Quando Laura Betti ha cantato le poesie per musica di Pier Paolo Pasolini

Author di Spiros Koutrakis

Abstract: Laura Betti, l’emblematica attrice e cantante del secondo Novecento italiano, ha vissuto una vita caratterizzata da una forte interazione con Pier Paolo Pasolini. Parte importante della loro sinergia sono state le canzoni che il poeta aveva scritto apposta per lei in occasione del recital intitolato “Giro a vuoto”, che ha debuttato a Milano nel 1960: composizioni poetiche di altissima qualità in cui Pasolini ha voluto mettere in rilievo la voce e la presenza scenica magnetica di Laura Betti.

Abstract: Laura Betti, the emblematic Italian actress and singer of the second half of the twentieth century, lived a life determined by her interaction with Pier Paolo Pasolini. A very characteristic moment of their synergy were the songs that the poet had written especially for her on the occasion of the recital entitled “Giro a vuoto” which debuted in Milan in 1960. Poetic compositions endowed with a very high quality and those particular characteristics that Pasolini wanted to highlight by taking advantage of such a strong voice and presence, as were those of Laura Betti.

«Nacque ad un certo punto e comunque, sia chiaro, nacque e visse al di fuori della storia»: con queste parole Laura Betti, scomparsa nel 2004, introduce il suo autoritratto ironico e umoristico nel sito della Cineteca di Bologna[1].

Laura Betti, nome d’arte di Laura Trombetti, è stata un’emblematica attrice e cantante particolarmente significativa della cultura italiana della seconda metà del secolo XX, il cui percorso di vita è stato pienamente determinato dalla sua interazione con Pier Paolo Pasolini. Fabio Mauri, un amico di Pasolini, gliel’ha introdotta nel 1957, periodo in cui lei «faceva l’attrice e la cantante ma anche la scrittrice e la regista; lei sarebbe rimasta incantata da Pasolini sin dal primo momento e si sarebbero legati con una perenne amicizia»[2]. Dario Pontuale la descrive perfettamente nel capitolo del suo libro dedicato a lei:

la ‘giaguara’ come viene chiamata, o ‘Madame’ come preferisce definirsi […] è una primadonna autoritaria, gelosa, collerica, chiassosa, ma sensibile e attenta, sostiene il ‘suo uomo’ pure nel corso delle crisi più acute, subendo perfino una brutale aggressione. Pasolini contraccambia tanto attaccamento con affetto, restandole pazientemente fedele, assecondandola, lasciandosi gentilmente accudire; insieme a lei non sente il peso di una sessualità travagliata[3].

Dell’aggressività della Betti si occupa anche Enzo Siciliano nella biografia di Pasolini più completa scritta, sostenendo che «per converso, l’aggressività di lui, il suo fulmineo ribattere alle polemiche che gli si scatenavano attorno, coinvolgeva lei: e fu questo, all’inizio un gioco, che la spinse, nel lampo di un flash, a prenderlo sottobraccio e a dire, come una sfida, ma una sfida meditata anzitutto contro sé stessa, a dire in pubblico, ripeto: “È mio marito”»[4].

Riflessioni analoghe sono anche quelle di Emanuele Trevi, il quale si sofferma particolarmente su quella fase della vita di Pasolini in cui aveva un ruolo da protagonista Maria Callas e che è stato anche segnato dalla coesistenza forzata di quest’ultima con Laura Betti. Quell’interesse reciproco tra Pier Paolo e Maria avrebbe fatto nascere in Betti dei sentimenti di una gelosia infernale per il fatto che, «pur non essendo mai stata in trono, si era sentita detronizzata»[5].

Insomma, il rapporto fra Pier Paolo Pasolini e Laura Betti non riguardava in modo esclusivo l’ambito professionale, ma gradualmente ha acquisito delle caratteristiche più complicate, visto che lei «nutrì un amore devastante per Pasolini che plasmò la sua sorte», come si legge in un articolo di «La Repubblica» del 24 febbraio 2012[6]. Ma pure lo stesso Pasolini, in una sua lettera a Jean-Luc Godard dell’ottobre del 1967, ha usato due volte il termine «la mia moglie non carnale»[7] per riferirsi a lei.

Anche Renzo Paris, che aveva conosciuto Laura Betti nel 1975 «prima dei funerali di quello che chiamava “marito”»[8], offre una descrizione molto esplicita del suo universo sentimentale: era generosa e materna con Pasolini, e lo aveva curato come se fosse suo figlio, era una grande attrice che si infuriava spesso e senza motivo ma riusciva a essere perdonata.

La stessa Betti, in un’intervista concessa al settimanale «Panorama» due anni dopo la scomparsa di Pasolini, non si risparmia nel descrivere con vivacità il loro rapporto affettivo: fa parola della disubbidienza che era una delle poche cose che avevano in comune; del compito che lei aveva assunto nel loro rapporto, quello di farlo ridere, perché Pasolini non sapeva ridere, e conclude sottolineando il fatto che formavano una coppia insolita[9]. Allo stesso modo, in un’altra intervista rilasciata nel 1994 a Marianna Polychroniadou per una rivista greca, in occasione della sua presenza in Grecia per una serie di spettacoli programmati ad Atene e Salonicco, riferendosi a Pasolini afferma che si trattava dell’unica persona che aveva avuto e avrebbe continuato ad avere un valore nella sua vita[10]. Ma anche Pasolini, da parte sua, aveva mantenuto fede a quel rapporto in modo appassionato fino alla fine della sua vita, nonostante le varie fasi di intolleranza reciproca. Da segnalare, inoltre, che la Betti è stata l’oggetto anche di una decina di opere figurative (pitture a colori e disegni in bianco e nero) di Pasolini, create nel 1967[11].

Il 2 novembre 1975 avrebbe segnato in modo decisivo l’esistenza di Laura Betti, che da quel momento in poi avrebbe dedicato la sua vita esclusivamente al suo “marito”. Uno dei suoi primi compiti è stata la cura e l’edizione nel 1976 del libro Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, perché ha deciso «di non accettare, di disobbedire, di dare scandalo; di denunciare cosa può accadere ad un uomo pulito “in un paese orribilmente sporco”. E cominciai a raccogliere tutte le condanne a morte che gli erano state decretate…»[12].

Contemporaneamente si è dedicata all’istituzione di un fondo che ha l’obiettivo della diffusione del pensiero e dello spirito pasoliniani. Così, nel 1979 è riuscita a fondare il Fondo Pier Paolo Pasolini che nel 1983, dopo essersi costituito in Associazione, è diventato autonomo; Laura Betti lo ha presieduto per venti anni, fino alla sua morte, mentre nel novembre 2003 l’intero archivio è stato donato alla Cineteca di Bologna, dove è stato istituito il Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini con l’obiettivo di costituire «un centro di documentazione internazionale sull’opera letteraria, cinematografica e teatrale del poeta-regista»[13].

Il loro rapporto artistico è stato segnato dalla partecipazione di Laura Betti a molti film pasoliniani, nei quali ha recitato e ha cantato le canzoni che Pasolini, su sua richiesta, aveva scritto per il suo spettacolo messo in scena nel 1960 e intitolato Giro a vuoto, un titolo a cui Stefano Nobile riconosce una certa ironia e autoironia riguardanti «lo snobismo intellettualistico che caratterizzava almeno in parte l’ambiente frequentato con sentimenti ondivaghi dalla stessa Betti»[14]. Pasolini è stato uno degli scrittori a cui la Betti aveva richiesto testi per lo spettacolo, come Giorgio Bassani, Alberto Moravia e Dino Buzzati; secondo quanto testimonia Siciliano, lei «pretendeva testi da Penna, ma anche da Ercole Patti, da Fabio Mauri e Sandro de Feo. […] Seduta al pianoforte […] provava i testi che le venivano offerti, esigeva correzioni, ne nascevano bufere, rinfacci»[15].

Il contributo di Pasolini consiste nelle quattro canzoni che ha scritto in romanesco, Valzer della toppa, Macrì Teresa detta Pazzia, Cristo al Mandrione e la Ballata del suicidio; il recital ha debuttato nel 1960 a Milano al Teatro Gerolamo, riscuotendo un forte interesse da parte del pubblico. Nella seconda edizione del 1962, è stata aggiunta una quinta canzone intitolata Marylin, dopo la morte della Monroe avvenuta il 4 agosto dello stesso anno, perché Pasolini ha voluto scrivere «una canzone per la Betti dedicata all’icona di Marylin»[16] i cui versi, con sottili modifiche e qualche spostamento, si possono ascoltare anche nel film La rabbia[17] dalla voce di Giorgio Bassani. Di seguito, le stesse canzoni sono state inserite nell’opera monografica Laura Betti presenta Omaggio a Kurt Weill e Giro a vuoto n. 3[18]. Questi versi pasoliniani sono stati riuniti nella sezione “Poesie per musica” delle Raccolte minori e inedite secondo la divisione effettuata dall’edizione del volume Pasolini. Tutte le poesie, che offre anche un numero notevole di composizioni del poeta rimaste fino a quel momento fuori da pubblicazioni precedenti. Grazie a quest’opera si viene a sapere che c’era stato anche un sesto testo inedito dal titolo Chi è un teddy boy? che, nonostante fosse stato scritto in quel periodo, alla fine è rimasto fuori dal recital[19].

Ciò che rende uniche tali poesie è il fatto che Pasolini, al momento della loro composizione, aveva in mente una ben precisa figura di interprete dotata di una voce identificata appieno con quella di Laura Betti; si tratta, complessivamente, di canzoni che «colpiscono per la loro capacità di uscire dalle convenzioni, creando un ‘effetto di verità inconsueto e dirompente»[20]. La Betti al riguardo ha fornito un’informazione molto importante: la musica intimoriva Pasolini al punto che si poteva parlare di una sua vera e propria ossessione per l’arte musicale, che lo induceva a chiamarla “Sua Maestà”[21].

Secondo le informazioni sulla loro interpretazione che la stessa Betti fornisce in un’intervista che ha concesso allo storico del cinema Roberto Chiesi nel 2004[22], nel Valzer della toppa viene narrato il tanto familiare a Pasolini mondo delle borgate della capitale, per il quale la “toppa” sarebbe nel dialetto romanesco, parlato quasi esclusivamente in quelle zone, la ‘sbronza’. Il valzer racconta la vicenda di una prostituta che, a causa di un’ubriacatura, inizia a ricordare la vita passata, guardando la folla in giro per la città, la luna, le case, e comincia a godere della sua effimera libertà lontano dai clienti, tornando a sentirsi «un fiore / de verginità». Di Pietro Umiliani è la musica per questa composizione, formata da sette strofe composte da quattro versi ciascuna, ad eccezione dell’ultima che ne ha dieci:

Valzer della toppa

Me sò fatta un quartino

m’ha dato a la testa,

ammazza che toppa!

A Nina, a Roscetta, a Modesta,

lassateme qua!

An vedi le foje!

An vedi la luna!

An vedi le case!

E chi l’ha mai viste co’ st’occhi?

Lassame perde, va da n’altra,

stasera, a cocco, niente da fa!

E poi so’ vecchia, ciò trent’anni

e er mondo ancora l’ho da guardà!

Mamma mia che luci

che vedo qua attorno!

Le vie de Testaccio

me pareno come de giorno,

de n’altra città!

An vedi le porte!

An vedi li bari!

An vedi la gente!

An vedi le fronne che st’aria

te fa sfarfallà!

Va via a moretto, fa la bella,

stasera godo la libertà,

spara er Guzzetto e torna a casa

che mamma tua te stà a aspettà!

Me so’ presa la toppa

e mò so’ felice!

Me possi cecamme

me sento tornata a esse un fiore

de verginità!

Verginità! Verginità!

Me sento tutta verginità!

Che sarà!

Che sarà!

Che sarà![23]

Pietro Umiliani ha scritto la musica anche per Macrì Teresa detta Pazzia; in essa una prostituta diciottenne racconta in prima persona l’episodio in cui viene fermata dalla Polizia e, pur di non rivelare il nome del suo protettore al Commissario, si fa arrestare. Un testo formato da tre strofe rimate di sei versi lunghi e da tre strofe di tre versi brevi senza rima, che si alternano:

Macrì Teresa detta Pazzia

Macrì Teresa detta Pazzia, fu Nazzareno e Anna Mei,

abbito a Via del Mandrione a la baracca ventitré,

c’ho diciott’anni… – Embèh, è così, che vòi da me?

Me do a la vita da più de n’anno, che artro ancora vòi sapè?

So’ disgrazziata, ma c’ho un ragazzo che, sarvognuno, pare un re.

Je passo er grano… Embèh, è così, che vòi da me?

Sì! ’O vesto da a’ testa ai piedi!

La raspa, i bighi, la capezza,

er bugiardello d’oro!

Me ha allumata ch’ero ciumaca, mentre che stavo a lavorà:

lui è un danzone, e me portava su la Gilera a danzà,

tutto pastoso… Embèh, è così, che ce vòi fa?

Pe’ più de n’anno tutta moina, io me te sposo e qua e là.

Poi è venuto per me er momento de ripiegamme a camminà

a Caracalla… Embèh, è così, che ce vòi a fa?

E mo’ che te sei messo ’n testa?

N’a a fascio ’sta cantata de core!

N’ce so’ n’infamona!

Io so’ de vita, sor commissario, ormai so’ fatta: ecchela llà!

Un giorno o l’altro ce lo sapevo che me toccava annà a provà

le Mantellate… Ahò, per me, tremà nun stà!

Solo me rode, se me chiudete, che se ritrova senza argiàn!

Ma a ogni modo, per qualche mese, coll’oro mio camperà

senza fà buffi… Ahò, per me, tremà nun stà!

None! None! Nun lo dico er nome!

Er nome suo nun l’aricordo!

Se chiama amore, e basta[24].

Chiesi, da parte sua, trova una somiglianza fra le due prostitute di Valzer della toppa e Macrì Teresa detta Pazzia e Mamma Roma, di cui potrebbero essere sorelle, affermando che «in alcuni testi, i versi derivano o anticipano altre opere pasoliniane, in altri si può avvertire una forma di identificazione tra la voce della Betti e quella del poeta»[25].

Passando al Cristo al Mandrione, Chiesi ritiene si tratti di «un’altra voce di morta, la voce d’oltretomba del cadavere nudo, sporco e abbandonato, di una povera donna»[26]. Protagonista è di nuovo una prostituta che vive al Mandrione, borgata degradata e misera di Roma, le cui parole sono una vera invocazione a Cristo affinché la aiuti e le dimostri pietà. Nella composizione è ben notabile «una ripetizione ossessiva dell’invocazione, disperata, a Cristo, che venga in soccorso della povertà»[27]. Si tratta di un testo musicato da Piero Piccioni, composto da tre quartine, di cui rimano il terzo e il quarto verso, e un distico rimato.

Cristo al Mandrione

 

Ecchime dentro qua tutta ignuda,

fracica fino all’ossa de guazza.

Intorno a me che c’è?

Quattro muri zozzi, un tavolo, un piquè.

Fileme, se ce sei, Gesù Cristo,

guardeme tutta sporca de fanga

abbi pietà de me,

io che nun so’ niente, e te er Re dei Re!

Lavorà, senza mai rifiatà

moro: e l’anima nun sa!

Fileme, se ce sei, Gesù Cristo;

guardeme tutta sporca de fanga.

Abbi pietà de me,

io che nun so’ niente, e te er Re dei Re![28]

La Ballata del suicidio, su musica di Giovanni Fusco, è una composizione di sei strofe, delle quali le prime cinque hanno undici versi molto brevi, mentre la sesta e ultima ne ha dodici, della stessa brevità sempre. In questa poesia c’è un’altra voce femminile, la quale, non essendo più capace di affrontare una vita estremamente difficile che la sopraffà, si rassegna e, implorando pietà, decide di metterle fine e di lasciare il mondo agli altri. Anche qui «la voce femminile, l’io femminile è quella di una ‘diversa’, è la tragedia della diversità di una donna che ha deciso di uccidersi»[29]; va, peraltro, segnalato che la canzone in questione è stata incisa su disco solo in francese da Laura Betti con il titolo La parade du suicide:

Ballata del suicidio

Pietà, pietà!

Voi mi volete

morta e sepolta:

senza voce,

senza gesti,

senza viso,

senza vita…

che non torni

– voi dite – mai più

la pazzia ch’essa fu,

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Gente felice,

voi mi sperate:

impiccata,

annegata,

incendiata,

maciullata…

Che sta a fare

– voi dite – se fa

solo rabbia, e lo sa,

qui tra noi?

