in «Saggi/Essays 66», Issue 20 – Fall/Winter 2022.

  10. M. Adorno, Francesca Michielin, il testo di Stato di Natura per urlare che basta sentirsi dire certe cose come donne, in «Cosmopolitan», 13/03/2020; cfr. l’URL: https://www.cosmopolitan.com/it/star/a31433652/francesca-michielin-stato-di-natura-testo/ (ultima consultazione: 14/05/2024).

  11. T. Bartolini, Coronavirus: Ecofemminismo e la cura del pianeta. Intervista a Luisella Battaglia, in «Noi Donne», 27/04/2020; cfr. l’URL: https://www.noidonne.org/articoli/coronavirus-ecofemminismo-e-la-cura-della-pianeta-intervista-a-luisella-battaglia.php (ultima consultazione: 15/05/2024).

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

La rappresentazione letteraria delle prime mestruazioni: aspetti significativi nel panorama italiano

Author di Camilla Pasqua

Introduzione 

Se è vero che i temi sono snodi nel reticolo dell’immaginario, ne consegue che essi costituiscono anche una sorta di grammatica della raffigurabilità: non si dà un tema se esso non è raffigurabile; non lo si percepisce se esso non è raffigurato (e, naturalmente, anche formalizzato)[1]. Così Felice Rappazzo nell’ambito di un dibattito critico sul tema nella letteratura, ospitato sulla rivista «Allegoria» nel 2008. Adottando questo assunto, potremmo inferire che la rappresentazione letteraria delle prime mestruazioni costituisce oggi un tema, divenuto “raffigurabile” e “raffigurato” con crescente frequenza, grazie a una “raffigurabilità” che ha progressivamente attenuato (ma non annullato) un tabù di origine molto antica. 

L’obiettivo di questo articolo è quello di dare conto di questa raffigurabilità e raffigurazione delle mestruazioni nella letteratura italiana contemporanea. La ricerca qui presentata si inserisce all’interno di un più vasto studio volto a indagare la presenza e le rappresentazioni dell’adolescenza femminile nella narrativa contemporanea[2]. Benché non si tratti di una rilevazione statistica – che esula dagli scopi di questo lavoro, più focalizzato sul “come” che sul “quanto” –, l’analisi dimostra come in quasi un secolo (1921-2017) siano state individuate per ora 12 opere che fanno riferimento al menarca, mentre negli ultimi quattro anni (2021-2024) ben 10, il che costituisce di per sé un elemento significativo[3].  

L’evidenza complessiva denota quindi un interesse crescente verso le mestruazioni – per quanto ancora spesso ritenute un tabù –, fatte oggetto anche di rappresentazioni artistiche. Nel 2022 lo scrittore Michele Giordano ne denunciava la dimensione di stigma, recensendo il monologo teatrale di Marinella Manicardi intitolato Corpi impuri. Il tabù delle mestruazioni, frutto di un precedente spettacolo ideato per il Festival Filosofia di Modena nel 2011, successivamente trasposto in volume[4]. E, ancora, il tema è stato al centro del podcast Eva in rosso[5], curato durante la pandemia di Covid 19 da Valentina Lucia Fontana, Alessandra Giglio, Sonia Castelli. Insieme ad alcune associazioni le stesse hanno dato vita al Primo festival del ciclo mestruale, svoltosi a Milano nel 2022 e giunto nel 2024 alla sua terza edizione[6]

In ambito accademico, infine, l’aumentata attenzione per le mestruazioni è confermata da numerosi lavori, tra cui, a livello letterario, la tesi di dottorato di Sonia Brighenti intitolata La trasgressione nella letteratura femminile contemporanea italiana (2012), che comprende un capitolo su “Elena Ferrante e il tabù delle mestruazioni”[7].

Alle origini di un tabù

Parlare di letteratura sulle mestruazioni significa entrare in discipline molto diverse tra loro, come la storia della medicina e della ginecologia in particolare, la storia della filosofia, delle credenze mitiche e religiose, gli studi di genere e del femminismo, la psicologia, l’antropologia, la sociologia; perfino l’economia, se si considera il settore del marketing. Per gli scopi di questo articolo si farà riferimento all’analisi del romanzo contemporaneo, circoscrivendo il campo all’ambito letterario o più genericamente culturale attraverso cui si è cercato di ripercorrere la storia di un tabù dalle molteplici implicazioni, con occasionali “sconfinamenti”.

L’antropologia, per esempio, ha evidenziato la valenza positiva delle mestruazioni presso determinate culture, come quelle di alcune popolazioni native americane e della Costa D’avorio, come riporta Kate Clancy nel recente saggio Ciclo. Storia e cultura dell’ultimo tabù. Per Clancy bisogna, inoltre, evitare di sovrapporre all’interpretazione di culture altre la prospettiva occidentale e colonizzatrice, spesso fuorviante[8].

È tuttavia evidente il valore per lo più negativo assegnato nel tempo e nello spazio alle mestruazioni, necessarie a “purgare le donne”, a riprova della loro imperfezione e debolezza rispetto all’uomo, come emerge dall’analisi della rappresentazione del corpo femminile nei trattati del Cinquecento svolta da Ottavia Niccoli:

L’idea della pericolosità del corpo femminile è del resto un dato comune a tempi e culture assai diverse tra loro; in ogni contesto il momento cruciale di questa pericolosità è considerato il periodo mestruale. La donna mestruante è sommamente pericolosa perché è sommamente impura. Anche in tempi vicini a noi i rapporti con essa sono ritenuti dannosi: al suo tocco i fiori si disseccano, le corde degli strumenti musicali si spezzano, la birra e il vino inacidiscono; in altre culture la reclusione, specie in occasione del menarca, è obbligatoria e severa[9].

Sia Niccoli[10] che Pancino[11] fanno inoltre riferimento al peso della religione giudaico-cristiana nella svalutazione delle mestruazioni e nella prescrizione dei comportamenti sessuali durante il mestruo. La stessa interpretazione propone Alma Gottlieb: «In Western/ized nations, the widespread concept of menstruation – as curse likely derives from one specific religious tradition: the Jewish and Christian traditions’ sacred text, the Bible». Si sarebbero, cioè, fusi la maledizione di partorire con dolore (frutto della trasgressione di Eva) contenuta in Genesi e il dolore e le prescrizioni sulle mestruazioni del Levitico, facendo slittare la maledizione (the curse appunto, espressione colloquiale per indicare ‘le mestruazioni’ in inglese) sulle mestruazioni stesse. Per Gottlieb il Corano avrebbe poi ereditato tale impostazione[12].

L’origine di questa condanna è comune alle radici del pensiero antico: furono infatti «i padri della scienza medica la scuola ippocratica, Aristotele e più tardi Galeno a gettare le basi filosofiche della presunta inferiorità del corpo femminile su cui si fonda la cultura occidentale»[13]. Anche Plinio il vecchio e altri autori latini (Columella, Palladio Rutilio Emiliano) corroborarono queste idee con opere su questioni naturali e agrarie che, ampiamente diffuse, da una parte favorirono il radicamento di numerosi pregiudizi nell’immaginario comune, dall’altra probabilmente a loro volta riflettevano «credenze già ben radicate nella medicina e nel folklore popolare»[14]. Particolarmente persistente nel tempo fu il discredito espresso da Plinio il Vecchio, per il quale non c’era nulla di più “monstrificum” (‘mostruoso, prodigioso’) del flusso mestruale delle donne, capace di far morire le api negli alveari, provocare la rabbia ai cani, rovinare innesti e raccolti, far cadere i frutti dagli alberi, arrugginire il bronzo e il ferro, danneggiare specchi e avorio, e molto altro. 

Sereni e Di Pietrantonio, che come vedremo più avanti sono parte dell’indagine qui proposta, riferiscono di simili credenze popolari, come il divieto di toccare i fiori, fare la maionese e il pane e partecipare alla macellazione del maiale, ancora vivo in pieno Novecento. Il passo seguente si riferisce, invece, alla preparazione della salsa nell’Italia meridionale (Abruzzo) a metà degli anni ’70:

– Oddio, ma che tieni le cose tue oggi? – mi ha chiesto brusca.

Ho risposto troppo piano per la vergogna.

– Eh? Le tieni o non le tieni?

Ho ripetuto di no con il dito.

– Meno male, che sennò ecco si fracicava tutto quanto. Se ti vengono, certe faccende non le puoi fare[15].

La madre di Oliva Denaro, protagonista di un altro dei romanzi analizzati, dichiara invece: «– ll resto sono tutte superstizioni, – continuò. – Dicono che quando ti viene il marchese non devi toccare la carne sennò va a male, non raccogliere i fiori che seccano, non lavare i capelli che tanto la piega non viene … Sono solo stregonerie»[16].

Su queste superstizioni, dure a morire, riflette anche Rosella Postorino in un romanzo-saggio uscito nel 2024:

A sconvolgermi non erano tanto le idee assurde intorno alle mestruazioni: ero nata alla fine degli anni Settanta nel Sud Italia e, sebbene mia madre mostrasse un atteggiamento più scientifico rispetto alle donne che mi circondavano, forse perché aveva lavorato in una farmacia, ero abituata alle superstizioni da Levitico[17].

Poi c’era mia nonna, convinta appunto che bisognasse purgarsi dopo il ciclo, e che durante il ciclo ci si dovesse lavare meno possibile, pena l’interruzione del sangue o un’emorragia; ma lei era una che copriva gli specchi di casa con un lenzuolo per combattere la mia vanità, e giurava che, se mi fossi specchiata di notte, il diavolo mi avrebbe preso l’anima. Un po’ mi suggestionavo, e se mi svegliavo per andare in bagno tenevo la luce spenta, ma soprattutto sentivo che il tabù del mestruo e quello degli specchi avevano un’origine comune: il sospetto nei confronti delle donne e la volontà di addomesticarle, di manipolarle[18].

Per l’appassimento dei fiori era perfino stata offerta una spiegazione “scientifica”. Nel 1920 il dottor Bela Schick lo aveva imputato alla presenza di “menotossine”, cioè «substances nocives éliminées par la peau de la femme indisposée et qui seraient responsables des différents phénomènes de pourrissement et de fanaison»[19]. Nell’articolo intitolato Du sang et des femmes. Histoire médicale de la menstruation à la Belle Époque, le studiose francesi Le Naour e Valenti hanno sottolineato che fino al Novecento la medicina non si è opposta «aux préjugés et aux superstitions» sulle mestruazioni, ma, anzi, «les croyances populaires sont parfois intégrées et confirmées par les médecins comme l’ont montré les anthropologues»[20]. Spaventati dalla donna indisposta ‒ proseguono ‒ e ignorando per molto tempo l’origine delle mestruazioni (solo alla fine del XIX secolo collegate all’ovulazione, ma ancora con incertezze), i medici hanno continuato a lungo ad attribuire poteri nefasti alla donna mestruata.

Superstizioni ancora vive nell’Ottocento e nel primo Novecento anche in diverse regioni della Francia mostravano, inoltre, un chiaro collegamento con le teorie di Plinio il Vecchio: le donne con le mestruazioni potevano perfino compromettere la raffinazione dello zucchero. In alcune zone, affermano le ricercatrici, si riteneva ancora a inizio millennio che potessero far andare a male la carne, soprattutto di maiale[21]. Concludono dichiarando che molte superstizioni stanno sparendo, e che delle mestruazioni si parla molto nella pubblicità, ma per rimarcare «l’invisibilité de “l’indisposition”», e dunque: «La représentation du sang reste taboue, ignorée, et le règles demeurent, selon le mot d’Edgar Morin, ce qu’une femme doit avoir absolument dans sa vie et ce qu’elle doit absolument cacher»[22].

Come riflesso del tabù che per secoli le ha colpite, ancora oggi raramente le mestruazioni sono nominate in modo esplicito nel parlare comune; la loro gestione nella vita quotidiana, a scuola, al lavoro, continua a essere accompagnata da disagio e vergogna[23]. Kissling, mediante interviste a un gruppo di ragazze dai 12 ai 16 anni e ai loro genitori, ha messo in evidenza che sia i genitori sia le figlie provano imbarazzo a parlare di mestruazioni, ma le ragazze hanno bisogno di confrontarsi per trovare risposte che non ricevono durante le lezioni di educazione sessuale o di igiene, e ha concluso che, «as Judy Grahn (1994) has recently pointed out, menstrual blood appears to be the only blood than [that] cannot be displayed or discussed in American culture»[24]. Per questo, per superare il tabù senza sentirsi in colpa per l’infrazione, le ragazze ricorrono a «slang terms, circumlocutions, and euphemistic usage of deictics expressions»[25]

Anche Allan e Burridge (1991) si soffermano su questo aspetto sottolineando come si tratti di termini dispregiativi più che di eufemismi, cioè di «dysfemism; that is terms that are derogatory toward their referent, rather than more pleasant», come «the curse, the woman’s complaint, riding the rag»[26]. Secondo le studiose l’intento è comunque quello di eludere la componente imbarazzante delle parole. Nell’ambito della ricognizione proposta per questo articolo, tutti i testi considerati offrono esempi delle strategie comunicative individuate da Kissling, cioè l’eufemismo (le mie cose, le regole, il marchese), l’omissione del soggetto (es.: mi verranno), la perifrasi (sei diventata signorina). Una ricerca sulle mestruazioni condotta in Italia su un campione di più di 3000 ragazze ha confermato nel 2024 la difficoltà di parlare apertamente di mestruazioni, anche nella comunicazione tra pari e benché le ragazze siano spesso informate sul menarca e su alcuni aspetti della sessualità, e abbiano un buon rapporto con le madri[27].

Kissling inoltre segnala la minor reticenza nei discorsi tra amiche sulla cosiddetta sindrome premestruale (PMS), sorta di equivalente di un “rituale di benvenuto”:

In the cultural context of mixed messages about menstruation as a positive sign of womanhood and a negative, shameful secret, talking about PMS with girlfriends substitutes for a welcome-to-womanhood ritual. In comparing symptoms and complaints with other girls, young women participate in an exclusively female discourse, metaphorically analogous to the menstrual seclusion or celebration that explicitly mark menarche in some cultures[28].  

Cercando di capire le ragioni del ricorso al linguaggio eufemistico Gottlieb, come già accennato, richiama il peso degli interdetti di origine religiosa: «I suggest that, in many parts of the world, the effort to circumvent speaking about menstruation in simple, neutral, or scientific terms and to rely, instead, on euphemism that often involve shame and/or censure has deep roots in patriarchal ideology inherent in the Jewish and Christian traditions (and later adopted Islam)»[29].

Per Kissling e Bobel (2011) vi è, poi, uno stretto legame tra modalità di rapportarsi alle mestruazioni, tabù, interiorizzazione di un’imperfezione profonda, e frustrazione seguente:

It may not be obvious at first (perhaps because we are socialized to not look too closely down there) but attention to representations of the menstrual cycle reveals how women internalize destructive messages about womanhood including notions of our bodies as messy, unruly things (yes, things), that need to be tidied up, medicated, plucked, smoothed, and trimmed. This exhausting (and expensive) quest for the perfect body, not only drains resources and cultivates frustration, it also displaces the search for good quality information about how the body works and how to keep it healthily and strong[30].

Interamente imperniato sullo stigma sociale che ancora oggi colpisce le mestruazioni è poi l’approfondimento di Ingrid Johnston-Robledo e Joan C. Chrisler all’interno del cospicuo Manuale di studi critici sulle mestruazioni che comprende anche il contributo di Gottlieb. Johnston-Robledo e Chrisler concludono che «Clearly, the stigmatized status of menstruation has detrimental consequences for girls’ and women’s self-esteem, body image, self-presentation, and sexual health»[31]. Ribadiscono, inoltre, quanto le pubblicità abbiano contribuito a mantenere vivi i tabù sulle mestruazioni, alimentando la convinzione di doverle nascondere.

Fin dalla loro comparsa, negli anni ’20 per gli Stati Uniti, addirittura la metà degli anni ’60 per l’Italia[32], le ditte produttrici avevano infatti puntato sulla capacità di invisibilizzare le mestruazioni, come osservano Shail e Howie a proposito della pubblicità degli assorbenti Kotex, con ragazze che danzavano tra le braccia di prestanti giovani, spinte ad aspirare 

to a romantic ideal, to conceal menstruation and to be clean. New narratives simply rewrote a sophisticated version of menstrual etiquette, a version that was prescriptive in how to be a girl and how to ‘cope’ with periodic bleeding. […] New menstrual narratives were also intended to provide a vocabulary for dialogues between mothers and daughters to counter ignorance and superstition. Yet this literature devalued the experience and teaching of mothers and grandmothers. […] euphemism such as the curse, unclean and unwell were dismissed as ignorant[33]

In altre parole, questo tipo di comunicazione non spingeva affatto a superare il tabù delle mestruazioni e nemmeno a promuovere una diversa immagine di donna: «Notably, early twentieth-century versions of menstrual etiquette remained tied, firstly, to conceptions of menstruation as problematic and taboo and, secondly, to perceptions of femininity that privileged marriage and motherhood»[34].

A distanza di quasi un secolo dalle prime pubblicità dei Kotex, Pancino ha fatto notare l’ambiguità del messaggio:

la visibilità del messaggio è contraddetta dal contenuto del messaggio, che è l’invisibilità. Se ne parla alla televisione per dire che non c’è, o almeno che non si vede: si vende un prodotto, l’assorbente, che offre «sicurezza», «pulizia», «invisibilità», «libertà»; perché il sangue mestruale è dunque ancora considerato pericoloso, sporco, terribilmente visibile e vincolante[35]

L’insistenza sull’igiene, sull’“etichetta” da rispettare durante le mestruazioni, sarebbe inoltre il modo moderno di vivere il tabù antico. Le mie cose (2005) di Malaguti ripercorre questa interpretazione attraverso gli scritti, tra gli altri, di Laws[36], Camporesi, Shail e Howie. Camporesi riassume con grande chiarezza la questione:

La paura della contaminazione del prezioso liquido [il sangue] (una paura antica alla quale corrispondevano adeguati cerimoniali di esclusione e di purificazione essendo ritenuto il sangue mestruato un impuro veicolo di corruzione e di maleficio) svolge una parte importante sulle fantasie contemporanee che hanno trasferito nelle norme igieniche un codice di comportamento sociale sostitutivo degli arcaici tabù e dei precetti religiosi[37].

Anche Polak stigmatizza il ruolo della pubblicità di prodotti per l’igiene femminile: «The narrative of menstruation has been shrouded in secrecy, fear, discretion and embarrassment and has trickled down through generations of women. The perpetuation of such a narrative is pervasive in the feminine hygiene industry’s widespread advertising»[38].

Una diversa “narrazione delle mestruazioni” sembra però oggi possibile grazie a un nuovo mezzo, cioè la rete: il web è importante per le ragazzine, per parlare liberamente, scambiarsi esperienze, ridurre gli effetti dei tabù sulle mestruazioni:

while the ads of contemporary girls’ magazines promote a discourse of euphemisms masking the issues of menstruation, girls online have taken to rewriting the familiar menstruation narrative; the one that teaches secrecy and discretion in relation to menstruating bodies. Girls online are creating a new narrative that is unflinchingly descriptive and seethingly honest-using a platform that allows for girls’ voices in a communal space-often creating celebratory moments[39].

Le pubblicità di assorbenti hanno contribuito dunque a mantenere vivi i tabù sulle mestruazioni, alimentando la convinzione di doverle nascondere, ma dinamiche diverse stanno maturando grazie anche a internet e ai social, come emerge pure dalle ricerche di Elisabetta Locatelli a proposito dei post su mestruazioni e parto presenti su Instagram, legati alla professione di ostetrica/o[40].

Per tale ragione il premio per la pubblicità conferito a Cannes allo spot degli assorbenti Libresse-Nuvenia nel 2018, che, tra gli altri aspetti innovativi, per la prima volta utilizzava un liquido di colore rosso e non blu per rappresentare il sangue[41], può essere considerato un punto di svolta, l’inizio di un cambio di paradigma riguardo al fenomeno delle mestruazioni, a partire dalla loro visibilità e dalla loro dicibilità. Spiccatamente in questa direzione anche le recenti parole di Alessandro Bonacina, direttore commerciale di Essity, cui appartiene pure Nuvenia, il quale ha confermato che le mestruazioni sono ancora un tabù e che è decisiva la presa di coscienza degli uomini affinché siano considerate un fatto normale, raccontabile anche ai bambini[42]

Metodologia

Come in parte già anticipato, in questo articolo si darà conto di una ricerca svolta all’interno di una più ampia indagine sulla rappresentazione dell’adolescenza femminile nel romanzo italiano contemporaneo. L’analisi dei romanzi dei primi due decenni del 2000 è stata affiancata dalla ricognizione nel romanzo del primo e del secondo Novecento, al fine di individuare similitudini e differenze e/o innovazioni.

Le tre condizioni di partenza sono state, quindi: la firma di un’autrice; la presenza di una protagonista bambina o ragazza adolescente; il racconto delle prime mestruazioni. Per quest’ultimo motivo non sono stati considerati alcuni romanzi che presentano, sì, rimandi alle mestruazioni, ma non al menarca, come L’amore molesto (1992) e I giorni dell’abbandono (2002) di Elena Ferrante.

Sono stati indagati solo testi scritti da donne, alla luce dell’assunto, sostenuto anche da Dacia Maraini, che 

In realtà non esiste uno stile femminile, esiste semmai un punto di vista, una soggettività storica (che non ha niente a che vedere con la biologia della donna e quindi della donna che scrive). […] Una persona che si assume come soggetto narrante non è solo se stessa, con la sua piccola storia, ma si porta dietro una tradizione, una visione del mondo che è arrivata fino a lei, stratificandosi di generazione in generazione. […] Una donna che scrive ha quindi una prospettiva diversa da quella di un uomo che scrive e porrà attenzione ad alcuni aspetti della realtà anziché ad altri[43].

In una recente intervista la scrittrice ha anche aggiunto, a proposito dell’attenzione al corpo presente in tanta letteratura contemporanea: «Il fatto è che per la prima volta le donne scrivono e si fanno leggere in massa e parlano giustamente dei loro problemi fisici che gli autori (tutti o quasi tutti maschi) hanno sempre ignorato»[44]

La questione, del resto, viene dibattuta da anni, anche se non può dirsi del tutto esaurita. Con grande efficacia Monica Storini ha sottolineato che tutto quello che compone la nostra cultura e il nostro immaginario si manifesta attraverso precise strutture “formalizzate”, assume cioè una forma specifica, legata anche al genere: «l’identità di genere del locutore comporta uno specifico immaginario e un altrettanto specifico simbolico, che non possono non essere elementi formali, formalizzabili e formalizzati nel testo, letterario e non»[45]. Da qui la scelta di occuparsi solo di testi scritti da donne, benché sia possibile trovare riferimenti alle mestruazioni anche nelle opere di alcuni scrittori (come in Almost Blue di Carlo Lucarelli, 1997). 

Il corpus considerato comprende sia romanzi sia racconti, precisamente due, di Clara Sereni (2006) e Francesca Manfredi (2023), per il fatto che la misura più breve non inficiava le tre condizioni di base. Il corpus include le seguenti opere, riportate con la data della prima edizione (entro parentesi la data dell’edizione citata, se diversa dalla precedente): 

  • Ada Negri, Stella mattutina, Milano, A. Mondadori, 1921 (Pescara, Tracce, 1995);

  • Paola Masino, Nascita e morte della massaia, Milano, Bompiani, 1945 (Milano, Feltrinelli, 2019);

  • Alba De Céspedes, Dalla parte di lei, Milano, Mondadori, 1949 (Milano, Mondadori, 2021);

  • Milena Milani, La ragazza di nome Giulio, Milano, Longanesi, 1964;

  • Goliarda Sapienza, Lettera aperta, Milano, Garzanti, 1967 (Torino, Einaudi, 2017);

  • Marina Jarre, I padri lontani, Torino, Einaudi, 1987 (Milano, Bompiani, 2021);

  • Alice Ceresa, Bambine, Torino, Einaudi, 1990;

  • Ornela Vorpsi, Il paese dove non si muore mai, Torino, Einaudi, 2005 (Roma, minimum fax, 2018);

  • Clara Sereni, Niente fiori, in Ead., Il lupo mercante, Milano, Rizzoli, 2007;

  • Donatella di Pietrantonio, Mia madre è un fiume, Roma, Elliot, 2011 (Torino, Einaudi, 2022);

  • Elena Ferrante, L’amica geniale, Roma, e/o, 2011;

  • Donatella di Pietrantonio, L’Arminuta, Torino, Einaudi, 2017;

  • Viola Ardone, Oliva Denaro, Torino, Einaudi, 2021;

  • Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce, Milano, Bompiani, 2021;

  • Olga Campofreda, Ragazze perbene, Milano, NNE, 2023;

  • Francesca Manfredi, Bestiario parentale, Firenze, Effequ, 2023;

  • Silvia Montemurro, La piccinina, Roma, e/o, 2023;

  • Greta Olivo, Spilli, Torino, Einaudi, 2023;

  • Beatrice Salvioni, La Malnata, Torino, Einaudi, 2023;

  • Aurora Tamigio, Il cognome delle donne, Milano, Feltrinelli, 2023;     

  • Maddalena Fingerle, Pudore, Milano, Mondadori, 2024;

  • Rosella Postorino, Nei nervi e nel cuore. Memoriale per il presente, Milano, Solferino, 2024.

Come si può notare, 12 titoli si riferiscono a un arco di tempo molto vasto (1921-2017), mentre gli altri 10 agli ultimi quattro anni. L’analisi si è estesa anche a Spilli e Pudore, benché il primo non dia conto propriamente del menarca, ma descriva con termini realistici e piuttosto drammatici la comparsa delle mestruazioni a scuola, senza assorbenti a portata di mano, in una condizione di difficoltà per la protagonista sedicenne, affetta da un grave disturbo agli occhi. Il secondo, invece, accenna solo al menarca, ma complessivamente offre notevole visibilità alle mestruazioni, tematizzate anche mediante un incubo dalle tinte piuttosto forti raccontato dalla protagonista trentenne.  

Un primo dato interessante riguarda l’ambientazione temporale dei romanzi: solo alcuni di quelli pubblicati negli anni Duemila si svolgono ai giorni nostri, a rigore solo Pudore. La protagonista di Nei nervi e nel cuore è nata alla fine degli anni ’70, le adolescenti dell’Acqua del lago non è mai dolce, Ragazze perbene, Bestiario parentale e Spilli negli anni ’80. Forse questo aspetto è in parte dovuto all’età anagrafica delle autrici, alla cui vita si ispirano alcune storie, in parte è indice della difficoltà di narrare il presente, in evoluzione continua. 

Va esplicitata infine un’altra caratteristica: i romanzi non rientrano nella così detta letteratura per “young adults”, non sono cioè opere di narrativa pensate per ragazzi e ragazze. Tuttavia, potrebbero essere fruiti anche da un pubblico giovane. L’esperienza di lettura affrontata da una settantina di studenti e studentesse di età compresa tra i 15 e i 17 anni di una scuola superiore triestina ha dato, infatti, esiti ampiamente positivi in termini sia di interesse che di “appropriazione” della vicenda narrata[46]

Il racconto delle prime mestruazioni: «un marasma piuttosto infernale»

Considerando la narrazione delle prime mestruazioni come un tema letterario, capace di delineare un momento determinante della vita delle adolescenti, legato alla conclusione dell’infanzia, si è ritenuto opportuno partire da una preliminare ricerca nel Dizionario dei temi letterari (2007). L’opera non contempla la voce “mestruazioni”, ma dedica diverse pagine a quella del sangue. La duplice accezione della parola in latino, cioè sanguis, sanguinis, forza vitale, e cruor, cruoris, sangue versato, sarebbe frutto della «difficoltà a essere nominato nelle lingue indoeuropee, per un tabù che lo riguardava, in quanto elemento essenziale della vita, collegato con la generazione e il ciclo mestruale e i fenomeni della violenza e dell’assassinio»[47].

Muovendo da questa prima evidenza, che potrebbe confermare quanto emerso dagli studi sulle mestruazioni dal punto di vista culturale, in parte riportati, è stato poi indagato il modo in cui il romanzo italiano ha inserito il racconto delle prime mestruazioni nella rappresentazione dell’adolescenza, cercando di individuare gli effetti fisici e psicologici della pubertà, le conseguenze a livello sociale, il ruolo della madre o di figure sostitutive, la reazione del padre (quando descritta), alcune peculiarità espressive. Di seguito, si riferiscono i risultati più interessanti.  

Effetti fisici e psicologici della pubertà

La comparsa delle prime mestruazioni è raccontata quasi sempre dalle protagoniste, tranne nei casi di Ceresa Sereni e Tamigio, che adottano una voce narrante, anonima, e di Di Pietrantonio, in cui la figlia delinea la storia della madre, colpita da Alzheimer.

Molto vivida è la narrazione dell’intreccio tra effetti fisici e piscologici che caratterizzano il menarca. I primi comprendono la descrizione del sangue, della sua viscosità, del suo odore e flusso: 

Il suo sangue. Purpureo, denso, caldo, con un odore che non somiglia a nessun altro, un odore che la rende quasi folle. Dai piedi al cervello è il suo padrone. Se esce fino all’ultima goccia, la lascia morta (Negri, p. 78).

l’odore dolciastro del sangue, forte; […] lo sgocciolio che non cessa (Sereni, p. 31).

Il rosso rigava le gambe colando dal panno saturo (Di Pietrantonio, p. 31).

mi arrivava alle narici l’odore umido e sgradevole di quando io e Maddalena eravamo sdraiate alla discesa dei gatti a confrontarci i graffi. […] grosse gocce mi scivolavano sui polpacci e cadevano sui ciottoli (Salvioni, p. 98). 

 

il sangue odora di viscere e ferro (Olivo, p. 162).

Particolare è il racconto di Ornela Vorpsi, in cui alle manifestazioni fisiche si sovrappongono gli effetti dell’istruzione politica (siamo in Albania, alla fine degli anni ’70):

Sono uscita dall’ospedale senza libro; ma in compenso adesso – in ventuno giorni – ho dei seni, dei piccoli seni che mi dolgono tanto e che cambiamo la morfologia del mio corpo.

Anche un certo tipo di sangue mi bagnò le cosce. La mia desolazione fu che il mio sangue non era rossissimo come quello dei partigiani caduti per la patria. Non avevo degli ideali così grandi? O forse se ne metto tre o quattro gocce sulla neve bianca sarà più rosso” (p. 95).

Non mancano, poi, chiari riferimenti ai dolori che accompagnano le mestruazioni, come mal di pancia e di schiena, crampi addominali, male alle reni, nausea (Negri, Masino, Milani, Di Pietrantonio, Sereni, Salvioni, Montemurro, Tamigio). Ai dolori inoltre si uniscono le sensazioni sgradevoli, come riporta Livia, la protagonista sedicenne del romanzo Spilli

È la sensazione di un peso che all’improvviso scende giù, come se qualcuno di nascosto ti avesse infilato un sasso nelle mutande. […] pian piano inizi a sentire un torpore sopra il sedere e dove ci sono le ovaie, ti senti appiccicaticcia in mezzo alle gambe, non hai dubbi. […] Il sangue lo vedi, è una chiazza scura che ha sporcato le mutande grigie. Controlli i jeans, tasti il tessuto per capire se si sono sporcati anche quelli […]. […] Puzzi di sudore sotto le ascelle, all’arrivo delle mestruazioni succede anche questa cosa qui (Olivo, pp. 162-63).

La comparsa delle mestruazioni è seguita da altre manifestazioni legate alla pubertà, come la crescita di peli, narrata dalle protagoniste di Bambine (con particolare e tagliente ironia), di Ragazze perbene e di Mia madre è un fiume, in cui la figlia che racconta accenna anche al divieto/tabù di toccarsi: «Toccavi gli insulsi peletti delle ascelle, del pube no, non si fa» (Di Pietrantonio, p. 31).

Molte narrazioni danno conto dello sviluppo del seno (Ceresa, Di Pietrantonio, Ferrante, Ardone, Salvioni, Campofreda, Tamigio, Postorino), del manifestarsi dell’acne e degli effetti dei cambiamenti ormonali:  

sono usciti i brufoli in faccia, ed è spuntato il seno sotto le camicette. A Crocifissa sono cresciuti anche un poco i baffetti (Ardone, p. 8).

Periodo difficile per cosa? Perché ha i brufoli e il culo piatto? Questo è difficile secondo te? (Caminito, p. 58).

mi vergognavo dell’acne che mi deturpava le guance e la fronte e il mento (Salvioni, p. 108).

Le conseguenze psicologiche (per lo più intersecate a quelle fisiche) della comparsa del menarca occupano particolare spazio, e si potrebbero suddividere in due categorie, legate a un senso di stupore e disagio per i mutamenti del corpo e, alternativamente, di orgogliosa soddisfazione per il superamento di un confine.

Il primo gruppo è ben sintetizzato dalle protagoniste di Bambine, cui resta «un ricordo di ragazzine fortemente insicure qualsiasi cosa facessero e perfino di se stesse, il che, aggiunto ai loro problemi personali di mutanti, forse effettivamente rese quel periodo una specie di marasma piuttosto infernale» (Ceresa, pp. 109-10. Corsivi nostri).

In questa linea, molte autrici evidenziano il senso di imbarazzo, paura, rifiuto, vergogna («si sente sporca, si lava e si lava»: Sereni, p. 31). La protagonista di Stella mattutina parla di «spavento che la ragione non sa dominare, della mutazione avvenuta in lei»; di «schifo di sé; tanta vergogna, tanta schiavitù»; di «un crudo bisogno di evadere dal proprio corpo», di «leggi della carne» come «odioso supplizio», umiliazione (Negri, pp. 78-79). La prospettiva delle mestruazioni per tutta la vita appare quindi sconvolgente e degradante. Sconcertante suona anche in altri racconti:

[La madre] l’aveva aiutata a lavarsi e a indossare quegli strumenti che servivano per evitare che ogni mese si sporcasse in quel modo e si dovessero cambiare lenzuola, camicia da notte e tutto. […] Selma si era fatta pallida. “Ma come, tutti i mesi”? […] nelle orecchie di Selma rimbombava la paura di tutto il sangue che doveva uscire da lì in avanti[48].

Pressoché una costante è inoltre il fatto che le bambine sono prive di preparazione, di conoscenze sullo sviluppo: «Nessuno le ha spiegato con chiarezza cosa, come. Sa solo che quel sangue inarrestabile è qualcosa di sporco da cui dovrà, d’ora in poi, difendersi» (Sereni, p. 29).

