Militancy and Revolution in the Art of Gruppo 70’s “Visual Poetry”

Author di Stefano Magni

It is customary to identify the Italian neo-avant-garde with the Gruppo 63. Scholars are familiar with its genesis, history, aesthetic choices, ideological debates, and the ideological fracture it experienced at the end of the 1960s, along with the decisions it made in the face of the student and worker movements. However, this prominent current overshadowed another concomitant neo-avant-garde movement that emerged in Italy along with Gruppo 63: visual poetry, represented at the beginning by GRUPPO 70. The Italian contingent played a significant role among the international verbal-visual avant-gardes and merits closer examination. Continua a leggere Militancy and Revolution in the Art of Gruppo 70’s “Visual Poetry”

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Calvino e la pena «per la propria incompletezza». Attualità del “Visconte dimezzato”

Author di Paola Culicelli

Negli anni ’50 Calvino è alla ricerca del romanzo sulla contemporaneità. Nel 1947 ha esordito come romanziere con un’opera neorealista, Il sentiero dei nidi di ragno, che però già nel titolo sembra richiamare un immaginario fantastico e che, raccontando la Resistenza come «una favola di bosco», gli vale la definizione di «scoiattolo della penna»[1] da parte di Pavese. Continua a leggere Calvino e la pena «per la propria incompletezza». Attualità del “Visconte dimezzato”

(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Calvino e il mito, tra presa di distanza e attualizzazione

Author di Bruno Mellarini

Secondo Northrop Frye i miti, nel loro mutare, divengono essenzialmente delle convenzioni letterarie. Accade così, per esempio, che il mito dell’età dell’oro si riduca a una «convenzione pastorale»[1], e che il sentimento del divario fra la potenza divina e l’orgoglio umano si trasformi in una «convenzione tragica»[2]: si tratta, dunque, di un percorso di degradazione, per cui lo spessore drammatico del mito si attenua e assottiglia, mentre sale in primo piano il suo valore di immagine o di semplice analogia. Di parere diverso, sotto questo riguardo, è d’Arco Silvio Avalle, secondo cui «gli elementi del mito e della tradizione folclorica passati nella letteratura, se, in alcuni casi, si trasformano, come vuole Frye, una volta entrati a far parte della letteratura, molto spesso continuano anche nella letteratura senza modificazioni sostanziali quanto alla loro identità»[3]. Posizione del tutto condivisibile, questa, e peraltro in linea con gli assunti di un Autore come Calvino, da sempre attento a cogliere le continuità che sottendono la tradizione letteraria, le “potenzialità” insite, per così dire, nel materiale narrativo di partenza, che, al pari delle carte dei tarocchi, può essere diversamente disposto e configurato secondo i noti modelli riconducibili alle teorie semiologiche di ascendenza strutturalista. Continua a leggere Calvino e il mito, tra presa di distanza e attualizzazione

(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Forme del picaresco, del Bildungsroman, della fiaba nel “Sentiero dei nidi di ragno”

Author di Giovanni Barracco

La questione della forma

La storia della ricezione critica del romanzo mostra come fin dalle prime recensioni, come anche lungo le prime analisi, il discorso sul Sentiero dei nidi di ragno si sia organizzato intorno a un nodo formale, il tema – e quindi il problema – di una sua intima duplicità, di una sua strutturale ambiguità[1]. L’intuizione di Pavese, che tanto avrebbe pesato nel tempo, che rintracciava in Calvino lo scoiattolo e lo scrittore fiabesco[2] e individuava nel romanzo un «sapore ariostesco, sebbene declinato secondo l’Ariosto dei nostri tempi, Stevenson, Nievo, Kipling, Dickens, che si traveste volentieri da ragazzo»[3], più che consentire una quieta lettura favolistica del romanzo, indirizzò la critica proprio all’approfondimento, all’interrogazione di questa endiadi. Endiadi che, esplicandosi nell’apparente oscillazione del racconto tra il piano della realtà e quello della fiaba, rivelava un’ambiguità di fondo dell’opera – formale e ideologica – che si costituiva a un tempo come il cuore del problema del romanzo e il fondo sul quale giaceva la sua consistenza, il suo ineffabile spessore poetico. Continua a leggere Forme del picaresco, del Bildungsroman, della fiaba nel “Sentiero dei nidi di ragno”

(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Ideology and mythopoesis in Giorgio Vasta’s “Il tempo materiale”

Author di David Ward

In his 2008 novel Il tempo materiale, Giorgio Vasta takes his readers on a journey through time and space. Set in 1978, the novel’s opening chapter is dated January, its final one in December. Each of the novel’s thirteen chapters is accurately dated by month and year, and sometimes days[1]. As readers, we encounter many of the historical events of that year ‒ the Acca Larentia killings of neo-fascist militants in January, the kidnap and murder of Aldo Moro between March and May, the football World Cup in June. The novel is full of topical references to television shows, publicity and personalities of the time ‒ Raffaella Carrà, Raimondo Vianello, Sandra Mondaini. As to space, save a short excursion to Rome, the novel is set entirely in a Palermo that Vasta meticulously walks us through. Street map of Palermo at hand, we can follow the movements of the novel’s three preadolescent protagonists as they wend their way through the outskirts and centre of the city. Vasta even gives us the address of Nimbo, his central character and narrator: via Sciuti, 130, a real street and a real number. Continua a leggere Ideology and mythopoesis in Giorgio Vasta’s “Il tempo materiale”

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

The 1970s beyond the years of lead: mediating generational identity in “Città sommersa”

Author di Maria Bonaria Urban

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che si infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all’improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce lì sul molo. Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole[1].