Pietà, pietà!

Gente per bene,

voi mi temete:

nel mio amore,

nel mio vizio,

nel mio ardore,

nel mio odio…

Perché vive

‒ voi dite – quaggiù,

peccatrice e tabù,

qui tra noi?

Pietà, pietà!

Gente normale,

mi condannate:

a tremare,

ad odiare,

a celarmi,

a sparire…

Chi è diverso

– voi dite – non può

rimaner neanche un po’

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Gente al potere,

voi minacciate:

con l’arresto,

con la cella,

con la gogna,

con il rogo…

La passione

‒ voi dite – non dà

che fastidi e ansietà

qui tra noi!

Pietà, pietà!

Pareva eterno

il mio destino:

di parlare,

di cantare,

di godere,

di peccare…

Ma sì, ma sì!

Per me è finita,

state tranquilli…

Entro nell’ombra,

vi lascio il mondo…[30]

 

Infine, in Marilyn, la protagonista è anche l’interprete della canzone ed è caratterizzata da «un io femminile fragile, sfruttato dalla società dello spettacolo»[31]. Su musica di Marcello Panni, questa composizione è formata da sette strofe di lunghezza varia (da due a dodici versi) senza alcuna rima o armonia metrica:

Marilyn

Del mondo antico e del mondo futuro

era rimasta solo la bellezza, e tu,

povera sorellina minore,

quella che corre dietro ai fratelli più grandi,

e ride e piange con loro, per imitarli,

e si mette addosso le loro sciarpette,

tocca non vista i loro libri, i loro coltellini,

tu sorellina più piccola,

quella bellezza l’avevi addosso umilmente,

e la tua anima di figlia di piccola gente,

non ha mai saputo di averla,

perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.

Sparì, come un pulviscolo d’oro.

Il mondo te l’ha insegnata.

Così la tua bellezza divenne sua.

Dello stupido mondo antico

e del feroce mondo futuro

era rimasta una bellezza che non si vergognava

di alludere ai piccoli seni di sorellina,

al piccolo ventre così facilmente nudo.

E per questo era bellezza, la stessa

che hanno le dolci mendicanti di colore,

le zingare, le figlie dei commercianti

vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma.

Sparì, come una colombella d’oro.

Il mondo te l’ha insegnata,

e così la tua bellezza non fu più bellezza.

Ma tu continuavi ad essere bambina,

sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,

e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere

si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.

Te la portavi sempre dentro, come un sorriso tra le lacrime,

impudica per passività, indecente per obbedienza.

L’obbedienza richiede troppe lacrime inghiottite.

Il darsi agli altri,

troppi allegri sguardi, che chiedono la loro pietà.

Sparì, come una bianca ombra d’oro.

La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,

richiesta dal mondo futuro, posseduta

dal mondo presente, divenne così un male.

Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,

smettono per un momento i loro maledetti giochi,

escono dalla loro inesorabile distrazione,

e si chiedono: «È possibile che Marilyn,

la piccola Marilyn, ci abbia indicato la strada?»

Ora sei tu, la prima, tu sorella più piccola,

quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,

sei tu la prima oltre le porte del mondo

abbandonato al suo destino di morte[32].

Secondo Daniele Mastrangelo la poesia «ha l’andamento di uno stornello melanconico con un refrain sul mondo, crudele, che deruba l’attrice della sua bellezza insegnandogliela. […] Marilyn evoca a Pasolini il suo mondo […] Ma Marilyn e il suo “pulviscolo d’oro” allora già non esistevano più. Ridotta a merce e consumata, il poeta vede nel suo suicidio una profezia: Pasolini non piange e per questo non conosce liberazione, rimpiange e si dispera. Tutta la sua idea del bello è affidata alla tonalità del rimpianto e non sa per questo né del presente né del futuro, è già una cosa morta»[33].

In queste poesie-canzoni scritte da Pasolini ci sono svariati elementi autobiografici, che acquisiscono una forma nuova con l’aggiunta della musica. Per il fatto che quasi tutte sono state scritte in prima persona, si potrebbe parlare di un suo alter ego in cui viene proiettato il suo lato femminile. Esse riescono a mettere in luce la “diversità” del loro autore e la sua sempre fervente voglia di proseguire un cammino indipendente, fiero ed eccentrico per tutti coloro che discriminano qualsiasi deviazione dalla “normalità” sociale imposta da poteri il cui unico obiettivo è la restrizione e il controllo della libertà umana. Persone come lui spesso finiscono vittime delle regole della maggioranza; per mezzo di questi versi, quindi, il poeta alza la propria voce contro tutti i giudizi, i pregiudizi e i divieti imposti a persone “deboli”, invitandole a emergere dalle profondità dell’esistenza, alla luce. Sono versi che, come ha recentemente riconosciuto Jacopo Tomatis, «oscillano fra un realismo patetico (Cristo al Mandrione) e un taglio più espressionistico, come nel caso di Valzer della toppa e Macrì Teresa, detta Pazzia»[34]; a causa dell’accompagnamento musicale, però, perdono incisività perché, come spesso succede, la musica prevale e «l’incanto svanisce»[35].

Queste canzoni pasoliniane hanno continuato il loro percorso anche nei decenni a seguire, per merito delle esecuzioni di Gabriella Ferri e Grazia De Marchi. La prima nel 1973 ha incluso il Valzer della toppa nel suo disco Sempre, mentre De Marchi nel 1989 ha presentato un disco (Tutto il mio folle amore) interamente dedicato alle canzoni di Pasolini: altre due voci femminili che hanno voluto confrontarsi con un testo pasoliniano che parla, appunto, di donne ma non riguarda solo le donne.

 

  1. Autoritratto di Laura Betti, consultabile all’URL:

    http://fondazione.cinetecadibologna.it/biblioteca/patrimonioarchivistico/fondo_betti.

  2. S. Koutrakis, P. P. Pasolini e F. Fortini: una dialettica fra la pittura e la poesia, Madrid, Dykinson, 2023, p. 336.
  3. D. Pontuale, La Roma di Pasolini. Dizionario urbano, Roma, Nova Delphi, 2017, pp. 52-55.
  4. E. Siciliano, Vita di Pasolini, Milano, Oscar Mondadori, 2005, p. 233.
  5. E. Trevi, Qualcosa di scritto, Milano, Ponte alle grazie, 2012, p. 155.
  6. L. Bentivoglio, Pasolini e Laura Betti veri, in «La Repubblica», 24/02/2012, consultabile all’URL: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/24/pasolini-laura-betti-veri.html (ultima consultazione di tutti i link: 10/04/2025).
  7. P. P. Pasolini, Le lettere, Milano, Garzanti, 2021, p. 1354.
  8. R. Paris, Pasolini ragazzo a vita, Roma, Elliot, 2015, pp. 20, 97-98.
  9. L. Betti, Ho conosciuto Pasolini nel 1967, in «Panorama», 8/11/1977, consultabile all’URL: https://www.cittapasolini.com/post/ho-conosciuto-pasolini-nel-1957-laura-betti.
  10. M. Polychroniadou, Kataramenos tha pi na spas… archìdia!, in «Odòs Panòs», n. 130, 2005, p. 157.
  11. Cfr. S. Koutrakis, P. P. Pasolini e F. Fortini: una dialettica fra la pittura e la poesia, op. cit., pp. 348-56.
  12. Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, a cura di L. Betti, Milano, Garzanti, 1977, pp. VI-VII.
  13. Si veda l’URL: https://cinetecadibologna.it/archivi/archivio/centro-studi-archivio-pier-paolo-pasolini/.
  14. S. Nobile, Pasolini e il mondo della canzone, in «Sinestesie», 2023, p. 296.
  15. E. Siciliano, Vita di Pasolini, op. cit., Milano, Oscar Mondadori, 2005, p. 274.
  16. S. Rimini, Corpo di bambola: Laura Betti e lo straniato divertissement di italie magique, in «Studi Pasoliniani», Volume (4), 2010, p. 53. Cfr. l’URL: https://www.academia.edu/4742767/Corpo_di_bambola_Laura_Betti_e_lo_straniato_divertissement_di_Italie_magique.
  17. Cfr. La rabbia, regia di P. P. Pasolini, Gastone Ferranti per la Opus Film, 1963, al minuto 00.24.45.
  18. F. Crivelli (a cura di), Laura Betti in Omaggio a Kurt Weill e Giro a vuoto n. 3, Bologna, L. Parma, 1962.
  19. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, t. II, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2003, p. 1778.
  20. U. Fiori, Il mondo canzone di Pier Paolo Pasolini, in F. Rancione (a cura di) Pasolini Sconosciuto, Alessandria, Edizioni Falsopiano, 2012, p. 236.
  21. D. Pontuale, op. cit., p. 29.
  22. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, in «Cineforum», Vol. 437, 2004, recuperato da: http://pasolinipuntonet.blogspot.com/2012/07/intervista-laura-betti-di-roberto.html
  23. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1316-17.
  24. Ivi, pp. 1313-14.
  25. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  26. Ibidem.
  27. F. Meacci, Improvviso il Novecento. Pasolini professore, Roma, Edizioni Minimum fax, 1999, p. 371.
  28. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., p. 1315.
  29. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  30. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1318-20.
  31. R. Chiesi, Intervista a Laura Betti, op. cit.
  32. P. P. Pasolini, Tutte le poesie, op. cit., pp. 1322-23.
  33. D. Mastrangelo, Per una lettura di Pier Paolo Pasolini, in “il giornale di filosofia”; cfr. l’URL:

    http://www.giornaledifilosofia.net/public/scheda.php?id=58

  34. J. Tomatis, Quei quattro dischetti sfiatati. Laura Betti cantante e recording artist, in «Cinergie», n. 25, 2024, p. 200.
  35. U. Fiori, Il mondo canzone di Pier Paolo Pasolini, op. cit., p. 236.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

“Noi non ci saremo”: narrazioni della fine del mondo nel cantautorato italiano

Author di Lorisfelice Magro

Abstract: Negli ultimi dieci anni, l’Italia ha visto un aumento delle narrazioni apocalittiche e distopiche in vari media, che ha generato una nutrita bibliografia di studi sul tema, mentre l’analisi di queste tematiche nelle opere cantautorali è rimasta meno frequente. A partire quantomeno da Noi non ci saremo, scritta nel 1966 da Francesco Guccini per i Nomadi, diverse canzoni hanno esplorato visioni future, spesso riflettendo preoccupazioni sociali, politiche e ambientali. In tempi recenti le visioni più o meno pessimistiche del futuro si sono moltiplicate nel canzoniere di autrici e autori di nuova generazione, tanto da permettere di individuare alcuni motivi ricorrenti affrontati da varie angolature. Intenzione dell’articolo è la ricerca di riferimenti di stampo fantascientifico secondo tre temi fondamentali – Terza guerra mondiale, apocalisse, eco-utopia – in una selezione di testi cantautorali italiani, con particolare riferimento alla produzione dal 2000 a oggi.

Abstract: Over the past decade, Italy has seen an increase in apocalyptic and dystopian narratives across various media, resulting in a substantial bibliography of studies on the subject. However, the analysis of these themes in singer-songwriter works has been less frequent although various songs have explored future visions, often reflecting social, political, and environmental concerns, since at least Noi non ci saremo, written in 1966 by Francesco Guccini for the folk-band I Nomadi. In recent times, more or less pessimistic visions of the future have expanded their presence in the songbooks of new generation authors, allowing for the identification of some recurring motifs approached from various angles. The article aims to explore science fiction references according to three fundamental themes – the Third world war, apocalypse, eco-utopia – in a selection of Italian singer-songwriter texts, with particular reference to the production from 2000 to today.

Introduzione

Nel corso dell’ultimo decennio, narrazioni apocalittiche e distopiche si sono moltiplicate in Italia attraverso i linguaggi più diversi: da romanzi come Anna[1] di Niccolò Ammaniti o Noi siamo campo di battaglia[2] di Nicoletta Vallorani alla serie televisiva Never Too Late[3], passando per fumetti seriali come Orfani[4] e graphic novel come La terra dei figli[5] di Gipi, o ancora per il film Siccità[6] di Virzì. Se lo studio del tema nei media citati ha già trovato ampia affermazione anche da prospettive interdisciplinari e transmediali[7], meno frequente è stata finora l’analisi in tal senso di opere cantautorali, in cui però il tema ha trovato diffusione almeno fin dagli anni Sessanta.

L’anno che verrà: dagli anni Sessanta agli anni Ottanta

Tra i primi testi degni di nota vale sicuramente la pena segnalare Noi non ci saremo[8] di Francesco Guccini[9], scritta sotto pseudonimo per i Nomadi ma rapidamente reintegrata nel canzoniere del cantautore modenese, seguita pochi anni dopo da Il vecchio e il bambino[10], canzone che deve molto alla poetica dell’Elsa Morante saggista e poetessa[11].

Nelle prime quattro strofe del primo brano la voce narrante alla prima persona plurale esplora altrettante visioni del futuro in cui fuoco, acqua, terra e aria distruggono «case e palazzi», «macchine e strade» (vv. 25-26) per riportare a nuova vita un pianeta deantropizzato ma non per questo privo di vita:

e dai boschi e dal mare ritorna la vita

e ancora la terra sarà popolata

fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni

e ancora il mondo percorrerà

gli spazi di sempre per mille secoli almeno (vv. 29-33)

Non saranno però questi eventi a costituire la fine della specie umana che, come avverte il ritornello, sarà già estinta – forse per la temuta guerra atomica oggetto di un brano dello stesso anno[12] – e non potrà osservare davvero il crollo definitivo di città già in macerie, a differenza dei due protagonisti di Il vecchio e il bambino, testimoni del paesaggio arido e desolato descritto stavolta da un narratore esterno:

la polvere rossa si alzava lontano

e il sole brillava di luce non vera.

L’immensa pianura sembrava arrivare

fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare

e tutto d’intorno non c’era nessuno

solo il tetro contorno di torri di fumo. (Vv. 2-8)

Anche in questo caso l’autore contrappone all’atmosfera apocalittica[13], predominante nelle descrizioni come nelle parti di dialogo riservate al vecchio, che ricorda con nostalgia il tempo in cui nella «pianura, fin dove si perde / crescevano gli alberi e tutto era verde» (vv. 25-26), una nota di speranza espressa in chiusura dal bambino («mi piaccion le fiabe / raccontane altre!», v. 32).

La compresenza di prospettive pessimistiche e visioni di rinascita connota tutto il decennio, ma diventa particolarmente evidente dal 1977 in poi: in Zombie di tutto il mondo unitevi[14] Gianfranco Manfredi invoca il risveglio di una sinistra ridotta a fantasma «del fantasma d’Europa / che di carne e di sangue / ne ha conservata poca» (vv. 53-56), utilizzando così la metafora epidemica in senso salvifico, a differenza di La peste[15] di Giorgio Gaber, incentrata sulla rapida normalizzazione della morte («si scansano i cadaveri / non ci fai più caso / ci si abitua così presto», vv. 26-28) in una Milano[16] assediata dal morbo; Manfredi partecipa tra l’altro nello stesso anno a Gran disordine sotto il cielo[17], unico lavoro del gruppo prog-rock Gramigna, strutturato come un concept album sulla liberazione della protagonista Alice dalle oppressioni patriarcali e capitaliste.

Altrettanto liberatori ma più concilianti[18] sono i toni di Lucio Dalla in L’anno che verrà[19], composta nel 1978 nella forma di una lettera indirizzata a un amico in carcere, in cui il mittente immagina, nell’ultimo giorno dell’anno, un futuro meno violento e ansiogeno[20] del presente che lo circonda. Dichiaratamente conflittuale è, invece, il Gaber di Io se fossi Dio[21], monologo in prima persona di una divinità furiosa e pronta a far «suonare le trombe» per un «Giudizio universale» (vv. 188-190) che colpirà tutti, dagli «africanisti e l’Asia» agli «americani e i russi» (vv. 69-70), dal «piccolo borghese» che «non commette mai peccati grossi» (vv. 12-13) fino a giornalisti e politici d’ogni colore e schieramento, non meno colpevoli dei famigerati brigatisti dello stato della società italiana:

di noi posso parlare perché so chi siamo

e forse facciamo più schifo che spavento

di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento

ma io se fossi Dio

non mi farei fregare da questo sgomento

e nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio

perché a Dio i martiri

non gli hanno fatto mai cambiar giudizio

e se al mio Dio che ancora si accalora

gli fa rabbia chi spara

gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque

se gli ha sparato un brigatista

diventa l’unico statista (vv. 216-28)

Gaber prosegue il suo j’accuse infernale – una vera e propria declinazione apocalittica delle canzoni d’invettiva comuni nel repertorio di molti cantautori dell’epoca, si pensi a L’avvelenata[22] di Guccini – sciogliendo l’allusione e citando direttamente Aldo Moro prima di mettere da parte il fervore che pervade il testo, abbandonandosi a un atteggiamento di sofferente rassegnazione.