In qualche caso ne hanno sentore grazie a una sorella maggiore o un’amica (Salvioni, Sapienza), una governante (Milani), o alla propria madre (Negri, Ardone, Di Pietrantonio), ma senza tuttavia capire con chiarezza, il che accresce il loro sgomento alla comparsa del sangue, provoca la paura di essersi ammalate o di morire dissanguate (Negri, Ceresa, Ardone, Tamigio)[49]. Postorino riferisce di essere scoppiata a piangere, all’epoca dell’asilo: vedendo «la striscia di sangue che rigava il water aveva pensato che la madre stesse per morire»[50]. Sapienza riporta i dubbi sull’uscita del sangue, sulla localizzazione delle perdite, le cause, i dolori, l’estensione del fenomeno a tutte le donne, madre compresa. Così invece De Céspedes:

Veramente non ricordavo di aver mai pianto, da bambina. Una volta sola, contavo poco più di undici anni, avevo temuto di essere molto ammalata. Mi ero confidata con Sista perché non volevo che la mamma potesse avere per me qualche apprensione. E lei mi aveva detto che non ero malata: mi aveva detto soltanto che ormai ero una donna. Senza chiedere altre spiegazioni avevo lasciato Sista, ero andata nella mia camera, sul lettuccio stretto tra gli armadi che era un caro rifugio, e il groppo di dolorosa umiliazione che avevo dentro di me si era sciolto in pianto[51].

A volte la pubertà determina una sensazione di inadeguatezza per le proprie forme da bambine, di curiosità e imbarazzo per i cambiamenti fisici, e desiderio di evitare, anche mimetizzandosi in vestiti larghi, l’insolita attenzione suscitata dal corpo (Ceresa, Manfredi). Pure Campofreda e Caminito offrono esempi di questo tipo, in cui si percepisce anche la difficoltà di staccarsi dalla propria dimensione infantile:

Forse lo scarto era in quel mio corpo pigro, nei miei ormoni assopiti, che si rifiutavano di svegliarsi nei tempi stabiliti? Era colpa del mio corpo indeciso, spaventato, che rifiutava la forma, che non voleva aderire, che non stava al passo (Campofreda, p. 55).

… capelli rossi, gambe magrissime e piene di lentiggini, petto da sogliola, peli delle ascelle e delle gambe non rasati: è palese la mia resa, la fine della me bambina che non eccelleva ma neanche sprofondava (Caminito, p. 55).

Altre volte spicca poi un senso di estraneità per un corpo divenuto “altro da sé”: 

Ma ogni giorno il mio corpo diventava sempre più estraneo, qualcosa che faticavo a capire. Mi accorgevo per la prima volta degli sguardi altrui, soprattutto maschili. […] Notando che ero a disagio, mia madre commentava: «Significa che sei bella», ma io non mi vedevo bella. L’attenzione dei maschi mi faceva sentire in colpa. […] mi chiudevo in bagno e davanti allo specchio, nuda, mi vergognavo dell’acne che mi deturpava le guance e la fronte e il mento, del gonfiore di quella carne dilatata che spuntava sotto i capezzoli. Mi sentivo addosso il rimorso di crescere. […] Cacciata dentro quegli abiti eleganti, con la gonna di seta e il soprabito, mi sentivo fuori posto, sbagliata (Salvioni, pp. 107-108).

Il fatto di sentirsi “ancora uguali” dopo le mestruazioni è perciò rassicurante per Oliva Denaro: «Sfiorai il seno con la mano, la camicetta rimaneva dritta e i bottoni serrati. La gonna cadeva sui fianchi senza incurvarsi. Non è cambiato niente, mi dicevo. Il sangue è arrivato e mi ha lasciato uguale. […] Sarei dovuta diventare grande e invece ero rimasta uguale, come dopo il marchese» (Ardone, p. 58)[52].

In alcuni romanzi prevale invece un sentimento di attesa trepidante, un senso di fierezza per l’essere diventate grandi, uguali alle coetanee: «Hai aspettato tanto, sapendo che le tue compagne ce le avevano già le loro cose. Soprattutto avevano poppe, fianchi, culo, vita di vespa. I ragazzi più grandi le guardavano e ci provavano. […] Attaccati alle costole due bottoni duri che facevano male a sbatterci, li spiavi ogni minuto cercando un indizio di gonfiore, crescita, esplosione. Il tuo sogno era svegliarti un’alba con il seno» (Di Pietrantonio, p. 31). 

Un’attenzione al corpo carica di aspettativa è presente anche nella Ragazza di nome Giulio: «Dove necessariamente ero stata coperta [dal costume da bagno], quelle zone del mio corpo mi facevano fantasticare. Sotto le ascelle, sul ventre in basso, era spuntata una peluria soffice, leggermente biondina».

Il fatto di avere le mestruazioni crea anche una complicità basata sull’esperienza comune (Campofreda, p. 53), immette nella schiera delle ragazze più grandi, «nel cerchio delle loro confidenze, degli scambi di suggerimenti, delle informazioni sussurrate al riparo dai maschi» (Sereni, p. 32), permette di partecipare ai balli del paese (Di Pietrantonio, p. 32). 

Un caso un po’ a sé è costituito da La ragazza di nome Giulio di Milena Milani. Il romanzo suscitò enorme scalpore e fu ritenuto lesivo del pudore, tanto che la scrittrice e la casa editrice finirono sotto processo e furono in un primo tempo condannate.  Il libro tornò in libreria un anno dopo l’assoluzione per insussistenza del fatto, nel 1968. A essere considerati scandalosi erano stati non solo l’intera vicenda e i comportamenti dell’adolescente, ma anche un passaggio in cui la protagonista, Jules, quasi quattordicenne, mostrava ad Amerigo, fidanzato della domestica, la fuoriuscita del sangue. La scena non era morbosa, il giovane beveva sì una goccia di sangue, ma era stupito, scosso, singhiozzante.

Il racconto delle prime mestruazioni è interessante per il fatto che, dopo aver riferito lo smarrimento provocato dalle mestruazioni, i dolori che le accompagnano, addirittura il sentirsi “in colpa”, la protagonista esulta per un’inattesa consapevolezza di appartenenza:

Improvvisamente percepivo quella misteriosa forza che rendeva le donne uguali le une alle altre, io come mia madre, mia madre come Serafina, e anche uguale alla donna del pane, della frutta, alla signora Bianca, un’amica di mia madre, a sua figlia Bice. Tutte fatte nello stesso modo, chi prima chi dopo, a me capitava adesso, dopo un’intera estate di bagni, si avverava quanto mi aveva detto Lia, nella casa a Perugia. […] Rividi il viso di Lia, quei suoi freddi occhi, sentii ancora le mani che mi toccavano e un’onda quasi di gioia selvaggia mi riempì il cuore, mi si gonfiò tra le cosce, perché anche io, grazie al cielo, ero una donna, fatta come una donna (Milani, p. 65).

È un’identificazione che coinvolge tutte le donne, dalla propria madre alle giovani di prossimità, come Serafina o la figlia dell’amica della madre, alle donne estranee con cui si entra in contatto. In questo forse possiamo avvertire i segni del femminismo che avrebbe riformulato le relazioni tra le donne, creando una genealogia basata sull’appartenenza di genere. Da questo punto di vista, la distanza dalla protagonista di Stella mattutina non potrebbe essere più grande[53]

Le conseguenze sociali 

A livello sociale, l’arrivo del menarca impone molti cambiamenti nei comportamenti delle ragazze, come il distacco dalle compagne più piccole, l’interruzione dei giochi all’aria aperta, l’allontanamento dagli amici maschi, una limitazione della libertà di movimento, il controllo da parte dei maschi della famiglia o della madre (Ceresa, Sapienza, Ardone), la fine della promiscuità con i fratelli (Caminito). Il padre-padrone delle protagoniste di Bambine interferisce pesantemente nella loro vita, controlla tutto, sia l’abbigliamento sia i comportamenti e i movimenti. Le ragazze diventano maritabili e, quindi, soprattutto nei romanzi ambientati nell’Italia meridionale e nel Novecento, è molto forte la vigilanza su di loro e sul loro corpo. Diverse madri mettono in guardia dal pericolo di gravidanza (Ceresa, Caminito, Ardone; più velatamente Salvioni).

Il menarca impone, perciò, l’allungamento delle gonne (Milani, Ardone); la compostezza in tutto, la necessità di evitare contatti con gli uomini, di «restare onorata», come prescrivono «le regole del marchese» riassunte efficacemente da Oliva Denaro (Ardone, p. 8). Per la ragazzina implica anche la perdita della complicità con il padre, che non può più accompagnare al mercato e in campagna.

I padri-Dio e i padri assenti

Molto puntuali le riflessioni di Campofreda e Morra sul rapporto padre-figlia, sul passaggio dal “padre-dio che tutto sorveglia” al “padre assente” di molta letteratura contemporanea, nella premessa al racconto di Manfredi. Al primo polo appartiene il padre delle due sorelle protagoniste di Bambine, che si autoproclama «signore e padrone» della casa, pretende «onore e rispetto», e poi, dopo il menarca, «nella sua preminente posizione di gallo nel pollaio», trova «da ridire per ambedue sui loro abbigliamenti, movenze, gesti, pose, giochi, attività dentro e fuori casa, accompagnando brevi sguardi con rimostranze, rimproveri anche molto secchi e un imperversare di norme e comandamenti per i quali richiedeva ubbidienza cieca e istantanea» (Ceresa, tutti i riferimenti a p. 104). Vero padre-padrone-patriarca (quasi orco) è Santi, il padre di Patrizia, Lavinia e Marinella (siamo nella seconda metà del Novecento, in Sicilia, Il cognome delle donne).

La figura del padre richiederebbe ulteriori approfondimenti, ma nell’insieme si può dire che non è particolarmente rilevante nell’esperienza vissuta dalle adolescenti. I padri appaiono per lo più ignari dei cambiamenti e dello stato d’animo delle figlie (Salvioni); distanti, ma giudicanti (Campofreda); o gelosi e apprensivi (nel caso di Caminito, per l’impossibilità di proteggere la figlia, in quanto immobilizzato su una sedia a rotelle).  

Il padre di Marina Jarre è figura problematica anche perché legata a due mondi, a due culture diverse e a partire da un certo punto in contrasto (quella della madre italiana e valdese, quella del padre, lettone, ebreo, di lingua russa), nonché a una prematura scomparsa. Lo è, per motivi del tutto diversi, anche Fioravante, il contadino padre di Esperina, che sfiora l’abuso sulla figlia, nel romanzo di Mia madre è un fiume Di Pietrantonio. 

L’unico personaggio caratterizzato in modo pienamente positivo è il padre di Oliva Denaro, il quale adombra quello di Franca Viola che sostenne la figlia nel primo caso di rifiuto del cosiddetto matrimonio riparatore. Sfaccettata e complessivamente positiva appare la figura del padre nel romanzo-saggio di Postorino: l’uomo riflette una cultura tradizionale e in parte maschilista, ma dimostra anche affetto e rispetto per la figlia.

Se pensiamo a romanzi importantissimi del primo Novecento, come Una donna (1906) di Aleramo e Cosima (1937) di Deledda, potremmo dire che rispetto a questi il padre è stato destituito della sua aura di fascinazione, non suscita più l’ammirazione incondizionata delle figlie. Le protagoniste dei due romanzi, entrambi autobiografici, facevano fatica invece a identificarsi con le madri, forse per il fatto che le donne allora non potevano vivere pienamente la loro vita, dovevano agire sempre sotto la guida del marito e il peso dei condizionamenti sociali. 

Le madri e le figure sostitutive

Dalle madri in generale non proviene grande aiuto psicologico, non tengono conto delle paure delle figlie. Non dimostrano reale vicinanza e affetto, e non offrono spiegazioni chiare. Particolarmente secca e brusca la madre di La piccinina, ispirato allo sciopero delle piscinine, le bambine che a Milano trasferivano pacchi anche pesanti da una sartoria all’altra (siamo dunque all’inizio del secolo scorso):  

“Tirati giù le mutande” ordina.

“Eh?”

Fallo e basta. Ti ho partorita io, ricordi?” […]

“Era ora” fa lei. Si alza e sparisce in camera. Torna con delle pezze bianche.

“Te ne conservavo qualcuna già da qualche anno” dice, “ma ci hai messo più del previsto”. […]

Aspetto che adesso commenti che sono una signorina, che posso e devo trovarmi un marito che sono una donna e non più una bambina. Ma si è rimessa al lavoro come se non fosse successo nulla.

“Spicciati a metterle, non voglio che macchi la sedia” mi sprona[54] (Montemurro, p. 113).

Variamente laconiche ed enigmatiche anche le madri di altri romanzi:

Non mi diede spiegazioni. Disse solo, con tono impersonale: – Sei una donna, adesso. […] E per un attimo sembrò che non mi riconoscesse, quasi fossi qualcosa di minaccioso: una creatura che aveva cercato di ammaestrare e che le era sfuggita (Salvioni, p. 107).

Invece con grande sorpresa le vediamo restare tali e quali […] una volta rassicurate dalla madre non si sa se più festante o contrita sulla normalità della sgradevole fuoriuscita di sangue dai loro organismi altrimenti sani […]. […] Né molta maggiore importanza pare attribuiscano alle oscure e per la verità lacunose indicazioni ulteriori, ottenute supplementarmente e gratuitamente dalla madre e rivolte alla necessità di coltivare più che mai la separazione o segregazione delle razze, estendendola dai maschi adulti ora addirittura maggiormente anche alla genía dei coetanei (Ceresa, p. 88).

«Insomma adesso hai le regole» dice, e la abbraccia. Un abbraccio un po’ solidale e un po’ triste (Sereni, pp. 31-32). 

Le indicazioni, quando fornite, sono di tipo prevalentemente pratico: preannuncio dell’uscita del sangue; necessità di lavarsi, di utilizzare opportunamente gli assorbenti per evitare di macchiarsi (Milani, Di Pietrantonio, Caminito, Ardone, Montemurro, Salvioni, Tamigio). Solo una madre impartisce istruzioni esplicite su alcuni scenari possibili: «Se il sangue è troppo tu devi venirmelo a dire, se il sangue non arriva tu devi venirmelo a dire, se a scuola hai mal di pancia forte ti devi fermare, se ti cala la pressione, se ti gira la testa va’ a metterti a letto» (Caminito, p. 56).

Più comprensiva e rassicurante appare la madre di Jules, che abbraccia la figlia ma tradisce «una specie di sgomento», poi le spiega che le è successo «quello che succede a tutte le ragazze che crescono», perciò «non potevo più essere come un ragazzo, sempre a correre di qui e di là, i miei vestiti sarebbero stati più lunghi, e non potevo fare bagni quanti ne volevo» (Milani, p. 66).

Anche in questo racconto seguono lavaggio del lenzuolo e istruzioni su come applicare gli assorbenti, «certe curiose cose che mi insegnò ad adoperare e che io non volevo assolutamente tra le gambe» (ibidem). Sul piano dei consigli pratici un notevole spazio è accordato, infatti, all’uso dei panni assorbenti[55]. L’ingresso nella femminilità della donna adulta sembra comportare cioè l’accesso all’armadio o al cassettone in cui sono riposti, sorta di sancta sanctorum metaforico cui le mestruazioni ammettono. In qualche caso, inoltre, è presente un riferimento all’atto del lavare via il sangue da indumenti e lenzuola, quasi a ripristinare il decoro esteriore, a cancellare la vista “contaminante” del sangue (Milani, Sereni, Ardone, Caminito, Salvioni).

L’assenza anche materiale delle madri talvolta è surrogata da figure sostitutive, come la nonna (Jarre) o le domestiche (Negri, De Céspedes, Sereni, Salvioni), le quali, oltre a “guidare” talvolta verso il mobile-scrigno, dimostrano anche maggiore consapevolezza ed empatia. Nel racconto di Milani, infine, la madre è presente e affettuosa, ma la figlia affronta i dubbi legati alla sessualità con la domestica, che si intuisce poco più grande di lei. Fondamentale il ruolo delle amiche (Ferrante, Salvioni, Olivo), tra le quali il menarca stabilisce allineamenti e differenze:

Carmela sapeva tutto. A lei il sangue veniva già da un anno, ogni mese.

“È normale” disse. “Le femmine ce l’hanno per natura: si sanguina per qualche giorno, ti fa male la pancia e la schiena, ma poi passa”.

“Sicuro?”.

“Sicuro”. […]

Per quella ferita non si moriva, appurai. Anzi “significa che sei grande e che puoi fare i bambini, se un maschio ti mette nella pancia il suo coso”.

Lila ci stette a sentire senza dire niente o quasi. Le chiedemmo se anche lei aveva il sangue come noi e la vedemmo esitare, poi malvolentieri ci rispose di no. […]

“Verrà pure a te” le dicemmo entrambe con un tono finto di consolazione.

“Che me ne fotte” disse, “io non ce l’ho perché non lo voglio avere, mi fa ribrezzo. E mi fa ribrezzo anche chi ce l’ha” (Ferrante, p. 90)[56].

Un’altra prerogativa delle madri è quella di mettere in guardia dal pericolo di restare incinte, evocando paure infantili, «immagine, pare sempre incombente, di spauracchi infastidenti e ingravidanti agitata dalla madre non senza terribilismi di infantile memoria, né più né meno alla stregua e sotto le sembianze di orchi e altri mostri perseguitanti, già comunque perfettamente introitati in epoche non sospette» (nello stile tipico di Ceresa, p. 88); oppure usando l’esperienza negativa della propria vita come deterrente: 

Ma la cosa più importante è che questa roba ti riguarda, tu te ne devi occupare, sta’ attenta coi maschi, anche quando dicono di fidarti, anche quando sembrano capire, loro non capiscono, sappi che puoi fare figli d’ora in poi e non farli è affare tuo.  […] Non finire come me, a diciassette anni ho avuto Mariano da un tipo soprannominato Tony che ancora sta scontando in carcere una condanna per omicidio (Caminito, p. 56). 

Il timore della gravidanza è particolarmente forte nella Sicilia degli anni ’60: «Ora ti devi stare accorta […]. Devi fare come si è sempre fatto: rigare dritto e restare onorata, altrimenti ti ritrovi come tua sorella, che se Musciacco se l’è sposata è solo per merito mio» (Ardone, pp. 61-62). 

La madre ha ripetuto alla figlia le molte regole che delimitano la vita di una giovane per impedire che finisca come «una brocca», che «chi la rompe se la piglia», ma a un certo punto però la «riconosce», la fa sentire vista, e le permette così di superare la sua incertezza, il suo senso di imperfezione. L’affetto materno offre legittimazione, crea un legame di appartenenza che fa esistere davvero agli occhi del mondo, non più come figlia, insicura, incompleta, ma come donna: 

– Ti stai facendo bella, – osservò, come se fra tutte le cose possibili questa non l’avesse mai presa in considerazione. […] All’improvviso smisi di sentirmi difettosa: se per mia madre ero bella, lo diventavo veramente. Se mia madre mi vedeva, mi vedeva il mondo. Avevo attraversato la soglia dell’invisibilità. Ero una donna, come lei (Ardone, p. 60).  

Conclusioni

Lo studio condotto a partire da alcuni romanzi del Novecento ha permesso di seguire le modalità con cui il racconto delle prime mestruazioni è stato tematizzato da alcune scrittrici italiane. La prima testimonianza, di carattere autobiografico, è offerta da Stella mattutina di Ada Negri (1921), con una narrazione fortemente esplicita degli aspetti sconvolgenti del fenomeno. Paola Masino (1945) presenta solo un cenno poetico al menarca, poche ma efficaci parole usa Alba De Céspedes (1949), mentre la pubblicazione della Ragazza di nome Giulio (1964) suscita un vero e proprio scandalo per un contenuto ritenuto complessivamente scabroso e indecente.

La raffigurazione delle prime mestruazioni continua a essere presente nel romanzo italiano anche successivamente, con i toni fortemente ironici propri della scrittura di Ceresa (1990). Prosegue in opere di impianto più o meno fortemente autobiografico, come i romanzi di Sapienza (1967), Jarre (1987), Vorpsi (2005), in quelle più recenti di Di Pietrantonio (2011, 2017), Ferrante (2011), Campofreda, Montemurro, Tamigio (tutte e tre pubblicano nel 2023), Postorino (2024). Sereni e Manfredi ne scrivono nella misura del racconto (2007 e 2023). Da questo punto di vista si può, quindi, concludere che il tema offre una continuità lunga poco più di un secolo ma acquista via via più consistenza.

Nelle opere più recenti sembra compiersi un passaggio ulteriore: assistiamo a un’appropriazione del tema da parte delle scrittrici, per le quali l’esperienza del menarca e le sue ripercussioni psicologiche sono costitutive dell’adolescenza, imprescindibili. In questo senso si può cogliere la componente innovativa dei romanzi pubblicati negli ultimi due decenni, i quali, anche quando ambientati nel secolo scorso, in tutto o in parte, presentano le prime mestruazioni come un evento spartiacque, quello che veramente «spezza la vita»[57], implica l’oltrepassamento di una soglia, pone fine all’infanzia.

È forse possibile affermare che lo spazio accordato a questo tratto dell’adolescenza femminile, la centralità che in tal modo ottengono la corporeità e le sue manifestazioni riflettono tendenze nuove, sono il frutto di un mutato clima culturale. La voce delle scrittrici pare, cioè, non temere più il giudizio negativo, l’accusa, implicita o esplicita, di un’inferiorità rispetto a quella maschile, legata alla predilezione per temi ritenuti intimistici, femminili, limitati all’esperienza personale, agli affetti.

Inoltre, se la protagonista di Niente fiori sembra appartenere a un mondo ancora novecentesco, anche per il riferimento alla domestica in casa, le adolescenti che agiscono nei romanzi degli ultimi anni, pure quando ambientati nel secolo scorso (per esempio, La piccinina, La malnata, Oliva Denaro, Il cognome delle donne) o collocati sul finire del Novecento e nei primi anni Duemila (L’acqua del lago non è mai dolce, Ragazze perbene, Nei nervi e nel cuore), denotano una consapevolezza diversa, rendono l’adolescenza un tema interessante, tramite cui esprimere un’originale visione sul mondo. Pur non trattandosi di romanzi che si rivolgono immediatamente a un pubblico adolescenziale, come si è visto, pensiamo che potrebbero essere fruiti anche dai/dalle giovani, magari opportunamente mediati, favorendo la riflessione sui diversi modelli di adolescenza femminile e sul livello di identificazione possibile per le ragazze di oggi.

Per concludere queste riflessioni si farà riferimento a due esempi, per così dire, a contrario rispetto a quanto presentato fin qui:

Le mestruazioni, come ritratte dall’autore, anziché essere normalità, diventano quell’elemento quasi incantato capace di conferire l’intuito necessario alla soluzione di un giallo improbabile. Come il potere magico che secondo Plinio il Vecchio, possedevano le donne nei giorni di mestruazioni, così Lucarelli fa delle mestruazioni l’elemento extra-logico capace di modificare il corso naturale degli eventi. Lucarelli non perturba i suoi lettori perché dà loro esattamente quello che vogliono: riafferma il comune sentire che vuole e vede le donne come esseri secondari, bisognosi di protezione, e vincenti solo nel momento in cui dimostrano di avere un ‘potere magico’ contro il quale la forza maschile nulla può[58].

Sonia Brighenti interpreta così il modo in cui uno scrittore ha utilizzato le mestruazioni di un personaggio femminile, la poliziotta protagonista del già ricordato Almost blues (2007). Nell’ideazione di Lucarelli le mestruazioni sembrano mantenere la forza che Plinio il vecchio attribuiva loro e che ritroviamo in alcune credenze popolari che assegnavano alle donne mestruanti il potere di far cessare una tempesta o liberare un campo dai bruchi[59]. Non può non colpire, inoltre, il modo con cui il commissario Arcadipane riassume come sta la sua famiglia, nel romanzo Il caso Bramard di Davide Longo: «– Mariangela aveva un nodulo al seno, – la fece breve Arcadipane, – ma è andato tutto bene. La femmina ha il primo mestruo e Giovanni forse perderà l’anno, ma comincia ad allenarsi con la prima squadra»[60].

“La femmina” non ha diritto a un nome; di lei sappiamo solo che è iniziata la sua fase riproduttiva, al pari di qualsiasi femmina-animale. Il fratello ha nome e compensa lo scadente rendimento scolastico con le doti sportive. Si vuole credere che tale asciuttezza (scarsamente empatica e rispettosa) sia propria del personaggio del commissario, non dell’autore.

In conclusione, perciò, l’analisi condotta pare una conferma di quanto indicato da Dacia Maraini e molte studiose: le donne ora scrivono di più, sono lette di più (anche se in maggioranza da donne), soprattutto parlano di quello che le riguarda, da una prospettiva e con una consapevolezza che uno scrittore difficilmente potrebbe avere.

Probabilmente più fattori concorrono a questo risultato, non ultimo il rinnovato interesse dimostrato per la scrittura delle donne testimoniato sia dagli studi, per lo meno a livello accademico, sia da scelte editoriali innovative, nel segno di una maggiore attenzione alle opere di scrittrici del secolo scorso e di questo. Forse, grazie anche ad una loro nuova rappresentazione nei media, è cambiata la percezione stessa delle mestruazioni le quali, se non cessano di essere un tabù, possono tuttavia trovare piena legittimità letteraria senza che questo scandalizzi più o sia ritenuto una provocazione, una trasgressione, la violazione di un interdetto. Postorino sembra completare il cerchio, ritorna alle origini del tabù (la pericolosità del corpo femminile) e sottolinea la portata innovativa di questa particolare assunzione di parola:

Il corpo femminile è sempre stato un enigma. Desiderabile ma immondo. Immondo perché desiderato. L’ignoranza e la vergogna verso le mestruazioni misurano la qualità della vita delle donne non solo nei Paesi in via di sviluppo (dove incidono perfino sui tassi di abbandono scolastico), ma anche in quelli più ricchi. Ecco perché le scrittrici che raccontano il proprio corpo con la stessa spudoratezza e sincerità consentita agli uomini, fino a descrivere disunioni e angosce legate all’apparato genitale, sono una conquista. Letteraria e politica. Sono il lenzuolo strappato dallo specchio – la libertà di guardarsi, di guardare, senza colpa[61].

 

Appendice

M. Baudy, T. Dieumegard, Il mio primo libro dell’intimità: per parlare serenamente con le bambine e con i bambini della sessualità, Roma, Gallucci, 2022;

N. Brochmann, E. Støkken Dahl, Cose da ragazze: una guida gioiosa alla pubertà, Milano, Sonzogno, 2020;

L. Capossele, Mamma perché abbiamo le mestruazioni? Da bambina a donna: guida pratica sul menarca per vivere il passaggio in maniera consapevole, Torino, Uno editori, 2022;

I. Carbone, Si può dire? Mestruazioni!, Padova, Beccogiallo, 2024;

E. Castro Espin, Cosa succede nella pubertà?, Firenze, Giunti Junior, 2012;

S. Clochard, Viva le ragazze! Guida per crescere col sorriso, San Dorligo della Valle (Trieste), EL, 2006;

A. Ganeri, Solo per ragazze, San Dorligo della valle (Trieste), EL, 2013;

R. Marasco, Fazzoletti rossi, Milano, Piemme, 2020;

C. Owen, J. Tyrrel, Tutto quello che hai sempre voluto sapere sulle mestruazioni (e non hai mai osato chiedere), Milano, Bompiani, 1997;

L. Ravecca, Vedo rosa: curiosità, strip umoristiche e tanta informazione, Milano, Paoline, 2004;

A. Roy, Tutto sulle mestruazioni, Firenze, Clichy, 2022;

S. Rugen, Meg è fidanzata e io … cerco la mia strada, Milano, Mondadori, 1998;

N. Schäufler, La mia prima mestruazione: da bambina a donna, Cesena, Macro, 2022;

C. Stefez, Le stagioni dentro di me: istruzioni comico-scientifiche per l’uso, Trieste, Scienza Express, 2022;

L. Williams, K. Schneemann, È tutto un ciclo, Milano, Il Castoro, 2020 (fumetto).

 

Bibliografia e Sitografia:

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D. Brogi, Lo spazio delle donne, Torino, Einaudi, 2022;

P. Camporesi, Il sugo della vita: simbolismo e magia del sangue, Milano, Garzanti, 1997;

C. Capria, Campo di battaglia. Le lotte dei corpi femminili [2021], Firenze, Effequ, 2024;

K. Clancy, Ciclo. Storia e cultura delle mestruazioni, Roma, Luiss University Press, 2024 (ed. or. Period. The Real History of the Menstruation, Princeton, Princeton University Press, 2023);

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A. Politi, Alessandro Bonacina: «Le mestruazioni non sono solo roba da donne. Per favorire una vera trasformazione culturale c’è bisogno dell’impegno degli uomini», in «Vanityfair», 17.6.2024; cfr. l’URL: https://www.vanityfair.it/article/alessandro-bonacina-nuvenia-intervista;

F. Rappazzo, Temi letterari e pensieri del sogno. Da Frye a Freud, in Immaginario e critica tematica: un dibattito, «Allegoria», n. 58, XX, luglio-dicembre 2008;

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M. C. Storini, Scritture femminili. Teorie, narrazioni, ipotesi per il Terzo Millennio, Roma, CatBooks – Human intelligence, 2021;

The Palgrave Handbook of Critical Menstruation Studies, a cura di C. Bobel, I. T. Winkler, K. A. Hasson, Singapore, Palgrave Macmillan, 2020; cfr. L’URL: https://doi.org/10.1007/978-981-15-0614-7;

È Thiébaut, Questo è il mio sangue. Manifesto contro il tabù delle mestruazioni, Torino, Einaudi, 2018 (ed. or. Ceci mon sang. Petite histoire des règles, de celles qui les ont et de ceux qui les font, Paris, La Découverte, 2017);

M. Tucci, Mestruazioni, una parola ancora tabù per molte adolescenti, in «Il Corriere della sera-Inserto Salute», 14.3.2024.

  1. F. Rappazzo, Temi letterari e pensieri del sogno. Da Frye a Freud, in Immaginario e critica tematica: un dibattito, «Allegoria», n. 58, XX, luglio-dicembre 2008, p. 97.

  2. Il lavoro è parte della tesi dottorale intitolata Leggere la storia delle donne attraverso il romanzo. L’adolescenza femminile nelle scrittrici italiane degli anni Duemila, Dottorato in Storia e culture dell’Europa – 38o ciclo, Dipartimento SARAS, Università Sapienza, Roma.

  3. Risultati analoghi ha dato una ricerca condotta, a titolo esemplificativo, nel circuito delle biblioteche del Friuli Venezia Giulia, la regione in cui vive chi scrive, in relazione ai manuali sulle mestruazioni destinati a ragazzine. Accomunati dalla voce “letteratura per ragazzi”, sono emersi 15 titoli pubblicati tra il 1997 e il 2024, di cui ben 9 editi tra il 2020 e il 2024. Questi ultimi comprendono pure un fumetto sul ciclo mestruale (in Appendice), cui si può aggiungere il recente Turchina di Elena Triolo (Milano, Bao Publishing, 2023) che offre spazio al racconto delle prime mestruazioni con una serie di tratti che sono caratteristici della narrazione delle mestruazioni nei romanzi oggetto di questo studio, come lo sgomento iniziale, la mancanza di conoscenza, la paura di star per morire, l’assenza di empatia da parte del mondo adulto.

  4. M. Giordano, Corpi impuri, ovvero basta col tabù del ciclo mestruale, in «Il Fatto Quotidiano»; cfr. l’URL: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/11/25/corpi-impuri-ovvero-basta-col-tabu-del-ciclo-mestruale/6881815/ (ultima consultazione di tutti i link citati: 30 maggio 2024); M. Manicardi, Corpi impuri. Il tabù delle mestruazioni, Bologna, Odoya, 2017.

  5. Cfr. Eva in rosso all’URL: https://www.youtube.com/watch?v=ng5XDLw4qSw.

  6. Cfr. Arriva a Milano il primo Festival sul Ciclo mestruale: “Parlare per sciogliere il tabù. Le idee? Molte ce le hanno suggerite i cittadini”; cfr, l’URL: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/22/arriva-a-milano-il-primo-festival-sul-ciclo-mestruale-parlare-per-sciogliere-il-tabu-le-idee-molte-ce-le-hanno-suggerite-i-cittadini/6587070/. Su entrambe le iniziative, podcast e festival, cfr. anche l’URL: https://fioreavvelenato.com/2022/05/14/festival-ciclo-mestruale-realta-tutta-italiana-conosciamo-meglio-autrici-podcast-eva-in-rosso/.

  7. S. Brighenti, La trasgressione nella letteratura femminile contemporanea italiana. Doctoral dissertation, Harvard, Harvard University, 2012; cfr. L’URL: http://nrs.harvard.edu/urn-3:HUL.InstRepos:9817662. Imperniata, invece, sull’analisi di spot televisivi e dei profili Instagram di alcuni marchi di prodotti per la gestione delle mestruazioni è la tesi di Martina Marzola dal titolo Il tabù del ciclo mestruale. Dagli spot anni ’70 ai social media: menstruonormatività o normalizzazione? Politecnico di Milano, A. Acc. 2020-2021; cfr. l’URL: https://www.politesi.polimi.it/handle/10589/173860.

  8. K. Clancy, Ciclo. Storia e cultura delle mestruazioni, Roma, Luiss University Press, 2024, pp. 46-51 (ed. or. Period. The Real History of the Menstruation, Princeton, Princeton University Press, 2023). Clancy richiama diversi lavori di Alma Gottlieb, tra cui quello curato con Thomas Buckley, The Magic Blood: the Anthropology of Menstruation, Berkeley, University of California Press, 1988. Agli stessi autori rimanda anche R. Malaguti, Le mie cose, Milano, Bruno Mondadori, 2005, pp. 14-15.

  9. O. Niccoli, Il corpo femminile nei trattati del Cinquecento, in Il corpo delle donne, a cura di G. Bock, G. Nobili, Ancona-Bologna, Transeuropa, 1988, p. 32.

  10. Cfr. O. Niccoli, Il corpo femminile nei trattati del Cinquecento, op. cit., p. 42.

  11. Cfr. C. Pancino, Marchese, fiori e mestruo, in Corpi: storia, metafore, rappresentazioni fra Medioevo ed età contemporanea, a cura di C. Pancino, Venezia, Marsilio, 2000, pp. 69-82: 75.

  12. ‘Nei paesi occidentali e occidentalizzati il concetto diffuso di mestruazione come maledizione deriva probabilmente da una specifica tradizione religiosa: il testo sacro delle tradizioni ebraiche e cristiane, la Bibbia’ (qui e di seguito traduzioni nostre): A. Gottlieb, Menstrual Taboos: Moving Beyond the Curse, in The Palgrave Handbook of Critical Menstruation Studies, a cura di C. Bobel, I.T. Winkler, K.A. Hasson et al., Singapore, Springer, 2020, p. 146; cfr. L’URL: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK565605/. Nel seguito dell’articolo l’antropologa indica anche alcuni esempi di comunità in cui le mestruazioni hanno un significato positivo o ambivalente, e avverte che ‘in anni recenti, la quasi egemonica concezione ebraico-cristiana del sangue mestruale come effetto di una maledizione divina per questo contaminante e stigmatizzante sta incontrando crescente resistenza nei paesi occidentali’ (ivi, p. 156).

  13. R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., p. 25.

  14. Ivi, pp. 22-23. Anche Niccoli rimarca lo stretto intreccio tra «teoria medica e credenze popolari» (Il corpo femminile nei trattati del Cinquecento, op. cit., p. 33).