Salivano dal sud, dalle estese sacche della disoccupazione meridionale – il 37% dalle Puglie, il 23% dalla Sicilia, il 13% dalla Calabria, il 10% dalla Campania – consumando, nel lungo viaggio, una lacerazione delle radici contadine maturata da tempo. Tutti in una sola direzione: dalle campagne alla città. Tutti in qualche modo impegnati in un faticoso percorso geografico, ma anche sociale e politico: dalla periferia al centro, dalla marginalità al protagonismo, dalla subalternità al potere. […] [Q]uell’esercito di pionieri senza frontiera cercava appunto, disordinatamente, questo: non solo un salario, un lavoro, una sistemazione, ma “un centro”. Un punto cardinale su cui innestare l’elaborazione di una nuova cittadinanza[2].

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(fasc. 52, 31 luglio 2024)

“Dentro il carcere”. Interviews with Mary Gibson, Patrizio Gonnella, Amir Issaa, Dacia Maraini and Maria Giustina Laurenzi on Imprisonment

Author di Elena Bellina e Matteo Brera

Introduction

Imprisonment is a contested topic and, in the Italian context, new interest in captivity has recently emerged in response to the need of questioning the impact of a variety of forms of imprisonment on the national memory and identity in the twentieth and twenty-first centuries. The Italian case is an extremely fruitful testbed to evaluate to what extent the transformations occurred to culturally relevant forms of imprisonment through the last century have shaped the public discourse and have been represented in different contexts, thus contributing to actual social and cultural changes, especially during the recent COVID-19 and migrant crises. Continua a leggere “Dentro il carcere”. Interviews with Mary Gibson, Patrizio Gonnella, Amir Issaa, Dacia Maraini and Maria Giustina Laurenzi on Imprisonment

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Introduzione

Author di Gaspare Trapani

Contrariamente a chi, spesso troppo frettolosamente, identifica la musica leggera o pop con brani di facile fruizione, spesso stagionali, ho sempre ritenuto, “in direzione ostinata e contraria”, che questi, invece, se ascoltati con la giusta attenzione, possano darci, spesso, brillanti sorprese e conseguenti spunti di riflessione. E non mi riferisco necessariamente ai cantautori – da De André a Guccini –, il cui pregio letterario è stato pienamente riconosciuto (un po’ come è successo a Bob Dylan, insignito nel 2016 del Premio Nobel). Mi riferisco anche a chi, lontano/a dai palchi più “impegnati”, è riuscito/a a cantare la realtà e la società a lui/lei contemporanea attraverso una tipologia di musica che può variare dal pop al rap, dal rock al punk, tutti, a mio parere, passibili di “dignità letteraria”. Continua a leggere Introduzione

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

I Nibelunghi nella Torino di fine Ottocento: ricezione di un mito fra critica, poesia e parodia

Author di Ida De Michelis

[…] metodologicamente le innovazioni dei minori

hanno un significato di virtualità rispetto alla

grande corrente della vita letteraria

(G. Contini)[1]

C’è la Bibbia in tedesco ed in latino,

Con le Mille e una Notte e il Pecorone;

c’è con l’Emilio, l’Imitazione,

ci sono l’opre di Pietro Aretino

(A. Graf, La notte di Natale)

A metà del XIX secolo l’interpretazione wagneriana del mito dei Nibelunghi segnò certamente un punto di svolta nella storia complessiva della ricezione della materia nibelungica, laddove Wagner la scelse come argomento dell’opera alla cui stesura dedicò più di un quarto di secolo, caricandola del valore di suo vero e proprio «diario spirituale»[2]. Una grande opera totale come quella wagneriana non poteva che agire da catalizzatrice delle varie istanze ricettive di questo mito medievale germanico, arrivato in Italia nel 1839 tramite la traduzione, accompagnata da alcune note, delle avventure I e XVII del Canto dei Nibelunghi a opera di Giovanni Battista Bolza[3]. Continua a leggere I Nibelunghi nella Torino di fine Ottocento: ricezione di un mito fra critica, poesia e parodia

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)

La fortuna di Spoon River

Author di Francesco Gualini

Può esserci l’instant book che quando dura alcuni mesi, un anno, ha svolto in modo egregio la sua funzione e può essere dimenticato. Un libro di cultura dura anche più di dieci anni: può durare decenni e secoli. Ci sono libri che sono delle intuizioni, delle scoperte, passaggi segreti del pensiero, e che servono ad altri libri: generano e influenzano per un decennio altri libri[1].

È stato il tempo a dare ragione al valore e al contenuto sempreverde dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, a renderlo un long seller: a partire dalle innumerevoli riedizioni e ristampe di Einaudi, in collane quali i «Millenni», a partire dal 1947, e la «Nuova Universale» (dal ’62), sviluppata con la nota sovraccoperta bianca a righe rosse di Munari. E poi nei «Supercoralli» (dal ’65), negli «Struzzi» (dal ’71), e nei «Tascabili» (dal ’93), fino ad approdare ad altre case editrici, dalla Mondadori alla Rizzoli e a Feltrinelli, e fino alle rinnovate traduzioni di Letizia Ciotti Miller nel ’74, Alberto Rossatti nell’86, Antonio Porta nell’87, Luigi Ballerini nel 2016 ed Enrico Terrinoni nel 2018. Quest’ultimo, grazie all’Antologia, ha vinto il Premio Gregor Von Rezzori-Città Di Firenze 2019 per la migliore traduzione di un’opera narrativa straniera; di seguito un estratto della motivazione: Continua a leggere La fortuna di Spoon River

(fasc. 52, vol. II, 3 giugno 2024)