Un atteggiamento simile sembra dominare la discografia di Battiato a cavallo tra la fine del decennio e l’inizio degli anni Ottanta, non a caso una delle fasi di maggiore attenzione al sociale dell’eclettico artista siciliano[23]: in Magic Shop[24] la denuncia è rivolta principalmente alla progressiva mercificazione di ogni valore contro cui il cantautore siciliano lancia una chiamata alle armi in Up Patriots to Arms[25], poi ritirata nella resa di Bandiera bianca[26], ma in L’esodo[27] il riemergere della paura per il conflitto atomico finisce per sovrastare gli strali contro la commercializzazione della musica cantati negli album precedenti:

prima che la terza Rivoluzione Industriale

provochi l’ultima grande esplosione nucleare

[…]

fine dell’imperialismo degli invasori russi

e del colonialismo inglese e americano

prepariamoci per l’esodo (vv. 1-9)

A che ora è la fine del mondo? Dagli anni Novanta alla fine degli anni Zero

La rappresentazione apocalittica dell’Italia riappare, invece, negli anni Novanta in La domenica delle salme[28], brano composto con Mauro Pagani in cui si intravede «tutta la grandezza del Fabrizio De Andrè “narratore”»[29].

La canzone racconta l’instaurazione di un «Quarto Reich» (v. 21) come conseguenza della messa al bando degli ideali marxisti in Italia, in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, definendone i vari passaggi, dalla ricerca ed esecuzione dei personaggi chiave come il brigatista Renato Curcio, descritto come un «carbonaro» (v. 46) e arrestato mentre cerca di tornare nella Trento che era stata tra le culle del Movimento Studentesco, alla diffusione di una propaganda vitalista che permette un golpe silenzioso e senza spargimenti di sangue:

la domenica delle salme

nessuno si fece male

tutti a seguire il feretro

del defunto ideale

la domenica delle salme

si sentiva cantare

quant’è bella giovinezza

non vogliamo più invecchiare (vv. 60-67)

Non meno immaginifica ma decisamente più intimista è, invece, l’atmosfera dei versi di Dolcenera[30], scritta assieme a Ivano Fossati, in cui gli stilemi del maravilloso mutuati dalla lettura degli scrittori sudamericani, su tutti il brasiliano Oswald De Andrade – già citato in La domenica delle salme – e il colombiano Álvaro Mutis[31], vengono adoperati per la narrazione di un nuovo diluvio universale. L’elemento acquatico torna, così, in una declinazione particolarmente distruttiva, rappresentata da una pioggia nera che travolge un’intera città trasformandola in una «tonnara» (v. 1) e rendendo tristemente eterni i suoi abitanti e i due amanti protagonisti del testo.

In A che ora è la fine del mondo, firmata da un Ligabue ancora non investito dal successo di Certe notti, torna invece il riferimento al fuoco: la cover da It’s the End of the World as We Know It[32] dei R.E.M. è composta come una scaletta televisiva della diretta della «fine del mondo in mondovisione» (v. 3), organizzata secondo diversi gironi infernali[33]. A ogni tipologia di peccatore, indicato sempre attraverso il turpiloquio, il cantante di Coreggio assegna, infatti, tanto una pena specifica quanto un programma televisivo dedicato:

ultimo appello per i merdaioli

finitevi la merce che di là non funziona

altro girone, altro regalo

niente caramelle per i lecca culo

OK, il girone è giusto, OK! (vv. 25-29)

Pur con una composizione testuale non meno articolate di altri brani più legati all’attualità – Gaber e De Andrè su tutti – evitando di nominare direttamente nel testo[34] bersagli polemici, eroi o antieroi, Ligabue segna il passaggio verso una progressiva depoliticizzazione destinata a diventare egemone nella produzione cantautorale successiva.

Anche Caparezza, che pubblica tra il 2006 e il 2011 tre album[35] dichiaratamente impegnati, invece che indicare in modo esplicito i soggetti a cui si ispira per i suoi brani preferisce ricorrere a testi ricchi di metafore o epiteti allusivi, in cui lo spettro della fine del mondo, pur evocato più volte, appare in La fine di Gaia[36] non come un rischio concreto, ma come ennesima teoria complottista:

la fine di Gaia non arriverà

la gente si sbaglia

in fondo che ne sa

è un fuoco di paglia

alla faccia dei Maya e di Cinecittà (vv. 14-18)

Un atteggiamento più ansioso nei confronti del futuro viene, invece, espresso negli stessi anni dai Baustelle, che optano al contempo per una prospettiva meno tesa all’universale, se non addirittura piegata a un «ostentato egoismo»[37]: La guerra è finita[38], tra i primi successi del gruppo toscano, tratta infatti della decisione, confessata in una lettera d’addio, di una sedicenne di suicidarsi per placare il terrore di un terzo conflitto globale, che dopo i fatti dell’11 settembre e della guerra in Iraq diventa un tema costante nella produzione cantautorale:

malgrado Belgrado, America e Bush

con una Bic profumata

da attrice bruciata

“La guerra è finita”

scrisse così (vv. 33-38)

L’ansia individuale dinanzi ai grandi eventi storici viene, così, messa in scena da Bastreghi, Bianconi – che negli stessi anni scrive per Irene Grandi Bruci la città[39], in cui l’immaginario catastrofista si fa tutt’uno con una tenera dichiarazione d’amore – e Brasini nella forma di una narrazione intima della fine del mondo che tende a farsi ricorrente dagli anni Dieci in poi, in una produzione tanto eterogenea da offrire almeno tre modalità di rappresentazione della stessa.

L’ultimo giorno: dagli anni Dieci a oggi

Un primo gruppo di canzoni si sviluppa attorno al tema del terzo conflitto globale: la cantautrice Mimosa propone l’identificazione con lo stesso presentandosi nella title track[40] del suo disco del 2015 come «la figlia del lontano futuro / in preda a una crisi economica-erotica / sono la terza guerra mondiale» (vv. 17-21), mentre Appino, cantante e autore dei testi della band The Zen Circus, con nichilismo pessoano[41] arriva a invocare La terza guerra mondiale[42] – che anche in questo caso dà il titolo sia al brano sia all’album, che si distingue per i riferimenti a Melville, Céline e Bruno Traven[43] – come estrema soluzione all’alienazione tecnologica, ai sogni politici coltivati da giovane e alla violenza del linguaggio del dibattito sui social network:

una guerra mondiale ancora

per cominciare una nuova era

per capire chi è il nemico

per vederlo dritto in viso

[…]

voi che parlate di fucili

di calci in culo ed esplosivi

una guerra mondiale ancora

una vera e non su una tastiera

la terza guerra mondiale (vv. 28-39)

Il secondo gruppo si focalizza sulla catastrofe in sé, secondo due modalità – una intimista, l’altra maggiormente tesa alla vera e propria narrazione della fine del mondo – non necessariamente alternative l’una all’altra: se Simona Norato, che in La fine del mondo[44] utilizza il concetto per ridimensionare la fine della sua storia d’amore, o Dente, che in Cambiare idea[45] paragona invece l’accettazione di una delusione amorosa a «l’inizio della fine del mondo» (v. 26), o ancora Mace, Marco Castello ed Ele A, in dubbio sulla possibilità di poter vivere serenamente Mentre il mondo esplode[46], prediligono un uso intimista e indiretto del tema, altri autori e autrici si dedicano a vere e proprie narrazioni della fine del mondo, in cui è semmai la trama amorosa a farsi espediente narrativo.

Già in Una palude[47] dei Ministri una pioggia di rane arriva nel secondo ritornello proprio a spezzare il romanticismo che pervade i versi precedenti, mentre Dimartino in Ci diamo un bacio[48], inclusa nell’album Afrodite ma presto incisa anche con La rappresentante di lista, individua nello scambio di un’effusione l’unico momento di tenerezza nel mezzo di una Palermo infernale e a un passo dall’essere inondata:

ho perduto Palermo nel vento dei tropici

ho trovato l’inferno nel bar sotto casa mia

e ho visto un mostro ingoiare la città

[…]

aspettando che arrivi dal fondo un’onda anomala

[…]

ci diamo un bacio prima di farci male (vv. 3-15)

Ancora Dimartino, stavolta in collaborazione con Colapesce, torna a coltivare un immaginario catastrofista in L’ultimo giorno[49] e nel brano sanremese Musica leggerissima[50], in cui ritornano diversi fra i motivi – l’infernalità associata alla guerra, l’acqua come metafora di distruzione e/o rinascita, la presenza-assenza di Dio – rilevati nei testi analizzati in precedenza:

se bastasse un concerto per far nascere un fiore

tra i palazzi distrutti dalle bombe nemiche

nel nome di un Dio

che non esce fuori col temporale (vv. 17-20)

 

In un altro brano presentato a Sanremo, Ciao ciao[51], il duo della Rappresentante di lista sembra invece rifarsi ai testi femministi degli anni Settanta per raccontare una storia d’amore finita mentre la rivolta infuria nelle strade della città, in una costante alternanza tra prima persona singolare e plurale:

che paura intorno

è la fine del mondo

sopra la rovina sono una regina

ma non so cosa salvare

[…]

questa è l’ora della fine

romperemo tutte le vetrine

tocca a noi, non lo senti, come un’onda arriverà

me lo sento esploderà, esploderà (vv. 3-25)

Ancora più distanti da una prospettiva individuale sono, però, i testi appartenenti a un terzo gruppo, caratterizzato da una tensione al sublime, in dialogo diretto coi testi di Guccini, Battiato e Gaber. Col primo[52] si confrontano gli Zen Circus che, in Canzone contro la natura[53], quasi una riscrittura di Noi non ci saremo da una prospettiva antropocentrica, narrano l’estinzione della specie a opera di piante e animali:

se la natura fosse solo un po’ più cattiva

e il sole ti esplodesse in faccia appena fa mattina

e gli animali cominciassero ad organizzarsi

e lentamente progettassero di sterminarci

se non ci fosse alcun giudizio universale

in quale modo scinderesti il bene dal male (vv. 3-8)

Il gruppo pisano approfondisce poi in Albero di tiglio[54], contenuta nello stesso album, il punto di vista del regno vegetale, che in una narrazione in prima persona rivela tanto la sua natura divina quanto la sua naturale inimicizia nei confronti dell’essere umano:

guardate questa vecchia quercia

distrutta dalla vostra guerra

voi piangeste mille figli morti

ma questa pianta ne vale altrettanti

voi credeste ch’io fossi fatto

a vostra immagine e somiglianza

perché lo avete letto su libri

che vi siete scritti da soli

io non ho mai avuto un figlio,

come potrei io che sono un tiglio (vv. 29-38)

Più in debito con la poetica di Battiato – oltre che con quelle di Houllebecq[55] e del filosofo Byung-Chul Han[56] – sono, invece, i versi di molte canzoni dei Baustelle presenti nell’album in due volumi L’amore e la violenza, ricco dei riferimenti biblici ed esoterici cari al cantautore siciliano[57], in special modo nei brani L’era dell’acquario[58] e Il vangelo di Giovanni[59]:

io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera

meglio sparire, nel mistero del colore delle cose

quando il sole se ne va

resta poco tempo per capire

il significato dell’amore

l’idiozia di questi anni, il vangelo di Giovanni

la mia vera identità (vv. 10-15)

Simili rimandi continuano peraltro a tornare nelle canzoni successive del gruppo toscano, come in Nabuccodonossor[60], prodotta in collaborazione col gruppo I cani guidato da Niccolò Contessa, a sua volta autore di una nuova distopia milanese: in Un altro Dio[61], pubblicata esclusivamente su Youtube, la città viene descritta come un non-luogo in cui «il lavoro non si ferma mai / monopolizzando la conversazione» (vv. 9-12) e «l’uomo moderno vive a testa bassa / non per timore di Dio / ma per il terrore di alzare lo sguardo e vedere l’abisso» (vv. 49-51).

Qualche nota di maggiore ottimismo sembra emergere nel terzo gruppo tematico, improntato alla narrazione del mondo dopo la catastrofe e connotato da un maggiore ricorso al vento e alla terra come motivi naturali ricorrenti: se la già citata Albero di tiglio degli Zen Circus immaginava una natura trionfante nello strappare il dominio del pianeta all’essere umano, meno violente sono le previsioni di altri autori e autrici.

Particolarmente scanzonati sono, ad esempio, i versi proiettati verso il 2100 e il 3100 di Canzoncina[62] di Margherita Vicario o quelli di La prima pace mondiale[63] in cui il gruppo Eugenio in Via di Gioia capovolge il topos bellico, così come è un clima di serena accettazione di un mondo in cui la specie umana abbia un ruolo ridimensionato rispetto a quello assunto nel corso della Storia ad animare la produzione più recente di Vasco Brondi[64]. Brondi ha incluso molti dei brani citati nelle sue pubblicazioni dal vivo[65], giustapponendoli non a caso a monologhi teatrali e testi poetici come Bello mondo[66] e Ma adesso io[67] di Mariangela Gualteri, Dopo[68] di Erri De Luca e a una personale traduzione di The Art of Losing[69] di Elizabeth Bishop, ed è autore di molti affreschi su una contemporaneità dai tratti distopici nel suo passato come Le luci della centrale elettrica[70], più orientato adesso a una narrazione della natura che emerge anche nelle colonna sonora[71] di Fiore mio[72], film d’esordio dello scrittore Paolo Cognetti.

Conclusioni

Come si è potuto osservare, oltre che per affinità tematica, le canzoni analizzate in questo studio si caratterizzano tutte, da un canto, per la scelta di un lessico, sia descrittivo sia metaforico, legato ai quattro elementi naturali; dall’altro, per un generale senso di accettazione, più o meno rassegnata, di un’eventuale fine del mondo o della vita umana. Vale la pena sottolineare come, soprattutto nella produzione più recente, l’acqua e il fuoco appaiano perlopiù come dispositivi di distruzione, mentre aria e terra tendano a ricorrere nei testi più ottimisti e conciliatori.

Si può, inoltre, constatare come questo cambiamento, riscontrabile talvolta anche internamente alla produzione dei singoli artisti (come è particolarmente evidentemente nel caso di Vasco Brondi), vada in parallelo con quelli dei motivi che attraversano trasversalmente le canzoni su cui si è posta l’attenzione: la paura della bomba nucleare, centrale per i cantautori emersi negli anni Sessanta, non sparisce ma si evolve piuttosto nel senso di attesa di un nuovo conflitto globale dato per certo, così come il paesaggio post-atomico lascia spazio alla rivincita della natura sull’essere umano e sui suoi danni al pianeta. Questo mutamento viene confermato anche nelle canzoni in cui si riserva un ruolo alla figura divina, che dalla rabbia dimostrata all’inizio del brano di Gaber scivola gradualmente verso il distacco dei versi finali, confermato nell’assenza cantata da Colapesce e Dimartino e dalla nostalgia verso la dimensione religiosa che anima il monologo di Contessa.

In senso diacronico si può, infine, constatare non tanto un allontanamento da temi politici o d’attualità, che anzi costituiscono quasi sempre uno spunto evidente per tutte e tre le modalità narrative di tradizione fantascientifica – Terza guerra mondiale, apocalisse, eco-utopia –, ma semmai un progressivo distanziamento, iniziato negli anni Novanta, da prese di posizione chiare o da riferimenti diretti a personaggi della vita pubblica, assenti anche in testi letterariamente ambiziosi come quelli degli Zen Circus, dei Baustelle o della Rappresentante di lista, presentandosi in tal senso come un’eccezione al «registro moralistico-apocalittico […] preponderante»[73] nelle narrazioni della fine del mondo diffuse in altri media.