  15. D. Di Pietrantonio, L’Arminuta, Torino, Einaudi, 2017, p. 28 (“fracicare” sta per ‘rovinare, guastare’).

  16. V. Ardone, Oliva Denaro, Torino, Einaudi, 2021, p. 61.

  17. R. Postorino, Nei nervi e nel cuore. Memoriale per il presente, Milano, Solferino, 2024, p. 49.

  18. Ivi, pp. 51-52.

  19. Ovvero: ‘sostanze nocive eliminate dalla pelle della donna indisposta e che sarebbero responsabili di diversi fenomeni di putrefazione e avvizzimento’: J.-Y. Le Naour, C. Valenti, Du sang et des femmes. Histoire médicale de la menstruation à la Belle Époque, in «Clio. Femmes, Genres, Histoire», n. 14 (2001), p. 3; cfr. l’URL: https://doi.org/10.4000/clio.114, pubblicato online il 3 luglio 2006, consultato il 12 marzo 2024. L’esempio è riportato anche da Malaguti, Le mie cose, op. cit., p. 66, la quale si rifà a J. Delaney, M. J. Lupton, E. Toth, The Curse: A Cultural history of Menstruation [1976], Chicago, University of Illinois Press, 1988, p. 12 (della prima edizione).

  20. ‘anzi, le credenze popolari sono talvolta integrate e confermate dai medici, come hanno dimostrato gli antropologi’: ivi, p. 1. Le studiose muovono dall’analisi di molte tesi di laurea sulle mestruazioni (da fine ’800 a primo ’900), da cui emerge appunto la stretta correlazione fra ‘tradizioni, credenze superstiziose, interdetti religiosi’ e teorie mediche, per lo meno sino alla scoperta degli ormoni femminili, tra gli anni ’30 e ’40 (ivi, p. 2).

  21. Ivi, p. 3. Particolareggiati riferimenti alle superstizioni popolari e ai divieti legati alle mestruazioni in alcune regioni italiane, talora documentati sino agli anni Ottanta del Novecento, anche in R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., pp. 47-53.

  22. ‘La rappresentazione del sangue resta tabù, ignorata, e le mestruazioni rimangono, secondo le parole di Edgar Morin, ciò che una donna deve assolutamente avere nella sua vita e assolutamente nascondere’: ivi, p. 13, con riferimento a F. Linol, Le vécu des règles à travers une approche socio-culturelle, Limoges, Thèse de médecine, 1992, p. 149. 

  23. Cfr. i saggi: E. A. Kissling, “That’s Just a Basic Teen-age Rule”: Girl’s linguistic Strategies for Managing the Menstrual Communication Taboo, in «Journal of Applied Communication Research», n. 24, 1996; M. Courteille, Comment naissent les jeunes filles? Changer de corps et être soi à l’adolescence, in «Dialogue», 153 (2001), pp. 11-20; R. Malaguti, Le mie cose, op. cit.; A. Mardon, Les premières règles des jeunes filles: puberté et entrée dans l’adolescence, in «Sociétés contemporaines», n. 175 (2009), pp. 109-29; È Thiébaut, Questo è il mio sangue. Manifesto contro il tabù delle mestruazioni, Torino, Einaudi, 2018 (ed. or. Ceci mon sang. Petite histoire des règles, de celles qui les ont et de ceux qui les font, Paris, La Découverte, 2017); C. Capria, Campo di battaglia. Le lotte dei corpi femminili [2021], Firenze, Effequ, 2024; K. Clancy, Ciclo. Storia e cultura delle mestruazioni, Roma, Luiss University Press, 2024 (ed. or. Period. The Real History of the Menstruation, Princeton, Princeton University Press, 2023).    

  24. ‘Come Judy Grahn (1994) ha recentemente sottolineato, il sangue mestruale sembra essere l’unico tipo di sangue che non può essere mostrato o discusso nella cultura americana’: E. A. Kissling, “That’s Just a Basic Teen-age Rule”: Girl’s linguistic Strategies for Managing the Menstrual Communication Taboo, art. cit., p. 302.

  25. ‘termini gergali, giri di parole e un uso eufemistico di espressioni deittiche’: ivi, p. 298.

  26. ‘disfemismi; cioè termini che sono derogatori rispetto al loro referente, piuttosto che più gradevoli’ come ‘la maledizione, il lamento delle donne, cavalcare lo straccio’: ivi, p. 299. Corsivi delle autrici.

  27. M. Tucci, Mestruazioni, una parola ancora tabù per molte adolescenti, in «Il Corriere della sera-Inserto Salute», 14.3.2024.

  28. ‘In un contesto culturale caratterizzato da messaggi contrastanti a proposito delle mestruazioni come segno positivo di femminilità, e come segreto negativo e fonte di vergogna, parlare di PMS [sindrome premestruale] con le amiche sostituisce un rituale di benvenuto nella condizione di donna adulta. Confrontando sintomi e disturbi le giovani donne prendono parte ad un discorso esclusivamente femminile, metaforicamente analogo alla reclusione mestruale o alla celebrazione che segna esplicitamente il menarca in alcune culture’: ivi, p. 304. Nel 2024 Marta Casasole ha pubblicato per Feltrinelli il romanzo Donne di tipo 1, la cui protagonista è affetta da “sindrome premestruale perenne”, con ripercussioni sul suo umore e sul suo carattere. Il romanzo tuttavia per alcuni aspetti conferma gli stereotipi legati all’aggressività, se non pericolosità, di donne con forti dolori mestruali.

  29. ‘Io suggerisco che, in molte parti del mondo, lo sforzo di eludere un discorso sulle mestruazioni in termini semplici, neutri o scientifici, affidandosi invece ad eufemismi che spesso implicano vergogna e/o censura ha radici profonde nell’ideologia patriarcale insita nelle tradizioni ebraiche e cristiana (e che più tardi l’Islam adottò)’: A. Gottlieb, Menstrual Taboos: Moving Beyond the Curse, op. cit., p. 145.

  30. ‘Potrebbe non essere ovvio in un primo momento (forse perché siamo socialmente abituati a non guardare troppo da vicino là sotto) ma l’attenzione alle rappresentazioni del ciclo mestruale rivela come le donne interiorizzano messaggi distruttivi sulla femminilità, che includono nozioni sui nostri corpi come cose disordinate (sì, cose), sregolate, che hanno bisogno di essere riordinate, medicate, strappate, levigate e aggiustate. Questa faticosa (e costosa) ricerca del corpo perfetto, non solo assorbe risorse ed alimenta frustrazione, essa sposta anche la ricerca per una buona qualità dell’informazione sul modo in cui il corpo funziona e su come mantenerlo forte e in salute’: C. Bobel, E. A. Kissling, Menstruation Matters: Introduction to Representations of the Menstrual Cycle, in «Women’s Studies», 2011, 40:2, p. 123; cfr. l’URL: https://doi.org/10.1080/00497878.2011.537981.

  31. ‘Chiaramente, lo status stigmatizzato delle mestruazioni ha conseguenze dannose per l’autostima, l’immagine corporea, l’autorappresentazione e la salute sessuale delle ragazze e delle donne’: I. Johnston-Robledo, J. C. Chrisler, The Menstrual Mark: Menstruation as Social Stigma, in The Palgrave Handbook of Critical Menstruation Studies, op. cit., p. 193; cfr. l’URL: https://doi.org/10.1007/978-981-15-0614-7_17.

  32. Una dettagliata ricostruzione sulla diffusione dei primi assorbenti usa e getta, poi degli assorbenti interni, sulla loro produzione e commercializzazione in Italia, nonché sui motivi del ritardo della loro reclamizzazione, in R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., nel capitolo Dalle pezze alle ali, in particolare alle pp. 138-42.

  33. ‘ad un ideale romantico, di nascondere le mestruazioni e di essere pulite. Le nuove narrazioni riscrissero semplicemente una versione sofisticata dell’etichetta mestruale, una versione che era prescrittiva su come essere una ragazza e su come “gestire” il sanguinamento periodico. Le nuove narrazioni delle mestruazioni miravano anche a fornire un vocabolario per dialoghi tra madri e figlie per contrastare l’ignoranza e la superstizione. Eppure questa letteratura svalutava l’esperienza e l’insegnamento delle madri e delle nonne. […] Eufemismi come la maledizione, parola che rimanda a sporcizia e malattia, furono abbandonati come ignoranti’: A. Shail, G. Howie, Menstruation: a cultural history, London, Palgrave Macmillan, 2005, pp. 112-13.

  34. ‘Soprattutto, la versione primonovecentesca dell’etichetta mestruale rimase attaccata, in primo luogo, alla concezione delle mestruazioni come problematiche e tabù, e in secondo luogo alla percezione di una femminilità che privilegiava il matrimonio e la maternità’: ivi, p. 114.

  35. Cfr. C. Pancino, Marchese, fiori e mestruo, op. cit., p. 82.

  36. S. Laws, Issus of blood: The Politics of Menstruation, London, Macmillan, 1990.

  37. P. Camporesi, Il sugo della vita: simbolismo e magia del sangue, Milano, Garzanti, 1997, p. 16, riportato da R. Malaguti, Le mie cose, op. cit. alle pp. 19-20.

  38. ‘La narrazione delle mestruazioni è stata avvolta nel segreto, nella paura, nella discrezione e nell’imbarazzo ed è colata attraverso generazioni di donne. La perpetuazione di tale narrazione è pervasiva nella pubblicità diffusa dell’industria dell’igiene femminile’: M. Polak, From The Curse To The Rag: Oline gUrls Rewrite The Menstruation Narrative, in Girlhood. Redefining The Limits, a cura di Y. Jiwani, C. Steenbergen, C. Mitchell, Montreal, New York, London, Black Rose Books n. II345, 2006, pp. 191-207: 191. L’autrice riporta inoltre in apertura del suo lavoro alcune delle espressioni eufemistiche (e disfemistiche) più comuni per indicare le mestruazioni: «The Curse. My Friend. Aunt Flow. Bloody Mary. On the Rag. My period. That time of the month. My little red-headed cousin from the country. Surfing the crimson wave. Riding the cotton pony» (ibidem).

  39. ‘Mentre la pubblicità delle contemporanee riviste per ragazze promuove un discorso pieno di eufemismi che maschera i problemi delle mestruazioni, le ragazze online hanno preso a riscrivere la narrazione delle mestruazioni che è loro familiare; quella che insegna segretezza e discrezione in relazioni ai corpi mestruanti. Le ragazze online stanno creando una nuova narrazione che è risoluta nella descrizione e furiosamente onesta usando piattaforme che permettono le voci delle ragazze in uno spazio comune – spesso creando momenti celebrativi’: ivi, p. 202. I. Johnston-Robledo e J. C. Chrisler riportano i risultati di Polak, accennando anche ad alcuni aspetti critici, come il fatto che il confronto online esclude le ragazze che non possono accedere facilmente a un computer (Johnston-Robledo, Chrisler, The Menstrual Mark: Menstruation as social Stigma, op. cit., p. 191).

  40. E. Locatelli, Raccontare i tabù: Instagram come una risorsa di nuovi immaginari e visibilità per il corpo femminile, in «Mediascapes journal», 18/2021; cfr. l’URL: https://publicatt.unicatt.it/retrieve/e309db6f-7794-0599-e053-3705fe0a55db/17819-Articolo-36546-1-10-20220211.pdf.

  41. Si tratta della campagna denominata #bloodnormal (cfr. l’URL: https://brand-news.it/brand/persona/cura-persona/nuvenia-essity-rompe-il-tabu-sulle-mestruazioni-e-porta-in-italia-la-campagna-bloodnormal/).

  42. A. Politi, Alessandro Bonacina: «Le mestruazioni non sono solo roba da donne. Per favorire una vera trasformazione culturale c’è bisogno dell’impegno degli uomini», in «Vanityfair», 17.6.2024; cfr. l’URL: https://www.vanityfair.it/article/alessandro-bonacina-nuvenia-intervista. Mi sembra inoltre interessante il fatto che anche una delle scrittrici considerate in questo studio, Rosella Postorino, segnali la maggior attenzione all’esperienza delle mestruazioni nella produzione di serie televisive e romanzi e difenda la campagna degli assorbenti Nuvenia denominata “Viva la vulva” (2019): R. Postorino, Nei nervi e nel cuore. Memoriale per il presente, op. cit., pp. 52-54.

  43. P. Gaglianone, Conversazione con Dacia Maraini: il piacere di scrivere, Roma, Omicron, 1995, pp. 12-13.

  44. C. Pasqua, 13 risposte sull’adolescenza. Intervista a Dacia Maraini, settembre 2023 (in attesa di pubblicazione).

  45. M. C. Storini, Scritture femminili. Teorie, narrazioni, ipotesi per il Terzo Millennio, Roma, CatBooks – Human intelligence, 2021, p. 48. Sulla vexata quaestio si possono vedere anche i saggi contenuti nella miscellanea Per un nuovo canone del Novecento letterario italiano. Le narratrici, Atti del Convegno internazionale del Gruppo di ricerca ADI-Associazione degli italianisti «Studi delle donne nella letteratura italiana», 15-16 dicembre 2021, a cura di B. Alfonzetti, A. Andreoni, C. Tognarelli, S. Valerio; cfr. l’URL: https://www.italianisti.it/pubblicazioni/atti-di-congresso/per-un-nuovo-canone-narratrici/2023%20Le%20narratrici%20AdI.pdf.; D. Brogi, Lo spazio delle donne, Torino, Einaudi, 2022; Oltrecanone, Generi, genealogie, tradizioni, a cura di A. M. Crispino, Guidonia, Iacobelli, 2015; Dentro/fuori, sopra/sotto: critica femminista e canone letterario negli studi di italianistica, a cura di A. Ronchetti, M. S. Sapegno, Ravenna, Longo, 2007; Didattica e ricerca sugli studi delle donne e di genere, a cura di M. S. Sapegno e A. Perrotta, Roma, Sapienza Università Editrice, 2023, DOI: https://doi.org/10.13133/9788893772716; M. Zancan, Il doppio itinerario della scrittura: la donna nella tradizione letteraria italiana, Torino, Einaudi, 1998.

  46. L’attività si è svolta nell’ambito della normale prassi didattica. La lettura individuale del romanzo Oliva Denaro, preceduta da alcune richieste specifiche, volte a orientare l’attenzione su alcuni temi e aspetti, è stata seguita dalla discussione in classe. Sono così emerse esperienze e osservazioni personali (Liceo Scientifico G. Oberdan, Trieste, A.S. 2022-2023).

  47. Dizionario dei temi letterari, a cura di R. Ceserani, M. Domenichelli, P. Fasano, Torino, Utet, 2007, vol. III, p. 2151. La voce è a firma di Valentina Gallo. Stupisce un po’ l’assenza della voce sulle mestruazioni, a fronte di uno spazio dedicato, per esempio, alla calvizie.

  48. A. Tamigio, Il cognome delle donne, Milano, Feltrinelli, 2023, p. 49. Il romanzo comprende la storia di più generazioni di donne, a cominciare da Rosa, la nonna, che si sposa nel 1925 con Sebastiano. Selma, la terzogenita, viene al mondo all’inizio degli anni ’30. Dal suo matrimonio con Santi nascono Patrizia, Lavinia e Marinella, la cui storia si spinge sino all’inizio degli anni ’80.

  49. Questo e altri aspetti, come l’atteggiamento della madre, trovano corrispondenza quasi puntuale nelle parole di una donna vissuta nel Novecento. Le ha raccolte Filippo Battaglia nel volume Nonostante tutte che intreccia in un racconto unitario le scritture autobiografiche di 119 donne, conservate all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano: «Il mio corpo era cambiato: erano comparsi i peli e il seno aveva preso forma. […] Quando anche io ho avvertito il dolor al basso ventre, era luglio. Alzandomi dal letto, inorridii nel vedere le mie mutandine completamente zuppe di sangue. Dio mio, che mi succedeva? Stavo per morire, ne ero certa! […] Anzi, neppure sapevo che signorine lo si diventa da un giorno all’altro e che volesse dire quella cosa lì … Quando annunciai «il fatto» alla mamma lei non sembrò gioire ma disse quasi seccata «incominciamo» ed io, forse drammatizzo, pensando a ciò mi viene da piangere. Io ho saputo tutto dalle mie amiche e che cosa avrei dato per sapere «tutte quelle cose» da mia madre. Ma forse è il suo carattere, oppure doveva pensare al lavoro e non ne ha avuto il tempo» (F. M. Battaglia, Nonostante tutte, Torino, Einaudi, 2020, p. 49).

  50. R. Postorino, Nei nervi e nel cuore, op. cit., p. 52.

  51. A. De Céspedes, Dalla parte di lei, op. cit., p. 124. Sista è la fedele domestica.

  52. Il passo consuona con le interviste a ragazze tra i 12 e i 19 anni svolte da Myriam Courteille: ‘Quando pensavo che avrei avuto le mestruazioni, mi dicevo sì, sarà un cambiamento. Poi, in realtà, niente. Sono andata a dormire come tutte le sere e non ero qualcun altro. Ero sempre io e tutto. Ecco’ (M. Courteille, Comment naissent les jeunes filles? Changer de corps et être soi à l’adolescence, art. cit., p. 11). Sullo stesso tema si veda anche A. Mardon, Les premières règles des jeunes filles: puberté et entrée dans l’adolescence, in «Sociétés contemporaines», n. 175, 2009, pp. 109-29.

  53. Un po’ più avanti nel testo è presentato anche un successivo ‘stadio psicologico’: ‘Dopo la gioia della novità, del sapermi fatta come una donna, era subentrata nel mio animo una apatia così esclusiva e completa che quasi non mi interessavo più di niente’ (La ragazza di nome Giulio, op. cit., p. 67). Ada Negri bambina bussa invece alla porta di un vicino di casa, poiché la madre, operaia, è al lavoro. Rassicurata dalla domestica di questi, Tereson, pensa però: «che quella novità fisica la mette al livello della Tereson. Anche lei, ma sì! … ma sì! … uguale alla Tereson. Tanto male, tanta vergogna, tanta schiavitù, fino ai cinquant’anni, fino a quando una donna è vecchia, cioè non esiste più … Perché non si può essere né donna, né uomo, ma un semplice spirito? Un crudo bisogno di evadere dal proprio corpo le fa graffiare con le unghie la coperta» (A. Negri, Stella mattutina, op. cit., p. 79).

  54. Il racconto di Nora si conclude con le parole «mi infilo in bagno e guardo la macchia di sangue sul tessuto bianco» (p. 114); da qui inizia quello della gravidanza indesiderata dell’amica Angelica, in una sorta di raccordo in asse che collega l’arrivo del sangue e la sua assenza. Ad Angelica si deve l’unico riferimento alle mestruazioni come «le rosse» (p. 156), modo di dire non attestato negli altri romanzi.

  55. Solo in tre romanzi, precisamente L’acqua del lago non è mai dolce, Spilli, Pudore, compaiono gli assorbenti moderni, usa e getta, nel secondo anche i tampax, nel terzo la coppetta, utilizzata però dalla protagonista trentenne.

  56. Solo diverso tempo dopo, più o meno due anni più tardi, Lila annuncia brusca: «La settimana scorsa m’è venuto il marchese» (L’amica geniale, op. cit., p. 129).

  57. L’espressione è usata in Abruzzo e riportata da Ada D’Adamo in Come d’aria (Roma, Elliot, 2023, premio Strega, postumo, nello stesso anno).

  58. S. Brighenti, La Trasgressione nella Letteratura Femminile Contemporanea Italiana, op. cit., pp. 42-43.

  59. Gli esempi sono riportati da R. Malaguti, Le mie cose, op. cit., p. 44, con riferimento a un autore della metà del ’500, e da Il corpo delle donne, op. cit., p. 33, che si rifà a L. Accati, Lo spirito della fornicazione: virtù dell’anima e virtù del corpo in Friuli tra ’600 e ’700, in «Quaderni storici», 1979, n. 41.

  60. D. Longo, Il caso Bramard, Torino, Einaudi, 2021, p. 30 (I ed. Feltrinelli, Milano 2014).

  61. R. Postorino, Nei nervi e nel cuore, op. cit., p. 56.

(fasc. 53, 13 ottobre 2024, vol. II)

«Nei libri dormono mille canzoni». Il viaggio di Eugenio Bennato dalla letteratura alla musica

Author di Lorenzo Cittadini

Abstract: Il presente studio tratta del legame tra letteratura e musica e di come il cantautore Eugenio Bennato, a partire dal romanzo L’eredità della priora (1952) di Carlo Alianello, abbia tradotto in musica la storia dei briganti al tempo della conquista sabauda del Meridione italiano. Attraverso canzoni come Brigante se more e Canzone per Juzzella, Eugenio Bennato ha saputo descrivere e raccontare in musica i sentimenti, i misteri e le tragedie di un periodo storico che spesso è stato trascurato. Dal romanzo alla canzone, Bennato ha creato una porta d’accesso alternativa a pagine buie della storia ufficiale, facendo delle canzoni un inno di tutta quella comunità che ha voluto riaccendere una luce sul fenomeno del brigantaggio. Una liasion, quella tra letteratura e musica, che Bennato ha valorizzato attraverso ulteriori letture, come quelle di Carlo Levi, Mario Alcaro, Franco Cassano, dai quali il cantautore napoletano ha saputo estrarre temi delicati come le diversità mediterranee, le culture minori e la società contadina, inserendoli in canzoni che hanno dato voce alla cultura popolare.

Abstract: This study deals with the link between literature and music and how singer-songwriter Eugenio Bennato, starting with the novel L’eredità della priora (1952) by Carlo Alianello, translated the story of brigands at the time of the Savoy conquest of southern Italy into music. Through songs such as Brigante se more and Canzone per Juzzella, Eugenio Bennato has been able to describe and recount in music the feelings, mysteries and tragedies of a historical period that has often been silenced. From novel to song, Bennato has created an alternative gateway to dark pages of official history, making the songs a hymn of the entire community that wanted to shine a light on the phenomenon of brigandage. A liasion, that between literature and music, that Bennato has enhanced through further readings, such as those by Carlo Levi, Mario Alcaro and Franco Cassano, from which the Neapolitan singer-songwriter has been able to extract delicate themes such as Mediterranean diversities, minor cultures and peasant society, inserting them into songs that have given voice to popular culture.

Introduzione

Il debito che la musica paga alla letteratura e, in generale, alla scrittura è molto elevato e la storia dei rapporti tra queste discipline è lunga e ricca[1]. Tra reminiscenze, imitazioni, allusioni nascoste, citazioni[2], il tema della presenza della letteratura nei testi delle canzoni risulta particolarmente ampio e allo stesso tempo interessante e stimolante, se inserito all’interno di una prospettiva di dialogo fra discipline differenti, di lettura critica e di analisi letteraria, che concorrono a una sorta di «inventario del pianeta»[3]. Con questa espressione, presa in prestito da Elvio Guagnini e usata in origine per descrivere il grande contributo della letteratura di viaggio agli studi letterari, si intende qui sottolineare come storicamente la letteratura e la musica, più in generale l’arte, abbiano instaurato una relazione osmotica di prestiti e reciproche influenze, di «traduzioni» attraverso un «rapporto dialogico che trascorre continuamente da un campo all’altro, che crea relazioni e intrecci, debiti e crediti»[4], trovando negli studi comparatistici uno dei terreni più fertili, come nel caso della relazione tra letteratura e musica.

Infatti, questo tema trova il contesto di analisi più idoneo all’interno di un approccio che riunisca le numerose sollecitazioni che il rapporto letteratura-musica genera, riconoscendo nella figura dell’autore del testo della canzone o nel cantautore un mediatore, un traduttore di storie e sentimenti, che produce effetti di ringiovanimento, di rinnovamento e rivitalizzazione o rinascita di certe letterature o di certi generi musicali, che si nutrono di nuovi stimoli[5]. Per Mariangela Lopopolo, i romanzi sono «un’immensa cattedrale della memoria, sulle cui pagine si accumulano i ricordi del tempo passato»[6], poiché l’opera letteraria può costituire il soggetto[7] di una melodia o di un film, per esempio.

Il contesto sociale, culturale e tecnologico attuale favorisce uno scambio costante di contenuti e di informazioni, con una velocità di trasmissione simultanea. Ma spesso, proprio a causa dell’elevato ritmo di condivisione e di rimpiazzamento dei contenuti, si perde il processo che ha portato alla pubblicazione di un’opera musicale, nella valutazione della quale oggi si bada più agli incassi, agli streaming, alle visualizzazioni, in una lotta tra etichette discografiche, artisti o pseudo tali e un pubblico al quale viene ininterrottamente sottoposto qualcosa.

Certa musica, invece, necessita di ritmi più lenti, tempi dilatati che forse cozzano con la “bulimia informativa”[8] generalizzata in cui si ritrova la società contemporanea, che lascia l’analisi e l’approfondimento delle canzoni a una fetta ristretta di pubblico. È il caso della musica d’autore italiana, che è costretta a fronteggiare un mondo discografico che tende a uniformarsi a certi standard, a modelli preconfezionati e a repliche indifferenziate, alla «copia di mille riassunti», tanto per citare un verso della canzone Giudizi universali del cantautore bolognese Samuele Bersani. Probabilmente questo peso da sopportare da parte della musica d’autore è la condizione necessaria che rende più prezioso il lavoro di cantautori e cantautrici, sempre a caccia di immagini, di nuove metafore, del senso della vita e dei suoi misteri.

È questo il caso di Eugenio Bennato, uno degli artisti che ha raccontato con grande trasporto e attenzione la musica del Sud d’Italia e di tutto il Mediterraneo, con quell’impegno civile e morale teso a costruire ponti verso realtà diverse e a dare voce alle vicende di donne e uomini che la storia ha voluto emarginare, relegare, dimenticare, silenziare. La storia – o per meglio dire la controstoria – di Eugenio Bennato affonda le radici nella Nuova Compagnia di Canto Popolare, in Musicanova e in Taranta Power, esperienze musicali che hanno convertito il cantautore napoletano in uno degli esponenti di punta della canzone popolare regionale italiana.

Eugenio Bennato: da L’eredità della priora a Brigante se more

«Nei libri dormono mille canzoni»[9], afferma Valerio Grutt, facendo riferimento al fatto che la letteratura abita in ognuno di noi e allo stesso tempo noi abitiamo in essa. Ciò sottolinea il valore che le storie, nessuna esclusa, hanno all’interno della vita di ogni individuo: «storie che possono farci vedere luoghi, vivere emozioni, intuire verità […] ferire e guarire, illuminare angoli bui, irrompere nello spazio, costruire e distruggere»[10].

Eugenio Bennato ha avuto l’intuizione e la capacità, con la canzone Brigante se more (1980), di creare una porta d’accesso attraverso la quale «molti sono entrati in pagine buie della nostra storia negata»[11], quella relativa al brigantaggio postunitario, alla guerra fra esercito piemontese ed esercito delle Due Sicilie, a vicende taciute o trattate con reticenza dalla storiografia ufficiale[12].

Tutto ha avuto inizio con un libro, L’eredità della priora[13], scritto da Carlo Alianello nel 1962: storico e romanziere romano ma di origini lucane, Alianello ha difeso a spada tratta la sua visione controcorrente della questione risorgimentale italiana. Nel 1979, racconta Bennato nella sua autobiografia musicale Ninco Nanco deve morire. Viaggio nella storia e nella musica del Sud[14] (2013), la RAI decide di mettere in scena il libro di Alianello, ambientato in Basilicata all’indomani dell’invasione piemontese e relativo alle vicende dei briganti. Bennato e il collega Carlo D’Angiò vengono contattati per scrivere la colonna sonora dello sceneggiato e quel momento, grazie a quel libro, diventa la circostanza che cambierà la storia musicale e personale del cantautore napoletano.

Il progetto del regista dello sceneggiato[15], Anton Giulio Majano, abile nella trasposizione televisiva dei romanzi nei primi anni di attività della RAI, è stato quello di affidare all’intuizione di Bennato la creazione di un vero e proprio canto di battaglia dei briganti, come se questi cantassero tutti in coro, quasi a «interrompere il silenzio della musica tradizionale sulla guerra dei briganti»[16]. Dal romanzo nasce Brigante se more, che d’improvviso e con una forza incontrollata diventa l’inno di tutta quella comunità che vuole riaccendere una luce su storie non raccontate per decenni, eventi eccezionali, personaggi, vite di donne e uomini che avevano resistito e combattuto, con il rischio di essere dimenticati. L’eredità della priora è un romanzo avvincente e denso di personaggi affascinanti, «un’opera fondamentale per voltare pagina nella visione stucchevole di un Risorgimento di maniera, e per leggere per la prima volta quella storia dalla parte dei perdenti»[17]. Ciò conferma quella «liasion debitoria» della musica verso la letteratura, la quale è «spesso l’utero della parola cantata»[18], figlia di mille ispirazioni, speranze, coincidenze e opportunità.

Questo inno diventa subito musica tradizionale, come se fosse sempre esistito, convertendosi in una sorta di classico della musica popolare meridionale, sfilacciandosi in un tempo lontano e nel mistero di una storia perduta. Infatti, se per classica riconosciamo un’opera che risponde alle esigenze di ogni tempo, Brigante se more è uno dei classici della musica popolare italiana e conferma il legame indissolubile tra parola scritta – più prettamente letteraria – e parola cantata. Tale operazione di adattamento o trasposizione in musica di un testo letterario ha a che fare con il processo di traduzione, nello specifico di traduzione intersemiotica[19] (da un codice a un altro) dalla scrittura alla canzone[20]. Bennato crea ex novo un’opera credibile e di forte impatto emotivo, lavorando, inoltre, sulla resa scenografica, se facciamo rientrare in questo processo di traduzione e di filtraggio anche l’aspetto esecutivo della canzone. Infatti, ciò che Bennato mette in pratica è una sorta di rivestimento, di traduzione, di ri-codificazione della storia in precedenza affidata alle pagine del romanzo di Alianello.

Senza dubbio, soprattutto a partire dal XX secolo, il rapporto fra letteratura e musica si è intensificato e vivacizzato grazie ai nuovi media e all’impatto che la musica ha avuto e continua ad avere nella vita di tutte le persone, con quella capacità fulminea di diffusione che oggi, in particolar modo, è quasi incontrastabile[21].

Un aspetto fondamentale per comprendere la buona riuscita della trasposizione del romanzo in canzone è stata l’invenzione di un titolo efficace, che si discostasse dal titolo originario. Infatti, lo stesso Bennato ammette che l’unico difetto del romanzo di Alianello risiede proprio nel titolo, L’eredità della priora: «un titolo difficile da pronunciare, che non rende minimamente l’idea di cosa quella storia racconti e di dove sia ambientata. In quel titolo non c’è lotta, non c’è Basilicata, non c’è l’amore, non ci sono i briganti»[22]. Inoltre, l’attenzione di Majano, Bennato e D’Angiò non si concentra sulla figura femminile del romanzo, la priora di un convento espropriato dal nuovo governo sabaudo, ma il focus è su personaggi che realmente conquistano il lettore o lo spettatore, come i briganti[23] Gerardo, Ugo, Andrea, le brigantesse e le streghe, Maria Palomba, Juzzella, Carmenella e Nannina.

Il grande contributo di Bennato alla canzone popolare italiana sta proprio nell’aver colmato un vuoto nella musica tradizionale, proprio perché fino ad allora, purtroppo, tra le migliaia di canti nessuno narrava direttamente la lotta dei briganti nella resistenza antipiemontese. La trasposizione del romanzo di Alianello in musica si inserisce, mutatis mutandis, in un più ampio processo per il quale, come rileva Even-Zohar, la traduzione svolge un ruolo innovativo all’interno di una certa cultura, in particolare – ed è questo il caso – quando si verificano o vi è la presenza di «punti di svolta, crisi o vuoti in una letteratura»[24].

Servendoci di questo impianto teorico, è possibile comprendere meglio il ruolo che Brigante se more ha avuto e continua ad avere all’interno della discografia italiana e più in generale nella cultura italiana. La «traduzione» del romanzo colma il vuoto che si crea in un momento storico di svolta, in cui una letteratura, un contesto musicale-discografico, è alla ricerca di nuove forme di espressione[25].

Il successo di Brigante se more si deve, inoltre, all’arrangiamento fiero e popolare che Bennato e D’Angiò riescono a dargli, alle chitarre battenti e ai tamburi, al furore di anni giovanili e selvaggi. Pubblicata dalla Polygram, la canzone diventa subito popolare ma non viene mai passata alla radio, confessa Bennato senza grandi rimpianti, visto che la migliore resa della canzone è quella dal vivo, nelle piazze festose, nei concerti di gruppi emergenti o nei falò in spiaggia. Lontana dalle logiche pubblicitarie e mainstream, la canzone si diffonde velocemente secondo le tipiche modalità della musica popolare, vale a dire oralmente, attraverso racconti, per trasmissione diretta, facendo dimenticare o confondendo l’origine e l’autorialità dello stesso pezzo. Bennato ha ammesso di essersi sorpreso di fronte a questa sorta di espropriazione della sua canzone, vedendo il suo rapido diffondersi attraverso pubblicazioni, riviste, libri e romanzi, con la conversione del brano in una specie di «opera di autore anonimo» risalente all’Ottocento, processo che «di solito avviene con i tempi lunghi delle civiltà contadina, che ha sempre dovuto attendere un paio di generazioni dopo la scomparsa dell’autore per dimenticarne i dati anagrafici; nel nostro caso, invece, il successo è veloce e noi siamo lì presenti e osserviamo sbalorditi la nostra metamorfosi da giovani musicisti di fine Novecento in anonimi del XX secolo»[26].

Tra romanzi ispirati alla stessa canzone, falsificazioni del testo e pseudo ricerche di amatori che affermano che quel canto era già presente nella tradizione popolare ottocentesca, Bennato si ritrova prigioniero della sua stessa opera, un brigante della canzone popolare, nel mezzo di una tempesta mediatica, una sorta di giallo letterario. Ma tutto ben presto si risolve grazie a ulteriori ricerche che confermano l’originalità del testo, mettendo a tacere certi fanatismi o provincialismi che cercavano di appropriarsene. Tutto ciò amplifica la potenza della canzone, figlia di un romanzo, e le numerose risonanze che essa ha all’interno di una società, e nello specifico all’interno della comunità meridionale, la quale si ritrova nelle parole e nel canto di Brigante se more, così incisivo, così vero, che pare essere sempre esistito. Questo accade, sostiene Bennato, quando una creazione «interpreta profondamente il suo tempo e la sua gente, [finendo per] appartenere a tutti quelli che la scoprono e la scelgono, e forse è giusto che sia così»[27].

La forza del dialetto napoletano

La forza di Brigante se more, inoltre, risiede nella semplicità del messaggio, nella sua comprensibilità, dato che il dialetto[28] ha una musicalità del verso, una carica espressiva e un’immediatezza delle immagini che lo rendono più accattivante. È la voce illustre di Fabrizio De André a evidenziare come il dialetto – nel suo caso, il genovese – sia stato particolarmente adatto a trovare soluzioni testuali nelle canzoni, data l’ampia presenza di parole tronche, come accade per l’inglese e il francese, che favoriscono la fusione armoniosa con l’arrangiamento strumentale[29].