 

  1. Cfr. N. Ammaniti, Anna, Milano, Mondadori, 2015.
  2. Cfr. N. Vallorani, Noi siamo campo di battaglia, Modena, Zona 42, 2022.
  3. Cfr. L. Vignolo, S. De Chirico, Never Too Late, Italia, 2024.
  4. Cfr. R. Recchioni, E. Mammucari et alii, Orfani, Milano, Bonelli, 2013-2018.
  5. Cfr. Gipi, La terra dei figli, Roma, Coconino Press, 2016.
  6. Cfr. C. Virzì, Siccità, Italia, 2022.
  7. Oltre ai testi citati nell’articolo, si segnalano quantomeno G. Ania, Apocalypse and Distopia in Contemporary Italian Writing, in Trends in Contemporary Italian Narrative 1980-2007, a cura di G. Ania, A. H. Caesar, Cambridge, Cambridge Scholars, 2017, pp. 155-81; S. Brioni, D. Comberiati, Italian Science Fiction. The Other in Literature and Film, Londra, Palgrave Macmillan, 2019; F. Coin et alii, Sta arrivando la fine del mondo? 15 punti di vista sulle paure e i rischi apocalittici del nostro presente, Milano, Utet, 2024; M. Malvestio, Raccontare la fine del mondo. Fantascienza e antropocene, Milano, Nottetempo, 2021.
  8. Cfr. F. Guccini, Noi non ci saremo, in Nomadi, Noi non ci saremo/Spegni quella luce, Columbia, 1966.
  9. Per un approfondimento dei riferimenti letterari nel repertorio di Guccini, si rimanda a F. Brusco, Francesco Guccini. Frammenti di un discorso musicale, Milano, Mimesis, 2012.
  10. Cfr. F. Guccini, Il vecchio e il bambino, in Id., Radici, Columbia, 1972.
  11. Ci si riferisce in particolar modo a E. Morante, Pro o contro la bomba atomica e altri scritti [1965], Milano, Adelphi, 1987 e a Ead., Il mondo salvato dai ragazzini, Torino, Einaudi, 1968.
  12. Cfr. F. Guccini, L’atomica cinese, in Id., Folk Beat n.1, La voce del padrone, 1966.
  13. Motivi distopici e utopici sono peraltro frequenti anche nella discografia più tarda del cantautore; si veda a tal proposito P. Ubaldi, Francesco Guccini: identità e diversità nella canzone d’autore, in «Quaestiones Romanicae», X, 2, 2023, pp. 361-74.
  14. Cfr. G. Manfredi, Zombie di tutto il mondo unitevi, in Id., Zombie di tutto il mondo unitevi, Ultima spiaggia, 1977.
  15. Cfr. G. Gaber, La peste, in Id., Anche oggi non si vola, Carosello, 1974.
  16. Per un approfondimento sulle rappresentazioni distopiche del capoluogo lombardo, si rimanda a D. Comberiati, La fantascienza italiana contro il boom economico? Quattro narrazioni distopiche degli anni Sessanta (Aldani, Buzzati, De Rossignoli, Scerbanenco), Firenze, Cesati, 2024.
  17. Gramigna, Gran disordine sotto il cielo, Ultima spiaggia, 1977.
  18. Più in generale sulla produzione cantautorale durante la stagione del riflusso si rimanda a F. Ciabattoni, Italy’s cantautori in the 1980s on the Backdrop of riflusso, in La memoria delle canzoni. Popular Music e identità italiana, a cura di A. Carrera, Pasturana, Puntoeacapo, 2017, pp. 140-69.
  19. Cfr. L. Dalla, L’anno che verrà, in Lucio Dalla [1978], RCA, 1979 [1978].
  20. Si rimanda a L. Pollini, Musica leggera, anni di piombo. Assalto al cielo a colpi di note nell’Italia degli anni Settanta, Milano, No Reply, 2012, p. 121.
  21. Cfr. G. Gaber, Io se fossi Dio, F1 Team, 1980.
  22. Cfr. F. Guccini, L’avvelenata, in Id., Via Paolo Fabbri 43, EMI, 1976.
  23. Si veda in tal senso F. Milazzo, Minima immoralia. Postmoderno e impegno pubblico nella svolta pop di Franco Battiato (1979-1981), in «Diacronie. Studi di Storia Contemporanea», 53, 2023, pp. 223-43.
  24. Cfr. F. Battiato, Magic Shop, in Id., L’era del cinghiale bianco, EMI, 1979.
  25. Cfr. F. Battiato, Up Patriots to Arms, in Id., Patriots, EMI, 1980.
  26. Cfr. F. Battiato, Bandiera bianca, in Id., La voce del padrone, EMI, 1981.
  27. Cfr. F. Battiato, L’esodo, in Id., L’arca di Noè, EMI, 1982.
  28. Cfr. F. De Andrè, M. Pagani, La domenica delle salme, in F. De Andrè, Le nuvole, Ricordi, 1990.
  29. M. Pagani, Il sentiero delle parole, in Deandreide. Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani, a cura di G. Vasta, Milano, Bur, 2006, p. 191.
  30. Cfr. F. De Andrè, I. Fossati, Dolcenera, in F. De Andrè, Anime salve, Ricordi, 1996.
  31. Per un approfondimento del rapporto tra il cantautore genovese e la letteratura sudamericana si consiglia E. Corrente, Un lavoro più da artigiano che da artista. Smisurata preghiera: critica degli scartafacci di un cantautore, in «Rivista di letteratura italiana», 2, 2017, pp. 139-52.
  32. Cfr. R.E.M., It’s the End of the World as We Know It (And I Feel Fine), in Document, IRS, 1987.
  33. Per un maggiore approfondimento dei riferimenti danteschi nella canzone italiana, si rimanda a F. Ciabattoni, Dante and Italy’s Singer-Songwriters, «Italian Quarterly», 207/210, 2016, pp. 61-80.
  34. In occasione dell’uscita del singolo, il cantautore non mancò comunque di segnalare la fonte d’ispirazione del testo nelle dichiarazioni di Silvio Berlusconi in merito al suo scetticismo su un’eventuale influenza dei media privati sul suo successo elettorale; per un approfondimento si rimanda a E. Pasquale, Ligabue: ho rifiutato uno show tv, in «Corriere della sera», 14.05.2006; cfr. l’URL: http://archiviostorico.corriere.it/2006/maggio/14/Ligabue_rifiutato_uno_show (ultima consultazione: 8.02.2025).
  35. Cfr. Caparezza, Habemus Capa, EMI, 2006; Id., Le dimensioni del mio caos, EMI, 2008; Id., Il sogno eretico, EMI, 2011.
  36. Cfr. Caparezza, La fine di Gaia, in Id., Il sogno eretico, cit.
  37. A. Alfieri, La guerra è infinita, la vita continua. Il suicidio secondo i Baustelle, in Musica & parole. Storie, tracce, temi della canzone d’autore italiana, vol. 8, Foggia, Bastogi, p. 107.
  38. Cfr. Baustelle, La guerra è finita, in Eid., La malavita, Warner, 2006.
  39. Cfr. F. Bianconi, Bruci la città, in I. Grandi, Irenegrandi.hits, Atlantic, 2006.
  40. Cfr. Mimosa, Terza guerra, in Ead., La terza guerra, Gas Vintage, 2015.
  41. Cfr. I. Gardelli, Appino degli Zen Circus legge Pessoa al We Reading Festival, Ravenna e dintorni, 31.05.2019; cfr. l’URL: https://www.ravennaedintorni.it/rd-cult/libri/appino-degli-zen-circus-legge-pessoa-gran-finale-del-we-reading-festival/ (ultima consultazione: 10.02.2025).
  42. Cfr. The Zen Circus, La terza guerra mondiale, in Eid., La terza guerra mondiale, La Tempesta, 2016.
  43. Cfr. N. Milani, Céline, Melville e Sterne tra i grandi scrittori amati dagli Zen Circus, in «Il Libraio», 21.09.2016; cfr. l’URL: https://www.illibraio.it/news/storie/zen-circus-scrittori-386216/ (ultima consultazione: 10.02.2025).
  44. Cfr. S. Norato, La fine del mondo, in Id., La fine del mondo, La Fionda, 2015.
  45. Cfr. Dente, Cambiare idea, in Id., Hotel Souvenir, INRI, 2023.
  46. Cfr. Mace, M. Castello, Ele A, Mentre il mondo esplode, in Mace, Māyā, Island-Universal, 2024.
  47. Cfr. Ministri, Una palude, in Eid., Per un passato migliore, Nigiri, 2013.
  48. Cfr. Dimartino, Ci diamo un bacio, in Id., Afrodite, 42 Records, 2019.
  49. Cfr. Colapesce Dimartino, L’ultimo giorno, in Eid., I mortali, 42 Records, 2020.
  50. Cfr. Colapesce Dimartino, Musica leggerissima, in Eid., I mortali², 42 Records, 2021.
  51. La rappresentante di lista, Ciao ciao, in Eid., Ciao ciao, Woodworm, 2022.
  52. Cfr. V. Cipriani, Intervista ad Andrea Appino: tra rock e cantautorato, in «Relics Magazine», 30.12.2013; cfr. l’URL: https://www.relics-controsuoni.com/2013/12/intervista-ad-andrea-appino-tra-rock-e-cantautorato-testo-e-foto-di-valentina-cipriani (ultima consultazione: 10.02.2025).
  53. Cfr. The Zen Circus, Canzone contro la natura, in Eid., Canzoni contro la natura, La tempesta, 2014.
  54. Ibidem.
  55. Cfr. A. Lolli, Baustelle. Vivi contro la vita, in «Rockit», 20.10.2017; cfr. l’URL: https://www.rockit.it/storie-copertina/baustelle-amore-violenza/ (ultima consultazione: 10.02.2025).
  56. Cfr. C. Dellacasa, E ti dirò chi ascolta i Baustelle, in «La balena bianca. Rivista di cultura militante», 7.07.2018; cfr. l’URL: https://www.labalenabianca.com/2018/06/07/ti-diro-ascolta-baustelle/ (ultima consultazione: 8.02.2025).
  57. Cfr. Si rimanda a P. Trichilo, Battiato, Il volo e l’abisso, in «Animamediatica», 12, 2024, pp. 82-91.
  58. Cfr. Baustelle, L’era dell’acquario, in Eid., L’amore e la violenza vol.1, Warner, 2017.
  59. Baustelle, Il vangelo di Giovanni, in Eid., L’amore e la violenza vol.1, op. cit.
  60. Cfr. Baustelle, I cani, Nabuccodonossor, in I cani Baustelle, 42 Records, 2023.
  61. Cfr. I cani, Un altro dio; cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=y4u133Nw2m0 (ultima consultazione: 8.02.2025).
  62. Cfr. M. Vicario, Canzoncina, in Id., Showtime [2023], Island-Universal, 2024.
  63. Cfr. Eugenio in Via di Gioia, La prima pace mondiale, in Id., Tutti su per terra, Libellula Music, 2017.
  64. Ci si riferisce soprattutto alla produzione successiva a Paesaggio dopo la battaglia, Cara catastrofe-Sony, 2021.
  65. Oltre a Noi non ci saremo, incisa con Vicario, e Magic Shop, entrambe pubblicate in Talismani per tempi incerti, Cara catastrofe-Sony, 2020, si segnala la versione di La domenica delle salme registrata per lo spettacolo Anni di Merda, curato assieme a Marco Philopat e Wu Ming 2 nel 2009: cfr. l’URL https://www.youtube.com/watch?v=FyIydaWU5Vs (ultima consultazione: 8.02.2025).
  66. Cfr. M. Gualtieri, Bello mondo, in Ead., Le giovani parole, Torino, Einaudi, 2015, ed. digitale.
  67. Cfr. M. Gualtieri, Ma adesso io, in Ead., Caino, 2011, p. 101.
  68. Cfr. E. De Luca, Dopo, in Id., Solo andata, Milano, Feltrinelli, 2005, ed. digitale.
  69. Cfr. E. Bishop, The Art of Losing, pubblicata in italiano nella versione di Ottavio Fatica col titolo L’arte è sempre quella, in Miracolo a colazione, trad. di D. Abeni, R. Duranti, O. Fatica, Milano, Adelphi, 2006 [1976], pp. 242-43.
  70. Sull’evoluzione stilistica e tematica del cantautore si rimanda ad A. Lolli, L’importanza delle luci, in «Esquire», 15.10.2018; cfr. l’URL: http://www.esquire.com/it/cultura/musica/a23771191/luci-della-centrale-elettrica-fine/ (ultima consultazione: 10.02.2025) e, dello stesso Lolli, Una generazione diventata adulta per tentativi, Siamo mine, 6.05.2021 (cfr. l’URL: https://web.archive.org/web/20230326051344/www.siamomine.com/una-generazione-diventata-adulta-per-tentativi/: ultima consultazione 11.02.2025).
  71. Cfr. V. Brondi, Ascoltare gli alberi. Musiche e canzoni ispirate al film “Fiore mio” di Paolo Cognetti, Cara catastrofe-Sony, 2024.
  72. Cfr. P. Cognetti, Fiore mio, Italia, 2024.
  73. D. Comberiati, Le forme di impegno nelle narrazioni della fine, in S. Contarini, S. Sermini (a cura di) Impegno, politica, ideologia nella letteratura italiana degli anni Duemila, «Narrativa», 45, 2023, p. 201;

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Tra letteratura e filosofia: la musica come armonia, al di là del ritmo. In dialogo con Maria Zambrano

Author di Alessandro Ranalli

Abstract: L’obiettivo di questo articolo è quello di descrivere, attraverso la filosofia e la letteratura e in particolare tramite il pensiero della filosofa e saggista spagnola Maria Zambrano (1904-1991), qual è l’essenza della musica; di approfondire il significato della parola “melodia” e la possibilità della compresenza di diverse melodie. Inoltre, vi si indaga l’essenza del tempo, cercando la sua musicalità e distinguendo tra ritmo e melodia.

Abstract: The aim of this article is to describe, through philosophy and literature, and to investigate, through Maria Zambrano (1904-1991), what the essence of music is, the meaning of the word melody, and the possibility of different melodies. Moreover, the essence of time is explored by searching for its musicality, distinguishing between rhythm and melody.

La struttura della musica: dai numeri alla generatività nel tempo

Quando si parla di musica, spesso se ne ignorano le radici; eppure, nel corso della storia, ha avuto sviluppi ed evoluzioni che hanno modificato la sua struttura iniziale. Occorre chiedersi: come nasce la musica? E che cosa rappresenta? A cosa è legata? «Cosa scoprirono i pitagorici che non poteva essere trattenuto nelle seppur ampie maglie del logos? Come sottolinea Zambrano, i grandi doni del pitagorismo sono stati la musica e la matematica, due scoperte appartenenti all’ambito del numero»[1].

I pitagorici, nell’addentrarsi nella matematica, scoprono l’essenza della musica: il numero. Difatti, il potere della musica è quello di armonizzare la matematica numerica a una melodia che, riprendendo i pitagorici stessi, riflette quella cosmica. «La pensatrice andalusa Maria Zambrano, invece, individua in Crono il padre dei numeri e, quindi, della musica secondo una visione di carattere eminentemente orfico»[2]. La musica dunque, per Zambrano, è figlia del numero, ma ciò in nessun modo significa relegarla alla staticità, alla rigidità e all’immobilizzazione: infatti, i numeri permettono alla musica di seguire una regolarità, ma, allo stesso tempo, le donano dinamicità. La musica, per i pitagorici, è una sorta di “matematica dell’anima”, in quanto le strutture geometriche a essa sottese comunicano qualcosa di unico, che corrisponde a ciò che si può chiamare “l’anima del mondo”[3].

La caratteristica principale della musica, sottolinea Zambrano, è la poliedricità strutturale. «La Musica è il sogno organizzato, il sogno che, senza cessare di esserlo, è passato per il tempo e ha imparato dal tempo, ha messo a frutto il tempo»[4]. Se la temporalità è una narrazione trascendente, cioè aperta, allora la musica è ciò che ha utilizzato il tempo e lo riutilizza, di volta in volta, per ricreare la propria essenza. Quindi, si parla di musica quando vi è una struttura matematica che ha messo in relazione la sequenza numerica per donarla allo spartito, che è l’oggetto privilegiato in cui il tempo viene ricamato e ospitato.

Fare musica significa aprire il tempo, cogliendo l’istante[5]. «Forse è proprio l’udito, l’organo privilegiato dell’anima umana che trasforma la vibrazione, di per sé impercettibile, in brusìo e, in certi momenti privilegiati, in musica»[6]. I momenti privilegiati di cui parla Zambrano sono gli istanti stessi in cui il brusìo diventa musica. Possiamo dire che l’istante è il luogo in cui la musica perduta nei brusii viene riscattata.