Per Eugenio Bennato il punto di forza della canzone risiede proprio nel testo in dialetto napoletano, una sorta di compromesso tra l’efficacia della musicalità dialettale e l’indispensabile requisito di comprensibilità delle parole scelte e impiegate[30]. Il dialetto, quindi, diventa il mezzo per valorizzare l’operazione di recupero della storia e del rapporto con il territorio, unendo la specificità dell’argomento, per decenni oscurato dalla narrazione storica ufficiale, con «l’universalità» del dialetto napoletano, capace inoltre di convertire la storia dei briganti in una più ampia idea di ribellione di tutti i diseredati del mondo e di ogni epoca. La canzone partenopea, in questo senso, è considerata il primo esempio di superamento dei «confini regionali, avviando così la formazione di una sorta di canzoniere comune»[31].

Brigante se more è stata, inoltre, tradotta in diverse lingue, dal francese all’inglese, dal portoghese al polacco, e interpretata dai più svariati artisti come Raiz e Pietra Montecorvino, diventando, come anticipato, «la colonna sonora di tutte le rivendicazioni militanti del Sud contemporaneo, dagli oppositori alla centrale nucleare di Scanzano in Basilicata alla rivoluzione dei forconi in Sicilia, alle marce contro le discariche di Chiaiano in Campania […]. Perché non è un canto filoborbonico, ma qualcosa di più»[32].

La «traduzione» in dialetto napoletano e l’adattamento musicale del romanzo di Alianello hanno attivato un processo di rivitalizzazione e di assorbimento di elementi importanti al fine di una Bildung attraverso la quale la società raggiunge un nuovo livello di consapevolezza, di conoscenza dei fatti, di denuncia e di superamento di ogni forma di conservatorismo o di uso improprio della storiografia[33]. Inoltre, il dialetto napoletano[34] utilizzato nella canzone d’autore costituisce un modello per la sua «compiutezza della forma strofa-ritornello»[35] e la «straordinaria efficacia narrativa»[36].

Un altro punto di forza di Brigante se more è il coro, che diventa una chiamata a raccolta dalla Calabria alla Basilicata, non dice cose complicate e utilizza immagini molto forti e ad effetto:

E mo cantammo sta nova canzone,

tutta la gente se l’adda ’mparà.

Nun ce ne fotte d’p Rre Burbone

Ma a terra è a nostra e nun s’addà tuccà.

[…]

Ommo se nasce brigante se more

Ma fino all’ultimo avimma sparà

E si murimmo menàte nu fiore

E na bestemmia pe sta libertà.

Il brigante di Bennato diventa, così, il personaggio giusto per «simboleggiare le istanze del presente, per interpretare le speranze e la lotta di tutti gli oppressi […] per andare avanti nella travagliata e problematica storia del nostro tempo[37].

Canzone per Juzzella

Dall’Eredità della priora Eugenio Bennato estrae una seconda storia, una seconda canzone, scritta sempre in dialetto napoletano, che narra la storia d’amore tra Gerardo, un ufficiale del disciolto esercito borbonico in Basilicata intento a organizzare la lotta clandestina, e Juzzella, la giovane serva di un palazzo nobiliare. Il romanzo prende per mano il lettore e lo conduce nel cuore del paesaggio lucano, a Rionero in Vulture. Come Alianello, Bennato cede alle romantiche suggestioni della luna di Rionero, scrivendo di getto versi d’amore per Juzzella, che aveva «gli occhi come il cielo e la carne come la luna»[38], e che fugge dal convento dove il padrone l’aveva rinchiusa per raggiungere Gerardo, trovando la morte proprio nel momento in cui urla il nome del suo amato, mentre questo viene fucilato dai nemici. Se il testo viene scritto di getto, per l’arrangiamento musicale i tempi risultano dilatati; a Bennato vengono in aiuto i cantori di Carpino, maestri della tarantella del Gargano, avvolti nelle loro tuniche nere mentre suonano le chitarre battenti, che recuperano un loro verso tipico a chiusura delle Canzone per Juzzella, un appello agli innamorati di tutti i tempi:

Luna calante e tu te si’ addurmuta

Comm’a na palomma

Ca ce vo’ murire.

Novi amanti statemi a sentire.

Altri libri, altre canzoni

L’interesse di Eugenio Bennato per la letteratura non si esaurisce con la tematica dei briganti e delle loro vicende, ma trova ulteriore “sfogo” in altre canzoni figlie di letture appassionate e impegnate. Infatti, le avventure narrate da Alianello conducono Bennato al mistero della Basilicata, dai briganti alle streghe, tra leggende, fascinazioni, rituali e formule magiche. La lettura di Sud e magia (1959) di Ernesto De Martino e di Viaggio in Calabria (1835) di Alexandre Dumas stimola Bennato nell’approfondimento di particolari tematiche: dalle stranezze e usanze della società contadina ai dialetti incomprensibili, dalla visione altezzosa dell’illuminista in viaggio in zone oscure e malsane all’interpretazione di suoni, segni e lamenti della gente che per secoli ha subito guerre, invasioni e dominazioni di ogni genere.

Queste terre, questa gente, sono state descritte in Cristo si è fermato a Eboli (1945) da Carlo Levi, scrittore che ha sapientemente indagato quel mondo chiuso, nero, sanguigno, contadino, di difficile penetrazione senza un tocco di magia. Bennato si è lasciato sedurre dalle sollecitazioni di Carlo Levi tanto da adottare lo stesso criterio interpretativo della realtà meridionale per scrivere un’altra importante canzone che rinnova il legame[39] tra letteratura e musica, «capace di accogliere in sé i più diversi significati, proprio in virtù della sua grande capacità di essere forma per i più diversi contenuti»[40]. Come afferma Bennato, «la Basilicata non è terra di passaggio, ed è la meno turistica tra le regioni del Sud: bisogna andarci apposta, con le idee chiare di chi non sa niente ma vuole scoprire qualcosa»[41]; il cantautore traduce in musica questo sentimento, affidato ai versi di Vulesse addeventtare nu brigante (1980) e di Canzone della Basilicata (1986):

I

Vulesse addeventtare nu brigante oi nenna ne

Pe’ li rusecare sti catene ca m’astregneno lu pede e me fanno schiavo

Vulesse addeventtare nu brigante oi nenna ne

Ca po’ stà sulo a la muntagna scura pe’ te fa sempre paura fino a quanno more.

II

E che ne saccio d’a Basilicata,

dice ca Cristo nun c’è mai venuto

e primma ‘e chesta terra s’è fermato.

Vulesse addeventtare nu brigante viene utilizzata nello stesso sceneggiato RAI che ispira Brigante se more e Canzone per Juzzella, sempre tratte dalle storie narrate da Alianello nell’Eredità della priora. Se Brigante se more viene usata come apertura per i titoli di testa, Vulesse addeventtare nu brigante viene utilizzata per i titoli di coda, dando allo sceneggiato uno stile coerente e ispirato allo stesso romanzo.

Un’irresistibile attrazione per il Sud e per la musica popolare, per quel microcosmo di donne e uomini, di storie e controstorie, conduce Eugenio Bennato a dedicarsi completamente a un’indagine mediterranea. Sono proprio gli incontri con altre letture, altri libri che imprimono una forte connotazione alle successive produzioni del cantautore partenopeo, difensore del Sud come realtà autonoma a cui restituire «l’antica dignità di soggetto di pensiero, interrompere una lunga sequenza in cui esso è stato pensato solo da altri […] Non pensare più al sud come periferia sperduta e anonima dell’impero, luogo in cui non ancora è successo niente e dove si replica tardi e male ciò che celebra le sue prime altrove»[42].

Le risonanze mediterranee che risiedono nelle composizioni di Eugenio Bennato – si pensi a Che il Mediterraneo sia (2002) e a Sponda Sud (2007) – vanno di pari passo a tutta una serie di studi e ricerche sul Mediterraneo come, per esempio, Il pensiero Meridiano (1996) di Franco Cassano, Sull’identità meridionale (1999) di Mario Alcaro o Cadmos cerca Europa. Il Sud fra il Mediterraneo e l’Europa (2000) di Giuseppe Goffredo. Questi percorsi convergenti di letteratura e musica sono sintomatici di un sentimento mediterraneo e meridionale forte, presente e scalpitante, canalizzato, in questo caso, in opere musicali e artistiche. Come per L’eredità della priora, anche il Mediterraneo diventa pretesto per impegnarsi e per portare alla luce vicende poco conosciute o storie dimenticate: dai briganti alle lingue e culture minori del Mediterraneo, colpite dalla globalizzazione e da un presente che viaggia troppo rapidamente, da messaggi uni-culturali che minacciano la ricchezza delle diversità del bacino mediterraneo, con il rischio che queste vengano annullate, «schiacciate sotto il peso dei modelli imposti dall’alto»[43].

In conclusione, l’attenzione di Eugenio Bennato verso certe tematiche, tra ispirazioni spiazzanti che sono andate a ribaltare alcune verità della cultura ufficiale, è sostenuta da un elemento del tutto rivoluzionario e controcorrente: la lentezza. Dal Futurismo di Marinetti all’avvento di Internet e dell’Intelligenza Artificiale, la società in cui viviamo ha deciso di vivere a «velocità 2x», in un presente di accelerazione continua, estenuante, privo di pause o intervalli, schiacciato in un moderno horror vacui che non contempla spazi vuoti e impone standard ed etichette. La “lentezza” e la calma con cui Bennato ha, evidentemente, affrontato la sua vita e il suo impegno culturale e musicale, forniscono, invece, la chiave per recuperare ciò che si perde inevitabilmente in questa corsa e trovare una soluzione necessaria per il futuro. Solo così è possibile comprendere il sentimento che ha guidato e continua a guidare l’artista napoletano nell’affrontare con dedizione le tematiche di cui si è parlato, dal legame indissolubile tra letteratura e musica che ha indagato la storia dei briganti e i soprusi della società contadina, al tempo della conquista sabauda, alle diversità mediterranee e alle culture minori, con quella lentezza[44] che «permette di vedere meglio e più lontano […] Andare lenti è essere provincia senza disperare, al riparo dalla storia vanitosa, dentro alla meschinità e ai sogni. Fuori dalla scena principale e più vicini a tutti i segreti»[45].

 

  1. Cfr. G. Petrocchi, Letteratura e musica, Firenze, Olschki, 1991.
  2. Cfr. R. Polese, Tu chiamale se vuoi…Citazioni, echi, lasciti letterari nelle canzoni italiane, Milano, Archinto, 2019, p. 11.
  3. E. Guagnini, L’arcipelago odeporico. Forme e generi della letteratura di viaggio, in Questioni odeporiche. Modelli e momenti del viaggio adriatico, a cura di G. Scianatico, R. Ruggiero, Bari, Palomar, 2007, pp. 29-42.
  4. M. Guglielmi, La traduzione letteraria, in Letteratura Comparata, a cura di A. Gnisci, Milano, Bruno Mondadori, 2002, pp. 155-84.
  5. Cfr. M. Guglielmi, La traduzione letteraria, op. cit., p. 168.
  6. M. Lopopolo, Che cos’è la letteratura comparata, Roma, Carocci editore, 2012, p. 90.
  7. Sulla letteratura e le altre arti cfr. R. Warren e A. Wellek, Teoria della letteratura, Bologna, Il Mulino, 1989; R. Bertazzoli, Letteratura comparata, Brescia, La Scuola, 2010.
  8. Il termine, traduzione di «Infomation Overload», viene coniato da Beltram Gross, professore di Scienza Politica, già nel 1964, e si riferisce al processo in cui l’input di un sistema supera la sua capacità di elaborazione, vale a dire che, se vengono fornite troppe informazioni – in questo caso i contenuti musicali – a degli individui, si tende ad andare incontro a un calo nella qualità delle scelte.
  9. V. Grutt, Prefazione, in L come Libro, a cura di W. Gatti, Milano, Abeditore, 2017, pp. 9-11.
  10. Ibidem.
  11. P. Aprile, Prefazione, in E. Bennato, Ninco Nanco deve morire. Viaggio nella storia e nella musica del sud, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013, pp. 5-9.
  12. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire. Viaggio nella storia e nella musica del sud, op. cit., 2013, p. 15.
  13. Cfr. C. Alianello, L’eredità della priora, Milano, Feltrinelli, 1963.
  14. Cfr. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire. Viaggio nella storia e nella musica del sud, op. cit.; E. Bennato, Brigante se more. Viaggio nella musica del sud, Roma, Coniglio Editore, 2010.
  15. A livello più generale, con l’avvento del sonoro, «dal secondo dopoguerra in poi, soprattutto in Italia, il cinema è compiutamente un’arte narrativa, al pari del romanzo»: G. Simonetti, La letteratura circostante, Bologna, Il Mulino, 2018, p. 297.
  16. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire. Viaggio nella storia e nella musica del sud, op. cit., 2013, p. 30.
  17. Ivi, p. 133.
  18. W. Gatti, Introduzione, in L come Libro, op. cit., pp. 5-7.
  19. Cfr. E. Pantini, La letteratura e le altre arti, in Letteratura comparata, op. cit., p. 117.
  20. Cfr. M. Guglielmi, La traduzione letteraria, op. cit., p. 159.
  21. Cfr. P. Lucadei, La narrativa contemporanea e la musica, in«Le parole e le cose»: https://www.leparoleelecose.it/?p=17858 (ultima consultazione: 6/01/2025).
  22. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 133.
  23. Eugenio Bennato, oltre l’esperienza che lo lega al romanzo L’eredità della priora, più tardi negli anni torna a dedicarsi al tema rievocando la figura del più celebre dei briganti, Ninco Nanco, all’anagrafe Giuseppe Nicola Summa di Avigliano, in provincia di Potenza. Ninco Nanco, nome di battaglia, viene ucciso nel 1864, il suo volto viene fotografato dall’esercito sabaudo e la sua storia viene taciuta per diversi decenni. Bennato, nel 2009, scrive Ninco Nanco affinché tutti possano conoscere la storia parallela del brigante, fatta di tradimenti, di documenti e testimonianze.
  24. I. Even-Zohar, La posizione della letteratura tradotta all’interno del polisistema letterario, in Teorie contemporanee della traduzione, a cura di S. Nergaard, Milano, Bompiani, 1995, pp. 225-38.
  25. Cfr. M. Guglielmi, La traduzione letteraria, op. cit., p. 165.
  26. Cfr. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 135.
  27. Cfr. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 145.
  28. Alcuni approfondimenti sul tema: L. Coveri, Per una storia linguistica della canzone italiana, in Id., Parole in musica. Lingua e poesia nella canzone d’autore italiana. Saggi critici e antologia di testi di cantautori italiani, Novara, Interlinea, pp. 13-24; R. Sottile, Il dialetto nella canzone italiana degli ultimi venti anni, Roma, Aracne, 2015; J. Tomatis, Storia culturale della canzone italiana, Milano, Il Saggiatore, 2019; D. Bozzo, Il plurilinguismo nella canzone dialettale italiana da De Andrè a Van De Sfroos: questioni teoriche e ricadute didattiche, in Italiano LinguaDue, vol. 12/2, 2020, pp. 523, 537.
  29. Cfr. C. G. Romana, Amico fragile: Fabrizio De André, Roma, Aracne, 2017.
  30. Cfr. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 151.
  31. Sull’esportazione della canzone partenopea all’estero si veda G. Di Franco, S. Nobile, L’Italia che si dispera e l’Italia che si innamora. Temi, valori e linguaggi in 25 anni di canzone italiana, Roma, Paper, 1995.
  32. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 152.
  33. Cfr. M. Guglielmi, La traduzione letteraria, op. cit., p. 168.
  34. Sulla canzone partenopea cfr. S. Barco, F. Marra, We come from Napoli: il dialetto nelle canzoni di Liberato come tratto identitario, in Sperimentare ed esprimere l’italianità. Aspetti linguistici e glottodidattici, a cura di A. Gałkowski, J. Ozimska, I. Cola, Łódź-Kraków, Università di Łódź, 2021, pp. 83-99.
  35. F. Fabbri, La canzone, in Enciclopedia della musica. Volume primo. Il Novecento, a cura di J. J. Nattiez, Torino, Einaudi, 2001, pp. 551-76.
  36. Ibidem.
  37. Cfr. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 153.
  38. Ivi, p. 156.
  39. Cfr. A. Hejmej, Comporre. La descrizione letteraria della musica, in Comporre. L’arte del romanzo e la musica, a cura di W. Nardon, S. Carretta, Trento, Università degli studi di Trento, 2014, pp. 135-47.
  40. R. Russi, Letteratura e musica: considerazioni provvisorie su un tema infinito, in La letteratura e le arti, Atti del XX Congresso ADI di Napoli (2016), a cura di L. Battistini, V. Caputo, M. De Blasi, G. A. Liberti, P. Palomba, V. Panarella, A. Stabile, Roma, Adi editore, 2018, pp. 1-9.
  41. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 162.
  42. F. Cassano, Il pensiero meridiano, Roma-Bari, Laterza, 1996, p. VIII.
  43. E. Bennato, Ninco Nanco deve morire, op. cit., p. 178.
  44. Sulla lentezza in forma canzone cfr. il brano di Enzo Del Re Lavorare con lentezza (1974).
  45. F. Cassano, Il pensiero meridiano, op. cit., p. 14.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Quando Laura Betti ha cantato le poesie per musica di Pier Paolo Pasolini

Author di Spiros Koutrakis

Abstract: Laura Betti, l’emblematica attrice e cantante del secondo Novecento italiano, ha vissuto una vita caratterizzata da una forte interazione con Pier Paolo Pasolini. Parte importante della loro sinergia sono state le canzoni che il poeta aveva scritto apposta per lei in occasione del recital intitolato “Giro a vuoto”, che ha debuttato a Milano nel 1960: composizioni poetiche di altissima qualità in cui Pasolini ha voluto mettere in rilievo la voce e la presenza scenica magnetica di Laura Betti.

Abstract: Laura Betti, the emblematic Italian actress and singer of the second half of the twentieth century, lived a life determined by her interaction with Pier Paolo Pasolini. A very characteristic moment of their synergy were the songs that the poet had written especially for her on the occasion of the recital entitled “Giro a vuoto” which debuted in Milan in 1960. Poetic compositions endowed with a very high quality and those particular characteristics that Pasolini wanted to highlight by taking advantage of such a strong voice and presence, as were those of Laura Betti.

«Nacque ad un certo punto e comunque, sia chiaro, nacque e visse al di fuori della storia»: con queste parole Laura Betti, scomparsa nel 2004, introduce il suo autoritratto ironico e umoristico nel sito della Cineteca di Bologna[1].

Laura Betti, nome d’arte di Laura Trombetti, è stata un’emblematica attrice e cantante particolarmente significativa della cultura italiana della seconda metà del secolo XX, il cui percorso di vita è stato pienamente determinato dalla sua interazione con Pier Paolo Pasolini. Fabio Mauri, un amico di Pasolini, gliel’ha introdotta nel 1957, periodo in cui lei «faceva l’attrice e la cantante ma anche la scrittrice e la regista; lei sarebbe rimasta incantata da Pasolini sin dal primo momento e si sarebbero legati con una perenne amicizia»[2]. Dario Pontuale la descrive perfettamente nel capitolo del suo libro dedicato a lei:

la ‘giaguara’ come viene chiamata, o ‘Madame’ come preferisce definirsi […] è una primadonna autoritaria, gelosa, collerica, chiassosa, ma sensibile e attenta, sostiene il ‘suo uomo’ pure nel corso delle crisi più acute, subendo perfino una brutale aggressione. Pasolini contraccambia tanto attaccamento con affetto, restandole pazientemente fedele, assecondandola, lasciandosi gentilmente accudire; insieme a lei non sente il peso di una sessualità travagliata[3].

Dell’aggressività della Betti si occupa anche Enzo Siciliano nella biografia di Pasolini più completa scritta, sostenendo che «per converso, l’aggressività di lui, il suo fulmineo ribattere alle polemiche che gli si scatenavano attorno, coinvolgeva lei: e fu questo, all’inizio un gioco, che la spinse, nel lampo di un flash, a prenderlo sottobraccio e a dire, come una sfida, ma una sfida meditata anzitutto contro sé stessa, a dire in pubblico, ripeto: “È mio marito”»[4].

Riflessioni analoghe sono anche quelle di Emanuele Trevi, il quale si sofferma particolarmente su quella fase della vita di Pasolini in cui aveva un ruolo da protagonista Maria Callas e che è stato anche segnato dalla coesistenza forzata di quest’ultima con Laura Betti. Quell’interesse reciproco tra Pier Paolo e Maria avrebbe fatto nascere in Betti dei sentimenti di una gelosia infernale per il fatto che, «pur non essendo mai stata in trono, si era sentita detronizzata»[5].

Insomma, il rapporto fra Pier Paolo Pasolini e Laura Betti non riguardava in modo esclusivo l’ambito professionale, ma gradualmente ha acquisito delle caratteristiche più complicate, visto che lei «nutrì un amore devastante per Pasolini che plasmò la sua sorte», come si legge in un articolo di «La Repubblica» del 24 febbraio 2012[6]. Ma pure lo stesso Pasolini, in una sua lettera a Jean-Luc Godard dell’ottobre del 1967, ha usato due volte il termine «la mia moglie non carnale»[7] per riferirsi a lei.

Anche Renzo Paris, che aveva conosciuto Laura Betti nel 1975 «prima dei funerali di quello che chiamava “marito”»[8], offre una descrizione molto esplicita del suo universo sentimentale: era generosa e materna con Pasolini, e lo aveva curato come se fosse suo figlio, era una grande attrice che si infuriava spesso e senza motivo ma riusciva a essere perdonata.

La stessa Betti, in un’intervista concessa al settimanale «Panorama» due anni dopo la scomparsa di Pasolini, non si risparmia nel descrivere con vivacità il loro rapporto affettivo: fa parola della disubbidienza che era una delle poche cose che avevano in comune; del compito che lei aveva assunto nel loro rapporto, quello di farlo ridere, perché Pasolini non sapeva ridere, e conclude sottolineando il fatto che formavano una coppia insolita[9]. Allo stesso modo, in un’altra intervista rilasciata nel 1994 a Marianna Polychroniadou per una rivista greca, in occasione della sua presenza in Grecia per una serie di spettacoli programmati ad Atene e Salonicco, riferendosi a Pasolini afferma che si trattava dell’unica persona che aveva avuto e avrebbe continuato ad avere un valore nella sua vita[10]. Ma anche Pasolini, da parte sua, aveva mantenuto fede a quel rapporto in modo appassionato fino alla fine della sua vita, nonostante le varie fasi di intolleranza reciproca. Da segnalare, inoltre, che la Betti è stata l’oggetto anche di una decina di opere figurative (pitture a colori e disegni in bianco e nero) di Pasolini, create nel 1967[11].

Il 2 novembre 1975 avrebbe segnato in modo decisivo l’esistenza di Laura Betti, che da quel momento in poi avrebbe dedicato la sua vita esclusivamente al suo “marito”. Uno dei suoi primi compiti è stata la cura e l’edizione nel 1976 del libro Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, perché ha deciso «di non accettare, di disobbedire, di dare scandalo; di denunciare cosa può accadere ad un uomo pulito “in un paese orribilmente sporco”. E cominciai a raccogliere tutte le condanne a morte che gli erano state decretate…»[12].

Contemporaneamente si è dedicata all’istituzione di un fondo che ha l’obiettivo della diffusione del pensiero e dello spirito pasoliniani. Così, nel 1979 è riuscita a fondare il Fondo Pier Paolo Pasolini che nel 1983, dopo essersi costituito in Associazione, è diventato autonomo; Laura Betti lo ha presieduto per venti anni, fino alla sua morte, mentre nel novembre 2003 l’intero archivio è stato donato alla Cineteca di Bologna, dove è stato istituito il Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini con l’obiettivo di costituire «un centro di documentazione internazionale sull’opera letteraria, cinematografica e teatrale del poeta-regista»[13].

Il loro rapporto artistico è stato segnato dalla partecipazione di Laura Betti a molti film pasoliniani, nei quali ha recitato e ha cantato le canzoni che Pasolini, su sua richiesta, aveva scritto per il suo spettacolo messo in scena nel 1960 e intitolato Giro a vuoto, un titolo a cui Stefano Nobile riconosce una certa ironia e autoironia riguardanti «lo snobismo intellettualistico che caratterizzava almeno in parte l’ambiente frequentato con sentimenti ondivaghi dalla stessa Betti»[14]. Pasolini è stato uno degli scrittori a cui la Betti aveva richiesto testi per lo spettacolo, come Giorgio Bassani, Alberto Moravia e Dino Buzzati; secondo quanto testimonia Siciliano, lei «pretendeva testi da Penna, ma anche da Ercole Patti, da Fabio Mauri e Sandro de Feo. […] Seduta al pianoforte […] provava i testi che le venivano offerti, esigeva correzioni, ne nascevano bufere, rinfacci»[15].

Il contributo di Pasolini consiste nelle quattro canzoni che ha scritto in romanesco, Valzer della toppa, Macrì Teresa detta Pazzia, Cristo al Mandrione e la Ballata del suicidio; il recital ha debuttato nel 1960 a Milano al Teatro Gerolamo, riscuotendo un forte interesse da parte del pubblico. Nella seconda edizione del 1962, è stata aggiunta una quinta canzone intitolata Marylin, dopo la morte della Monroe avvenuta il 4 agosto dello stesso anno, perché Pasolini ha voluto scrivere «una canzone per la Betti dedicata all’icona di Marylin»[16] i cui versi, con sottili modifiche e qualche spostamento, si possono ascoltare anche nel film La rabbia[17] dalla voce di Giorgio Bassani. Di seguito, le stesse canzoni sono state inserite nell’opera monografica Laura Betti presenta Omaggio a Kurt Weill e Giro a vuoto n. 3[18]. Questi versi pasoliniani sono stati riuniti nella sezione “Poesie per musica” delle Raccolte minori e inedite secondo la divisione effettuata dall’edizione del volume Pasolini. Tutte le poesie, che offre anche un numero notevole di composizioni del poeta rimaste fino a quel momento fuori da pubblicazioni precedenti. Grazie a quest’opera si viene a sapere che c’era stato anche un sesto testo inedito dal titolo Chi è un teddy boy? che, nonostante fosse stato scritto in quel periodo, alla fine è rimasto fuori dal recital[19].

Ciò che rende uniche tali poesie è il fatto che Pasolini, al momento della loro composizione, aveva in mente una ben precisa figura di interprete dotata di una voce identificata appieno con quella di Laura Betti; si tratta, complessivamente, di canzoni che «colpiscono per la loro capacità di uscire dalle convenzioni, creando un ‘effetto di verità inconsueto e dirompente»[20]. La Betti al riguardo ha fornito un’informazione molto importante: la musica intimoriva Pasolini al punto che si poteva parlare di una sua vera e propria ossessione per l’arte musicale, che lo induceva a chiamarla “Sua Maestà”[21].

Secondo le informazioni sulla loro interpretazione che la stessa Betti fornisce in un’intervista che ha concesso allo storico del cinema Roberto Chiesi nel 2004[22], nel Valzer della toppa viene narrato il tanto familiare a Pasolini mondo delle borgate della capitale, per il quale la “toppa” sarebbe nel dialetto romanesco, parlato quasi esclusivamente in quelle zone, la ‘sbronza’. Il valzer racconta la vicenda di una prostituta che, a causa di un’ubriacatura, inizia a ricordare la vita passata, guardando la folla in giro per la città, la luna, le case, e comincia a godere della sua effimera libertà lontano dai clienti, tornando a sentirsi «un fiore / de verginità». Di Pietro Umiliani è la musica per questa composizione, formata da sette strofe composte da quattro versi ciascuna, ad eccezione dell’ultima che ne ha dieci:

Valzer della toppa

Me sò fatta un quartino

m’ha dato a la testa,

ammazza che toppa!

A Nina, a Roscetta, a Modesta,

lassateme qua!

An vedi le foje!

An vedi la luna!

An vedi le case!

E chi l’ha mai viste co’ st’occhi?

Lassame perde, va da n’altra,

stasera, a cocco, niente da fa!

E poi so’ vecchia, ciò trent’anni

e er mondo ancora l’ho da guardà!

Mamma mia che luci

che vedo qua attorno!

Le vie de Testaccio

me pareno come de giorno,

de n’altra città!

An vedi le porte!

An vedi li bari!

An vedi la gente!

An vedi le fronne che st’aria

te fa sfarfallà!

Va via a moretto, fa la bella,

stasera godo la libertà,

spara er Guzzetto e torna a casa

che mamma tua te stà a aspettà!

Me so’ presa la toppa

e mò so’ felice!

Me possi cecamme

me sento tornata a esse un fiore

de verginità!

Verginità! Verginità!

Me sento tutta verginità!

Che sarà!

Che sarà!

Che sarà![23]

Pietro Umiliani ha scritto la musica anche per Macrì Teresa detta Pazzia; in essa una prostituta diciottenne racconta in prima persona l’episodio in cui viene fermata dalla Polizia e, pur di non rivelare il nome del suo protettore al Commissario, si fa arrestare. Un testo formato da tre strofe rimate di sei versi lunghi e da tre strofe di tre versi brevi senza rima, che si alternano:

Macrì Teresa detta Pazzia

Macrì Teresa detta Pazzia, fu Nazzareno e Anna Mei,

abbito a Via del Mandrione a la baracca ventitré,

c’ho diciott’anni… – Embèh, è così, che vòi da me?

Me do a la vita da più de n’anno, che artro ancora vòi sapè?

So’ disgrazziata, ma c’ho un ragazzo che, sarvognuno, pare un re.

Je passo er grano… Embèh, è così, che vòi da me?

Sì! ’O vesto da a’ testa ai piedi!

La raspa, i bighi, la capezza,

er bugiardello d’oro!

Me ha allumata ch’ero ciumaca, mentre che stavo a lavorà:

lui è un danzone, e me portava su la Gilera a danzà,

tutto pastoso… Embèh, è così, che ce vòi fa?

Pe’ più de n’anno tutta moina, io me te sposo e qua e là.

Poi è venuto per me er momento de ripiegamme a camminà

a Caracalla… Embèh, è così, che ce vòi a fa?

E mo’ che te sei messo ’n testa?

N’a a fascio ’sta cantata de core!

N’ce so’ n’infamona!

Io so’ de vita, sor commissario, ormai so’ fatta: ecchela llà!

Un giorno o l’altro ce lo sapevo che me toccava annà a provà

le Mantellate… Ahò, per me, tremà nun stà!

Solo me rode, se me chiudete, che se ritrova senza argiàn!

Ma a ogni modo, per qualche mese, coll’oro mio camperà

senza fà buffi… Ahò, per me, tremà nun stà!

None! None! Nun lo dico er nome!

Er nome suo nun l’aricordo!

Se chiama amore, e basta[24].

Chiesi, da parte sua, trova una somiglianza fra le due prostitute di Valzer della toppa e Macrì Teresa detta Pazzia e Mamma Roma, di cui potrebbero essere sorelle, affermando che «in alcuni testi, i versi derivano o anticipano altre opere pasoliniane, in altri si può avvertire una forma di identificazione tra la voce della Betti e quella del poeta»[25].

Passando al Cristo al Mandrione, Chiesi ritiene si tratti di «un’altra voce di morta, la voce d’oltretomba del cadavere nudo, sporco e abbandonato, di una povera donna»[26]. Protagonista è di nuovo una prostituta che vive al Mandrione, borgata degradata e misera di Roma, le cui parole sono una vera invocazione a Cristo affinché la aiuti e le dimostri pietà. Nella composizione è ben notabile «una ripetizione ossessiva dell’invocazione, disperata, a Cristo, che venga in soccorso della povertà»[27]. Si tratta di un testo musicato da Piero Piccioni, composto da tre quartine, di cui rimano il terzo e il quarto verso, e un distico rimato.

Cristo al Mandrione

 

Ecchime dentro qua tutta ignuda,

fracica fino all’ossa de guazza.

Intorno a me che c’è?

Quattro muri zozzi, un tavolo, un piquè.

Fileme, se ce sei, Gesù Cristo,

guardeme tutta sporca de fanga

abbi pietà de me,

io che nun so’ niente, e te er Re dei Re!

Lavorà, senza mai rifiatà

moro: e l’anima nun sa!

Fileme, se ce sei, Gesù Cristo;

guardeme tutta sporca de fanga.

Abbi pietà de me,

io che nun so’ niente, e te er Re dei Re![28]

La Ballata del suicidio, su musica di Giovanni Fusco, è una composizione di sei strofe, delle quali le prime cinque hanno undici versi molto brevi, mentre la sesta e ultima ne ha dodici, della stessa brevità sempre. In questa poesia c’è un’altra voce femminile, la quale, non essendo più capace di affrontare una vita estremamente difficile che la sopraffà, si rassegna e, implorando pietà, decide di metterle fine e di lasciare il mondo agli altri. Anche qui «la voce femminile, l’io femminile è quella di una ‘diversa’, è la tragedia della diversità di una donna che ha deciso di uccidersi»[29]; va, peraltro, segnalato che la canzone in questione è stata incisa su disco solo in francese da Laura Betti con il titolo La parade du suicide:

Ballata del suicidio

Pietà, pietà!

Voi mi volete

morta e sepolta:

senza voce,

senza gesti,

senza viso,

senza vita…

che non torni

– voi dite – mai più

la pazzia ch’essa fu,

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Gente felice,

voi mi sperate:

impiccata,

annegata,

incendiata,

maciullata…

Che sta a fare

– voi dite – se fa

solo rabbia, e lo sa,

qui tra noi?

Pietà, pietà!

Gente per bene,

voi mi temete:

nel mio amore,

nel mio vizio,

nel mio ardore,

nel mio odio…

Perché vive

‒ voi dite – quaggiù,

peccatrice e tabù,

qui tra noi?

Pietà, pietà!

Gente normale,

mi condannate:

a tremare,

ad odiare,

a celarmi,

a sparire…

Chi è diverso

– voi dite – non può

rimaner neanche un po’

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Gente al potere,

voi minacciate:

con l’arresto,

con la cella,

con la gogna,

con il rogo…

La passione

‒ voi dite – non dà

che fastidi e ansietà

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Pareva eterno

il mio destino:

di parlare,

di cantare,

di godere,

di peccare…

Ma sì, ma sì!

Per me è finita,

state tranquilli…

Entro nell’ombra,

vi lascio il mondo…[30]

 

Infine, in Marilyn, la protagonista è anche l’interprete della canzone ed è caratterizzata da «un io femminile fragile, sfruttato dalla società dello spettacolo»[31]. Su musica di Marcello Panni, questa composizione è formata da sette strofe di lunghezza varia (da due a dodici versi) senza alcuna rima o armonia metrica:

Marilyn

Del mondo antico e del mondo futuro

era rimasta solo la bellezza, e tu,

povera sorellina minore,

quella che corre dietro ai fratelli più grandi,

e ride e piange con loro, per imitarli,

e si mette addosso le loro sciarpette,

tocca non vista i loro libri, i loro coltellini,

tu sorellina più piccola,

quella bellezza l’avevi addosso umilmente,

e la tua anima di figlia di piccola gente,

non ha mai saputo di averla,

perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.

Sparì, come un pulviscolo d’oro.

Il mondo te l’ha insegnata.

Così la tua bellezza divenne sua.

Dello stupido mondo antico

e del feroce mondo futuro

era rimasta una bellezza che non si vergognava

di alludere ai piccoli seni di sorellina,

al piccolo ventre così facilmente nudo.

E per questo era bellezza, la stessa

che hanno le dolci mendicanti di colore,

le zingare, le figlie dei commercianti

vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma.

Sparì, come una colombella d’oro.

Il mondo te l’ha insegnata,

e così la tua bellezza non fu più bellezza.

Ma tu continuavi ad essere bambina,

sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,

e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere

si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.

Te la portavi sempre dentro, come un sorriso tra le lacrime,

impudica per passività, indecente per obbedienza.

L’obbedienza richiede troppe lacrime inghiottite.

Il darsi agli altri,

troppi allegri sguardi, che chiedono la loro pietà.

Sparì, come una bianca ombra d’oro.

La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,

richiesta dal mondo futuro, posseduta

dal mondo presente, divenne così un male.

Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,

smettono per un momento i loro maledetti giochi,

escono dalla loro inesorabile distrazione,

e si chiedono: «È possibile che Marilyn,

la piccola Marilyn, ci abbia indicato la strada?»

Ora sei tu, la prima, tu sorella più piccola,

quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,

sei tu la prima oltre le porte del mondo

abbandonato al suo destino di morte[32].

Secondo Daniele Mastrangelo la poesia «ha l’andamento di uno stornello melanconico con un refrain sul mondo, crudele, che deruba l’attrice della sua bellezza insegnandogliela. […] Marilyn evoca a Pasolini il suo mondo […] Ma Marilyn e il suo “pulviscolo d’oro” allora già non esistevano più. Ridotta a merce e consumata, il poeta vede nel suo suicidio una profezia: Pasolini non piange e per questo non conosce liberazione, rimpiange e si dispera. Tutta la sua idea del bello è affidata alla tonalità del rimpianto e non sa per questo né del presente né del futuro, è già una cosa morta»[33].

In queste poesie-canzoni scritte da Pasolini ci sono svariati elementi autobiografici, che acquisiscono una forma nuova con l’aggiunta della musica. Per il fatto che quasi tutte sono state scritte in prima persona, si potrebbe parlare di un suo alter ego in cui viene proiettato il suo lato femminile. Esse riescono a mettere in luce la “diversità” del loro autore e la sua sempre fervente voglia di proseguire un cammino indipendente, fiero ed eccentrico per tutti coloro che discriminano qualsiasi deviazione dalla “normalità” sociale imposta da poteri il cui unico obiettivo è la restrizione e il controllo della libertà umana. Persone come lui spesso finiscono vittime delle regole della maggioranza; per mezzo di questi versi, quindi, il poeta alza la propria voce contro tutti i giudizi, i pregiudizi e i divieti imposti a persone “deboli”, invitandole a emergere dalle profondità dell’esistenza, alla luce. Sono versi che, come ha recentemente riconosciuto Jacopo Tomatis, «oscillano fra un realismo patetico (Cristo al Mandrione) e un taglio più espressionistico, come nel caso di Valzer della toppa e Macrì Teresa, detta Pazzia»[34]; a causa dell’accompagnamento musicale, però, perdono incisività perché, come spesso succede, la musica prevale e «l’incanto svanisce»[35].

Queste canzoni pasoliniane hanno continuato il loro percorso anche nei decenni a seguire, per merito delle esecuzioni di Gabriella Ferri e Grazia De Marchi. La prima nel 1973 ha incluso il Valzer della toppa nel suo disco Sempre, mentre De Marchi nel 1989 ha presentato un disco (Tutto il mio folle amore) interamente dedicato alle canzoni di Pasolini: altre due voci femminili che hanno voluto confrontarsi con un testo pasoliniano che parla, appunto, di donne ma non riguarda solo le donne.

 

  1. Autoritratto di Laura Betti, consultabile all’URL:

    http://fondazione.cinetecadibologna.it/biblioteca/patrimonioarchivistico/fondo_betti.

  2. S. Koutrakis, P. P. Pasolini e F. Fortini: una dialettica fra la pittura e la poesia, Madrid, Dykinson, 2023, p. 336.
  3. D. Pontuale, La Roma di Pasolini. Dizionario urbano, Roma, Nova Delphi, 2017, pp. 52-55.
  4. E. Siciliano, Vita di Pasolini, Milano, Oscar Mondadori, 2005, p. 233.
  5. E. Trevi, Qualcosa di scritto, Milano, Ponte alle grazie, 2012, p. 155.
  6. L. Bentivoglio, Pasolini e Laura Betti veri, in «La Repubblica», 24/02/2012, consultabile all’URL: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/24/pasolini-laura-betti-veri.html (ultima consultazione di tutti i link: 10/04/2025).
  7. P. P. Pasolini, Le lettere, Milano, Garzanti, 2021, p. 1354.
  8. R. Paris, Pasolini ragazzo a vita, Roma, Elliot, 2015, pp. 20, 97-98.
  9. L. Betti, Ho conosciuto Pasolini nel 1967, in «Panorama», 8/11/1977, consultabile all’URL: https://www.cittapasolini.com/post/ho-conosciuto-pasolini-nel-1957-laura-betti.
  10. M. Polychroniadou, Kataramenos tha pi na spas… archìdia!, in «Odòs Panòs», n. 130, 2005, p. 157.
  11. Cfr. S. Koutrakis, P. P. Pasolini e F. Fortini: una dialettica fra la pittura e la poesia, op. cit., pp. 348-56.
  12. Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, a cura di L. Betti, Milano, Garzanti, 1977, pp. VI-VII.
  13. Si veda l’URL: https://cinetecadibologna.it/archivi/archivio/centro-studi-archivio-pier-paolo-pasolini/.
  14. S. Nobile, Pasolini e il mondo della canzone, in «Sinestesie», 2023, p. 296.
  15. E. Siciliano, Vita di Pasolini, op. cit., Milano, Oscar Mondadori, 2005, p. 274.
  16. S. Rimini, Corpo di bambola: Laura Betti e lo straniato divertissement di italie magique, in «Studi Pasoliniani», Volume (4), 2010, p. 53. Cfr. l’URL: https://www.academia.edu/4742767/Corpo_di_bambola_Laura_Betti_e_lo_straniato_divertissement_di_Italie_magique.
  17. Cfr. La rabbia, regia di P. P. Pasolini, Gastone Ferranti per la Opus Film, 1963, al minuto 00.24.45.
  18. F. Crivelli (a cura di), Laura Betti in Omaggio a Kurt Weill e Giro a vuoto n. 3, Bologna, L. Parma, 1962.
  19. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, t. II, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2003, p. 1778.
  20. U. Fiori, Il mondo canzone di Pier Paolo Pasolini, in F. Rancione (a cura di) Pasolini Sconosciuto, Alessandria, Edizioni Falsopiano, 2012, p. 236.
  21. D. Pontuale, op. cit., p. 29.
  22. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, in «Cineforum», Vol. 437, 2004, recuperato da: http://pasolinipuntonet.blogspot.com/2012/07/intervista-laura-betti-di-roberto.html
  23. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1316-17.
  24. Ivi, pp. 1313-14.
  25. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  26. Ibidem.
  27. F. Meacci, Improvviso il Novecento. Pasolini professore, Roma, Edizioni Minimum fax, 1999, p. 371.
  28. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., p. 1315.
  29. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  30. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1318-20.
  31. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  32. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1322-23.
  33. D. Mastrangelo, Per una lettura di Pier Paolo Pasolini, in “il giornale di filosofia”; cfr. l’URL:

    http://www.giornaledifilosofia.net/public/scheda.php?id=58

  34. J. Tomatis, Quei quattro dischetti sfiatati. Laura Betti cantante e recording artist, in «Cinergie», n. 25, 2024, p. 200.
  35. U. Fiori, Il mondo canzone di Pier Paolo Pasolini, op. cit., p. 236.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

“Noi non ci saremo”: narrazioni della fine del mondo nel cantautorato italiano

Author di Lorisfelice Magro

Abstract: Negli ultimi dieci anni, l’Italia ha visto un aumento delle narrazioni apocalittiche e distopiche in vari media, che ha generato una nutrita bibliografia di studi sul tema, mentre l’analisi di queste tematiche nelle opere cantautorali è rimasta meno frequente. A partire quantomeno da Noi non ci saremo, scritta nel 1966 da Francesco Guccini per i Nomadi, diverse canzoni hanno esplorato visioni future, spesso riflettendo preoccupazioni sociali, politiche e ambientali. In tempi recenti le visioni più o meno pessimistiche del futuro si sono moltiplicate nel canzoniere di autrici e autori di nuova generazione, tanto da permettere di individuare alcuni motivi ricorrenti affrontati da varie angolature. Intenzione dell’articolo è la ricerca di riferimenti di stampo fantascientifico secondo tre temi fondamentali – Terza guerra mondiale, apocalisse, eco-utopia – in una selezione di testi cantautorali italiani, con particolare riferimento alla produzione dal 2000 a oggi.

Abstract: Over the past decade, Italy has seen an increase in apocalyptic and dystopian narratives across various media, resulting in a substantial bibliography of studies on the subject. However, the analysis of these themes in singer-songwriter works has been less frequent although various songs have explored future visions, often reflecting social, political, and environmental concerns, since at least Noi non ci saremo, written in 1966 by Francesco Guccini for the folk-band I Nomadi. In recent times, more or less pessimistic visions of the future have expanded their presence in the songbooks of new generation authors, allowing for the identification of some recurring motifs approached from various angles. The article aims to explore science fiction references according to three fundamental themes – the Third world war, apocalypse, eco-utopia – in a selection of Italian singer-songwriter texts, with particular reference to the production from 2000 to today.

Introduzione

Nel corso dell’ultimo decennio, narrazioni apocalittiche e distopiche si sono moltiplicate in Italia attraverso i linguaggi più diversi: da romanzi come Anna[1] di Niccolò Ammaniti o Noi siamo campo di battaglia[2] di Nicoletta Vallorani alla serie televisiva Never Too Late[3], passando per fumetti seriali come Orfani[4] e graphic novel come La terra dei figli[5] di Gipi, o ancora per il film Siccità[6] di Virzì. Se lo studio del tema nei media citati ha già trovato ampia affermazione anche da prospettive interdisciplinari e transmediali[7], meno frequente è stata finora l’analisi in tal senso di opere cantautorali, in cui però il tema ha trovato diffusione almeno fin dagli anni Sessanta.

L’anno che verrà: dagli anni Sessanta agli anni Ottanta

Tra i primi testi degni di nota vale sicuramente la pena segnalare Noi non ci saremo[8] di Francesco Guccini[9], scritta sotto pseudonimo per i Nomadi ma rapidamente reintegrata nel canzoniere del cantautore modenese, seguita pochi anni dopo da Il vecchio e il bambino[10], canzone che deve molto alla poetica dell’Elsa Morante saggista e poetessa[11].

Nelle prime quattro strofe del primo brano la voce narrante alla prima persona plurale esplora altrettante visioni del futuro in cui fuoco, acqua, terra e aria distruggono «case e palazzi», «macchine e strade» (vv. 25-26) per riportare a nuova vita un pianeta deantropizzato ma non per questo privo di vita:

e dai boschi e dal mare ritorna la vita

e ancora la terra sarà popolata

fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni

e ancora il mondo percorrerà

gli spazi di sempre per mille secoli almeno (vv. 29-33)

Non saranno però questi eventi a costituire la fine della specie umana che, come avverte il ritornello, sarà già estinta – forse per la temuta guerra atomica oggetto di un brano dello stesso anno[12] – e non potrà osservare davvero il crollo definitivo di città già in macerie, a differenza dei due protagonisti di Il vecchio e il bambino, testimoni del paesaggio arido e desolato descritto stavolta da un narratore esterno:

la polvere rossa si alzava lontano

e il sole brillava di luce non vera.

L’immensa pianura sembrava arrivare

fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare

e tutto d’intorno non c’era nessuno

solo il tetro contorno di torri di fumo. (Vv. 2-8)

Anche in questo caso l’autore contrappone all’atmosfera apocalittica[13], predominante nelle descrizioni come nelle parti di dialogo riservate al vecchio, che ricorda con nostalgia il tempo in cui nella «pianura, fin dove si perde / crescevano gli alberi e tutto era verde» (vv. 25-26), una nota di speranza espressa in chiusura dal bambino («mi piaccion le fiabe / raccontane altre!», v. 32).

La compresenza di prospettive pessimistiche e visioni di rinascita connota tutto il decennio, ma diventa particolarmente evidente dal 1977 in poi: in Zombie di tutto il mondo unitevi[14] Gianfranco Manfredi invoca il risveglio di una sinistra ridotta a fantasma «del fantasma d’Europa / che di carne e di sangue / ne ha conservata poca» (vv. 53-56), utilizzando così la metafora epidemica in senso salvifico, a differenza di La peste[15] di Giorgio Gaber, incentrata sulla rapida normalizzazione della morte («si scansano i cadaveri / non ci fai più caso / ci si abitua così presto», vv. 26-28) in una Milano[16] assediata dal morbo; Manfredi partecipa tra l’altro nello stesso anno a Gran disordine sotto il cielo[17], unico lavoro del gruppo prog-rock Gramigna, strutturato come un concept album sulla liberazione della protagonista Alice dalle oppressioni patriarcali e capitaliste.

Altrettanto liberatori ma più concilianti[18] sono i toni di Lucio Dalla in L’anno che verrà[19], composta nel 1978 nella forma di una lettera indirizzata a un amico in carcere, in cui il mittente immagina, nell’ultimo giorno dell’anno, un futuro meno violento e ansiogeno[20] del presente che lo circonda. Dichiaratamente conflittuale è, invece, il Gaber di Io se fossi Dio[21], monologo in prima persona di una divinità furiosa e pronta a far «suonare le trombe» per un «Giudizio universale» (vv. 188-190) che colpirà tutti, dagli «africanisti e l’Asia» agli «americani e i russi» (vv. 69-70), dal «piccolo borghese» che «non commette mai peccati grossi» (vv. 12-13) fino a giornalisti e politici d’ogni colore e schieramento, non meno colpevoli dei famigerati brigatisti dello stato della società italiana:

di noi posso parlare perché so chi siamo

e forse facciamo più schifo che spavento

di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento

ma io se fossi Dio

non mi farei fregare da questo sgomento

e nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio

perché a Dio i martiri

non gli hanno fatto mai cambiar giudizio

e se al mio Dio che ancora si accalora

gli fa rabbia chi spara

gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque

se gli ha sparato un brigatista

diventa l’unico statista (vv. 216-28)

Gaber prosegue il suo j’accuse infernale – una vera e propria declinazione apocalittica delle canzoni d’invettiva comuni nel repertorio di molti cantautori dell’epoca, si pensi a L’avvelenata[22] di Guccini – sciogliendo l’allusione e citando direttamente Aldo Moro prima di mettere da parte il fervore che pervade il testo, abbandonandosi a un atteggiamento di sofferente rassegnazione.

Un atteggiamento simile sembra dominare la discografia di Battiato a cavallo tra la fine del decennio e l’inizio degli anni Ottanta, non a caso una delle fasi di maggiore attenzione al sociale dell’eclettico artista siciliano[23]: in Magic Shop[24] la denuncia è rivolta principalmente alla progressiva mercificazione di ogni valore contro cui il cantautore siciliano lancia una chiamata alle armi in Up Patriots to Arms[25], poi ritirata nella resa di Bandiera bianca[26], ma in L’esodo[27] il riemergere della paura per il conflitto atomico finisce per sovrastare gli strali contro la commercializzazione della musica cantati negli album precedenti:

prima che la terza Rivoluzione Industriale

provochi l’ultima grande esplosione nucleare

[…]

fine dell’imperialismo degli invasori russi

e del colonialismo inglese e americano

prepariamoci per l’esodo (vv. 1-9)

A che ora è la fine del mondo? Dagli anni Novanta alla fine degli anni Zero

La rappresentazione apocalittica dell’Italia riappare, invece, negli anni Novanta in La domenica delle salme[28], brano composto con Mauro Pagani in cui si intravede «tutta la grandezza del Fabrizio De Andrè “narratore”»[29].

La canzone racconta l’instaurazione di un «Quarto Reich» (v. 21) come conseguenza della messa al bando degli ideali marxisti in Italia, in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, definendone i vari passaggi, dalla ricerca ed esecuzione dei personaggi chiave come il brigatista Renato Curcio, descritto come un «carbonaro» (v. 46) e arrestato mentre cerca di tornare nella Trento che era stata tra le culle del Movimento Studentesco, alla diffusione di una propaganda vitalista che permette un golpe silenzioso e senza spargimenti di sangue:

la domenica delle salme

nessuno si fece male

tutti a seguire il feretro

del defunto ideale

la domenica delle salme

si sentiva cantare

quant’è bella giovinezza

non vogliamo più invecchiare (vv. 60-67)

Non meno immaginifica ma decisamente più intimista è, invece, l’atmosfera dei versi di Dolcenera[30], scritta assieme a Ivano Fossati, in cui gli stilemi del maravilloso mutuati dalla lettura degli scrittori sudamericani, su tutti il brasiliano Oswald De Andrade – già citato in La domenica delle salme – e il colombiano Álvaro Mutis[31], vengono adoperati per la narrazione di un nuovo diluvio universale. L’elemento acquatico torna, così, in una declinazione particolarmente distruttiva, rappresentata da una pioggia nera che travolge un’intera città trasformandola in una «tonnara» (v. 1) e rendendo tristemente eterni i suoi abitanti e i due amanti protagonisti del testo.

In A che ora è la fine del mondo, firmata da un Ligabue ancora non investito dal successo di Certe notti, torna invece il riferimento al fuoco: la cover da It’s the End of the World as We Know It[32] dei R.E.M. è composta come una scaletta televisiva della diretta della «fine del mondo in mondovisione» (v. 3), organizzata secondo diversi gironi infernali[33]. A ogni tipologia di peccatore, indicato sempre attraverso il turpiloquio, il cantante di Coreggio assegna, infatti, tanto una pena specifica quanto un programma televisivo dedicato:

ultimo appello per i merdaioli

finitevi la merce che di là non funziona

altro girone, altro regalo

niente caramelle per i lecca culo

OK, il girone è giusto, OK! (vv. 25-29)

Pur con una composizione testuale non meno articolate di altri brani più legati all’attualità – Gaber e De Andrè su tutti – evitando di nominare direttamente nel testo[34] bersagli polemici, eroi o antieroi, Ligabue segna il passaggio verso una progressiva depoliticizzazione destinata a diventare egemone nella produzione cantautorale successiva.

Anche Caparezza, che pubblica tra il 2006 e il 2011 tre album[35] dichiaratamente impegnati, invece che indicare in modo esplicito i soggetti a cui si ispira per i suoi brani preferisce ricorrere a testi ricchi di metafore o epiteti allusivi, in cui lo spettro della fine del mondo, pur evocato più volte, appare in La fine di Gaia[36] non come un rischio concreto, ma come ennesima teoria complottista:

la fine di Gaia non arriverà

la gente si sbaglia

in fondo che ne sa

è un fuoco di paglia

alla faccia dei Maya e di Cinecittà (vv. 14-18)

Un atteggiamento più ansioso nei confronti del futuro viene, invece, espresso negli stessi anni dai Baustelle, che optano al contempo per una prospettiva meno tesa all’universale, se non addirittura piegata a un «ostentato egoismo»[37]: La guerra è finita[38], tra i primi successi del gruppo toscano, tratta infatti della decisione, confessata in una lettera d’addio, di una sedicenne di suicidarsi per placare il terrore di un terzo conflitto globale, che dopo i fatti dell’11 settembre e della guerra in Iraq diventa un tema costante nella produzione cantautorale:

malgrado Belgrado, America e Bush

con una Bic profumata

da attrice bruciata

“La guerra è finita”

scrisse così (vv. 33-38)

L’ansia individuale dinanzi ai grandi eventi storici viene, così, messa in scena da Bastreghi, Bianconi – che negli stessi anni scrive per Irene Grandi Bruci la città[39], in cui l’immaginario catastrofista si fa tutt’uno con una tenera dichiarazione d’amore – e Brasini nella forma di una narrazione intima della fine del mondo che tende a farsi ricorrente dagli anni Dieci in poi, in una produzione tanto eterogenea da offrire almeno tre modalità di rappresentazione della stessa.

L’ultimo giorno: dagli anni Dieci a oggi

Un primo gruppo di canzoni si sviluppa attorno al tema del terzo conflitto globale: la cantautrice Mimosa propone l’identificazione con lo stesso presentandosi nella title track[40] del suo disco del 2015 come «la figlia del lontano futuro / in preda a una crisi economica-erotica / sono la terza guerra mondiale» (vv. 17-21), mentre Appino, cantante e autore dei testi della band The Zen Circus, con nichilismo pessoano[41] arriva a invocare La terza guerra mondiale[42] – che anche in questo caso dà il titolo sia al brano sia all’album, che si distingue per i riferimenti a Melville, Céline e Bruno Traven[43] – come estrema soluzione all’alienazione tecnologica, ai sogni politici coltivati da giovane e alla violenza del linguaggio del dibattito sui social network:

una guerra mondiale ancora

per cominciare una nuova era

per capire chi è il nemico

per vederlo dritto in viso

[…]

voi che parlate di fucili

di calci in culo ed esplosivi

una guerra mondiale ancora

una vera e non su una tastiera

la terza guerra mondiale (vv. 28-39)

Il secondo gruppo si focalizza sulla catastrofe in sé, secondo due modalità – una intimista, l’altra maggiormente tesa alla vera e propria narrazione della fine del mondo – non necessariamente alternative l’una all’altra: se Simona Norato, che in La fine del mondo[44] utilizza il concetto per ridimensionare la fine della sua storia d’amore, o Dente, che in Cambiare idea[45] paragona invece l’accettazione di una delusione amorosa a «l’inizio della fine del mondo» (v. 26), o ancora Mace, Marco Castello ed Ele A, in dubbio sulla possibilità di poter vivere serenamente Mentre il mondo esplode[46], prediligono un uso intimista e indiretto del tema, altri autori e autrici si dedicano a vere e proprie narrazioni della fine del mondo, in cui è semmai la trama amorosa a farsi espediente narrativo.

Già in Una palude[47] dei Ministri una pioggia di rane arriva nel secondo ritornello proprio a spezzare il romanticismo che pervade i versi precedenti, mentre Dimartino in Ci diamo un bacio[48], inclusa nell’album Afrodite ma presto incisa anche con La rappresentante di lista, individua nello scambio di un’effusione l’unico momento di tenerezza nel mezzo di una Palermo infernale e a un passo dall’essere inondata:

ho perduto Palermo nel vento dei tropici

ho trovato l’inferno nel bar sotto casa mia

e ho visto un mostro ingoiare la città

[…]

aspettando che arrivi dal fondo un’onda anomala

[…]

ci diamo un bacio prima di farci male (vv. 3-15)

Ancora Dimartino, stavolta in collaborazione con Colapesce, torna a coltivare un immaginario catastrofista in L’ultimo giorno[49] e nel brano sanremese Musica leggerissima[50], in cui ritornano diversi fra i motivi – l’infernalità associata alla guerra, l’acqua come metafora di distruzione e/o rinascita, la presenza-assenza di Dio – rilevati nei testi analizzati in precedenza:

se bastasse un concerto per far nascere un fiore

tra i palazzi distrutti dalle bombe nemiche

nel nome di un Dio

che non esce fuori col temporale (vv. 17-20)

 

In un altro brano presentato a Sanremo, Ciao ciao[51], il duo della Rappresentante di lista sembra invece rifarsi ai testi femministi degli anni Settanta per raccontare una storia d’amore finita mentre la rivolta infuria nelle strade della città, in una costante alternanza tra prima persona singolare e plurale:

che paura intorno

è la fine del mondo

sopra la rovina sono una regina

ma non so cosa salvare

[…]

questa è l’ora della fine

romperemo tutte le vetrine

tocca a noi, non lo senti, come un’onda arriverà

me lo sento esploderà, esploderà (vv. 3-25)

Ancora più distanti da una prospettiva individuale sono, però, i testi appartenenti a un terzo gruppo, caratterizzato da una tensione al sublime, in dialogo diretto coi testi di Guccini, Battiato e Gaber. Col primo[52] si confrontano gli Zen Circus che, in Canzone contro la natura[53], quasi una riscrittura di Noi non ci saremo da una prospettiva antropocentrica, narrano l’estinzione della specie a opera di piante e animali:

se la natura fosse solo un po’ più cattiva

e il sole ti esplodesse in faccia appena fa mattina

e gli animali cominciassero ad organizzarsi

e lentamente progettassero di sterminarci

se non ci fosse alcun giudizio universale

in quale modo scinderesti il bene dal male (vv. 3-8)

Il gruppo pisano approfondisce poi in Albero di tiglio[54], contenuta nello stesso album, il punto di vista del regno vegetale, che in una narrazione in prima persona rivela tanto la sua natura divina quanto la sua naturale inimicizia nei confronti dell’essere umano:

guardate questa vecchia quercia

distrutta dalla vostra guerra

voi piangeste mille figli morti

ma questa pianta ne vale altrettanti

voi credeste ch’io fossi fatto

a vostra immagine e somiglianza

perché lo avete letto su libri

che vi siete scritti da soli

io non ho mai avuto un figlio,

come potrei io che sono un tiglio (vv. 29-38)

Più in debito con la poetica di Battiato – oltre che con quelle di Houllebecq[55] e del filosofo Byung-Chul Han[56] – sono, invece, i versi di molte canzoni dei Baustelle presenti nell’album in due volumi L’amore e la violenza, ricco dei riferimenti biblici ed esoterici cari al cantautore siciliano[57], in special modo nei brani L’era dell’acquario[58] e Il vangelo di Giovanni[59]:

io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera

meglio sparire, nel mistero del colore delle cose

quando il sole se ne va

resta poco tempo per capire

il significato dell’amore

l’idiozia di questi anni, il vangelo di Giovanni

la mia vera identità (vv. 10-15)

Simili rimandi continuano peraltro a tornare nelle canzoni successive del gruppo toscano, come in Nabuccodonossor[60], prodotta in collaborazione col gruppo I cani guidato da Niccolò Contessa, a sua volta autore di una nuova distopia milanese: in Un altro Dio[61], pubblicata esclusivamente su Youtube, la città viene descritta come un non-luogo in cui «il lavoro non si ferma mai / monopolizzando la conversazione» (vv. 9-12) e «l’uomo moderno vive a testa bassa / non per timore di Dio / ma per il terrore di alzare lo sguardo e vedere l’abisso» (vv. 49-51).

Qualche nota di maggiore ottimismo sembra emergere nel terzo gruppo tematico, improntato alla narrazione del mondo dopo la catastrofe e connotato da un maggiore ricorso al vento e alla terra come motivi naturali ricorrenti: se la già citata Albero di tiglio degli Zen Circus immaginava una natura trionfante nello strappare il dominio del pianeta all’essere umano, meno violente sono le previsioni di altri autori e autrici.

Particolarmente scanzonati sono, ad esempio, i versi proiettati verso il 2100 e il 3100 di Canzoncina[62] di Margherita Vicario o quelli di La prima pace mondiale[63] in cui il gruppo Eugenio in Via di Gioia capovolge il topos bellico, così come è un clima di serena accettazione di un mondo in cui la specie umana abbia un ruolo ridimensionato rispetto a quello assunto nel corso della Storia ad animare la produzione più recente di Vasco Brondi[64]. Brondi ha incluso molti dei brani citati nelle sue pubblicazioni dal vivo[65], giustapponendoli non a caso a monologhi teatrali e testi poetici come Bello mondo[66] e Ma adesso io[67] di Mariangela Gualteri, Dopo[68] di Erri De Luca e a una personale traduzione di The Art of Losing[69] di Elizabeth Bishop, ed è autore di molti affreschi su una contemporaneità dai tratti distopici nel suo passato come Le luci della centrale elettrica[70], più orientato adesso a una narrazione della natura che emerge anche nelle colonna sonora[71] di Fiore mio[72], film d’esordio dello scrittore Paolo Cognetti.

Conclusioni

Come si è potuto osservare, oltre che per affinità tematica, le canzoni analizzate in questo studio si caratterizzano tutte, da un canto, per la scelta di un lessico, sia descrittivo sia metaforico, legato ai quattro elementi naturali; dall’altro, per un generale senso di accettazione, più o meno rassegnata, di un’eventuale fine del mondo o della vita umana. Vale la pena sottolineare come, soprattutto nella produzione più recente, l’acqua e il fuoco appaiano perlopiù come dispositivi di distruzione, mentre aria e terra tendano a ricorrere nei testi più ottimisti e conciliatori.

Si può, inoltre, constatare come questo cambiamento, riscontrabile talvolta anche internamente alla produzione dei singoli artisti (come è particolarmente evidentemente nel caso di Vasco Brondi), vada in parallelo con quelli dei motivi che attraversano trasversalmente le canzoni su cui si è posta l’attenzione: la paura della bomba nucleare, centrale per i cantautori emersi negli anni Sessanta, non sparisce ma si evolve piuttosto nel senso di attesa di un nuovo conflitto globale dato per certo, così come il paesaggio post-atomico lascia spazio alla rivincita della natura sull’essere umano e sui suoi danni al pianeta. Questo mutamento viene confermato anche nelle canzoni in cui si riserva un ruolo alla figura divina, che dalla rabbia dimostrata all’inizio del brano di Gaber scivola gradualmente verso il distacco dei versi finali, confermato nell’assenza cantata da Colapesce e Dimartino e dalla nostalgia verso la dimensione religiosa che anima il monologo di Contessa.

In senso diacronico si può, infine, constatare non tanto un allontanamento da temi politici o d’attualità, che anzi costituiscono quasi sempre uno spunto evidente per tutte e tre le modalità narrative di tradizione fantascientifica – Terza guerra mondiale, apocalisse, eco-utopia –, ma semmai un progressivo distanziamento, iniziato negli anni Novanta, da prese di posizione chiare o da riferimenti diretti a personaggi della vita pubblica, assenti anche in testi letterariamente ambiziosi come quelli degli Zen Circus, dei Baustelle o della Rappresentante di lista, presentandosi in tal senso come un’eccezione al «registro moralistico-apocalittico […] preponderante»[73] nelle narrazioni della fine del mondo diffuse in altri media.