La musica ha in sé, come abbiamo visto, sia un’essenza numerico-matematica sia una relazione temporale, mostrando una dimensione non “fisica” ma metafisica. Difatti, è spesso causa di desideri impossibili: «Primariamente quise ser una caja de música. Sin duda alguna me la habían regalado, y me parecío maravilloso que con sólo levantar la tapa se oyese la música; pero sin preguntarle a nadie ya me di cuenta de que yo no podía ser una caja de música»[7]. Lo stupore di Maria Zambrano è giustificato dal carattere fantastico – mitico ed emozionale – della musica, la quale riesce a mutare di intensità, rimanendo sé stessa.

Bisogna chiedersi, allora, perché Zambrano è così sensibile alla musicalità? La risposta va cercata in Spagna, in special modo in quella vissuta da Zambrano[8]. Questa nazione ha la specificità di non aver abbandonato la vita, la poesia e la letteratura alla filosofia sistematica. Tuttavia, ciò ha comportato che la musicalità venisse “esiliata” dalla filosofia metodica. Quello che ne nasce è un percorso unico, di cui Zambrano è l’esempio, che possiamo definire “aurorale” e “musicale”; difatti, il suo obiettivo è quello di utilizzare il pensiero come funzione armonica e non come puro metodo per inseguire, con violenza, un’idea di essere totalizzante e definitivo.

In Maria Zambrano, difatti, osserviamo un uso della parola che tende a riprodurre una melodia viscerale, rispondente a una chiamata primaria cioè quella del sentire originario[9]: la «parola originaria resta nell’aria come “soffio vivificante” […] Come note, intrecciandosi con il silenzio, esse articolano ritmicamente il sentire dell’uomo»[10]. Le parole in Zambrano sono note che compongono una melodia, riscattando le profondità abissali dell’anima: «Musica che sorregge la parola sull’abisso»[11]. Occorre, a questo punto, vedere cosa intende Zambrano per note e come articola la sua proposta basata sulla melodia.

Verso delle note di un metodo

Maria Zambrano, nel 1989, pubblica Notas de un método, opera in cui propone un metodo musicale vitale, in cui le parole compongono delle note che ricomprendono tutti gli elementi della persona (cuore, viscere e anima). Crede così tanto in una metodologia musicale che arriva a chiedersi: «Oppure sarà il musicista e non il filosofo, il protagonista della cultura d’Occidente?»[12]. Tale frase va letta come un’esortazione a essere musicisti anche all’interno della letteratura e della filosofia, cioè cercando di creare melodie che, sostituendo le parole ai numeri, possano ricomprendere il vissuto esperienziale della persona. Difatti, il filosofo appare a Zambrano ossessionato dalla volontà sistematica, razionalista, oggettiva, e dimentica che la ragione deve avere in sé elementi poetici, musicali, per far sì che si faccia carico della vita e delle zone d’ombra; per lei, nessuna melodia deve perire sotto il segno del silenzio, e la stessa cosa vale per le parole, specialmente per quella unica, abissale, dimenticata. La musica, per Maria Zambrano, è riscatto armonico delle melodie abbandonate.

«Queste Note di un metodo non sono annotazioni ma note nel senso musicale, cosa che impone, più che giustificare, la discontinuità»[13]. Ciò che certifica il metodo musicale sono proprio le discontinuità, le aperture che, creando nuove relazioni di senso, rompono la monotonia per aprire alla trascendenza, al non essere, all’istante. Le note musicali, proprio come le parole, discontinuamente si succedono, donando sempre una realizzazione diversa, unica. Per Zambrano, le note e le parole ruotano continuamente, a spirale, attorno a un centro: il brano, il testo; a volte realizzandolo perfettamente, a volte tradendolo e portando alla luce[14] qualcosa che altrimenti non sarebbe mai nato.

Il metodo musicale di note proposto da Zambrano appartiene a un’ermeneutica del riscatto, a un desiderio di dare spazio e tempo alle zone d’ombra. Ciò che collega una nota all’altra è il non essere, il nulla, inteso come spazio creativo in cui nasce ciò che non ha dimora. Fare musica con il pensiero, per Zambrano, significa avere, sì, un centro entro il quale il resto ruota, ma anche riuscire a creare, di volta in volta, nuove connessioni che non intaccano la sostanza ma la trascendono.

Per Maria Zambrano c’è una distinzione netta tra ritmo e melodia: il «ritmo è concettuale, è dato; una volta trovato non c’è altro, come accade nelle marce militari. […] Soltanto nella melodia ci può essere rivelazione; la melodia è creatrice, è imprevedibile»[15]. Eppure, bisogna capire di che ritmo si parla. Il ritmo descritto da Zambrano è quello artificiale, corrisponde alle attività nelle fabbriche; in realtà, vi è anche un ritmo naturale, molto vicino alla visione dei pitagorici stessi: è quest’ultimo che confluisce nella melodia e la realizza.

In Zambrano nessun elemento è puramente negativo: è importante reintegrare ciò che deve ancora nascere[16] per realizzarsi. La melodia per Zambrano riesce a creare un’unità aperta: si allarga il confine e lo si apre alla trascendenza. In merito, seguendo Ortega, si può affermare:

si determina la differenza “radicale” tra la musica romantica e la nuova musica, tra “vecchia” e “nuova” musica, tra Schumann e Mendelssohn, da un lato, e Debussy e Stravinskij dall’altro, differenza che corrisponde, dal punto di vista di una teoria della fruizione artistica, a due atteggiamenti opposti nel godimento musicale, vale a dire quella propria di una “concentrazione dal di dentro” e quella di una concentrazione “dal di fuori”[17].

In Zambrano concentrazione dal di dentro e dal di fuori coincidono. O, meglio, stare dentro è uno stare fuori, e viceversa[18]. Riflettere dentro l’opera significa lo stesso uscirne, in quanto la persona porta con sé un proprio modo di interpretare, un vissuto, che comporta lo spostamento del rapporto dentro-fuori. Difatti, per Zambrano l’incubo più grande è stare dentro ma sentirsi fuori, lontano da sé; il pericolo deriva quando questa identità viene a mancare, quando il fuori si distacca dal dentro ed essi non coincidono più. Per questo fare musica, anche con il pensiero, significa essere dentro l’opera e fuori al tempo stesso, riconoscendo tale statuto speciale. Nel momento in cui questo equilibrio si rompe, si perde la possibilità di relazionarsi autenticamente con l’opera stessa.

Scrivere, per Maria Zambrano, è creare un metodo a-metodico fatto di note. «Modellare un pensiero di struttura “musicale” seguendo i canoni della ragione discorsiva è il grande obiettivo di Platone secondo Zambrano»[19]. Il Fedro rappresenta l’opera in cui Socrate produce musica raccontando, ammaliando chiunque la senta. Il metodo proposto è poetico e, al tempo stesso, estremamente rigoroso. Ci sono, difatti, anche sistemi filosofici che, nonostante la loro rigorosità, riescono a suonare perfettamente tutte le proprie parti; per Zambrano ciò è evidente nell’Etica di Spinoza:

Eppure, una volta terminata la lettura, l’immagine del poema compiuto, nella sua purezza adamantina, si presenta immediatamente all’animo; le ragioni matematiche sono scivolate nella nostra mentre senza violenza, poeticamente, anche musicalmente. Il pensiero quanto è più puro, tanto più possiede la sua misura, la sua musica[20].

Questo per dire che quello che conta è il riuscire a creare delle note di pensiero che prendono vita nelle parole senza far violenza, depositandosi armoniosamente. Per Maria Zambrano la parola musicale è il campo di battaglia in cui la matematica diventa amore per la letteratura. Non c’è contraddizione in questo, ma solo il desiderio di far risuonare le parole nello stesso modo in cui lo fa la nostra anima. Se si rifiuta ciò, è impossibile far suonare il proprio metodo. «Aristotele, tuttavia, non poté suonare […] Perché aveva le dita indurite»[21]; difatti, per Zambrano, Aristotele, non credendo nella musicalità dei pitagorici, ha perso l’occasione di creare un metodo musicale.

Riscattare la musicalità delle parole significa discendere nella persona, nel punto più abissale; se ciò non viene accettato, non si riesce a ottenere delle note di un metodo. «La musica esce dall’inferno; non è discesa dall’alto. La sua origine, prima che celeste, è infernale»[22]. Solo chi riesce ad ascoltare ciò che emerge dalle viscere infernali può espandere il suono e riutilizzarlo in maniera creatrice. Fare musicalità, dunque, significa ricreare ciò che si è nelle parole, nel pensiero. Ciò implica un ascolto totale della persona, e solo chi si riconosce completamente può discendere nelle proprie acque.

Zambrano, «come i pitagorici, cerca un logos che sia armonia e musicalità, che ci permetta di far risuonare tutte le note della nostra anima. Un logos non astratto ma vicino alla vita trova nell’armonia musicale un’immagine adeguata»[23]. L’anima è l’elemento in cui Zambrano installa il sentire più profondo: è qui che, attraverso un suo riscatto, si può arrivare a sentire la vera essenza della realtà. Il richiamo dell’anima è musicale, e nessuna persona che vuole trovare sé stessa può rifiutare tale chiamata.

«Si era rassegnata. Quando due anni dopo lesse Bergson, sentì un’immensa allegria, l’allegria per il fatto che fosse possibile riscattare la musica perduta; perché Bergson faceva musica facendo filosofia, la faceva col suo pensiero…»[24]. Fare musica facendo filosofia: questo è ciò che vuole Maria Zambrano. Riscattare la musica perduta significa riscattare anche la parola perduta, la persona perduta. Volere una musicalità letteraria o filosofica indica un salvare le note mancanti del proprio essere dalla penombra delle viscere. «La penombra è qualcosa di musicale. Si dovrebbero chiudere gli occhi, come fanno i ciechi o quelli che vedono poco, per ascoltare la musica. La musica del pensiero»[25].

Ciò che Zambrano apprezza della musica è proprio il suo legame con l’oscurità. Ci sono le note, una melodia, la canzone, eppure qualcosa rimane celato. L’obiettivo di chi riscatta tale musicalità non è quello di disvelarne la struttura, ma di cercare di sentire oltre ciò che viene mostrato, per riscattare il buio della musica, il centro entro cui ruota l’armonia prodotta. Ascoltare la musica significa vedere nel chiarore opaco, nonostante essa sembri presentarsi come trasparente e immediata. Acquistare una certa musicalità significa, per il pensiero, aprirsi a una certa metodologia di riscatto: per questo i sistemi rigidi fanno fatica a trascrivere la loro struttura in ciò che possiamo definire come note letterarie. Fare musica con il pensiero significa, per Zambrano, confidare in una realtà altra, che giace nascosta nell’al di qua, nella persona stessa.

Tra filosofia e letteratura: la musica come creazione armoniosa della persona

Fare letteratura, fare filosofia[26] per Maria Zambrano equivale a produrre musica: «comprendere che si può fare musica anche facendo filosofia è per Zambrano “un’immensa gioia”. Che è possibile, anzi necessario, imprimere al pensiero un andamento musicale»[27].

Zambrano, costretta all’esilio, sperimenta in prima persona l’importanza di una musicalità intesa come narrazione armonica di sé stesso, in modo tale da ricostruire la propria persona. Vivere musicalmente significa avere fedeltà verso chi si è, tenendo vive le parti sepolte nella persona, custodendole, cercando di armonizzarsi con un «tempo musicale»[28]. Non bisogna dimenticare che Zambrano legge diverse opere di Schneider, conosciuto personalmente a Roma, come Il significato della musica[29]. È sempre stata affascinata da quello che abbiamo definito pensiero musicale, in quanto fin da bambina ha suonato strumenti e si colloca in un ambiente, quello spagnolo, estremamente fecondo, dal punto di vista sia poetico sia musicale. Tutto ciò la porta a essere servitrice della melodia: in «questa prospettiva, l’idea di melodia in Zambrano si configura come “canto dell’anima”, come sua emanazione acustica, intessuta di discontinuità»[30].

Parlando del tempo, Zambrano afferma: «dà di sé dandosi a udire e non a vedere, dando a udire la sua musica anteriore a ogni musica composta della quale è ispirazione e fondamento»[31]. La molteplicità di tempi che Zambrano sperimenta[32] le permette non solo di scoprire tutta la trascendenza dell’istante, ma anche di sentire un accavallarsi dei tempi e di ascoltare la “musicalità primaria” della temporalità, così unica che sembra chiamarci. L’opera in cui approfondisce tale argomento è Delirio e destino[33]. Destino, inteso come chiamata unica, personale; a seconda della risposta, viene modellata la persona. Ascoltare il tempo significa costruire con esso, nascere in esso e grazie a esso. Non a caso, le note musicali di Zambrano, cioè le parole vive, sono imbevute di temporalità personale, di vissuto chiamato (alla realizzazione da parte del destino stesso), a cui Maria Zambrano dona tutta la sua attenzione e cura. «Tornerà sempre colui che fa la musica di quest’istante. Tornerà questa musica che si approssima di più all’origine, al principio […] Dura un istante tutta la musica. Un istante di eternità»[34].

La musica, per Maria Zambrano, è generatrice. C’è musica dell’anima, del cuore, delle viscere: bisogna accudire il tempo giusto, l’istante in cui poterli ascoltare. Dietro queste melodie abissali, si nascondono spesso personaggi avidi di vita, di realtà. È emblematico il caso di Unamuno: sia in Niebla sia in Del sentimento tragico della vita, mostra una letteratura disperata, una religione tragica, in cui ogni personaggio ha una propria melodia e non si vuole in nessun modo disperdere nulla, si richiede l’eternità per ogni creatura, quindi, per ogni musicalità unica.

Ciò che sta a cuore a Maria Zambrano è il riuscire a sentire tali lamenti musicali. Difatti, l’ermeneutica del riscatto che propone è musicale. Il sentire la musicalità interiore non è solo una questione di attenzione, ma di salvezza, come mostra Unamuno e il suo disperato amore per tutto ciò che perisce. Diversa, invece, è la modalità musicale di Nietzsche; così ne parla Zambrano:

Nella sacra oscurità dell’infanzia in cui Nietzsche si immerse negli ultimi anni, e che venne classificata come pazzia, solo la musica lo cullava, e la voce di sua madre che gli leggeva i testi di Spinoza che lo calmavano e lo facevano sorridere. Si direbbe che tornasse creatura, liberandosi dell’essere persona, maschera[35].

La musica viene a essere melodia, cura dell’anima, calma. Tutto ciò, però, è in armonia con un sentire più ampio, originario, che si applica anche oltre l’essere umano stesso. «La tradizionale musica delle sfere non fa altro che offrire il perno di questo pensiero ermetico, della totalità della promessa che si destò un giorno nella mente e nel cuore del saggio Talete»[36]. La musica delle sfere, in Zambrano, confluisce in un sentire originario, in una patria pre-natale; il vero dramma è se tale musica sembra escludersi, così come accade all’esiliato, ormai abbandonato dalla vita e costretto a sviluppare una nuova melodia, personale.

«Quella musica che avvolge sempre una persona, ne regola i movimenti, vi imprime uno speciale suggello di benessere o malessere. E quest’aura che avvolge ogni persona, la sua ombra, predica a favore o contro di essa»[37]. La persona è un ritmo, ha in sé dei ritmi e mai può discostarsi dalla sua musicalità, che può diventare sinfonia. La persona è un’orchestra che nel suono impone un vorticare di tutti gli elementi chiave, proprio a indicarne la forza, che tuttavia esclude qualsiasi forma di violenza.

Tutte le opere di Zambrano comunicano l’idea che l’essere umano in generale, e nello specifico la persona, abbia una propria aura che possiamo definire anche “melodia”. Maria Zambrano si occupa molto dello studio della pietà, intesa come il trattare adeguatamente l’altro, proprio a indicare la specificità di ogni essere umano. Eppure, una delle tesi di questo articolo è che l’essere umano non abbia solo una “canzone”, una “melodia”, ma riesca a tenere in sé più tipi di note, più spartiti. La vera armonia musicale, dunque, è saper intrecciare le diverse melodie senza perdere il loro senso e cercando di mantenerle in una relazione che permette di esprimere chi si è. Difatti, scrivere è «difendere la solitudine in cui ci si trova»; perché è in essa che ci inabissiamo, cercandoci e riversandoci nel foglio bianco, pronto a ospitare le lettere che compongono non solo una nota, ma un ritmo, una musicalità sì tra le tante, ma, in quanto scelta, unica.

Comporre la propria canzone, intesa come vita, significa saper ospitare e far convivere armonicamente tutte le melodie che, essendo parti della persona, devono avere il loro spazio e la loro dignità. Saper suonare il pensiero significa avere in sé un’etica musicale, nel senso di una riuscita gestione da direttore d’orchestra di tutte le singole parti. Per Maria Zambrano, infatti, la musica è l’arte dell’armonizzazione.

Il termine “armonia” da «un punto di vista storico […] ha subito un’evoluzione a partire dal VI secolo a.C., quando da “connessione” o “giuntura”, e in senso musicale affinamento di uno strumento, […] comincia a essere inteso in senso etico»[38]. In Zambrano, il senso etico del termine è essenziale: viene inteso come relazione musicale entro cui vi è una compenetrazione perfetta. Però, ciò non va inteso come un pieno assoluto: infatti, rimane sempre a disposizione un atomo di vuoto, uno spazio creativo in cui continuare a nascere.

L’armonia perseguita da Maria Zambrano è visibile nel voler integrare ragione e poesia, filosofia e poesia, storia e religione; ma soprattutto c’è la volontà di dare a tutte, e in special modo alla filosofia, una propria musicalità. Difatti, «attraverso i concetti di ritmo nella sua accezione naturale e quindi positiva, e di melodia, Zambrano intende ripristinare l’universo poliritmico del vivente, l’unità di armonia; non l’unità della filosofia, dunque, bensì, piuttosto, quella della poesia»[39]. Non l’unità della filosofia, in quanto tende a una violenza cui Zambrano sfugge; la filosofa cerca, invece, l’unità poetica, cioè quella che abbraccia le parole, le tiene strette e le considera un dono da custodire, non da abbandonare.

Conclusioni

Si è analizzata la posizione di Maria Zambrano rispetto alla musica, intesa come richiamo intimo entro cui sostare e vivere. La specificità di questa proposta deriva da una sensibilità unica nel riprendere ciò che viene posto al margine della vita o, anche, al confine dello spartito. In Zambrano, tutte le note sono necessarie e, se sono problematiche, vanno ricreate, rinarrate, ma mai eliminate. Ciò che è davvero importante nel suo pensiero è la centralità di un vissuto musicale, cioè pronto a far vivere armoniosamente tutte le parti della persona, come il cuore, le viscere e l’anima. La persona non crea solamente la musica, ma è essa stessa musicalità, e riscattare tale profondità significa avere degli spartiti entro cui adagiare tutte le nostre note, ognuna nella maniera richiesta.

 

  1. L. Grigoletto, Lógoi. Sul sentiero orfico-pitagorico di María Zambrano, Milano, Mimesis, 2022, p. 57.
  2. Ivi, p. 72.
  3. Intesa come essenza del cosmo, dei pianeti.
  4. M. Zambrano, Il sogno creatore [1985], tr. it. di C. Ferrucci, Milano, SE, 2017, p. 21.
  5. Inteso come momento privilegiato in cui il tempo apre le sue viscere, le sue spazialità nascoste in cui sentire la trascendenza nell’al di qua.
  6. M. Zambrano, Per l’amore e per la libertà. Scritti sulla filosofia e sull’educazione [2007], a cura di A. Buttarelli, trad. di L. M. Durante, Bologna, Marietti 1820, 2021, p. 41.
  7. M. Zambrano, A modo de autobiografia, in «Antrophos», nn. 70.71, marzo-aprile, 1987, p. 69: ‘Primariamente volevo essere una cassa musicale. Senza alcun dubbio me l’avevano regalata, e mi sembrava meraviglioso che, al solo alzare il coperchio, si sentisse la musica; ma senza dire niente a nessuno, mi resi conto che non potevo essere una cassa musicale’ (traduzione nostra).
  8. Nata nel 1904 a Vélez-Málaga, Maria Zambrano fu costretta all’esilio nel 1939, a causa della guerra civile spagnola, per tornare in patria solo nel 1984. Il suo maestro è stato Ortega y gasset, e Zambrano ha imparato fin da subito, grazie anche alla figura di Unamuno, la specificità spagnola rispetto al resto d’Europa. La Spagna, infatti, non ha intrapreso il percorso di una filosofia sistematica, ma permane in quella che viene definita una “letteratura filosofica”.
  9. Inteso come richiamo prenatale a cui ogni uomo è costretto a rispondere, sia con un’accettazione sia con un rifiuto.
  10. E. Trapanese, Memoria e entrañamiento. La parola in María Zambrano, Caserta, Ipermedium, 2010, p. 75.
  11. M. Zambrano, Dell’aurora [1986], a cura di E. Laurenzi, Bologna, Marietti 1820, 2020, p. 94.
  12. M. Zambrano, Note di un Metodo [1989], a cura di S. Tarantino, Napoli, Filema, 2008, p. 64.
  13. Ivi, p. 30.
  14. Intesa come visibilità che non tradisce le ombre, ma che le accudisce, trattandole nella maniera adeguata, evitandone la fuga.
  15. Ibidem.
  16. In Zambrano vi è un paradigma “maieutico-generativo”, la nascita rappresenta il motore della vita. Attraverso la speranza realizzata, nascere significa rientrare in sé stessi, arrivare a essere persona.
  17. C. Cantillo, Il paesaggio della cultura. Filosofia e musica in Ortega, in Ortega y evolution prospective, n. 54 della «Rivista di estetica», a cura di L. Bartelesi e G. Consoli, 2013, pp. 207-27, p. 216.
  18. È emblematica la narrazione del delirio. Delirare rimanda etimologicamente a “uscire fuori”, che è ciò che accade a chi è vittima del delirio. Tale essere umano è sia fuori che dentro; fuori perché vaga al di là di sé stesso, dentro perché fisicamente rimane sul posto. Il delirio è il movimento di chi calpesta la linea, la oltrepassa per poi tornare indietro e rifare il tutto da capo. È un movimento nevrotico che mette alla prova la persona e la sua unità. Tale parola, delirio, è essenziale in Zambrano. La sua opera in cui il delirio viene narrato è La tumba de Antigone.
  19. L. Grigoletto, Lógoi, op. cit., p. 60.
  20. M. Zambrano, Verso un sapere dell’anima [1950], a cura di R. Prezzo, trad. it. di E. Nobili, Milano, Cortina, 1996, p. 23.
  21. L. Grigoletto, Lógoi, op. cit., p. 66.
  22. M. Zambrano, L’uomo e il divino [1955], tr. di G. Ferraro, Roma, Lavoro, 2001, p. 98.
  23. W. Tommasi, María Zambrano. La passione della figlia, Napoli, Liguori, 2007, p. 90.
  24. M. Zambrano, Delirio e destino [1989], a cura di R. Prezzo, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2000, p. 194.
  25. M. Zambrano, Note di un metodo, op. cit., p. 87.
  26. La proposta filosofica di Zambrano è quella di una ragione poetica. L’obiettivo è quello di unire poesia e filosofia, cioè di sviluppare una ragione che custodisca le zone d’ombra, una ragione che abbracci la persona e tutte le sue dimensioni viscerali.
  27. R. Prezzo, Pensare in un’altra luce. L’opera aperta di María Zambrano, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006, p. 66.
  28. Ivi, p. 67.
  29. L. Grigoletto, Lógoi, op. cit. p. 120.
  30. Ivi, p. 131.
  31. M. Zambrano, Chiari del bosco [1977], a cura di C. Ferrucci, Milano, SE, 2016, p. 46.
  32. Tra il 1928 e il 1929, Zambrano è costretta al riposo forzato, per via della tubercolosi. È qui che narra, in Delirio e destino, il suo sperimentare tempi diversi, in cui passato-presente-futuro venivano completamente stravolti, tanto da poter dire di ricordare il futuro.
  33. Opera scritta per un concorso, pubblicata soltanto nel 1987; è una sorta di autobiografia della Spagna, dilaniata dalla guerra civile. L’opera non vinse, ma ottenne la menzione d’onore e la promessa di pubblicazione, mai mantenuta, da parte di Gabriel Marcel.
  34. Ivi, p. 92.
  35. M. Zambrano, Dell’aurora [1986], tr. it. di E. Laurenzi, Bologna, Marietti 1820, 2020, p. 145.
  36. M. Zambrano, I beati [1990], a cura di C. Ferrucci, Milano, SE, 2010, p. 45.
  37. M. Zambrano, I sogni e il tempo [1992], tr. it. di L. Sessa e M. Sartone, Bologna, Edizione Pendragon, 2020, p. 106.
  38. L. Grigoletto, Lógoi, op. cit., p. 136.
  39. Ivi, p. 138.

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Le ragioni di Orfeo. L'”Euridice” di Roberto Vecchioni entro e oltre i “Dialoghi con Leucò”

Author di Melisanda Massei Autunnali

Abstract: L’incontro con la cultura classica rappresenta da sempre una cifra compositiva portante della produzione di Roberto Vecchioni, che alla carriera di cantautore ha a lungo affiancato l’insegnamento delle materie letterarie nei licei e in seguito, per molti anni, il corso di “Forme di poesia per musica” presso varie università italiane. La canzone Euridice, pubblicata nel 1993, richiama in via diretta il celeberrimo mito orfico secondo l’originale lettura di Cesare Pavese, proponendo l’idea di un Orfeo che si volta e perde Euridice intenzionalmente. Questo articolo affronta questa rilettura del mito secondo una prospettiva sistemica che le attribuisce un ruolo del tutto peculiare nell’opera, anche letteraria, del cantautore milanese. In particolare, la centralità del riuso classico da parte di Vecchioni viene esplorata alla luce del forte autobiografismo dell’autore, in una connessione di arte e vita che coinvolge in senso ampio la produzione di uno dei più importanti rappresentanti della canzone d’autore italiana.

Abstract: The encounter with classical culture has always been a key compositional feature of Roberto Vecchioni’s production, who, alongside his career as a singer-songwriter, has long combined teaching literary subjects in high schools and later, for many years, the course “Forms of poetry for music” at various Italian universities. The song Euridice, published in 1993, directly recalls the famous Orphic myth according to Cesare Pavese’s original interpretation, proposing the idea of ​​an Orpheus who turns and intentionally loses Euridice. This article addresses this reinterpretation of the myth according to a systemic perspective that attributes to it a very peculiar role in the work, including literary, of the Milanese singer-songwriter. In particular, the centrality of the classical reuse by Vecchioni is explored in the light of the author’s strong autobiographical nature, in a connection of art and life that broadly involves the production of one of the most important representatives of Italian songwriting.

Euridice

La convergenza tra produzione musicale e riferimenti letterari rappresenta una cifra compositiva specifica dello stile di Roberto Vecchioni fin dalle realizzazioni d’esordio, quando il giovane professore inserisce all’interno del suo secondo album, Saldi di fine stagione, del 1972, una canzone dall’indicativo titolo di Aiace[1].

La progressiva acquisizione di una solida posizione nel panorama della canzone italiana e, in parallelo, il successo commerciale, lungi dall’attenuare, hanno progressivamente consolidato nell’autore l’attitudine al riuso, all’interno delle proprie canzoni, del riferimento classico e in generale letterario: e questo per finalità divulgative e al contempo per un’esigenza espressiva fortemente sincera.

Il ruolo che il brano dal titolo Euridice, risalente al 1993, riveste nell’ambito di un repertorio quantificato in una quarantina di canzoni – sulle circa duecentocinquanta totali che Roberto Vecchioni ha pubblicato a proprio nome – è del tutto peculiare: da un lato, per la complessità del risultato raggiunto in un’operazione di riscrittura, originale, di un riferimento privilegiato nell’ambito di una costellazione di fonti; dall’altro, per una specifica posizione sistematica della canzone all’interno di un più vasto orizzonte artistico e di pensiero, consolidato dall’autore nella sua produzione, e non solo musicale, ma anche di romanzi e racconti, soprattutto dagli anni Dieci del Duemila.

Euridice viene pubblicata all’interno dell’album Blumùn, che viene presentato alla stampa il 21 settembre 1993 ed esce, per la Emi Italiana, tre giorni più tardi[2]. La complessiva durata di quattro minuti e trentadue secondi si sviluppa in un’articolazione rigorosamente simmetrica, costituita da due sezioni principali che segnano, narrativamente, i due momenti della storia e che ripetono una medesima struttura tripartita. È difficile parlare di questa strutturazione come della classica distribuzione di strofa-strofa-refrain oppure strofa-bridge-refrain di cui si avvalgono solitamente i brani corrispondenti alla cosiddetta forma-canzone. Piuttosto, ciascuno dei tre passaggi corrisponde a un distinto movimento in cui la variatio tonale-melodica è accompagnata anche da un sofferto crescendo di intensità che tale diventa, come è abbastanza logico, anche nell’interpretazione.

A seguito di una significativa intro strumentale – di indirizzo squisitamente monteverdiano – l’attacco della voce nella prima macro-strofa rende immediatamente evidente la scelta di identificare l’io narrante con Orfeo e l’interlocutore con Ade: a lui il protagonista si rivolge, annunciando il contesto emotivo e le ragioni della scelta di scendere fino agli inferi per riprendersi la propria sposa, simbolo di una giovinezza del mondo sfiorita dopo la sua morte. L’intenzione programmatica di Orfeo si fa esplicita nella seconda, brevissima, sotto-sequenza, scandita dall’annuncio, da parte del mitico cantore tracio, di spingere tutta la forza della propria arte di fronte al dio come mezzo per riottenere l’amata. La terza sotto-sequenza, assai più lunga delle precedenti, si articola attraverso la suggestiva elencazione dei contenuti di questo canto, rafforzata dall’anaforica successione del verbo al futuro («canterò»), fino alla conclusione del climax e alla ricomparsa di Ade come destinatario riconosciuto dell’impetuoso agire del protagonista. La valenza programmatica che il futuro assumeva nella seconda sotto-sequenza si capovolge in intenzione narrativa: cosicché l’intero passaggio, nel tramite della sequenza dei «canterò», vale in realtà come il racconto del drammatico confronto di Orfeo con il re degli inferi e il finale cedimento di quest’ultimo.

L’inizio della seconda parte del brano coincide con il rovesciamento emotivo di Orfeo, che nella sotto-sequenza d’avvio si trova ancora agli inferi e sta cercando di guadagnarsi l’uscita e il conseguente ritorno alla luce, come è noto, seguito dalla sua sposa. Al suo ripensamento, con le ragioni che lo accompagnano, segue, nella (breve) sotto-sequenza successiva, l’attuazione del proposito, che permette la sostituzione del pregresso termine anaforico della prima parte («canterò»)[3] con un nuovo sintagma («mi volterò»), che ne capovolge interamente le finalità, esplicitate in via definitiva nella (lunga) terza sotto-sequenza. In essa Orfeo, persuaso che Euridice, dopo aver conosciuto il regno dei morti, ad esso ormai appartiene e non può ritornare alla Terra come nulla fosse accaduto, decide di rinunciare alla donna e di mettere in atto deliberatamente le nefaste conseguenze del patto con Ade (la perdita della sposa, qualora nel tragitto l’eroe si fosse voltato). Al futuro programmatico (e anaforico) della seconda sottosequenza si sostituisce nella terza un futuro narrativo che concretizza l’attuazione del proposito («mi volterò perché l’ho visto il gelo / che le ha preso la vita»), e così pure i tre futuri successivi in coda alla canzone. Una successione di azioni ed eventi porta la vicenda verso la conclusione: Orfeo prende la decisione finale, Orfeo si volta, l’immagine di Euridice si dissolve e poco dopo non è già più. Sullo sfondo si sovrappongono le considerazioni del protagonista sulla vita che lo attende da ora in poi: nuove ragazze che già lo aspettano e che confermeranno la persuasione che l’amore non può incontrarsi col pianto, col dolore, ma è piuttosto rinnovata scelta di vitalità. Il che corrisponde alla necessità di lasciarsi per sempre alle spalle il passato con Euridice.