 

  1. Cfr. N. Ammaniti, Anna, Milano, Mondadori, 2015.
  2. Cfr. N. Vallorani, Noi siamo campo di battaglia, Modena, Zona 42, 2022.
  3. Cfr. L. Vignolo, S. De Chirico, Never Too Late, Italia, 2024.
  4. Cfr. R. Recchioni, E. Mammucari et alii, Orfani, Milano, Bonelli, 2013-2018.
  5. Cfr. Gipi, La terra dei figli, Roma, Coconino Press, 2016.
  6. Cfr. C. Virzì, Siccità, Italia, 2022.
  7. Oltre ai testi citati nell’articolo, si segnalano quantomeno G. Ania, Apocalypse and Distopia in Contemporary Italian Writing, in Trends in Contemporary Italian Narrative 1980-2007, a cura di G. Ania, A. H. Caesar, Cambridge, Cambridge Scholars, 2017, pp. 155-81; S. Brioni, D. Comberiati, Italian Science Fiction. The Other in Literature and Film, Londra, Palgrave Macmillan, 2019; F. Coin et alii, Sta arrivando la fine del mondo? 15 punti di vista sulle paure e i rischi apocalittici del nostro presente, Milano, Utet, 2024; M. Malvestio, Raccontare la fine del mondo. Fantascienza e antropocene, Milano, Nottetempo, 2021.
  8. Cfr. F. Guccini, Noi non ci saremo, in Nomadi, Noi non ci saremo/Spegni quella luce, Columbia, 1966.
  9. Per un approfondimento dei riferimenti letterari nel repertorio di Guccini, si rimanda a F. Brusco, Francesco Guccini. Frammenti di un discorso musicale, Milano, Mimesis, 2012.
  10. Cfr. F. Guccini, Il vecchio e il bambino, in Id., Radici, Columbia, 1972.
  11. Ci si riferisce in particolar modo a E. Morante, Pro o contro la bomba atomica e altri scritti [1965], Milano, Adelphi, 1987 e a Ead., Il mondo salvato dai ragazzini, Torino, Einaudi, 1968.
  12. Cfr. F. Guccini, L’atomica cinese, in Id., Folk Beat n.1, La voce del padrone, 1966.
  13. Motivi distopici e utopici sono peraltro frequenti anche nella discografia più tarda del cantautore; si veda a tal proposito P. Ubaldi, Francesco Guccini: identità e diversità nella canzone d’autore, in «Quaestiones Romanicae», X, 2, 2023, pp. 361-74.
  14. Cfr. G. Manfredi, Zombie di tutto il mondo unitevi, in Id., Zombie di tutto il mondo unitevi, Ultima spiaggia, 1977.
  15. Cfr. G. Gaber, La peste, in Id., Anche oggi non si vola, Carosello, 1974.
  16. Per un approfondimento sulle rappresentazioni distopiche del capoluogo lombardo, si rimanda a D. Comberiati, La fantascienza italiana contro il boom economico? Quattro narrazioni distopiche degli anni Sessanta (Aldani, Buzzati, De Rossignoli, Scerbanenco), Firenze, Cesati, 2024.
  17. Gramigna, Gran disordine sotto il cielo, Ultima spiaggia, 1977.
  18. Più in generale sulla produzione cantautorale durante la stagione del riflusso si rimanda a F. Ciabattoni, Italy’s cantautori in the 1980s on the Backdrop of riflusso, in La memoria delle canzoni. Popular Music e identità italiana, a cura di A. Carrera, Pasturana, Puntoeacapo, 2017, pp. 140-69.
  19. Cfr. L. Dalla, L’anno che verrà, in Lucio Dalla [1978], RCA, 1979 [1978].
  20. Si rimanda a L. Pollini, Musica leggera, anni di piombo. Assalto al cielo a colpi di note nell’Italia degli anni Settanta, Milano, No Reply, 2012, p. 121.
  21. Cfr. G. Gaber, Io se fossi Dio, F1 Team, 1980.
  22. Cfr. F. Guccini, L’avvelenata, in Id., Via Paolo Fabbri 43, EMI, 1976.
  23. Si veda in tal senso F. Milazzo, Minima immoralia. Postmoderno e impegno pubblico nella svolta pop di Franco Battiato (1979-1981), in «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», 53, 2023, pp. 223-43.
  24. Cfr. F. Battiato, Magic Shop, in Id., L’era del cinghiale bianco, EMI, 1979.
  25. Cfr. F. Battiato, Up Patriots to Arms, in Id., Patriots, EMI, 1980.
  26. Cfr. F. Battiato, Bandiera bianca, in Id., La voce del padrone, EMI, 1981.
  27. Cfr. F. Battiato, L’esodo, in Id., L’arca di Noè, EMI, 1982.
  28. Cfr. F. De Andrè, M. Pagani, La domenica delle salme, in F. De Andrè, Le nuvole, Ricordi, 1990.
  29. M. Pagani, Il sentiero delle parole, in Deandreide. Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani, a cura di G. Vasta, Milano, Bur, 2006, p. 191.
  30. Cfr. F. De Andrè, I. Fossati, Dolcenera, in F. De Andrè, Anime salve, Ricordi, 1996.
  31. Per un approfondimento del rapporto tra il cantautore genovese e la letteratura sudamericana si consiglia E. Corrente, Un lavoro più da artigiano che da artista. Smisurata preghiera: critica degli scartafacci di un cantautore, in «Rivista di letteratura italiana», 2, 2017, pp. 139-52.
  32. Cfr. R.E.M., It’s the End of the World as We Know It (And I Feel Fine), in Document, IRS, 1987.
  33. Per un maggiore approfondimento dei riferimenti danteschi nella canzone italiana, si rimanda a F. Ciabattoni, Dante and Italy’s Singer-Songwriters, «Italian Quarterly», 207/210, 2016, pp. 61-80.
  34. In occasione dell’uscita del singolo, il cantautore non mancò comunque di segnalare la fonte d’ispirazione del testo nelle dichiarazioni di Silvio Berlusconi in merito al suo scetticismo su un’eventuale influenza dei media privati sul suo successo elettorale; per un approfondimento si rimanda a E. Pasquale, Ligabue: ho rifiutato uno show tv, in «Corriere della sera», 14.05.2006; cfr. l’URL: http://archiviostorico.corriere.it/2006/maggio/14/Ligabue_rifiutato_uno_show (ultima consultazione: 8.02.2025).
  35. Cfr. Caparezza, Habemus Capa, EMI, 2006; Id., Le dimensioni del mio caos, EMI, 2008; Id., Il sogno eretico, EMI, 2011.
  36. Cfr. Caparezza, La fine di Gaia, in Id., Il sogno eretico, cit.
  37. A. Alfieri, La guerra è infinita, la vita continua. Il suicidio secondo i Baustelle, in Musica & parole. Storie, tracce, temi della canzone d’autore italiana, vol. 8, Foggia, Bastogi, p. 107.
  38. Cfr. Baustelle, La guerra è finita, in Eid., La malavita, Warner, 2006.
  39. Cfr. F. Bianconi, Bruci la città, in I. Grandi, Irenegrandi.hits, Atlantic, 2006.
  40. Cfr. Mimosa, Terza guerra, in Ead., La terza guerra, Gas Vintage, 2015.
  41. Cfr. I. Gardelli, Appino degli Zen Circus legge Pessoa al We Reading Festival, Ravenna e dintorni, 31.05.2019; cfr. l’URL: https://www.ravennaedintorni.it/rd-cult/libri/appino-degli-zen-circus-legge-pessoa-gran-finale-del-we-reading-festival/ (ultima consultazione: 10.02.2025).
  42. Cfr. The Zen Circus, La terza guerra mondiale, in Eid., La terza guerra mondiale, La Tempesta, 2016.
  43. Cfr. N. Milani, Céline, Melville e Sterne tra i grandi scrittori amati dagli Zen Circus, in «Il Libraio», 21.09.2016; cfr. l’URL: https://www.illibraio.it/news/storie/zen-circus-scrittori-386216/ (ultima consultazione: 10.02.2025).
  44. Cfr. S. Norato, La fine del mondo, in Id., La fine del mondo, La Fionda, 2015.
  45. Cfr. Dente, Cambiare idea, in Id., Hotel Souvenir, INRI, 2023.
  46. Cfr. Mace, M. Castello, Ele A, Mentre il mondo esplode, in Mace, Māyā, Island-Universal, 2024.
  47. Cfr. Ministri, Una palude, in Eid., Per un passato migliore, Nigiri, 2013.
  48. Cfr. Dimartino, Ci diamo un bacio, in Id., Afrodite, 42 Records, 2019.
  49. Cfr. Colapesce Dimartino, L’ultimo giorno, in Eid., I mortali, 42 Records, 2020.
  50. Cfr. Colapesce Dimartino, Musica leggerissima, in Eid., I mortali², 42 Records, 2021.
  51. La rappresentante di lista, Ciao ciao, in Eid., Ciao ciao, Woodworm, 2022.
  52. Cfr. V. Cipriani, Intervista ad Andrea Appino: tra rock e cantautorato, in «Relics Magazine», 30.12.2013; cfr. l’URL: https://www.relics-controsuoni.com/2013/12/intervista-ad-andrea-appino-tra-rock-e-cantautorato-testo-e-foto-di-valentina-cipriani (ultima consultazione: 10.02.2025).
  53. Cfr. The Zen Circus, Canzone contro la natura, in Eid., Canzoni contro la natura, La tempesta, 2014.
  54. Ibidem.
  55. Cfr. A. Lolli, Baustelle. Vivi contro la vita, in «Rockit», 20.10.2017; cfr. l’URL: https://www.rockit.it/storie-copertina/baustelle-amore-violenza/ (ultima consultazione: 10.02.2025).
  56. Cfr. C. Dellacasa, E ti dirò chi ascolta i Baustelle, in «La balena bianca. Rivista di cultura militante», 7.07.2018; cfr. l’URL: https://www.labalenabianca.com/2018/06/07/ti-diro-ascolta-baustelle/ (ultima consultazione: 8.02.2025).
  57. Cfr. Si rimanda a P. Trichilo, Battiato, Il volo e l’abisso, in «Animamediatica», 12, 2024, pp. 82-91.
  58. Cfr. Baustelle, L’era dell’acquario, in Eid., L’amore e la violenza vol.1, Warner, 2017.
  59. Baustelle, Il vangelo di Giovanni, in Eid., L’amore e la violenza vol.1, op. cit.
  60. Cfr. Baustelle, I cani, Nabuccodonossor, in I cani Baustelle, 42 Records, 2023.
  61. Cfr. I cani, Un altro dio; cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=y4u133Nw2m0 (ultima consultazione: 8.02.2025).
  62. Cfr. M. Vicario, Canzoncina, in Id., Showtime [2023], Island-Universal, 2024.
  63. Cfr. Eugenio in Via di Gioia, La prima pace mondiale, in Id., Tutti su per terra, Libellula Music, 2017.
  64. Ci si riferisce soprattutto alla produzione successiva a Paesaggio dopo la battaglia, Cara catastrofe-Sony, 2021.
  65. Oltre a Noi non ci saremo, incisa con Vicario, e Magic Shop, entrambe pubblicate in Talismani per tempi incerti, Cara catastrofe-Sony, 2020, si segnala la versione di La domenica delle salme registrata per lo spettacolo Anni di Merda, curato assieme a Marco Philopat e Wu Ming 2 nel 2009: cfr. l’URL https://www.youtube.com/watch?v=FyIydaWU5Vs (ultima consultazione: 8.02.2025).
  66. Cfr. M. Gualtieri, Bello mondo, in Ead., Le giovani parole, Torino, Einaudi, 2015, ed. digitale.
  67. Cfr. M. Gualtieri, Ma adesso io, in Ead., Caino, 2011, p. 101.
  68. Cfr. E. De Luca, Dopo, in Id., Solo andata, Milano, Feltrinelli, 2005, ed. digitale.
  69. Cfr. E. Bishop, The Art of Losing, pubblicata in italiano nella versione di Ottavio Fatica col titolo L’arte è sempre quella, in Miracolo a colazione, trad. di D. Abeni, R. Duranti, O. Fatica, Milano, Adelphi, 2006 [1976], pp. 242-43.
  70. Sull’evoluzione stilistica e tematica del cantautore si rimanda ad A. Lolli, L’importanza delle luci, in «Esquire», 15.10.2018; cfr. l’URL: http://www.esquire.com/it/cultura/musica/a23771191/luci-della-centrale-elettrica-fine/ (ultima consultazione: 10.02.2025) e, dello stesso Lolli, Una generazione diventata adulta per tentativi, Siamo mine, 6.05.2021 (cfr. l’URL: https://web.archive.org/web/20230326051344/www.siamomine.com/una-generazione-diventata-adulta-per-tentativi/: ultima consultazione 11.02.2025).
  71. Cfr. V. Brondi, Ascoltare gli alberi. Musiche e canzoni ispirate al film “Fiore mio” di Paolo Cognetti, Cara catastrofe-Sony, 2024.
  72. Cfr. P. Cognetti, Fiore mio, Italia, 2024.
  73. D. Comberiati, Le forme di impegno nelle narrazioni della fine, in S. Contarini, S. Sermini (a cura di) Impegno, politica, ideologia nella letteratura italiana degli anni Duemila, «Narrativa», 45, 2023, p. 201;

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Tra letteratura e filosofia: la musica come armonia, al di là del ritmo. In dialogo con Maria Zambrano

Author di Alessandro Ranalli

Abstract: L’obiettivo di questo articolo è quello di descrivere, attraverso la filosofia e la letteratura e in particolare tramite il pensiero della filosofa e saggista spagnola Maria Zambrano (1904-1991), qual è l’essenza della musica; di approfondire il significato della parola “melodia” e la possibilità della compresenza di diverse melodie. Inoltre, vi si indaga l’essenza del tempo, cercando la sua musicalità e distinguendo tra ritmo e melodia.

Abstract: The aim of this article is to describe, through philosophy and literature, and to investigate, through Maria Zambrano (1904-1991), what the essence of music is, the meaning of the word melody, and the possibility of different melodies. Moreover, the essence of time is explored by searching for its musicality, distinguishing between rhythm and melody.

La struttura della musica: dai numeri alla generatività nel tempo

Quando si parla di musica, spesso se ne ignorano le radici; eppure, nel corso della storia, ha avuto sviluppi ed evoluzioni che hanno modificato la sua struttura iniziale. Occorre chiedersi: come nasce la musica? E che cosa rappresenta? A cosa è legata? «Cosa scoprirono i pitagorici che non poteva essere trattenuto nelle seppur ampie maglie del logos? Come sottolinea Zambrano, i grandi doni del pitagorismo sono stati la musica e la matematica, due scoperte appartenenti all’ambito del numero»[1].

I pitagorici, nell’addentrarsi nella matematica, scoprono l’essenza della musica: il numero. Difatti, il potere della musica è quello di armonizzare la matematica numerica a una melodia che, riprendendo i pitagorici stessi, riflette quella cosmica. «La pensatrice andalusa Maria Zambrano, invece, individua in Crono il padre dei numeri e, quindi, della musica secondo una visione di carattere eminentemente orfico»[2]. La musica dunque, per Zambrano, è figlia del numero, ma ciò in nessun modo significa relegarla alla staticità, alla rigidità e all’immobilizzazione: infatti, i numeri permettono alla musica di seguire una regolarità, ma, allo stesso tempo, le donano dinamicità. La musica, per i pitagorici, è una sorta di “matematica dell’anima”, in quanto le strutture geometriche a essa sottese comunicano qualcosa di unico, che corrisponde a ciò che si può chiamare “l’anima del mondo”[3].

La caratteristica principale della musica, sottolinea Zambrano, è la poliedricità strutturale. «La Musica è il sogno organizzato, il sogno che, senza cessare di esserlo, è passato per il tempo e ha imparato dal tempo, ha messo a frutto il tempo»[4]. Se la temporalità è una narrazione trascendente, cioè aperta, allora la musica è ciò che ha utilizzato il tempo e lo riutilizza, di volta in volta, per ricreare la propria essenza. Quindi, si parla di musica quando vi è una struttura matematica che ha messo in relazione la sequenza numerica per donarla allo spartito, che è l’oggetto privilegiato in cui il tempo viene ricamato e ospitato.

Fare musica significa aprire il tempo, cogliendo l’istante[5]. «Forse è proprio l’udito, l’organo privilegiato dell’anima umana che trasforma la vibrazione, di per sé impercettibile, in brusìo e, in certi momenti privilegiati, in musica»[6]. I momenti privilegiati di cui parla Zambrano sono gli istanti stessi in cui il brusìo diventa musica. Possiamo dire che l’istante è il luogo in cui la musica perduta nei brusii viene riscattata.

La musica ha in sé, come abbiamo visto, sia un’essenza numerico-matematica sia una relazione temporale, mostrando una dimensione non “fisica” ma metafisica. Difatti, è spesso causa di desideri impossibili: «Primariamente quise ser una caja de música. Sin duda alguna me la habían regalado, y me parecío maravilloso que con sólo levantar la tapa se oyese la música; pero sin preguntarle a nadie ya me di cuenta de que yo no podía ser una caja de música»[7]. Lo stupore di Maria Zambrano è giustificato dal carattere fantastico – mitico ed emozionale – della musica, la quale riesce a mutare di intensità, rimanendo sé stessa.

Bisogna chiedersi, allora, perché Zambrano è così sensibile alla musicalità? La risposta va cercata in Spagna, in special modo in quella vissuta da Zambrano[8]. Questa nazione ha la specificità di non aver abbandonato la vita, la poesia e la letteratura alla filosofia sistematica. Tuttavia, ciò ha comportato che la musicalità venisse “esiliata” dalla filosofia metodica. Quello che ne nasce è un percorso unico, di cui Zambrano è l’esempio, che possiamo definire “aurorale” e “musicale”; difatti, il suo obiettivo è quello di utilizzare il pensiero come funzione armonica e non come puro metodo per inseguire, con violenza, un’idea di essere totalizzante e definitivo.

In Maria Zambrano, difatti, osserviamo un uso della parola che tende a riprodurre una melodia viscerale, rispondente a una chiamata primaria cioè quella del sentire originario[9]: la «parola originaria resta nell’aria come “soffio vivificante” […] Come note, intrecciandosi con il silenzio, esse articolano ritmicamente il sentire dell’uomo»[10]. Le parole in Zambrano sono note che compongono una melodia, riscattando le profondità abissali dell’anima: «Musica che sorregge la parola sull’abisso»[11]. Occorre, a questo punto, vedere cosa intende Zambrano per note e come articola la sua proposta basata sulla melodia.

Verso delle note di un metodo

Maria Zambrano, nel 1989, pubblica Notas de un método, opera in cui propone un metodo musicale vitale, in cui le parole compongono delle note che ricomprendono tutti gli elementi della persona (cuore, viscere e anima). Crede così tanto in una metodologia musicale che arriva a chiedersi: «Oppure sarà il musicista e non il filosofo, il protagonista della cultura d’Occidente?»[12]. Tale frase va letta come un’esortazione a essere musicisti anche all’interno della letteratura e della filosofia, cioè cercando di creare melodie che, sostituendo le parole ai numeri, possano ricomprendere il vissuto esperienziale della persona. Difatti, il filosofo appare a Zambrano ossessionato dalla volontà sistematica, razionalista, oggettiva, e dimentica che la ragione deve avere in sé elementi poetici, musicali, per far sì che si faccia carico della vita e delle zone d’ombra; per lei, nessuna melodia deve perire sotto il segno del silenzio, e la stessa cosa vale per le parole, specialmente per quella unica, abissale, dimenticata. La musica, per Maria Zambrano, è riscatto armonico delle melodie abbandonate.

«Queste Note di un metodo non sono annotazioni ma note nel senso musicale, cosa che impone, più che giustificare, la discontinuità»[13]. Ciò che certifica il metodo musicale sono proprio le discontinuità, le aperture che, creando nuove relazioni di senso, rompono la monotonia per aprire alla trascendenza, al non essere, all’istante. Le note musicali, proprio come le parole, discontinuamente si succedono, donando sempre una realizzazione diversa, unica. Per Zambrano, le note e le parole ruotano continuamente, a spirale, attorno a un centro: il brano, il testo; a volte realizzandolo perfettamente, a volte tradendolo e portando alla luce[14] qualcosa che altrimenti non sarebbe mai nato.

Il metodo musicale di note proposto da Zambrano appartiene a un’ermeneutica del riscatto, a un desiderio di dare spazio e tempo alle zone d’ombra. Ciò che collega una nota all’altra è il non essere, il nulla, inteso come spazio creativo in cui nasce ciò che non ha dimora. Fare musica con il pensiero, per Zambrano, significa avere, sì, un centro entro il quale il resto ruota, ma anche riuscire a creare, di volta in volta, nuove connessioni che non intaccano la sostanza ma la trascendono.

Per Maria Zambrano c’è una distinzione netta tra ritmo e melodia: il «ritmo è concettuale, è dato; una volta trovato non c’è altro, come accade nelle marce militari. […] Soltanto nella melodia ci può essere rivelazione; la melodia è creatrice, è imprevedibile»[15]. Eppure, bisogna capire di che ritmo si parla. Il ritmo descritto da Zambrano è quello artificiale, corrisponde alle attività nelle fabbriche; in realtà, vi è anche un ritmo naturale, molto vicino alla visione dei pitagorici stessi: è quest’ultimo che confluisce nella melodia e la realizza.

In Zambrano nessun elemento è puramente negativo: è importante reintegrare ciò che deve ancora nascere[16] per realizzarsi. La melodia per Zambrano riesce a creare un’unità aperta: si allarga il confine e lo si apre alla trascendenza. In merito, seguendo Ortega, si può affermare:

si determina la differenza “radicale” tra la musica romantica e la nuova musica, tra “vecchia” e “nuova” musica, tra Schumann e Mendelssohn, da un lato, e Debussy e Stravinskij dall’altro, differenza che corrisponde, dal punto di vista di una teoria della fruizione artistica, a due atteggiamenti opposti nel godimento musicale, vale a dire quella propria di una “concentrazione dal di dentro” e quella di una concentrazione “dal di fuori”[17].

In Zambrano concentrazione dal di dentro e dal di fuori coincidono. O, meglio, stare dentro è uno stare fuori, e viceversa[18]. Riflettere dentro l’opera significa lo stesso uscirne, in quanto la persona porta con sé un proprio modo di interpretare, un vissuto, che comporta lo spostamento del rapporto dentro-fuori. Difatti, per Zambrano l’incubo più grande è stare dentro ma sentirsi fuori, lontano da sé; il pericolo deriva quando questa identità viene a mancare, quando il fuori si distacca dal dentro ed essi non coincidono più. Per questo fare musica, anche con il pensiero, significa essere dentro l’opera e fuori al tempo stesso, riconoscendo tale statuto speciale. Nel momento in cui questo equilibrio si rompe, si perde la possibilità di relazionarsi autenticamente con l’opera stessa.

Scrivere, per Maria Zambrano, è creare un metodo a-metodico fatto di note. «Modellare un pensiero di struttura “musicale” seguendo i canoni della ragione discorsiva è il grande obiettivo di Platone secondo Zambrano»[19]. Il Fedro rappresenta l’opera in cui Socrate produce musica raccontando, ammaliando chiunque la senta. Il metodo proposto è poetico e, al tempo stesso, estremamente rigoroso. Ci sono, difatti, anche sistemi filosofici che, nonostante la loro rigorosità, riescono a suonare perfettamente tutte le proprie parti; per Zambrano ciò è evidente nell’Etica di Spinoza:

Eppure, una volta terminata la lettura, l’immagine del poema compiuto, nella sua purezza adamantina, si presenta immediatamente all’animo; le ragioni matematiche sono scivolate nella nostra mentre senza violenza, poeticamente, anche musicalmente. Il pensiero quanto è più puro, tanto più possiede la sua misura, la sua musica[20].

Questo per dire che quello che conta è il riuscire a creare delle note di pensiero che prendono vita nelle parole senza far violenza, depositandosi armoniosamente. Per Maria Zambrano la parola musicale è il campo di battaglia in cui la matematica diventa amore per la letteratura. Non c’è contraddizione in questo, ma solo il desiderio di far risuonare le parole nello stesso modo in cui lo fa la nostra anima. Se si rifiuta ciò, è impossibile far suonare il proprio metodo. «Aristotele, tuttavia, non poté suonare […] Perché aveva le dita indurite»[21]; difatti, per Zambrano, Aristotele, non credendo nella musicalità dei pitagorici, ha perso l’occasione di creare un metodo musicale.

Riscattare la musicalità delle parole significa discendere nella persona, nel punto più abissale; se ciò non viene accettato, non si riesce a ottenere delle note di un metodo. «La musica esce dall’inferno; non è discesa dall’alto. La sua origine, prima che celeste, è infernale»[22]. Solo chi riesce ad ascoltare ciò che emerge dalle viscere infernali può espandere il suono e riutilizzarlo in maniera creatrice. Fare musicalità, dunque, significa ricreare ciò che si è nelle parole, nel pensiero. Ciò implica un ascolto totale della persona, e solo chi si riconosce completamente può discendere nelle proprie acque.

Zambrano, «come i pitagorici, cerca un logos che sia armonia e musicalità, che ci permetta di far risuonare tutte le note della nostra anima. Un logos non astratto ma vicino alla vita trova nell’armonia musicale un’immagine adeguata»[23]. L’anima è l’elemento in cui Zambrano installa il sentire più profondo: è qui che, attraverso un suo riscatto, si può arrivare a sentire la vera essenza della realtà. Il richiamo dell’anima è musicale, e nessuna persona che vuole trovare sé stessa può rifiutare tale chiamata.

«Si era rassegnata. Quando due anni dopo lesse Bergson, sentì un’immensa allegria, l’allegria per il fatto che fosse possibile riscattare la musica perduta; perché Bergson faceva musica facendo filosofia, la faceva col suo pensiero…»[24]. Fare musica facendo filosofia: questo è ciò che vuole Maria Zambrano. Riscattare la musica perduta significa riscattare anche la parola perduta, la persona perduta. Volere una musicalità letteraria o filosofica indica un salvare le note mancanti del proprio essere dalla penombra delle viscere. «La penombra è qualcosa di musicale. Si dovrebbero chiudere gli occhi, come fanno i ciechi o quelli che vedono poco, per ascoltare la musica. La musica del pensiero»[25].

Ciò che Zambrano apprezza della musica è proprio il suo legame con l’oscurità. Ci sono le note, una melodia, la canzone, eppure qualcosa rimane celato. L’obiettivo di chi riscatta tale musicalità non è quello di disvelarne la struttura, ma di cercare di sentire oltre ciò che viene mostrato, per riscattare il buio della musica, il centro entro cui ruota l’armonia prodotta. Ascoltare la musica significa vedere nel chiarore opaco, nonostante essa sembri presentarsi come trasparente e immediata. Acquistare una certa musicalità significa, per il pensiero, aprirsi a una certa metodologia di riscatto: per questo i sistemi rigidi fanno fatica a trascrivere la loro struttura in ciò che possiamo definire come note letterarie. Fare musica con il pensiero significa, per Zambrano, confidare in una realtà altra, che giace nascosta nell’al di qua, nella persona stessa.

Tra filosofia e letteratura: la musica come creazione armoniosa della persona

Fare letteratura, fare filosofia[26] per Maria Zambrano equivale a produrre musica: «comprendere che si può fare musica anche facendo filosofia è per Zambrano “un’immensa gioia”. Che è possibile, anzi necessario, imprimere al pensiero un andamento musicale»[27].

Zambrano, costretta all’esilio, sperimenta in prima persona l’importanza di una musicalità intesa come narrazione armonica di sé stesso, in modo tale da ricostruire la propria persona. Vivere musicalmente significa avere fedeltà verso chi si è, tenendo vive le parti sepolte nella persona, custodendole, cercando di armonizzarsi con un «tempo musicale»[28]. Non bisogna dimenticare che Zambrano legge diverse opere di Schneider, conosciuto personalmente a Roma, come Il significato della musica[29]. È sempre stata affascinata da quello che abbiamo definito pensiero musicale, in quanto fin da bambina ha suonato strumenti e si colloca in un ambiente, quello spagnolo, estremamente fecondo, dal punto di vista sia poetico sia musicale. Tutto ciò la porta a essere servitrice della melodia: in «questa prospettiva, l’idea di melodia in Zambrano si configura come “canto dell’anima”, come sua emanazione acustica, intessuta di discontinuità»[30].

Parlando del tempo, Zambrano afferma: «dà di sé dandosi a udire e non a vedere, dando a udire la sua musica anteriore a ogni musica composta della quale è ispirazione e fondamento»[31]. La molteplicità di tempi che Zambrano sperimenta[32] le permette non solo di scoprire tutta la trascendenza dell’istante, ma anche di sentire un accavallarsi dei tempi e di ascoltare la “musicalità primaria” della temporalità, così unica che sembra chiamarci. L’opera in cui approfondisce tale argomento è Delirio e destino[33]. Destino, inteso come chiamata unica, personale; a seconda della risposta, viene modellata la persona. Ascoltare il tempo significa costruire con esso, nascere in esso e grazie a esso. Non a caso, le note musicali di Zambrano, cioè le parole vive, sono imbevute di temporalità personale, di vissuto chiamato (alla realizzazione da parte del destino stesso), a cui Maria Zambrano dona tutta la sua attenzione e cura. «Tornerà sempre colui che fa la musica di quest’istante. Tornerà questa musica che si approssima di più all’origine, al principio […] Dura un istante tutta la musica. Un istante di eternità»[34].

La musica, per Maria Zambrano, è generatrice. C’è musica dell’anima, del cuore, delle viscere: bisogna accudire il tempo giusto, l’istante in cui poterli ascoltare. Dietro queste melodie abissali, si nascondono spesso personaggi avidi di vita, di realtà. È emblematico il caso di Unamuno: sia in Niebla sia in Del sentimento tragico della vita, mostra una letteratura disperata, una religione tragica, in cui ogni personaggio ha una propria melodia e non si vuole in nessun modo disperdere nulla, si richiede l’eternità per ogni creatura, quindi, per ogni musicalità unica.

Ciò che sta a cuore a Maria Zambrano è il riuscire a sentire tali lamenti musicali. Difatti, l’ermeneutica del riscatto che propone è musicale. Il sentire la musicalità interiore non è solo una questione di attenzione, ma di salvezza, come mostra Unamuno e il suo disperato amore per tutto ciò che perisce. Diversa, invece, è la modalità musicale di Nietzsche; così ne parla Zambrano:

Nella sacra oscurità dell’infanzia in cui Nietzsche si immerse negli ultimi anni, e che venne classificata come pazzia, solo la musica lo cullava, e la voce di sua madre che gli leggeva i testi di Spinoza che lo calmavano e lo facevano sorridere. Si direbbe che tornasse creatura, liberandosi dell’essere persona, maschera[35].

La musica viene a essere melodia, cura dell’anima, calma. Tutto ciò, però, è in armonia con un sentire più ampio, originario, che si applica anche oltre l’essere umano stesso. «La tradizionale musica delle sfere non fa altro che offrire il perno di questo pensiero ermetico, della totalità della promessa che si destò un giorno nella mente e nel cuore del saggio Talete»[36]. La musica delle sfere, in Zambrano, confluisce in un sentire originario, in una patria pre-natale; il vero dramma è se tale musica sembra escludersi, così come accade all’esiliato, ormai abbandonato dalla vita e costretto a sviluppare una nuova melodia, personale.

«Quella musica che avvolge sempre una persona, ne regola i movimenti, vi imprime uno speciale suggello di benessere o malessere. E quest’aura che avvolge ogni persona, la sua ombra, predica a favore o contro di essa»[37]. La persona è un ritmo, ha in sé dei ritmi e mai può discostarsi dalla sua musicalità, che può diventare sinfonia. La persona è un’orchestra che nel suono impone un vorticare di tutti gli elementi chiave, proprio a indicarne la forza, che tuttavia esclude qualsiasi forma di violenza.

Tutte le opere di Zambrano comunicano l’idea che l’essere umano in generale, e nello specifico la persona, abbia una propria aura che possiamo definire anche “melodia”. Maria Zambrano si occupa molto dello studio della pietà, intesa come il trattare adeguatamente l’altro, proprio a indicare la specificità di ogni essere umano. Eppure, una delle tesi di questo articolo è che l’essere umano non abbia solo una “canzone”, una “melodia”, ma riesca a tenere in sé più tipi di note, più spartiti. La vera armonia musicale, dunque, è saper intrecciare le diverse melodie senza perdere il loro senso e cercando di mantenerle in una relazione che permette di esprimere chi si è. Difatti, scrivere è «difendere la solitudine in cui ci si trova»; perché è in essa che ci inabissiamo, cercandoci e riversandoci nel foglio bianco, pronto a ospitare le lettere che compongono non solo una nota, ma un ritmo, una musicalità sì tra le tante, ma, in quanto scelta, unica.

Comporre la propria canzone, intesa come vita, significa saper ospitare e far convivere armonicamente tutte le melodie che, essendo parti della persona, devono avere il loro spazio e la loro dignità. Saper suonare il pensiero significa avere in sé un’etica musicale, nel senso di una riuscita gestione da direttore d’orchestra di tutte le singole parti. Per Maria Zambrano, infatti, la musica è l’arte dell’armonizzazione.

Il termine “armonia” da «un punto di vista storico […] ha subito un’evoluzione a partire dal VI secolo a.C., quando da “connessione” o “giuntura”, e in senso musicale affinamento di uno strumento, […] comincia a essere inteso in senso etico»[38]. In Zambrano, il senso etico del termine è essenziale: viene inteso come relazione musicale entro cui vi è una compenetrazione perfetta. Però, ciò non va inteso come un pieno assoluto: infatti, rimane sempre a disposizione un atomo di vuoto, uno spazio creativo in cui continuare a nascere.

L’armonia perseguita da Maria Zambrano è visibile nel voler integrare ragione e poesia, filosofia e poesia, storia e religione; ma soprattutto c’è la volontà di dare a tutte, e in special modo alla filosofia, una propria musicalità. Difatti, «attraverso i concetti di ritmo nella sua accezione naturale e quindi positiva, e di melodia, Zambrano intende ripristinare l’universo poliritmico del vivente, l’unità di armonia; non l’unità della filosofia, dunque, bensì, piuttosto, quella della poesia»[39]. Non l’unità della filosofia, in quanto tende a una violenza cui Zambrano sfugge; la filosofa cerca, invece, l’unità poetica, cioè quella che abbraccia le parole, le tiene strette e le considera un dono da custodire, non da abbandonare.

Conclusioni

Si è analizzata la posizione di Maria Zambrano rispetto alla musica, intesa come richiamo intimo entro cui sostare e vivere. La specificità di questa proposta deriva da una sensibilità unica nel riprendere ciò che viene posto al margine della vita o, anche, al confine dello spartito. In Zambrano, tutte le note sono necessarie e, se sono problematiche, vanno ricreate, rinarrate, ma mai eliminate. Ciò che è davvero importante nel suo pensiero è la centralità di un vissuto musicale, cioè pronto a far vivere armoniosamente tutte le parti della persona, come il cuore, le viscere e l’anima. La persona non crea solamente la musica, ma è essa stessa musicalità, e riscattare tale profondità significa avere degli spartiti entro cui adagiare tutte le nostre note, ognuna nella maniera richiesta.

 

  1. L. Grigoletto, Lógoi. Sul sentiero orfico-pitagorico di María Zambrano, Milano, Mimesis, 2022, p. 57.
  2. Ivi, p. 72.
  3. Intesa come essenza del cosmo, dei pianeti.
  4. M. Zambrano, Il sogno creatore [1985], tr. it. di C. Ferrucci, Milano, SE, 2017, p. 21.
  5. Inteso come momento privilegiato in cui il tempo apre le sue viscere, le sue spazialità nascoste in cui sentire la trascendenza nell’al di qua.
  6. M. Zambrano, Per l’amore e per la libertà. Scritti sulla filosofia e sull’educazione [2007], a cura di A. Buttarelli, trad. di L. M. Durante, Bologna, Marietti 1820, 2021, p. 41.
  7. M. Zambrano, A modo de autobiografia, in «Antrophos», nn. 70.71, marzo-aprile, 1987, p. 69: ‘Primariamente volevo essere una cassa musicale. Senza alcun dubbio me l’avevano regalata, e mi sembrava meraviglioso che, al solo alzare il coperchio, si sentisse la musica; ma senza dire niente a nessuno, mi resi conto che non potevo essere una cassa musicale’ (traduzione nostra).
  8. Nata nel 1904 a Vélez-Málaga, Maria Zambrano fu costretta all’esilio nel 1939, a causa della guerra civile spagnola, per tornare in patria solo nel 1984. Il suo maestro è stato Ortega y gasset, e Zambrano ha imparato fin da subito, grazie anche alla figura di Unamuno, la specificità spagnola rispetto al resto d’Europa. La Spagna, infatti, non ha intrapreso il percorso di una filosofia sistematica, ma permane in quella che viene definita una “letteratura filosofica”.
  9. Inteso come richiamo prenatale a cui ogni uomo è costretto a rispondere, sia con un’accettazione sia con un rifiuto.
  10. E. Trapanese, Memoria e entrañamiento. La parola in María Zambrano, Caserta, Ipermedium, 2010, p. 75.
  11. M. Zambrano, Dell’aurora [1986], a cura di E. Laurenzi, Bologna, Marietti 1820, 2020, p. 94.
  12. M. Zambrano, Note di un Metodo [1989], a cura di S. Tarantino, Napoli, Filema, 2008, p. 64.
  13. Ivi, p. 30.
  14. Intesa come visibilità che non tradisce le ombre, ma che le accudisce, trattandole nella maniera adeguata, evitandone la fuga.
  15. Ibidem.
  16. In Zambrano vi è un paradigma “maieutico-generativo”, la nascita rappresenta il motore della vita. Attraverso la speranza realizzata, nascere significa rientrare in sé stessi, arrivare a essere persona.
  17. C. Cantillo, Il paesaggio della cultura. Filosofia e musica in Ortega, in Ortega y evolution prospective, n. 54 della «Rivista di estetica», a cura di L. Bartelesi e G. Consoli, 2013, pp. 207-27, p. 216.
  18. È emblematica la narrazione del delirio. Delirare rimanda etimologicamente a “uscire fuori”, che è ciò che accade a chi è vittima del delirio. Tale essere umano è sia fuori che dentro; fuori perché vaga al di là di sé stesso, dentro perché fisicamente rimane sul posto. Il delirio è il movimento di chi calpesta la linea, la oltrepassa per poi tornare indietro e rifare il tutto da capo. È un movimento nevrotico che mette alla prova la persona e la sua unità. Tale parola, delirio, è essenziale in Zambrano. La sua opera in cui il delirio viene narrato è La tumba de Antigone.
  19. L. Grigoletto, Lógoi, op. cit., p. 60.
  20. M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima [1950], a cura di R. Prezzo, trad. it. di E. Nobili, Milano, Cortina, 1996, p. 23.
  21. L. Grigoletto, Lógoi, op. cit., p. 66.
  22. M. Zambrano, L’uomo e il divino [1955], tr. di G. Ferraro, Roma, Lavoro, 2001, p. 98.
  23. W. Tommasi, María Zambrano. La passione della figlia, Napoli, Liguori, 2007, p. 90.
  24. M. Zambrano, Delirio e destino [1989], a cura di R. Prezzo, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2000, p. 194.
  25. M. Zambrano, Note di un metodo, op. cit., p. 87.
  26. La proposta filosofica di Zambrano è quella di una ragione poetica. L’obiettivo è quello di unire poesia e filosofia, cioè di sviluppare una ragione che custodisca le zone d’ombra, una ragione che abbracci la persona e tutte le sue dimensioni viscerali.
  27. R. Prezzo, Pensare in un’altra luce. L’opera aperta di María Zambrano, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006, p. 66.
  28. Ivi, p. 67.
  29. L. Grigoletto, Lógoi, op. cit. p. 120.
  30. Ivi, p. 131.
  31. M. Zambrano, Chiari del bosco [1977], a cura di C. Ferrucci, Milano, SE, 2016, p. 46.
  32. Tra il 1928 e il 1929, Zambrano è costretta al riposo forzato, per via della tubercolosi. È qui che narra, in Delirio e destino, il suo sperimentare tempi diversi, in cui passato-presente-futuro venivano completamente stravolti, tanto da poter dire di ricordare il futuro.
  33. Opera scritta per un concorso, pubblicata soltanto nel 1987; è una sorta di autobiografia della Spagna, dilaniata dalla guerra civile. L’opera non vinse, ma ottenne la menzione d’onore e la promessa di pubblicazione, mai mantenuta, da parte di Gabriel Marcel.
  34. Ivi, p. 92.
  35. M. Zambrano, Dell’aurora [1986], tr. it. di E. Laurenzi, Bologna, Marietti 1820, 2020, p. 145.
  36. M. Zambrano, I beati [1990], a cura di C. Ferrucci, Milano, SE, 2010, p. 45.
  37. M. Zambrano, I sogni e il tempo [1992], tr. it. di L. Sessa e M. Sartone, Bologna, Edizione Pendragon, 2020, p. 106.
  38. L. Grigoletto, Lógoi, op. cit., p. 136.
  39. Ivi, p. 138.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Le ragioni di Orfeo. L'”Euridice” di Roberto Vecchioni entro e oltre i “Dialoghi con Leucò”

Author di Melisanda Massei Autunnali

Abstract: L’incontro con la cultura classica rappresenta da sempre una cifra compositiva portante della produzione di Roberto Vecchioni, che alla carriera di cantautore ha a lungo affiancato l’insegnamento delle materie letterarie nei licei e in seguito, per molti anni, il corso di “Forme di poesia per musica” presso varie università italiane. La canzone Euridice, pubblicata nel 1993, richiama in via diretta il celeberrimo mito orfico secondo l’originale lettura di Cesare Pavese, proponendo l’idea di un Orfeo che si volta e perde Euridice intenzionalmente. Questo articolo affronta questa rilettura del mito secondo una prospettiva sistemica che le attribuisce un ruolo del tutto peculiare nell’opera, anche letteraria, del cantautore milanese. In particolare, la centralità del riuso classico da parte di Vecchioni viene esplorata alla luce del forte autobiografismo dell’autore, in una connessione di arte e vita che coinvolge in senso ampio la produzione di uno dei più importanti rappresentanti della canzone d’autore italiana.