Vecchioni e Pavese

Roberto Vecchioni non ha mai omesso di sottolineare, nel corso degli anni, e in occasioni molto distinte tra loro, come la fonte della sua (libera) ispirazione nella rielaborazione del celebre mito sia L’inconsolabile di Cesare Pavese, uno dei Dialoghi con Leucò pubblicati dallo scrittore piemontese per Einaudi nel 1947. Pavese è citato nei suoi libri e nelle sue conferenze e non mancano le performance, rintracciabili anche in rete, in cui il cantautore esegue Euridice facendola precedere dalla lettura della prima, fondamentale battuta del dialogo pavesiano[4].

Orfeo vi inizia il suo racconto dalla conclusione della sua vicenda, spiegando alla baccante Bacca, che interloquisce con lui, come sia accaduto che, una volta in prossimità dell’uscita dall’Ade, egli abbia spontaneamente deciso di voltarsi, di fatto riconsegnando la sua sposa alla morte, e in via definitiva:

È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò che è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi: «Sia finita» e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva[5].

Premesso che Pavese non è l’unica fonte che Vecchioni prende in considerazione[6], in ogni caso al tributo divengono consequenziali due domande che non possiamo tralasciare di porci: innanzitutto, perché proprio L’inconsolabile costituisca, tra le tante, la chiave d’accesso privilegiata alla lettura di questo mito da parte del cantautore, e poi perché proprio questo mito abbia costituito per Vecchioni una fonte di ispirazione per una canzone. Una prima risposta esaurisce entrambi i quesiti: all’interno della produzione di Roberto Vecchioni Euridice, come già accennato, riveste un ruolo strategico, ovvero “fa sistema” nell’ambito di una precisa visione del mondo, articolata, per una parte notevole della sua produzione, attraverso molti contributi, ciascuno con un proprio senso.

Le prime ragioni che ci interessano, tuttavia, sono quelle di Orfeo, così come lo presentano sia Vecchioni sia Pavese nel comune sgomento rispetto a quello che l’eroe si è trovato di fronte, in entrambe le versioni, una volta arrivato agli inferi, e che è causa del suo agire. «Mi volterò perché l’ho visto il gelo / che le ha preso la vita», canta Vecchioni: «gelo» che agisce anche sulle motivazioni dell’Orfeo di Pavese, perché è l’impronta stessa dell’inferno, quella da cui Euridice, pur riportata in vita, non potrà mai liberarsi. Salvarla, dunque, è del tutto inutile[7]: tratta alla luce, continuerebbe a portare con sé il sigillo della morte e ad essa sarebbe comunque destinata. Ma l’amore non può portare con sé il contrassegno della morte: «Non si ama chi è morto»[8], spiega l’Orfeo pavesiano. «Tutto quello / che si piange non è amore», soggiunge quello di Vecchioni, motivando così, come vedremo, la decisione di volgere la propria attenzione verso altre, più vitali e accoglienti, esperienze.

Eppure, le lacrime ci sono state: l’Orfeo di Vecchioni le ha cantate di fronte ad Ade nella fragilità degli uomini che sentono la vita smarrirsi e in quelle dello stesso dio degli inferi nell’estremo cedimento di fronte al canto dell’eroe; all’Orfeo di Pavese le ricorda, invece, ancora Bacca, rammentando quanto egli abbia pianto alla scomparsa della sposa, fino alla ferale decisione di scendere all’Ade per lei. Può forse averlo fatto per qualcosa che non fosse amore? In effetti, al netto della semplice mente della baccante, se questo non è il fine, sembrerebbe difficile, se non impossibile, ipotizzare un ulteriore significato della catabasi. Che invece esiste.

È questo il punto in cui la convergenza tra Pavese e Vecchioni si fa più sottile e complessa. Certo, per entrambi la morte di Euridice è il motivo primo della discesa di Orfeo, la causa per cui il viaggio agli inferi si è messo in moto. Il confronto con quel mondo, con il «gelo» che ha avvolto Euridice, ha svelato a entrambi l’esistenza di un’altra verità, di un altro scopo. Alla domanda di Bacca, infatti, l’Orfeo pavesiano risponde che Euridice non è, in realtà, il vero fine per cui egli è sceso fino all’Ade: «Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. […] Io cercavo, piangendo, non lei ma me stesso. […] Non si cerca che questo»[9].

Fare a pezzi il destino

Orfeo, però, dice anche che «un vero passato fu solo nel canto»[10]: non a caso, infatti, agli inferi è sceso tenendo in mano una cetra, simbolo identitario delle sue peculiarità di umano. Su di essa sposta la propria attenzione anche Vecchioni: ma non lo fa solo in Euridice, bensì all’interno di un racconto contenuto nella raccolta autobiografica La vita che si ama. Storie di felicità, pubblicato da Einaudi nel 2016.

Il brano si intitola – assai programmaticamente – Come fare a pezzi il destino. In queste pagine Vecchioni si tratteggia come protagonista in qualità di presidente di commissione a un esame di maturità. Durante la prima prova scritta, il brillantissimo studente Andrea Jori opta per lasciare in bianco il foglio del tema d’italiano, dove solitamente è eccellente. Appreso che il motivo della crisi è di ordine sentimentale, il Vecchioni-presidente si reca a casa dello studente e lo inchioda al tavolo col racconto del mito di Orfeo ed Euridice, negli stessi termini della canzone. Euridice, gli spiega, pavesianamente esprimendosi, «è un pretesto, una posta in gioco, non è il fine ultimo di Orfeo: è un mezzo»[11]. Il ragazzo, avvezzo alla versione tradizionale, chiaramente si stupisce. Al che Vecchioni prosegue:

E che pensavi? Che il mito dei miti fosse una semplice passeggiata per amore? Che la passione per quella donna, quella sola, fosse il culmine di tutti i sensi dell’universo? No. Perché si porta una lira dietro, Orfeo? Perché come tutti gli altri, le altre, non si limita a straziarsi e implorare Ade che gli ridia l’amata? Perché canta per sé. Forse al principio neppure lo avverte: in fondo un poeta suona, un poeta canta, altro fare non sa, è naturale che si porti dietro la lira[12].

Quale sia la vera motivazione Orfeo lo scoprirà a poco a poco, incantando i demoni con la propria musica, ma soprattutto in prossimità dell’uscita: da un lato, le mutate condizioni di Euridice, che rendono inevitabile l’atto di lasciarla andare; dall’altro, che quella discesa terribile lo ha visto protagonista

sì nell’illusione di rivalsa, ma ancor più per battere i demoni, per fargli vedere di cosa è capace un uomo, di cosa è più forte un uomo: dolore, male, morte, mistero, di tutto ciò che può togliergli la vita ma non vincerlo, perché questo è il segno divino negli uomini, sfidare l’impossibile e ricominciare, ricominciare sempre. E allora Orfeo si volta, si volta apposta, […]. Si volta perché dietro c’è il buio, davanti la luce, e un uomo è nella luce che deve vivere[13].

Così, del resto, già nella canzone del 1993:

Ma non avrò più la forza

di portarla là fuori,

perché lei adesso è morta

e là fuori ci sono la luce e i colori;

dopo aver vinto il cielo

e battuto l’inferno,

basterà che mi volti

e la lascio alla notte

la lascio all’inverno…

La prossimità tra Euridice e questa ben più ampia riflessione di Roberto Vecchioni è stata esplorata anche all’interno del volume uscito per Bompiani del 2021, Canzoni, nel quale sono raccolte le trascrizioni del corso di “Forme di poesie in musica” che il cantautore ha tenuto presso l’Università di Pavia nell’anno accademico 2016-2017 assieme al docente di semiotica Paolo Jachia e al chitarrista Massimo Germini. Nel capitolo dedicato al brano[14], Vecchioni ribadisce per prima cosa l’ispirazione rispetto alla versione di Pavese, ma soprattutto riutilizza, e con le stesse parole, la medesima esegesi che già ne aveva fatto nel racconto Come fare a pezzi il destino. Le conclusioni sono evidenti: vincere il cielo, battere l’inferno, piegare le decisioni del fato – con Pavese e anche al di là di Pavese – sono tutte opportunità che gli umani hanno per confermarsi nella loro natura di uomini, che solo mostrandosi più forti delle circostanze possono intraprendere l’uscita verso l’espressione più gioiosa della vita e dell’esistere.

Samarcanda

A queste acquisizioni Vecchioni è pervenuto a seguito di un percorso che ha attraversato praticamente tutta la sua carriera fino ai giorni nostri, partendo da premesse molto diverse rispetto a quelle alle quali è approdato sostanzialmente da Euridice in poi.

C’è una canzone che tutti conoscono, e che si intitola Samarcanda, anch’essa densa di appigli letterari[15]. In questo celebre brano del 1977, un soldato, terrorizzato da una nera figura dallo sguardo cupo che gli appare all’improvviso nel bel mezzo di una festa, chiede al suo re un cavallo per scapparne il più possibile lontano. Tre giorni dopo, finalmente giunto nell’affascinante città uzbeka, vi trova ad aspettarlo la medesima nera signora: il mio sguardo – gli dice – non era malevolo, ma solo stupito perché, visto che ti aspettavo qui oggi, non riuscivo a capire come mai tu fossi così lontano tre giorni prima. La signora, chiaramente, è la morte e, per estensione, il destino: se ti sceglie, non c’è fuga che tenga.

Oggi Vecchioni non scriverebbe più Samarcanda, canzone concepita dopo la scomparsa di suo padre[16] e chiaramente ispirata all’idea di un fato che schiaccia e annienta gli esseri umani. A questo tipo di destino il cantautore ha più volte dichiarato di non credere più: «credo nella volontà e nella libertà umana»[17]. Questa nuova prospettiva – già espressamente attestata, del resto, nel racconto di cui si è detto – ha conquistato in anni recenti una posizione di primo piano nella produzione dell’artista milanese: lo prova soprattutto, previa l’anticipazione di alcune canzoni pregresse[18], il suo disco più recente, l’album concept L’Infinito, uscito nel novembre 2018 e dedicato a una serie di personaggi che nella loro esperienza si sono dimostrati in grado di sconfiggere avversità all’apparenza insormontabili, primo tra tutti il pilota Alex Zanardi[19]. Tra l’una e l’altra delle due posizioni, distanziate tra di loro da oltre quarant’anni di attività, Euridice si situa come esito intermedio, ma di svolta, che tuttavia acquisisce un suo significato più concreto e decisivo alla luce di uno sguardo complessivo che non la isoli rispetto a ciò che la precede e ciò la segue. In questo senso la proposta artistica di Vecchioni costituisce un sistema che acquista valore soprattutto se visto come tale: per sé stesso e per le singole tessere chiamate a comporre il puzzle.

La letterarietà di Euridice non è che la conferma del senso disvelativo che la classicità riveste per un autore così affezionato al riutilizzo colto. Ma, una volta riorientato lo sguardo umano sulla realtà, i miti continuano ad agire come archetipi del nostro modo di approcciarsi alle cose: e l’esito più immediato, spesso, è la più stringente personalizzazione.

Parlare di sé

Parlando di Euridice, nel commento contenuto in Canzoni, Jachia ribadisce il principio secondo il quale «Vecchioni ha sempre concepito la canzone come un racconto di se stesso a se stesso»[20] e dunque specificandone una sottesa natura simbolico-autobiografica.

Già in passato il docente-critico era intervenuto sul brano all’interno del suo primo libro dedicato all’artista, Roberto Vecchioni. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, uscito per Frilli nel 2001[21]: qui egli aveva sottolineato come il brano sopraggiungesse «a precisare una diversa, e più matura, stagione artistica ed esistenziale di Vecchioni»[22], e una più serena concezione dell’amore e della vita dopo che il cantautore era stato «nella quasi totalità delle sue canzoni precedenti […] un grande cantore del dolore e dell’infelicità»[23]. La chiave è in uno dei versi finali: «tutto quello / che si piange non è amore».

L’amore deve essere esperienza piena, vitale, accogliente e gioiosa: ciò che non può esserlo o non può esserlo più, deve essere consegnato al passato. Ora, al di là dell’esperienza privata alla quale Vecchioni effettivamente si riferisce, ciò che conta è la modalità della costruzione della simbologia privata nel contesto mitico: cioè come effettivamente l’autobiografismo, cifra distintiva della poetica dell’artista milanese fin dalle origini, incontri il “gioco letterario” che comporta l’individuazione del Sé dietro le maschere delle figure e dei personaggi spesso e volentieri utilizzati. Appunto, l’Orfeo ritratto in Euridice.

Come osservato, egli si reca all’Ade con la cetra in mano, e lo fa per cantarvi «tutte le sue canzoni», «stasera»: un cantore tracio, però, non canta “canzoni”, semmai “canti”, così come non c’è nessuna iconografia o citazione letteraria atta a puntualizzare che la catabasi si sia svolta di sera, ammesso e non concesso che agli inferi esista una scansione della giornata di cui del resto parla solamente Dante. Tradizionalmente, il mondo dei morti rappresenta «un limite, […] una frontiera che segna la fine del mondo dei vivi e l’inizio di ciò che vi è oltre, in senso spaziale e temporale»[24], e per questo disorientante. All’Ade non è mai sera, poiché vi regna una notte perpetua: mentre di sera, al contrario, si tengono i concerti e gli spettacoli.

Ma non è solo questo: nelle Precisazioni in calce alla Vita che si ama, richiamandosi al racconto Come fare a pezzi il destino, Vecchioni specifica, infatti, non solo il debito nei confronti del Pavese dei Dialoghi con Leucò, ma anche che «il drammatico amore di Andrea Jori è mutuato da un’altra vicenda simile in un altro tempo»[25]. Ovvero, una vicenda personale.

Vecchioni ne fa il tema di un altro racconto della raccolta, Mi ritorni in mente[26], dove il cantautore narra come dalla dolorosa conclusione di una storia giovanile abbia tratto l’ispirazione per Luci a San Siro, ovvero il brano con cui nel 1971 ha cominciato a farsi conoscere e che ad oggi rappresenta, assieme a Samarcanda, uno dei pezzi più conosciuti del suo repertorio. Il fatto che da una sconfitta sentimentale sia nata una canzone così importante viene letto come una vittoria, e se vogliamo anche una vittoria dell’arte e dell’umanità, proprio come quella di Orfeo su Ade. La ragazza perduta è essa stessa un’Euridice che non avrebbe più senso riportare alla luce, ovvero amare ancora: «Quella specie di amore – scrive Vecchioni – sarebbe durato forse mesi forse anni, poi sarebbe finito. E non ci sarebbe più stato l’amore. E nemmeno lo strazio. E invece lo strazio, quel pugnale nel cuore, l’addio di quella sera è svanito, non fa più male, ma la commozione che mi prende ogni volta per quella canzone è viva e lo sarà per sempre. Si maschera di dolore a volte, la felicità»[27].

Concerto agli inferi

Ma, se l’Orfeo di Euridice è una maschera di Vecchioni, che cos’è che egli canta all’Ade? Pavese a questo proposito dice molto poco, solo che l’eroe intonava il suo «canto»[28] e che ha «visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare»[29]. Ma questi sono effetti, e non contenuti, rispetto ai quali Pavese non niente dice, e anche le fonti antiche, essenzialmente Virgilio e Ovidio, non sono precisissime.

Il poeta delle Georgiche, oltre a dirci che, subito dopo la morte di Euridice, «ipse cava solans aegrum testudine amorem / te, dulcis coniunx, te solo in litore secum / te veniente die, te decedente canebat»: Georg. 4, vv. 464-66), nulla rivela su cosa possa effettivamente aver scosso i sentimenti commossi delle divinità infere, delle ombre dei morti e delle altre creature infernali: possibile, anzi assai probabile, che si trattasse dei medesimi contenuti che Orfeo aveva disperatamente cantato prima della catabasi, ovvero Euridice, ed Euridice soltanto. Quanto a Ovidio, dopo aver specificato la preparazione del suo strumento da parte di Orfeo, («pulsisque ad carmina nervis», Met. 10, v. 16), il poeta di Sulmona riferisce, con tanto di discorso diretto, la lunga preghiera (vv. 17-39) che Orfeo rivolge ad Ade per riavere indietro la sposa. Ovidio specifica che il cantore pronuncia queste affermazioni «nervos […] ad verba movens» (v. 40) e, visto che da qui in poi il discorso inizia a vertere sulle conseguenze emotive degli astanti in ascolto, appare abbastanza pacifico che soltanto questo sia stato il contenuto dell’esibizione orfica.