Abstract: The encounter with classical culture has always been a key compositional feature of Roberto Vecchioni’s production, who, alongside his career as a singer-songwriter, has long combined teaching literary subjects in high schools and later, for many years, the course “Forms of poetry for music” at various Italian universities. The song Euridice, published in 1993, directly recalls the famous Orphic myth according to Cesare Pavese’s original interpretation, proposing the idea of ​​an Orpheus who turns and intentionally loses Euridice. This article addresses this reinterpretation of the myth according to a systemic perspective that attributes to it a very peculiar role in the work, including literary, of the Milanese singer-songwriter. In particular, the centrality of the classical reuse by Vecchioni is explored in the light of the author’s strong autobiographical nature, in a connection of art and life that broadly involves the production of one of the most important representatives of Italian songwriting.

Euridice

La convergenza tra produzione musicale e riferimenti letterari rappresenta una cifra compositiva specifica dello stile di Roberto Vecchioni fin dalle realizzazioni d’esordio, quando il giovane professore inserisce all’interno del suo secondo album, Saldi di fine stagione, del 1972, una canzone dall’indicativo titolo di Aiace[1].

La progressiva acquisizione di una solida posizione nel panorama della canzone italiana e, in parallelo, il successo commerciale, lungi dall’attenuare, hanno progressivamente consolidato nell’autore l’attitudine al riuso, all’interno delle proprie canzoni, del riferimento classico e in generale letterario: e questo per finalità divulgative e al contempo per un’esigenza espressiva fortemente sincera.

Il ruolo che il brano dal titolo Euridice, risalente al 1993, riveste nell’ambito di un repertorio quantificato in una quarantina di canzoni – sulle circa duecentocinquanta totali che Roberto Vecchioni ha pubblicato a proprio nome – è del tutto peculiare: da un lato, per la complessità del risultato raggiunto in un’operazione di riscrittura, originale, di un riferimento privilegiato nell’ambito di una costellazione di fonti; dall’altro, per una specifica posizione sistematica della canzone all’interno di un più vasto orizzonte artistico e di pensiero, consolidato dall’autore nella sua produzione, e non solo musicale, ma anche di romanzi e racconti, soprattutto dagli anni Dieci del Duemila.

Euridice viene pubblicata all’interno dell’album Blumùn, che viene presentato alla stampa il 21 settembre 1993 ed esce, per la Emi Italiana, tre giorni più tardi[2]. La complessiva durata di quattro minuti e trentadue secondi si sviluppa in un’articolazione rigorosamente simmetrica, costituita da due sezioni principali che segnano, narrativamente, i due momenti della storia e che ripetono una medesima struttura tripartita. È difficile parlare di questa strutturazione come della classica distribuzione di strofa-strofa-refrain oppure strofa-bridge-refrain di cui si avvalgono solitamente i brani corrispondenti alla cosiddetta forma-canzone. Piuttosto, ciascuno dei tre passaggi corrisponde a un distinto movimento in cui la variatio tonale-melodica è accompagnata anche da un sofferto crescendo di intensità che tale diventa, come è abbastanza logico, anche nell’interpretazione.

A seguito di una significativa intro strumentale – di indirizzo squisitamente monteverdiano – l’attacco della voce nella prima macro-strofa rende immediatamente evidente la scelta di identificare l’io narrante con Orfeo e l’interlocutore con Ade: a lui il protagonista si rivolge, annunciando il contesto emotivo e le ragioni della scelta di scendere fino agli inferi per riprendersi la propria sposa, simbolo di una giovinezza del mondo sfiorita dopo la sua morte. L’intenzione programmatica di Orfeo si fa esplicita nella seconda, brevissima, sotto-sequenza, scandita dall’annuncio, da parte del mitico cantore tracio, di spingere tutta la forza della propria arte di fronte al dio come mezzo per riottenere l’amata. La terza sotto-sequenza, assai più lunga delle precedenti, si articola attraverso la suggestiva elencazione dei contenuti di questo canto, rafforzata dall’anaforica successione del verbo al futuro («canterò»), fino alla conclusione del climax e alla ricomparsa di Ade come destinatario riconosciuto dell’impetuoso agire del protagonista. La valenza programmatica che il futuro assumeva nella seconda sotto-sequenza si capovolge in intenzione narrativa: cosicché l’intero passaggio, nel tramite della sequenza dei «canterò», vale in realtà come il racconto del drammatico confronto di Orfeo con il re degli inferi e il finale cedimento di quest’ultimo.

L’inizio della seconda parte del brano coincide con il rovesciamento emotivo di Orfeo, che nella sotto-sequenza d’avvio si trova ancora agli inferi e sta cercando di guadagnarsi l’uscita e il conseguente ritorno alla luce, come è noto, seguito dalla sua sposa. Al suo ripensamento, con le ragioni che lo accompagnano, segue, nella (breve) sotto-sequenza successiva, l’attuazione del proposito, che permette la sostituzione del pregresso termine anaforico della prima parte («canterò»)[3] con un nuovo sintagma («mi volterò»), che ne capovolge interamente le finalità, esplicitate in via definitiva nella (lunga) terza sotto-sequenza. In essa Orfeo, persuaso che Euridice, dopo aver conosciuto il regno dei morti, ad esso ormai appartiene e non può ritornare alla Terra come nulla fosse accaduto, decide di rinunciare alla donna e di mettere in atto deliberatamente le nefaste conseguenze del patto con Ade (la perdita della sposa, qualora nel tragitto l’eroe si fosse voltato). Al futuro programmatico (e anaforico) della seconda sottosequenza si sostituisce nella terza un futuro narrativo che concretizza l’attuazione del proposito («mi volterò perché l’ho visto il gelo / che le ha preso la vita»), e così pure i tre futuri successivi in coda alla canzone. Una successione di azioni ed eventi porta la vicenda verso la conclusione: Orfeo prende la decisione finale, Orfeo si volta, l’immagine di Euridice si dissolve e poco dopo non è già più. Sullo sfondo si sovrappongono le considerazioni del protagonista sulla vita che lo attende da ora in poi: nuove ragazze che già lo aspettano e che confermeranno la persuasione che l’amore non può incontrarsi col pianto, col dolore, ma è piuttosto rinnovata scelta di vitalità. Il che corrisponde alla necessità di lasciarsi per sempre alle spalle il passato con Euridice.

Vecchioni e Pavese

Roberto Vecchioni non ha mai omesso di sottolineare, nel corso degli anni, e in occasioni molto distinte tra loro, come la fonte della sua (libera) ispirazione nella rielaborazione del celebre mito sia L’inconsolabile di Cesare Pavese, uno dei Dialoghi con Leucò pubblicati dallo scrittore piemontese per Einaudi nel 1947. Pavese è citato nei suoi libri e nelle sue conferenze e non mancano le performance, rintracciabili anche in rete, in cui il cantautore esegue Euridice facendola precedere dalla lettura della prima, fondamentale battuta del dialogo pavesiano[4].

Orfeo vi inizia il suo racconto dalla conclusione della sua vicenda, spiegando alla baccante Bacca, che interloquisce con lui, come sia accaduto che, una volta in prossimità dell’uscita dall’Ade, egli abbia spontaneamente deciso di voltarsi, di fatto riconsegnando la sua sposa alla morte, e in via definitiva:

È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò che è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi: «Sia finita» e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva[5].

Premesso che Pavese non è l’unica fonte che Vecchioni prende in considerazione[6], in ogni caso al tributo divengono consequenziali due domande che non possiamo tralasciare di porci: innanzitutto, perché proprio L’inconsolabile costituisca, tra le tante, la chiave d’accesso privilegiata alla lettura di questo mito da parte del cantautore, e poi perché proprio questo mito abbia costituito per Vecchioni una fonte di ispirazione per una canzone. Una prima risposta esaurisce entrambi i quesiti: all’interno della produzione di Roberto Vecchioni Euridice, come già accennato, riveste un ruolo strategico, ovvero “fa sistema” nell’ambito di una precisa visione del mondo, articolata, per una parte notevole della sua produzione, attraverso molti contributi, ciascuno con un proprio senso.

Le prime ragioni che ci interessano, tuttavia, sono quelle di Orfeo, così come lo presentano sia Vecchioni sia Pavese nel comune sgomento rispetto a quello che l’eroe si è trovato di fronte, in entrambe le versioni, una volta arrivato agli inferi, e che è causa del suo agire. «Mi volterò perché l’ho visto il gelo / che le ha preso la vita», canta Vecchioni: «gelo» che agisce anche sulle motivazioni dell’Orfeo di Pavese, perché è l’impronta stessa dell’inferno, quella da cui Euridice, pur riportata in vita, non potrà mai liberarsi. Salvarla, dunque, è del tutto inutile[7]: tratta alla luce, continuerebbe a portare con sé il sigillo della morte e ad essa sarebbe comunque destinata. Ma l’amore non può portare con sé il contrassegno della morte: «Non si ama chi è morto»[8], spiega l’Orfeo pavesiano. «Tutto quello / che si piange non è amore», soggiunge quello di Vecchioni, motivando così, come vedremo, la decisione di volgere la propria attenzione verso altre, più vitali e accoglienti, esperienze.

Eppure, le lacrime ci sono state: l’Orfeo di Vecchioni le ha cantate di fronte ad Ade nella fragilità degli uomini che sentono la vita smarrirsi e in quelle dello stesso dio degli inferi nell’estremo cedimento di fronte al canto dell’eroe; all’Orfeo di Pavese le ricorda, invece, ancora Bacca, rammentando quanto egli abbia pianto alla scomparsa della sposa, fino alla ferale decisione di scendere all’Ade per lei. Può forse averlo fatto per qualcosa che non fosse amore? In effetti, al netto della semplice mente della baccante, se questo non è il fine, sembrerebbe difficile, se non impossibile, ipotizzare un ulteriore significato della catabasi. Che invece esiste.

È questo il punto in cui la convergenza tra Pavese e Vecchioni si fa più sottile e complessa. Certo, per entrambi la morte di Euridice è il motivo primo della discesa di Orfeo, la causa per cui il viaggio agli inferi si è messo in moto. Il confronto con quel mondo, con il «gelo» che ha avvolto Euridice, ha svelato a entrambi l’esistenza di un’altra verità, di un altro scopo. Alla domanda di Bacca, infatti, l’Orfeo pavesiano risponde che Euridice non è, in realtà, il vero fine per cui egli è sceso fino all’Ade: «Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. […] Io cercavo, piangendo, non lei ma me stesso. […] Non si cerca che questo»[9].

Fare a pezzi il destino

Orfeo, però, dice anche che «un vero passato fu solo nel canto»[10]: non a caso, infatti, agli inferi è sceso tenendo in mano una cetra, simbolo identitario delle sue peculiarità di umano. Su di essa sposta la propria attenzione anche Vecchioni: ma non lo fa solo in Euridice, bensì all’interno di un racconto contenuto nella raccolta autobiografica La vita che si ama. Storie di felicità, pubblicato da Einaudi nel 2016.

Il brano si intitola – assai programmaticamente – Come fare a pezzi il destino. In queste pagine Vecchioni si tratteggia come protagonista in qualità di presidente di commissione a un esame di maturità. Durante la prima prova scritta, il brillantissimo studente Andrea Jori opta per lasciare in bianco il foglio del tema d’italiano, dove solitamente è eccellente. Appreso che il motivo della crisi è di ordine sentimentale, il Vecchioni-presidente si reca a casa dello studente e lo inchioda al tavolo col racconto del mito di Orfeo ed Euridice, negli stessi termini della canzone. Euridice, gli spiega, pavesianamente esprimendosi, «è un pretesto, una posta in gioco, non è il fine ultimo di Orfeo: è un mezzo»[11]. Il ragazzo, avvezzo alla versione tradizionale, chiaramente si stupisce. Al che Vecchioni prosegue:

E che pensavi? Che il mito dei miti fosse una semplice passeggiata per amore? Che la passione per quella donna, quella sola, fosse il culmine di tutti i sensi dell’universo? No. Perché si porta una lira dietro, Orfeo? Perché come tutti gli altri, le altre, non si limita a straziarsi e implorare Ade che gli ridia l’amata? Perché canta per sé. Forse al principio neppure lo avverte: in fondo un poeta suona, un poeta canta, altro fare non sa, è naturale che si porti dietro la lira[12].

Quale sia la vera motivazione Orfeo lo scoprirà a poco a poco, incantando i demoni con la propria musica, ma soprattutto in prossimità dell’uscita: da un lato, le mutate condizioni di Euridice, che rendono inevitabile l’atto di lasciarla andare; dall’altro, che quella discesa terribile lo ha visto protagonista

sì nell’illusione di rivalsa, ma ancor più per battere i demoni, per fargli vedere di cosa è capace un uomo, di cosa è più forte un uomo: dolore, male, morte, mistero, di tutto ciò che può togliergli la vita ma non vincerlo, perché questo è il segno divino negli uomini, sfidare l’impossibile e ricominciare, ricominciare sempre. E allora Orfeo si volta, si volta apposta, […]. Si volta perché dietro c’è il buio, davanti la luce, e un uomo è nella luce che deve vivere[13].

Così, del resto, già nella canzone del 1993:

Ma non avrò più la forza

di portarla là fuori,

perché lei adesso è morta

e là fuori ci sono la luce e i colori;

dopo aver vinto il cielo

e battuto l’inferno,

basterà che mi volti

e la lascio alla notte

la lascio all’inverno…

La prossimità tra Euridice e questa ben più ampia riflessione di Roberto Vecchioni è stata esplorata anche all’interno del volume uscito per Bompiani del 2021, Canzoni, nel quale sono raccolte le trascrizioni del corso di “Forme di poesie in musica” che il cantautore ha tenuto presso l’Università di Pavia nell’anno accademico 2016-2017 assieme al docente di semiotica Paolo Jachia e al chitarrista Massimo Germini. Nel capitolo dedicato al brano[14], Vecchioni ribadisce per prima cosa l’ispirazione rispetto alla versione di Pavese, ma soprattutto riutilizza, e con le stesse parole, la medesima esegesi che già ne aveva fatto nel racconto Come fare a pezzi il destino. Le conclusioni sono evidenti: vincere il cielo, battere l’inferno, piegare le decisioni del fato – con Pavese e anche al di là di Pavese – sono tutte opportunità che gli umani hanno per confermarsi nella loro natura di uomini, che solo mostrandosi più forti delle circostanze possono intraprendere l’uscita verso l’espressione più gioiosa della vita e dell’esistere.

Samarcanda

A queste acquisizioni Vecchioni è pervenuto a seguito di un percorso che ha attraversato praticamente tutta la sua carriera fino ai giorni nostri, partendo da premesse molto diverse rispetto a quelle alle quali è approdato sostanzialmente da Euridice in poi.

C’è una canzone che tutti conoscono, e che si intitola Samarcanda, anch’essa densa di appigli letterari[15]. In questo celebre brano del 1977, un soldato, terrorizzato da una nera figura dallo sguardo cupo che gli appare all’improvviso nel bel mezzo di una festa, chiede al suo re un cavallo per scapparne il più possibile lontano. Tre giorni dopo, finalmente giunto nell’affascinante città uzbeka, vi trova ad aspettarlo la medesima nera signora: il mio sguardo – gli dice – non era malevolo, ma solo stupito perché, visto che ti aspettavo qui oggi, non riuscivo a capire come mai tu fossi così lontano tre giorni prima. La signora, chiaramente, è la morte e, per estensione, il destino: se ti sceglie, non c’è fuga che tenga.

Oggi Vecchioni non scriverebbe più Samarcanda, canzone concepita dopo la scomparsa di suo padre[16] e chiaramente ispirata all’idea di un fato che schiaccia e annienta gli esseri umani. A questo tipo di destino il cantautore ha più volte dichiarato di non credere più: «credo nella volontà e nella libertà umana»[17]. Questa nuova prospettiva – già espressamente attestata, del resto, nel racconto di cui si è detto – ha conquistato in anni recenti una posizione di primo piano nella produzione dell’artista milanese: lo prova soprattutto, previa l’anticipazione di alcune canzoni pregresse[18], il suo disco più recente, l’album concept L’Infinito, uscito nel novembre 2018 e dedicato a una serie di personaggi che nella loro esperienza si sono dimostrati in grado di sconfiggere avversità all’apparenza insormontabili, primo tra tutti il pilota Alex Zanardi[19]. Tra l’una e l’altra delle due posizioni, distanziate tra di loro da oltre quarant’anni di attività, Euridice si situa come esito intermedio, ma di svolta, che tuttavia acquisisce un suo significato più concreto e decisivo alla luce di uno sguardo complessivo che non la isoli rispetto a ciò che la precede e ciò la segue. In questo senso la proposta artistica di Vecchioni costituisce un sistema che acquista valore soprattutto se visto come tale: per sé stesso e per le singole tessere chiamate a comporre il puzzle.

La letterarietà di Euridice non è che la conferma del senso disvelativo che la classicità riveste per un autore così affezionato al riutilizzo colto. Ma, una volta riorientato lo sguardo umano sulla realtà, i miti continuano ad agire come archetipi del nostro modo di approcciarsi alle cose: e l’esito più immediato, spesso, è la più stringente personalizzazione.

Parlare di sé

Parlando di Euridice, nel commento contenuto in Canzoni, Jachia ribadisce il principio secondo il quale «Vecchioni ha sempre concepito la canzone come un racconto di se stesso a se stesso»[20] e dunque specificandone una sottesa natura simbolico-autobiografica.

Già in passato il docente-critico era intervenuto sul brano all’interno del suo primo libro dedicato all’artista, Roberto Vecchioni. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, uscito per Frilli nel 2001[21]: qui egli aveva sottolineato come il brano sopraggiungesse «a precisare una diversa, e più matura, stagione artistica ed esistenziale di Vecchioni»[22], e una più serena concezione dell’amore e della vita dopo che il cantautore era stato «nella quasi totalità delle sue canzoni precedenti […] un grande cantore del dolore e dell’infelicità»[23]. La chiave è in uno dei versi finali: «tutto quello / che si piange non è amore».

L’amore deve essere esperienza piena, vitale, accogliente e gioiosa: ciò che non può esserlo o non può esserlo più, deve essere consegnato al passato. Ora, al di là dell’esperienza privata alla quale Vecchioni effettivamente si riferisce, ciò che conta è la modalità della costruzione della simbologia privata nel contesto mitico: cioè come effettivamente l’autobiografismo, cifra distintiva della poetica dell’artista milanese fin dalle origini, incontri il “gioco letterario” che comporta l’individuazione del Sé dietro le maschere delle figure e dei personaggi spesso e volentieri utilizzati. Appunto, l’Orfeo ritratto in Euridice.

Come osservato, egli si reca all’Ade con la cetra in mano, e lo fa per cantarvi «tutte le sue canzoni», «stasera»: un cantore tracio, però, non canta “canzoni”, semmai “canti”, così come non c’è nessuna iconografia o citazione letteraria atta a puntualizzare che la catabasi si sia svolta di sera, ammesso e non concesso che agli inferi esista una scansione della giornata di cui del resto parla solamente Dante. Tradizionalmente, il mondo dei morti rappresenta «un limite, […] una frontiera che segna la fine del mondo dei vivi e l’inizio di ciò che vi è oltre, in senso spaziale e temporale»[24], e per questo disorientante. All’Ade non è mai sera, poiché vi regna una notte perpetua: mentre di sera, al contrario, si tengono i concerti e gli spettacoli.

Ma non è solo questo: nelle Precisazioni in calce alla Vita che si ama, richiamandosi al racconto Come fare a pezzi il destino, Vecchioni specifica, infatti, non solo il debito nei confronti del Pavese dei Dialoghi con Leucò, ma anche che «il drammatico amore di Andrea Jori è mutuato da un’altra vicenda simile in un altro tempo»[25]. Ovvero, una vicenda personale.

Vecchioni ne fa il tema di un altro racconto della raccolta, Mi ritorni in mente[26], dove il cantautore narra come dalla dolorosa conclusione di una storia giovanile abbia tratto l’ispirazione per Luci a San Siro, ovvero il brano con cui nel 1971 ha cominciato a farsi conoscere e che ad oggi rappresenta, assieme a Samarcanda, uno dei pezzi più conosciuti del suo repertorio. Il fatto che da una sconfitta sentimentale sia nata una canzone così importante viene letto come una vittoria, e se vogliamo anche una vittoria dell’arte e dell’umanità, proprio come quella di Orfeo su Ade. La ragazza perduta è essa stessa un’Euridice che non avrebbe più senso riportare alla luce, ovvero amare ancora: «Quella specie di amore – scrive Vecchioni – sarebbe durato forse mesi forse anni, poi sarebbe finito. E non ci sarebbe più stato l’amore. E nemmeno lo strazio. E invece lo strazio, quel pugnale nel cuore, l’addio di quella sera è svanito, non fa più male, ma la commozione che mi prende ogni volta per quella canzone è viva e lo sarà per sempre. Si maschera di dolore a volte, la felicità»[27].

Concerto agli inferi

Ma, se l’Orfeo di Euridice è una maschera di Vecchioni, che cos’è che egli canta all’Ade? Pavese a questo proposito dice molto poco, solo che l’eroe intonava il suo «canto»[28] e che ha «visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare»[29]. Ma questi sono effetti, e non contenuti, rispetto ai quali Pavese non niente dice, e anche le fonti antiche, essenzialmente Virgilio e Ovidio, non sono precisissime.

Il poeta delle Georgiche, oltre a dirci che, subito dopo la morte di Euridice, «ipse cava solans aegrum testudine amorem / te, dulcis coniunx, te solo in litore secum / te veniente die, te decedente canebat»: Georg. 4, vv. 464-66), nulla rivela su cosa possa effettivamente aver scosso i sentimenti commossi delle divinità infere, delle ombre dei morti e delle altre creature infernali: possibile, anzi assai probabile, che si trattasse dei medesimi contenuti che Orfeo aveva disperatamente cantato prima della catabasi, ovvero Euridice, ed Euridice soltanto. Quanto a Ovidio, dopo aver specificato la preparazione del suo strumento da parte di Orfeo, («pulsisque ad carmina nervis», Met. 10, v. 16), il poeta di Sulmona riferisce, con tanto di discorso diretto, la lunga preghiera (vv. 17-39) che Orfeo rivolge ad Ade per riavere indietro la sposa. Ovidio specifica che il cantore pronuncia queste affermazioni «nervos […] ad verba movens» (v. 40) e, visto che da qui in poi il discorso inizia a vertere sulle conseguenze emotive degli astanti in ascolto, appare abbastanza pacifico che soltanto questo sia stato il contenuto dell’esibizione orfica.

Molto più specifico, invece, Vecchioni, che nella sequenza dei futuri prima programmatici e poi narrativi, di fatto esplicita con puntualità quale sia stato il contenuto del canto (anzi, delle «canzoni») di Orfeo, sostanzialmente distinto in due blocchi precisi: caratteristiche fisiche di Euridice («la storia delle sue mani / che erano passeri di mare / e gli occhi come incanti d’ombre / scivolanti ai bordi delle sere»); situazioni corrispondenti alla fragilità del vivere («le madri che / accompagnano i figli verso i loro sogni / per non vederli più, la sera, / sulle vele nere dei ritorni», dove le vele nere hanno una chiara simbologia luttuosa di origine mitica); e

gli uomini, segni dimenticati,

gli uomini, lacrime nella pioggia,

aggrappati alla vita che se ne va

con tutto il furore dell’ultimo bacio

nell’ultimo giorno dell’ultimo amore

sul valore delle emozioni e dei sentimenti come possibilità estrema per gli umani di combattere la propria caducità.

Non si farebbe fatica a trovare passaggi analoghi in molta produzione pregressa e successiva dell’autore, costellata di immagini dal medesimo, solido, afflato lirico e da corrispondenti affermazioni sul valore dell’amore contro il tempo e la sua corrosione: non si farebbe fatica a intuire, cioè, che il repertorio di Orfeo all’Ade è in realtà il repertorio dello stesso Vecchioni. Che però, nonostante tutto, non manca di appoggiarsi più o meno direttamente a Virgilio.

Se, infatti, il poeta latino nulla dice esplicitamente su ciò che Orfeo cantò una volta all’Ade, nell’indicare le ombre che escono «Erebi de sedis imis» (Georg. 4, 471) segnala esplicitamente «matres et viri» (v. 475): non «matres et patres», ma «madri e uomini» – esattamente come nel testo di Vecchioni –, che del resto sono già morti e che dunque conoscono benissimo quel rimpianto della vita tratteggiato nei versi del cantautore. Non solo: dopo di loro si portano avanti «defuncta […] corpora vita / magnanimum heroum, pueri innuptaeque puellae / impositique rogis iuvenes ante ora parentum» (vv. 475-77), ovvero giovani, e dunque figli, morti precocemente. A portarli allo scoperto è il canto di Orfeo, straziato d’amore: il segnale esplicito che in questo sentimento sono in grado di riconoscere un irrinunciabile appiglio alla vita. Ma, dove Virgilio allude o sottintende, Vecchioni mette in chiaro, rimarcando energicamente ogni singolo assunto con un’interpretazione quantomai appassionata e tutta in crescendo: perché risolutamente sua.

Conclusioni

Affermavamo in apertura che la riappriopriazione del materiale classico da parte di Roberto Vecchioni non può essere ricondotta al semplice intento di mettere a disposizione di un vasto pubblico un oggetto colto: la materia intellettuale, per il cantautore milanese, è una chiave di accesso al reale che costruisce una visione profondamente intima e personale.

Quel che, però, è centrale in questa riflessione è la natura non episodica o isolata non dei singoli riusi – come nel caso di Euridice – quanto piuttosto della dimensione sistemica all’interno del quale si colloca ogni contributo. Canzoni e racconti assumono, infatti, un valore aggiunto per le modalità con cui si legano tra di loro lungo la linea del tempo, andando a comporre, attraverso varie tappe, un insieme destinato a tradursi nel ben preciso orizzonte di senso della vittoria sulle avversità della vita e della ricerca della felicità. La sostanza autobiografica di questo approccio è inevitabile: poiché parlare del mondo al mondo è prima di ogni altra cosa parlare di sé a sé stessi. Rendendo la cultura chiave d’accesso: per sé e per gli altri.

 

  1. Com’è noto, alla carriera artistica Roberto Vecchioni ha affiancato l’attività di docente presso gli istituti superiori e i licei fino al 1999. Laureato nel 1968 in Lettere classiche presso l’Università Cattolica di Milano, è stato allievo di Benedetto Riposati, con la guida del quale ha discusso una tesi di laurea dal titolo Ligdamo nella critica degli ultimi decenni (cfr. catalogo tesi online dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano). Quando, nel settembre 1993, viene pubblicata Euridice, il cantautore è titolare di una cattedra di quarta ginnasio presso il Liceo classico “Arnaldo” di Brescia, che gli viene assegnata per effetto del decreto-legge del 9 agosto 1993, n° 288 del Ministro dell’Istruzione Rosa Russo Iervolino (“Anticipazione all’anno scolastico 1993-94 dell’attuazione delle direttive del piano di rideterminazione del rapporto alunni-classi”: in concreto, il taglio di 56mila cattedre). L’anno precedente Vecchioni ha insegnato al liceo “Bagatta” di Desenzano del Garda, dove però, per il dl, è risultato “sovrannumerario”. Sulla vicenda, cfr. G. Benedetti, Scuola, via in quattro regioni. E Vecchioni perde la cattedra, in «Corriere della Sera», 15/9/1993, p. 10 e A. Biglia, Vecchioni: non trattateci come rami secchi, in «Corriere della Sera», 16/9/1993, p. 17, nonché la sintesi in E. Longo, Roberto Vecchioni. Un cantautore in cattedra, Roma, Arcana, 2017, pp. 194-95.
  2. A oggi, tolte le riproposizioni antologiche, è questa l’unica versione (studio) disponibile del pezzo che dal vivo, invece, viene spesso riproposto col solo accompagnamento alla chitarra di Massimo Germini: per esempio, all’URL https://www.youtube.com/watch?v=Ce2y_JNzpug&t=1s, in un’esibizione allo IULM di Milano nel 2022 (ultima consultazione: 11/03/2025). Non ne esistono, inoltre, versioni alternative rispetto a quella di Vecchioni, con l’eccezione di una riproposizione live, peraltro piuttosto recente, in duetto con Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. Cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=tu_k8Dyor9s (ultima consultazione: 11/03/2025).
  3. Per il testo del brano, oltre al booklet del compact disc, il riferimento è il volume R. Vecchioni, Trovarti, amarti, giocare il tempo. Tutte le canzoni, Torino, Einaudi, 2002, pp. 275-76.
  4. Cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=KGe0RPPvvLQ (ultima consultazione: 11/03/2025).
  5. C. Pavese, L’inconsolabile, in Id., Dialoghi con Leucò, Torino, Einaudi, 1999 [1947], pp. 75-80, cit. a p. 77.
  6. Tolto il finale, l’impostazione lineare del racconto nella sequenza discesa-canto-risalita chiama in causa le fonti classiche e soprattutto il Virgilio di Georg. 4, 453-527, dove Euridice muore morsa da un serpente mentre sta sfuggendo ad Aristeo, citato in R. Vecchioni, Canzoni, a cura di M. Germini e P. Jachia, Milano, Bompiani, 2021, p. 87.
  7. Cfr. R. Vecchioni, Canzoni, op. cit., pp. 77-78: «un uomo non sa che farsi della morte, […] che i morti non sono più nulla» e che è inutile riportare in vita Euridice «per poi [vederla] morire un’altra volta […]. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla. […] Euridice morendo divenne altra cosa».
  8. C. Pavese, L’inconsolabile, op. cit., p. 77.
  9. Ivi, pp. 77-78.
  10. Cfr. C. Pavese, L’inconsolabile, op. cit., p. 77: «un vero passato fu solo nel canto».
  11. R. Vecchioni, Come fare a pezzi il destino, in Id., La vita che si ama. Storie di felicità, Torino, Einaudi, 2016, pp. 93-106, cit. a p. 102.
  12. Ivi, p. 103.
  13. Ibidem.
  14. Cfr. R. Vecchioni, Euridice, in Id., Canzoni, op. cit., pp. 79-91.
  15. Ivi, pp. 193-99.
  16. Cfr. Vecchioni R. in Castelli L., «Samarcanda mi ha un po’ stufato». La malattia del padre, le lotte giovanili di ieri e di oggi, l’«Infinito»: Vecchioni si racconta prima del concerto al Colosseo, in «Corriere della Sera», 8/11/2019, p. 8, sez. Torino: «Mio padre era malato, si era trasferito a Ginevra per curarsi, sembrava avercela fatta e invece la morte lo aspettava là. Per me Samarcanda era Ginevra».
  17. R. Vecchioni in G. Schiavi, Roberto Vecchioni: «Oggi non scriverei più Samarcanda: il destino si può battere». Il cantautore: non ho fiducia negli uomini, ma nelle donne sì, in «Corriere della Sera», 3/02/2019, p. 18.
  18. Gli esempi chiave sono sostanzialmente due: Le rose blu (da Di rabbia e di stelle del 2007) e Ho conosciuto il dolore (da Io non appartengo più, 2013).
  19. L’articolazione di questa visione non si limita ad ogni modo alle canzoni e ai racconti, ma ricomprende anche le innumerevoli dichiarazioni alla stampa, le molte conferenze e i molti momenti parlati nel corso dei quali Vecchioni si rivolge al pubblico all’interno dei propri spettacoli: soprattutto a partire dal tour del 2016, anch’esso dal titolo La vita che si ama, nel corso del quale la presentazione delle canzoni era accompagnata da riflessioni tratte o rielaborate dall’omonimo libro, prevalentemente sul tema della sconfitta del male e del destino.
  20. P. Jachia in R. Vecchioni, Canzoni, op. cit., p. 85.
  21. Le medesime considerazioni si ritrovano anche in un successivo libro di Jachia, Roberto Vecchioni da San Siro all’Infinito. Cinquant’anni di album e canzoni (1968-2018), Milano, Ancora, 2019.
  22. P. Jachia, Roberto Vecchioni. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, Genova, Frilli, 2001, p. 125.
  23. Ibidem.
  24. D. Fabiano, Senza paradiso. Miti e credenze sull’aldilà greco, Bologna, Il Mulino, 2019, p. 88.
  25. R. Vecchioni, La vita che si ama, op. cit., p. 159.
  26. Cfr. ivi, pp. 47-52. La storia è raccontata anche in un altro libro di Roberto Vecchioni, Tra il silenzio e il tuono, Torino, Einaudi, 2024, e in particolare nei racconti Ottobre 1964, pp. 64-65, Agosto 1966, pp. 67-69 e Gennaio 1968, pp. 91-93.
  27. Ivi, p. 52.
  28. C. Pavese, L’inconsolabile, op. cit., p. 77.
  29. Ivi, pp. 77-78.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

«Io non artista, solo piccolo baccelliere»: appunti sullo statuto della canzone italiana tra letteratura e società

Author di Luigi La Grua

Abstract: Il contributo intende indagare lo spazio che separa la canzone dalla letteratura tradizionalmente “alta”, al fine di proporne un ridimensionamento. I numerosi esempi vogliono infatti mostrare come, attraverso la musica, la sua produzione e il suo consumo sempre più pervasivi nei nostri tempi, si possa ricostruire efficacemente l’immaginario di un’epoca, in passato come nella più vicina attualità.

Abstract: The contribution aims to investigate the space that separates the song from traditionally “high” literature, in order to propose a reevaluation of it. The numerous examples intend to show how, through music, whose production and consumption are increasingly pervasive in our times, it is possible to effectively reconstruct the imagery of an era, both in the past and in the more recent present.

Premessa e qualche esempio

«La canzone d’autore è la vera nuova forma d’arte del Novecento»[1]. Seppure da ridimensionare circa il prestigio esclusivo assegnato alla canzone (e specificatamente quella «d’autore»), l’affermazione di Roberto Vecchioni «non è forse un azzardo eccessivo»[2]. È sotto gli occhi di tutti come oggi le piattaforme musicali forniscano «continuamente una disponibilità pressoché infinita di ogni tipo di musica che ci accompagna ovunque»[3]. La pervasività del fenomeno pone più di un interrogativo sullo status artistico del prodotto, sulle ragioni del suo successo e sulle possibilità di interpretazione del fatto in chiave sociologica.

È infatti accaduto, e accade tuttora, che la canzone venga utilizzata come fonte storica, nell’ottica di un progressivo allargamento del bacino delle fonti e della resa di una “storia totale”. Jacques Le Goff, per esempio, ha citato canzoni dei Beatles a proposito di passaggi storici emblematici del Novecento e anche in Italia non sono mancati tentativi in tal senso[4]. Marco Peroni, tra gli altri, ha utilmente proposto di considerare, su tre piani, la canzone come «fonte» della ricerca storica, come «strumento» del suo racconto o come «agente» della storia stessa, come, cioè, «fattore in grado di contribuire alla diffusione di nuovi comportamenti e mentalità, per la sua efficace capacità di definire identità e comunità»[5].

La canzone può infatti farsi portavoce, anche involontariamente, delle «istanze più profonde di rinnovamento»[6] insite nella società. Per fare solo qualche esempio, non appare casuale che La guerra di Piero, «una delle canzoni antimilitariste più famose scritte in Italia», sia nata solo un anno dopo Blowin’ in The Wind (1963)[7] e di poco preceda C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones (1966). Un anno dopo quest’ultima, Francesco Guccini pubblica Noi non ci saremo e lascia inedita Allora il mondo finirà, ancora due canzoni ispirate da un’epoca di incertezza che spinge l’autore fino a Il vecchio e il bambino (1972), figlia della paura atomica. Nello stesso arco di tempo Guccini incide Dio è morto (1967), testo che è stato definito di carattere «generazionale» anche dallo stesso autore e che nel manoscritto reca due versi con un riferimento esplicito alla ventennale guerra del Vietnam, poi cassati nella redazione definitiva[8].

Volti femminili della stessa beat generation in Italia sono Caterina Caselli e Patty Pravo, i cui successi – come Nessuno mi può giudicare (1966) o La bambola (1968) – sono spesso riflesso di istanze sociali ribelliste e innovative[9]. Ancora agli anni ’60 appartengono le Canzoni di una coppia di Margot (1963), album figlio della collaborazione – tra gli altri – di Franco Fortini, autore del testo di due tracce. Già dal 1957, tuttavia, Margherita Galante Garrone – in arte Margot – aveva dato vita, assieme a musicisti come Sergio Liberovici, Emilio Jona, Michele Straniero e Fausto Amodei, al progetto “Cantacronache”[10]. In quest’ultimo ebbe un ruolo di primo piano anche Italo Calvino, il quale non a caso presentava con un breve trafiletto in copertina il primo disco da solista della cantautrice[11].

Centrale, nella riflessione femminista degli anni ’70, è il tema dell’aborto, sul quale la canzone italiana si affaccia con Abortire di Fufi Sonnino, del Movimento Femminista Romano (1973). Altri esempi sono: Le guardie hanno bussato, dello stesso Movimento[12]; Aborto di stato del Comitato femminista di Padova (1975); Maria Sole di Rettore (1975); Morta per autoprocurato aborto di Gianna Nannini (1976); Piccola storia ignobile di Guccini (1976); Rimini di De André (1978); fino alla fine del decennio, già dopo la stessa legge 194/1978: Certi momenti di Pierangelo Bertoli (1980).

L’intera opera di De André si potrebbe, forse, leggere fruttuosamente sotto le categorie di “fonte” e di “agente” sopra ricordate. Solo in Anime Salve (1996)[13], per esempio, De André porta al centro dell’attenzione il delicato tema dell’identità di genere, a cui certo – escluse importanti eccezioni[14] – l’Italia della canzone non era abituata, e quello degli «zingari, un popolo che potrebbe veramente scrivere un capitolo importante della storia dell’uomo»[15]. Di queste «minoranze» il cantautore genovese si è fatto portavoce, «convinto che sono i comportamenti diversi dalla regola comune a essere evolutivi […] esecrati dalle maggioranze ma […] che riscattano l’intera umanità dal rischio di addormentarsi, di fermarsi»[16].

A voler continuare sulla dimensione politica del cosiddetto cantautorato italiano, si sprecherebbero le pagine: troppi gli esempi possibili e già ben affermata la notorietà del dato rilevato. A questo punto occorre, invece, chiedersi quale statuto sia da assegnare alla canzone, che si muove tra il polo della poesia, costante richiamo in sede di elogio, quello del prodotto commerciale, barriera ineludibile anche in sede di giudizio estetico, e, come già chiarito, quello dell’“agente” sociale. In molte interviste vari cantautori hanno speso tempo a rifiutare la definizione di poeta[17], sebbene alcuni di loro abbiano anche ricevuto notizia di una candidatura al premio Nobel per la letteratura (tra questi, stando ai rumors, Leonard Cohen, Roberto Vecchioni e il vincitore del premio del 2016: Bob Dylan). Va anzitutto sottolineata la natura del tutto singolare della canzone: «una particolarissima fusione di musica e testo»[18], dove nessuno dei due elementi può essere ridotto all’altro, ma quanto conta è «il risultato, mutevolissimo, del loro incontro»: «una terza forma di espressività, non solo poetica e non solo musicale, tale da rendere inadeguato qualsiasi tipo di approccio univoco o specialistico, che si limiti cioè a considerare soltanto uno degli elementi costitutivi a prescindere dall’altro»[19]. Lo stesso Vecchioni ha felicemente usato in proposito l’immagine del «caffellatte»: «una volta fatto non si può più separare il caffè dal latte, come nelle canzoni non si può separare il testo dalla musica»[20].

Pure con la consapevolezza dell’«autonomia formale» della canzone, ad animare anche le più feconde riflessioni in questa direzione è spesso la convinzione che la canzone risponda a un «diffuso bisogno di poesia (tanto più oggi che la poesia è poco frequentata)». A ciò va aggiunto che la popolarità del genere dovrebbe essere non un «motivo di scadimento estetico», ma, semmai, «un suo ulteriore pregio»[21]. Come forma d’arte dominante nel nostro presente, al pari delle serie TV o del cinema, «i nostri tempi tormentati» potrebbero servirsi di essa per leggere «una gamma ampia di risposte» agli interrogativi più diffusi, offerta sempre «in una consapevole commistione con i modelli letterari e le tradizioni umanistiche più consolidati». Insomma, «tentare di avvicinarsi al meglio della cultura popolare» è necessario «per capire in ultima istanza ciò che si agita nel profondo di questa umanità tormentata»[22].

Nell’antitesi tra una società che considera i cantanti come poeti e cantanti che rifiutano questo ruolo in un modernissimo Non chiederci la parola[23], si potrebbe leggere addirittura l’assenza di “profeti” nel nostro tempo, di intellettuali in grado di muovere le coscienze verso un sogno comune, di «ispirare ulteriori movimenti di emancipazione contro le forme di dominio che pervadono il nostro tempo». Maurizio Viroli, pure di tale avviso, scrive di aver vissuto dei «tempi profetici», quando «nel 1968-69» la sua generazione guardava a un «nuovo modo di vivere, libero dagli orrori della guerra e dello sfruttamento». Nel ritrarre il clima vissuto Viroli non manca di citare The Times They Are a-Changin’ di Bob Dylan e Auschwitz di Guccini, canzoni profondamente legate a quell’«aspirazione»[24]. A tale proposito si potrebbe dire che anche Guccini si sia dimesso dal ruolo assegnatogli, volendo stare alla lettera di un suo famoso verso («però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia!»[25]). La generazione che mirava a un «mondo nuovo» (sintagma «di matrice gramsciana» e ricorrente in Guccini, almeno in Dio è morto, Noi non ci saremo, Canzone delle situazioni differenti e, appunto, Mondo nuovo[26]) ha potuto constatare che «Dio che è morto / non è morto per tre giorni»[27]. È tuttavia legittimo sostenere che l’arte del tempo, canzone compresa, fosse il riflesso di un certo fermento nella società, alimentato da ideologie, miti e «profeti» di cui oggi Viroli scrive di avvertire la mancanza[28]. Alcune canzoni si sono, anzi, fatte simbolo dello stesso fermento e certi cantanti ne sono ancora oggi addirittura icone: restando al Sessantotto studentesco, Valle Giulia e il suo autore, Paolo Pietrangeli, ne sono sicuramente esempi. «La canzone […] è scritta a caldo nell’ottobre del Sessantotto, qualche mese dopo gli avvenimenti» della “battaglia di Valle Giulia”, ed è, «di fatto, una risposta a Pier Paolo Pasolini», il quale in giugno aveva pubblicato la notissima e contestata Il PCI ai giovani[29]. «Con la stessa vastità della sua diffusione», il testo di Pietrangeli non può che essere esempio di «come, anche senza passare per massicce promozioni discografiche, la musica possa talvolta costituirsi dal basso quale strumento prezioso di conservazione e valorizzazione dell’esperienza collettiva»[30]. Prodotti del genere meritano, come la letteratura più «alta», uno studio incardinato tanto sulla storia quanto sulla forma[31].

Pochi esempi di intertestualità fra canzone e letteratura

Innumerevoli nella nostra tradizione musicale sono, a proposito, i legami, tematici o strutturali, con la tradizione letteraria in senso lato. La prima canzone qui citata, La guerra di Piero, ha reso attuali le stesse soluzioni e lo stesso sgomento che avevano ispirato, quasi un secolo prima, Rimbaud e Nadaud[32]. Allo stesso modo, non si può fare a meno di ricordare che nella «ballatetta» di Cavalcanti Perch’io no spero di tornar giammai, alle origini della nostra letteratura, si trova la medesima soluzione adottata da Lucio Dalla, che si rivolge alla propria Canzone (1996) implorandola di raggiungere l’amata per consegnarle un messaggio.

Ancora, La leggenda di Olaf di Vecchioni (1972) ha saputo tradurre l’immagine di un «Medioevo “convenzionale”» in un successo narrativo di ampia portata, come fanno oggi numerosissime serie tv e come ha fatto Umberto Eco nel Nome della rosa, «fondendo fantastico medievale e verosimile storico»[33]. La canzone racconta, infatti, la storia di un altro Lancillotto, innamorato della donna del re, ma consapevole che «l’attesa di una vita» gli servirà solo «a dire no» nel momento in cui questa gli si offrirà mentre il re è lontano per la caccia[34]. Qui il motivo di Lancillotto si intreccia con uno più antico: come nell’Ippolito euripideo, la regina riferisce al re di aver subito violenza da parte di Olaf durante la sua assenza. Il re quindi, nonostante i meriti del cavaliere, lo caccia e il racconto termina con il suicidio di Olaf, che stravolge il ritornello. Quale «modello archetipico di fabula», lo stesso espediente si ritrova anche nell’episodio di Bellerofonte insidiato da Antea, nell’Iliade, e nella vicenda della moglie di Putifarre, nella Genesi. Si tratta, insomma, di una soluzione narrativa che in modo seriale viene usata in innumerevoli riscritture fino ai nostri tempi[35]. «Malgrado i suoi presupposti […] fantastici, ingenui e inaccettabili per l’uomo moderno», e pure prestandosi a comprensibili e storicizzabili slittamenti semantici, essa appare ancora efficace nel rappresentare con evidenza un tratto «tipico» del «carattere umano»[36].

La canzone italiana oggi e conclusioni

Sono stati portati pochi esempi alla nostra argomentazione, ma dalla combinazione del valore estetico di canzoni simili, della funzione sociale da loro esercitata e del loro valore commerciale in quanto “prodotti” discende la necessità di una critica militante che legga, anche nelle canzoni, «il libro del mondo»[37], «sempre attenta a cooperare nel discernimento» di esso, «secondo dinamiche e curiosità nuove»[38]. Tanto più se oggi nel mare magnum del mercato musicale la canzone “impegnata” sembra assente ai più disfattisti e rara da scorgere a tutti gli altri. Se ciò sia dipeso più dall’allargamento del mercato o dall’affievolirsi dell’offerta non è questione da discutere brevemente. Non mancano oggi, anche solo nel panorama musicale italiano, canzoni contro la guerra[39], di istanza femminista[40] o naturalmente nate come denuncia di casi di cronaca[41]. Non tutte – e anzi poche, per ovvie ragioni – appartengono alla generazione di artisti su cui fin qui ci si è soffermati. Eppure, non si avverte una spinta propulsiva ben definita, chiara come invece è apparsa essere in passato.

E se cerchi la protesta nelle classifiche attuali

Rischi di trovare solo la rassegnazione sommessa di giovani anziani

Ieri cantavi Contessa in piazza durante i cortei popolari

Oggi se canti Contessa probabilmente si tratta di un pezzo dei Cani[42].

Il testo di Dutch Nazari, appena citato, appare non poco polemico. Il gioco di parole si fonda sull’omonimia tra la celebre canzone del già ricordato Pietrangeli (Contessa, del 1966, altra traccia iconica per il Sessantotto italiano) e il cognome del frontman del gruppo indie I Cani, Niccolò Contessa. Dutch Nazari ha chiarito la propria posizione in un’intervista, dichiarando di essere cresciuto «in un periodo in cui […] c’era talmente tanta politica nella musica che non ci si accorgeva di come alcuni artisti “pop” […] fossero in realtà autori veramente schierati», come Daniele Silvestri: «Sono cambiate le generazioni e i linguaggi, la furia militante di un tempo ha lasciato spazio a una generale disillusione, a un diffuso disinteresse che porta a rifugiarsi nell’ironia, nel sarcasmo in pillole. Non è un caso che la forma di comicità più diffusa sia il meme»[43].

Quest’appiattimento era, forse, già stato previsto. De André, intervistato da Gianni Minà, aveva già espresso tutta la sua preoccupazione:

Per quanto riguarda la canzone italiana […], per quanto riguarda quella che viene chiamata forse non in maniera precisa, la canzone d’autore, credo che siamo i migliori che ci siano al mondo. […] basta confrontare un testo, lasciamo perdere i grossi maestri, che sono maestri per tutto il resto del mondo, vale a dire Cohen, vale a dire Dylan, provate a leggervi un testo di un nuovo gruppo americano, e provate a fare il confronto con i testi di Venditti, di […] De Gregori, […] di […] Bubola, […] di Dalla. Il problema è questo, che mi pare che oltre Atlantico esista una sorta di Minculpop, cioè di ministero popolare, che impedisce la diffusione dei prodotti nostri, ecco. Questo è abbastanza disagevole. Perché finiremo per involverci. […]

Quindi quella che era una proposta di speranza alla metà degli anni ’60 è diventata una colonizzazione culturale alla fine?

No, lo è sempre stata[44].

Nel 1990 De André porta questa riflessione in una canzone con la Domenica delle salme, in cui il «cadavere di Utopia» è accompagnato nel corteo di «una domenica come tante». Non si odono «fucilate»: il «coro di vibrante protesta»[45] non è abbattuto da militari, ma ridotto a innocuo cicaleccio, «emblema del menefreghismo collettivo». «Il mondo occidentale» si è appiattito «sul pensiero unico capitalista americano»: il «mercato» e l’«affarismo» hanno prevalso[46]. De André aveva le idee molto chiare sul ruolo di critica che l’artista deve avere nei confronti della società[47] e, al contrario, sul rischio che si corre se questo si integra acriticamente ad essa[48].

La rabbia un tempo la scandiva

Soltanto la locomotiva

Gettata a sasso sulla strada

Adesso è giorno di mercato

Spuntano a grappoli i poeti

Tutte le isole han trovato[49].

«La locomotiva», alla lettera, è quella del caso di cronaca dell’ultimo decennio ottocentesco, ma allude, ovviamente, pure alla Locomotiva di Guccini (1972). Tratto strutturale di quest’altro testo-icona di un preciso momento storico è lo sfumare dell’episodio verso un andamento epico-narrativo, che già dalla prima strofa dissolve i dati fisiognomici del «macchinista-eroe», pure inquadrato in primo piano insieme al «treno-mostro» dagli «attributi ferini […]. Quasi un Orlando in groppa al suo Baiardo, il macchinista trascina la locomotiva contro il bersaglio della propria impetuosa ira»[50]: l’«ingiustizia»[51]. La stessa contro cui Sancho Panza e Don Chisciotte, in un’altra canzone di Guccini, «sput[ano] il cuore in faccia», promettendo una lotta titanica che qui, invece, alla fine del testo, assume più i toni di una speranza riposta in un futuro imprecisato[52]. Oggi nessuna tensione muoverebbe l’immaginario sociale e, con esso, i giovani poeti della canzone. Claudio Lolli deve aggiungere un «forse» alla sua profezia in Borghesia[53]. Vecchioni, sebbene lo desideri, sembra non poter smentire il suo interlocutore malinconico[54]. Ma, se l’affermazione incontrastata del capitalismo «ha comportato la difficoltà di elaborare modelli alternativi o utopie piene di speranze», la «fantasia» umana torna «in una sorta di nuova veste dell’utopia come ansia di libertà» nella narrativa, nella musica o in qualsiasi forma artistica che possa diventare sede del “ritorno” di questo “represso”: come in possibili «“interstizi” in cui ci è ancora data la possibilità di scegliere i nostri sogni, […] piccoli fuochi libertari che ciascuno accende senza più sapere se avranno qualche direzione di senso»[55]. A questo bisogno oggi rispondono la crescente narrativa delle serie TV e la “poesia” della canzone, i prodotti artistici più pervasivi di questo momento storico: anche per questo da interrogare adeguatamente.

In conclusione, ci si potrebbe chiedere se manchino del tutto interpreti critici del nostro presente o se questi siano oscurati dalle migliaia di produzioni “usa e getta” confezionate dal mercato e da quei «quattro autori» che «scrivono tutti i cantanti»[56]. Non si vuole, qui, giocare a cercare il cantautore impegnato di questi anni, in un modernissimo (e amaro?) ubi sunt? Ancora Viroli ha scritto di essere «convinto che se anche verranno nuovi profeti[57], pochissimi li ascolteranno. I più non li ascolteranno perché non saranno lì, saranno sempre connessi a qualcuno o a qualcosa»[58].

Nel mondo iperconnesso in cui ci troviamo è necessario «lavorare di sottrazione»[59] rispetto alla quantità di stimoli a cui si è continuamente esposti. Ciò vale anche solo strettamente sotto il profilo qui considerato, quello della canzone. È urgente la necessità di una critica che indaghi quali modelli culturali si sono, ormai, eclissati e quali, invece, continuano a plasmare l’immaginario e la produzione artistica e musicale, il cui ruolo – come si è detto – appare essere pervasivo: di una critica che indaghi in che «direzione», quindi, «balla la nuova Italia»[60].

 

  1. L’affermazione di Vecchioni, contenuta originariamente in «Sorrisi e canzoni», 2/01/2000, è riportata da L. Campus, Non solo canzonette. L’Italia della Ricostruzione e del Miracolo attraverso il Festival di Sanremo, Milano, Mondadori, 2005, p. 11.
  2. Ibidem.
  3. G. M. Anselmi, White mirror. Le serie tv nello specchio della letteratura, Roma, Salerno editrice, 2022, p. 41.
  4. Cfr. L. Campus, Non solo canzonette…, op. cit., pp. 3-14.
  5. Ivi, p. 6. Cfr. M. Peroni, Il nostro concerto. La storia contemporanea tra musica leggera e canzone popolare, Milano, Mondadori, 2005, pp. 1-4 e 37-38. La distinzione funziona anche a livello linguistico: la canzone può essere documento di un cambiamento in atto così come agente dello stesso. Lo stesso Campus rimanda a T. De Mauro, Storia della canzone italiana, Milano, Mondadori, 1977, p. VI; La lingua cantata, a cura di G. Borgna, L. Serianni, Roma, Garamond, 1994, p. III. Alla veloce rassegna si può aggiungere anche il più recente G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, Il Mulino, 2010.
  6. Cfr. G. M. Anselmi, White mirror, op. cit., p. 36, il quale descrive la stessa qualità a proposito delle serie TV, altra forma artistica oggi parimenti pervasiva.
  7. Cfr. W. Pistarini, Fabrizio De André. Il libro del mondo. Le storie dietro le canzoni, Firenze, Giunti, 2018, pp. 22-25.
  8. Cfr. F. Guccini, Canzoni, con introduzione e commento di G. Fenocchio, Milano, Bompiani, 2018, p. 21 in nota e p. 24. I versi cassati («perché in Vietnam non c’è nessuno / che abbia ragione o che abbia torto») seguivano al verso 23 («la dignità fatta di vuoto»).
  9. Sul punto, più distesamente, cfr. G. Trapani, Pensieri stupendi, pensieri frequenti: quello che le cantanti (non) dicevano, in «Diacritica», X, 52 (2024), vol. II. Si veda anche quanto testimonia in una recente intervista la stessa Patty Pravo: https://www.raiplay.it/video/2024/10/L-intervista-a-Patty-Pravo—La-fisica-dell-amore—15102024-ea5698cc-8b34-4a00-9b91-52eb08e5aacf.html (in onda il 15/10/2024, consultata il 27/12/2024).
  10. Puntuale e approfondita è l’analisi dell’esperienza e dell’eredità di Cantacronache in C. Ferrari, Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica, in «Storicamente», 9 (2013), pubblicato il 30/09/2013 (cfr. l’URL: https://storicamente.org/ferrari_cantacronache#ftn.d6e65, consultato il 26/12/2024). Cfr. anche Ead., Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, Milano, Unicopli, 2015; M. Peroni, Il nostro concerto, op. cit., pp. 43-52.
  11. Cfr. M. A. Epifani, Italo Calvino e le parole che fanno cantare, articolo pubblicato sul blog online della Treccani il 15/03/2023 (cfr. l’URL: https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_449.html, consultato il 17/12/2024); l’articolo del blog online “Le note di Euterpe”: Margot – Canzoni di una coppia (1963) del 27/02/2016 (cfr. l’URL: https://ilnegoziodieuterpe.blogspot.com/2016/02/margot.html, consultato il 17/12/2024).
  12. Cfr. C. Ferrari, La protesta è donna. E canta, in «Patria indipendente», pubblicato l’8/03/2024 (cfr. l’URL: https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/pentagramma/la-protesta-e-donna-canta/, consultato il 5/01/2025).
  13. Cfr. W. Pistarini, C. Sassi, Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta, Milano, Rizzoli, 2024, p. 155: «il suo ultimo album, Anime Salve, è quasi interamente dedicato alle minoranze».
  14. Si vogliono qui menzionare i precedenti: R. Gaetano, Io scriverò, RCA, 1979; P. Daniele, Chillo è nu buono guaglione, EMI, 1979 (su cui si veda G. Scala, «Chillo è nu buono guaglione»: identità e alterità nei femminielli napoletani, in «Diacritica», X, 52 (2024), vol. II); P. Bertoli, Maddalena, CGD, 1984.
  15. F. De André, appunti personali, «chiaramente in preparazione della cartella stampa» dell’album (cfr. W. Pistarini, Fabrizio De André. Il libro del mondo, op. cit., p. 251). Sul tema in musica, cfr. già C. Lolli, Ho visto anche degli zingari felici, EMI, 1976. Tanto sul «mondo del transgenere» quanto sugli «zingari», cfr. anche F. De André, Sotto le ciglia chissà. I diari, op. cit., p. 62.
  16. F. De André intervistato da G. Castaldo: Anime da salvare, in «Musica», 12/02/1997, riportato in W. Pistarini, Fabrizio De André. Il libro del mondo, op. cit., p. 272.
  17. È solo un esempio il titolo di questo saggio, verso tratto da F. Guccini, Addio, RCA, 2000. Spiritoso l’escamotage di F. De André, Sotto le ciglia chissà. I diari, op. cit., p. 50, riformulato durante un’intervista concessa a Vincenzo Mollica (cfr. la raccolta realizzata da quest’ultimo per il ventennale della morte di De André: Fabrizio De André – Parole e musica di un poeta, all’URL: https://www.raiplay.it/video/2019/01/Fabrizio-De-Andre-Parole-e-musica-di-un-Poeta-d3281142-8c96-487b-968a-aaf56900f893.html, consultata il 17/12/2024). A. Tabucchi (Di tutto resta un poco, Milano, Feltrinelli, 2020), tuttavia, gli avrebbe risposto che nel suo caso il termine «cantautore appare davvero inadatto», preferendo quindi «il termine perentorio di autore». In W. Pistarini, C. Sassi, Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta, op. cit., pp. 31-34 si legge ancora come De André allontani altre etichette che gli vengono accostate.
  18. L. Campus, Non solo canzonette, op. cit., p. 10.
  19. S. La Via, Poesia per musica e musica per poesia. Dai trovatori a Paolo Conte, Roma, Carocci, 2017, p. 20.
  20. Cfr. W. Pistarini, C. Sassi, Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta, op. cit., p. 35, che riporta le parole di Vecchioni tratte dal documentario Rai La canzone è poesia?.
  21. Cfr. L. Campus, Non solo canzonette, op. cit., pp. 11-12.
  22. G. M. Anselmi, White mirror, op. cit., p. 36.
  23. Anche passando su quanto già detto sulla “canzone d’autore”, gli esempi restano innumerevoli. Qui solo un altro paio, di genere diverso. Se Salmo racconta di una «generazione» che «non crede ai politici o ai santi», ma «soltanto ai cantanti» (Salmo, S.A.L.M.O., Tanta Roba, 2013), Marco Masini descrive invece l’intera dialettica tra i giovani, la cui «religione è di credere ai cantanti», ed egli stesso che, da cantante, «[si] dimett[e] da falso poeta, da profeta […]» (M. Masini, Vaffanculo, Tobia Music, 1993).
  24. Cfr. M. Viroli, Introduzione a Id., Tempi profetici. Visioni di emancipazione politica nella storia d’Italia, Bari, Laterza, 2021, pp. IX-XXX e, in particolare, le pp. XXIX-XXX.
  25. F. Guccini, L’avvelenata, EMI, 1976.
  26. Cfr. F. Guccini, Canzoni, op. cit., p. 31, nota.
  27. R. Vecchioni, Canzone per Francesco, RCA, 1976.
  28. Cfr. ancora M. Viroli, Tempi profetici, op. cit., pp. XXIX-XXX. Per Viroli, «nell’Italia repubblicana l’ultimo poeta profetico è stato Pier Paolo Pasolini» (ivi, p. 212).
  29. Cfr. M. Tramonte, Dalla «Canzone politica» alla «Canzone d’autore»: Italia 1968, in «Lengas», 74 (2013), pubblicato online il 10/12/2013 (cfr. l’URL: https://journals.openedition.org/lengas/532, consultato il 14/12/2024).
  30. Cfr. M. Peroni, Il nostro concerto, op. cit., p. 52. Sono parole che Peroni riferisce a Per i morti di Reggio Emilia, di Amodei (ivi, pp. 48-52).
  31. «Non è una scoperta per nessuno il fatto che nel nostro paese musica leggera e musica popolare siano stati considerati sempre una sorta di ancella rispetto alla cultura cosiddetta “alta”» (ivi, p. 17). Cfr. anche F. De André, Nobel ai cantautori? Qualche volta si può, intervista contenuta in «L’Unione Sarda», 8/12/1996, citata da W. Pistarini, C. Sassi, Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta, op. cit., p. 37: «Rimango dell’opinione che poesia e canzone siano due arti assolutamente diverse e distinte. Ma sono altrettanto convinto – come lo era il buon Benedetto Croce – che non esistono arti maggiori e arti minori». Cfr. sullo stesso punto già F. De André, Il nuovo De André, intervista a cura di T. Marcheselli, in «Gazzetta di Parma», 30/10/1973, contenuta in De André talk, op. cit., pp. 136-41.
  32. Cfr. W. Pistarini, Fabrizio De André. Il libro del mondo. Le storie dietro le canzoni, op. cit., p. 25.
  33. G. M. Anselmi, White mirror, op. cit., pp. 29-34.
  34. Cfr. R. Vecchioni, La leggenda di Olaf, Ducale, 1972.
  35. Cfr. F. Conca, Giuseppe e la moglie di Potifar, tra imitatio e fabula, in «Atti della Accademia Pontaniana», N.S., 55 (2006), pp. 261-74 (p. 262), il quale sintetizza così il «cosiddetto Potiphar-motiv»: «una donna maritata si innamora di un altro, ma viene respinta, e per vendicarsi lo accusa falsamente di essere stata oltraggiata».
  36. Cfr. G. Lukács, Narrare o descrivere, in Il marxismo e la critica letteraria, Torino, Einaudi, 1964, pp. 269-304 e, in particolare, le pp. 281-85. Tornando su un più antico interrogativo marxiano, Lukács ha scritto che «la poesia primitiva […] resta viva e interessante ancor oggi […] proprio perché mette al centro della rappresentazione questo eterno fatto fondamentale della vita umana».
  37. Cfr. F. De André, Khorakhané (a forza di essere vento), BMG, 1996.
  38. G. M. Anselmi, White mirror, op. cit., pp. 38-40.
  39. Solo due esempi recenti: V. Capossela, La crociata dei bambini, Warner Music, 2023 (ispirata da Brecht come fu anche il progetto Cantacronache: cfr. C. Ferrari, Cantacronache 1958-1962, op. cit., pp. 5-6 e 12; M. Peroni, Il nostro concerto, op. cit., p. 45); D. Nazari, Aqaba, pubblicazione indipendente, 2024.
  40. Anche qui solo un esempio recente: G. Mei, Bandiera, Sound To Be/ADA, 2024, virale dopo X Factor 2024.
  41. Sono moltissime, per esempio, le canzoni dedicate ai fatti del G8 di Genova, alla vicenda di Federico Aldrovandi o a quella di Stefano Cucchi.
  42. D. Nazari, Calma le onde (2018).
  43. Si veda l’intervista che Dutch Nazari ha concesso a Marco Beltramelli, sul magazine «Rockit»: Dutch nazari – Più dietro a un pianoforte che sopra a un beat, pubblicata il 13/12/2018 (cfr. l’URL: https://www.rockit.it/intervista/dutch-nazari-nuovo-album, consultata il 17/12/2024).
  44. Si veda l’intervista per Blitz 1981/82 (cfr. l’URL: https://www.raiplay.it/video/2018/04/Blitz-Puntata-del-04041982-4cad449b-0781-4f34-8f9f-b622467ee2e1.html, consultata il 17/12/2024). La stessa polemica sul ruolo della «cultura» americana risuona anche in G. Gaber, L’America, GIOM-Carosello, 1995.
  45. F. De André, La domenica delle salme, BMG, 1990.
  46. Cfr. W. Pistarini, C. Sassi, Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta, op. cit., pp. 182-83 e quindi C. G. Romana, Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con De André, Roma, Arcana, 2005.
  47. Cfr. F. De André, Sotto le ciglia chissà. I diari, op. cit., p. 154: «la vocazione dell’artista è quella di criticare la società, sottolineandone o mostruosizzandone i difetti, o esaltandone gli aspetti migliori implicitamente criticandone tutti gli altri».
  48. Cfr. F. De André, Sotto le ciglia chissà. I diari, op. cit., p. 8: «Un intellettuale integrato […] è uno che legge dentro le righe e capisce quello che succede molto più degli altri. […] se non è artista, se non riesce a trasformare quello che capisce in qualcosa d’altro che arriva ancora meglio, deve integrarsi: l’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti, ce l’abbiamo nel culo!».
  49. R. Vecchioni, Canzone per Francesco, op. cit.
  50. F. Guccini, Canzoni, op. cit., p. 45.
  51. F. Guccini, La locomotiva, EMI, 1972.
  52. Cfr. F. Guccini, Don Chisciotte, EMI, 2000. Un’altra promessa, profetica, ma di nuovo relativa a un futuro imprecisato, si trova in Id., Stagioni, EMI, 2000, a spezzare il disincanto verso cui sembra volgere il finale del testo.
  53. Cfr. C. Lolli, Borghesia, EMI, 1972 e Id., Borghesia, Storie di Note, 2000.
  54. Cfr. ancora R. Vecchioni, Canzone per Francesco, op. cit.
  55. G. M. Anselmi, White mirror, op. cit., pp. 17-18.
  56. Marracash, Crash, Island Records, 2024.
  57. Nel passo citato Viroli non allude certo a cantanti, sebbene qualche riga dopo – si è già visto – citi, tra gli autori che hanno accompagnato i «tempi profetici» della sua «giovinezza», Dylan e Guccini (cfr. M. Viroli, Tempi profetici, op. cit., pp. XXIX-XXX).
  58. Ibidem.
  59. Sono parole che ha usato F. Oggiano, giornalista di «Will Media», nel commentare, sui propri canali sociali, l’ultimo album di Marracash (È finita la pace, Island Records, 2024).
  60. E. Bennato, Balla la nuova Italia, Taranta Power/Cramps Music, 2011. Quello di Eugenio Bennato, più che un interrogativo, è un inno: «Balla la nuova Italia / in direzione ostinata e contraria».

(fasc. 56, 15 settembre 2025)