Molto più specifico, invece, Vecchioni, che nella sequenza dei futuri prima programmatici e poi narrativi, di fatto esplicita con puntualità quale sia stato il contenuto del canto (anzi, delle «canzoni») di Orfeo, sostanzialmente distinto in due blocchi precisi: caratteristiche fisiche di Euridice («la storia delle sue mani / che erano passeri di mare / e gli occhi come incanti d’ombre / scivolanti ai bordi delle sere»); situazioni corrispondenti alla fragilità del vivere («le madri che / accompagnano i figli verso i loro sogni / per non vederli più, la sera, / sulle vele nere dei ritorni», dove le vele nere hanno una chiara simbologia luttuosa di origine mitica); e

gli uomini, segni dimenticati,

gli uomini, lacrime nella pioggia,

aggrappati alla vita che se ne va

con tutto il furore dell’ultimo bacio

nell’ultimo giorno dell’ultimo amore

sul valore delle emozioni e dei sentimenti come possibilità estrema per gli umani di combattere la propria caducità.

Non si farebbe fatica a trovare passaggi analoghi in molta produzione pregressa e successiva dell’autore, costellata di immagini dal medesimo, solido, afflato lirico e da corrispondenti affermazioni sul valore dell’amore contro il tempo e la sua corrosione: non si farebbe fatica a intuire, cioè, che il repertorio di Orfeo all’Ade è in realtà il repertorio dello stesso Vecchioni. Che però, nonostante tutto, non manca di appoggiarsi più o meno direttamente a Virgilio.

Se, infatti, il poeta latino nulla dice esplicitamente su ciò che Orfeo cantò una volta all’Ade, nell’indicare le ombre che escono «Erebi de sedis imis» (Georg. 4, 471) segnala esplicitamente «matres et viri» (v. 475): non «matres et patres», ma «madri e uomini» – esattamente come nel testo di Vecchioni –, che del resto sono già morti e che dunque conoscono benissimo quel rimpianto della vita tratteggiato nei versi del cantautore. Non solo: dopo di loro si portano avanti «defuncta […] corpora vita / magnanimum heroum, pueri innuptaeque puellae / impositique rogis iuvenes ante ora parentum» (vv. 475-77), ovvero giovani, e dunque figli, morti precocemente. A portarli allo scoperto è il canto di Orfeo, straziato d’amore: il segnale esplicito che in questo sentimento sono in grado di riconoscere un irrinunciabile appiglio alla vita. Ma, dove Virgilio allude o sottintende, Vecchioni mette in chiaro, rimarcando energicamente ogni singolo assunto con un’interpretazione quantomai appassionata e tutta in crescendo: perché risolutamente sua.

Conclusioni

Affermavamo in apertura che la riappriopriazione del materiale classico da parte di Roberto Vecchioni non può essere ricondotta al semplice intento di mettere a disposizione di un vasto pubblico un oggetto colto: la materia intellettuale, per il cantautore milanese, è una chiave di accesso al reale che costruisce una visione profondamente intima e personale.

Quel che, però, è centrale in questa riflessione è la natura non episodica o isolata non dei singoli riusi – come nel caso di Euridice – quanto piuttosto della dimensione sistemica all’interno del quale si colloca ogni contributo. Canzoni e racconti assumono, infatti, un valore aggiunto per le modalità con cui si legano tra di loro lungo la linea del tempo, andando a comporre, attraverso varie tappe, un insieme destinato a tradursi nel ben preciso orizzonte di senso della vittoria sulle avversità della vita e della ricerca della felicità. La sostanza autobiografica di questo approccio è inevitabile: poiché parlare del mondo al mondo è prima di ogni altra cosa parlare di sé a sé stessi. Rendendo la cultura chiave d’accesso: per sé e per gli altri.

 

  1. Com’è noto, alla carriera artistica Roberto Vecchioni ha affiancato l’attività di docente presso gli istituti superiori e i licei fino al 1999. Laureato nel 1968 in Lettere classiche presso l’Università Cattolica di Milano, è stato allievo di Benedetto Riposati, con la guida del quale ha discusso una tesi di laurea dal titolo Ligdamo nella critica degli ultimi decenni (cfr. catalogo tesi online dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano). Quando, nel settembre 1993, viene pubblicata Euridice, il cantautore è titolare di una cattedra di quarta ginnasio presso il Liceo classico “Arnaldo” di Brescia, che gli viene assegnata per effetto del decreto-legge del 9 agosto 1993, n° 288 del Ministro dell’Istruzione Rosa Russo Iervolino (“Anticipazione all’anno scolastico 1993-94 dell’attuazione delle direttive del piano di rideterminazione del rapporto alunni-classi”: in concreto, il taglio di 56mila cattedre). L’anno precedente Vecchioni ha insegnato al liceo “Bagatta” di Desenzano del Garda, dove però, per il dl, è risultato “sovrannumerario”. Sulla vicenda, cfr. G. Benedetti, Scuola, via in quattro regioni. E Vecchioni perde la cattedra, in «Corriere della Sera», 15/9/1993, p. 10 e A. Biglia, Vecchioni: non trattateci come rami secchi, in «Corriere della Sera», 16/9/1993, p. 17, nonché la sintesi in E. Longo, Roberto Vecchioni. Un cantautore in cattedra, Roma, Arcana, 2017, pp. 194-95.
  2. A oggi, tolte le riproposizioni antologiche, è questa l’unica versione (studio) disponibile del pezzo che dal vivo, invece, viene spesso riproposto col solo accompagnamento alla chitarra di Massimo Germini: per esempio, all’URL https://www.youtube.com/watch?v=Ce2y_JNzpug&t=1s, in un’esibizione allo IULM di Milano nel 2022 (ultima consultazione: 11/03/2025). Non ne esistono, inoltre, versioni alternative rispetto a quella di Vecchioni, con l’eccezione di una riproposizione live, peraltro piuttosto recente, in duetto con Giuliano Sangiorgi dei Negramaro. Cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=tu_k8Dyor9s (ultima consultazione: 11/03/2025).
  3. Per il testo del brano, oltre al booklet del compact disc, il riferimento è il volume R. Vecchioni, Trovarti, amarti, giocare il tempo. Tutte le canzoni, Torino, Einaudi, 2002, pp. 275-76.
  4. Cfr. l’URL: https://www.youtube.com/watch?v=KGe0RPPvvLQ (ultima consultazione: 11/03/2025).
  5. C. Pavese, L’inconsolabile, in Id., Dialoghi con Leucò, Torino, Einaudi, 1999 [1947], pp. 75-80, cit. a p. 77.
  6. Tolto il finale, l’impostazione lineare del racconto nella sequenza discesa-canto-risalita chiama in causa le fonti classiche e soprattutto il Virgilio di Georg. 4, 453-527, dove Euridice muore morsa da un serpente mentre sta sfuggendo ad Aristeo, citato in R. Vecchioni, Canzoni, a cura di M. Germini e P. Jachia, Milano, Bompiani, 2021, p. 87.
  7. Cfr. R. Vecchioni, Canzoni, op. cit., pp. 77-78: «un uomo non sa che farsi della morte, […] che i morti non sono più nulla» e che è inutile riportare in vita Euridice «per poi [vederla] morire un’altra volta […]. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla. […] Euridice morendo divenne altra cosa».
  8. C. Pavese, L’inconsolabile, op. cit., p. 77.
  9. Ivi, pp. 77-78.
  10. Cfr. C. Pavese, L’inconsolabile, op. cit., p. 77: «un vero passato fu solo nel canto».
  11. R. Vecchioni, Come fare a pezzi il destino, in Id., La vita che si ama. Storie di felicità, Torino, Einaudi, 2016, pp. 93-106, cit. a p. 102.
  12. Ivi, p. 103.
  13. Ibidem.
  14. Cfr. R. Vecchioni, Euridice, in Id., Canzoni, op. cit., pp. 79-91.
  15. Ivi, pp. 193-99.
  16. Cfr. Vecchioni R. in Castelli L., «Samarcanda mi ha un po’ stufato». La malattia del padre, le lotte giovanili di ieri e di oggi, l’«Infinito»: Vecchioni si racconta prima del concerto al Colosseo, in «Corriere della Sera», 8/11/2019, p. 8, sez. Torino: «Mio padre era malato, si era trasferito a Ginevra per curarsi, sembrava avercela fatta e invece la morte lo aspettava là. Per me Samarcanda era Ginevra».
  17. R. Vecchioni in G. Schiavi, Roberto Vecchioni: «Oggi non scriverei più Samarcanda: il destino si può battere». Il cantautore: non ho fiducia negli uomini, ma nelle donne sì, in «Corriere della Sera», 3/02/2019, p. 18.
  18. Gli esempi chiave sono sostanzialmente due: Le rose blu (da Di rabbia e di stelle del 2007) e Ho conosciuto il dolore (da Io non appartengo più, 2013).
  19. L’articolazione di questa visione non si limita ad ogni modo alle canzoni e ai racconti, ma ricomprende anche le innumerevoli dichiarazioni alla stampa, le molte conferenze e i molti momenti parlati nel corso dei quali Vecchioni si rivolge al pubblico all’interno dei propri spettacoli: soprattutto a partire dal tour del 2016, anch’esso dal titolo La vita che si ama, nel corso del quale la presentazione delle canzoni era accompagnata da riflessioni tratte o rielaborate dall’omonimo libro, prevalentemente sul tema della sconfitta del male e del destino.
  20. P. Jachia in R. Vecchioni, Canzoni, op. cit., p. 85.
  21. Le medesime considerazioni si ritrovano anche in un successivo libro di Jachia, Roberto Vecchioni da San Siro all’Infinito. Cinquant’anni di album e canzoni (1968-2018), Milano, Ancora, 2019.
  22. P. Jachia, Roberto Vecchioni. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, Genova, Frilli, 2001, p. 125.
  23. Ibidem.
  24. D. Fabiano, Senza paradiso. Miti e credenze sull’aldilà greco, Bologna, Il Mulino, 2019, p. 88.
  25. R. Vecchioni, La vita che si ama, op. cit., p. 159.
  26. Cfr. ivi, pp. 47-52. La storia è raccontata anche in un altro libro di Roberto Vecchioni, Tra il silenzio e il tuono, Torino, Einaudi, 2024, e in particolare nei racconti Ottobre 1964, pp. 64-65, Agosto 1966, pp. 67-69 e Gennaio 1968, pp. 91-93.
  27. Ivi, p. 52.
  28. C. Pavese, L’inconsolabile, op. cit., p. 77.
  29. Ivi, pp. 77-78.

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

«Io non artista, solo piccolo baccelliere»: appunti sullo statuto della canzone italiana tra letteratura e società

Author di Luigi La Grua

Abstract: Il contributo intende indagare lo spazio che separa la canzone dalla letteratura tradizionalmente “alta”, al fine di proporne un ridimensionamento. I numerosi esempi vogliono infatti mostrare come, attraverso la musica, la sua produzione e il suo consumo sempre più pervasivi nei nostri tempi, si possa ricostruire efficacemente l’immaginario di un’epoca, in passato come nella più vicina attualità.

Abstract: The contribution aims to investigate the space that separates the song from traditionally “high” literature, in order to propose a reevaluation of it. The numerous examples intend to show how, through music, whose production and consumption are increasingly pervasive in our times, it is possible to effectively reconstruct the imagery of an era, both in the past and in the more recent present.

Premessa e qualche esempio

«La canzone d’autore è la vera nuova forma d’arte del Novecento»[1]. Seppure da ridimensionare circa il prestigio esclusivo assegnato alla canzone (e specificatamente quella «d’autore»), l’affermazione di Roberto Vecchioni «non è forse un azzardo eccessivo»[2]. È sotto gli occhi di tutti come oggi le piattaforme musicali forniscano «continuamente una disponibilità pressoché infinita di ogni tipo di musica che ci accompagna ovunque»[3]. La pervasività del fenomeno pone più di un interrogativo sullo status artistico del prodotto, sulle ragioni del suo successo e sulle possibilità di interpretazione del fatto in chiave sociologica.

È infatti accaduto, e accade tuttora, che la canzone venga utilizzata come fonte storica, nell’ottica di un progressivo allargamento del bacino delle fonti e della resa di una “storia totale”. Jacques Le Goff, per esempio, ha citato canzoni dei Beatles a proposito di passaggi storici emblematici del Novecento e anche in Italia non sono mancati tentativi in tal senso[4]. Marco Peroni, tra gli altri, ha utilmente proposto di considerare, su tre piani, la canzone come «fonte» della ricerca storica, come «strumento» del suo racconto o come «agente» della storia stessa, come, cioè, «fattore in grado di contribuire alla diffusione di nuovi comportamenti e mentalità, per la sua efficace capacità di definire identità e comunità»[5].

La canzone può infatti farsi portavoce, anche involontariamente, delle «istanze più profonde di rinnovamento»[6] insite nella società. Per fare solo qualche esempio, non appare casuale che La guerra di Piero, «una delle canzoni antimilitariste più famose scritte in Italia», sia nata solo un anno dopo Blowin’ in The Wind (1963)[7] e di poco preceda C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones (1966). Un anno dopo quest’ultima, Francesco Guccini pubblica Noi non ci saremo e lascia inedita Allora il mondo finirà, ancora due canzoni ispirate da un’epoca di incertezza che spinge l’autore fino a Il vecchio e il bambino (1972), figlia della paura atomica. Nello stesso arco di tempo Guccini incide Dio è morto (1967), testo che è stato definito di carattere «generazionale» anche dallo stesso autore e che nel manoscritto reca due versi con un riferimento esplicito alla ventennale guerra del Vietnam, poi cassati nella redazione definitiva[8].

Volti femminili della stessa beat generation in Italia sono Caterina Caselli e Patty Pravo, i cui successi – come Nessuno mi può giudicare (1966) o La bambola (1968) – sono spesso riflesso di istanze sociali ribelliste e innovative[9]. Ancora agli anni ’60 appartengono le Canzoni di una coppia di Margot (1963), album figlio della collaborazione – tra gli altri – di Franco Fortini, autore del testo di due tracce. Già dal 1957, tuttavia, Margherita Galante Garrone – in arte Margot – aveva dato vita, assieme a musicisti come Sergio Liberovici, Emilio Jona, Michele Straniero e Fausto Amodei, al progetto “Cantacronache”[10]. In quest’ultimo ebbe un ruolo di primo piano anche Italo Calvino, il quale non a caso presentava con un breve trafiletto in copertina il primo disco da solista della cantautrice[11].

Centrale, nella riflessione femminista degli anni ’70, è il tema dell’aborto, sul quale la canzone italiana si affaccia con Abortire di Fufi Sonnino, del Movimento Femminista Romano (1973). Altri esempi sono: Le guardie hanno bussato, dello stesso Movimento[12]; Aborto di stato del Comitato femminista di Padova (1975); Maria Sole di Rettore (1975); Morta per autoprocurato aborto di Gianna Nannini (1976); Piccola storia ignobile di Guccini (1976); Rimini di De André (1978); fino alla fine del decennio, già dopo la stessa legge 194/1978: Certi momenti di Pierangelo Bertoli (1980).

L’intera opera di De André si potrebbe, forse, leggere fruttuosamente sotto le categorie di “fonte” e di “agente” sopra ricordate. Solo in Anime Salve (1996)[13], per esempio, De André porta al centro dell’attenzione il delicato tema dell’identità di genere, a cui certo – escluse importanti eccezioni[14] – l’Italia della canzone non era abituata, e quello degli «zingari, un popolo che potrebbe veramente scrivere un capitolo importante della storia dell’uomo»[15]. Di queste «minoranze» il cantautore genovese si è fatto portavoce, «convinto che sono i comportamenti diversi dalla regola comune a essere evolutivi […] esecrati dalle maggioranze ma […] che riscattano l’intera umanità dal rischio di addormentarsi, di fermarsi»[16].

A voler continuare sulla dimensione politica del cosiddetto cantautorato italiano, si sprecherebbero le pagine: troppi gli esempi possibili e già ben affermata la notorietà del dato rilevato. A questo punto occorre, invece, chiedersi quale statuto sia da assegnare alla canzone, che si muove tra il polo della poesia, costante richiamo in sede di elogio, quello del prodotto commerciale, barriera ineludibile anche in sede di giudizio estetico, e, come già chiarito, quello dell’“agente” sociale. In molte interviste vari cantautori hanno speso tempo a rifiutare la definizione di poeta[17], sebbene alcuni di loro abbiano anche ricevuto notizia di una candidatura al premio Nobel per la letteratura (tra questi, stando ai rumors, Leonard Cohen, Roberto Vecchioni e il vincitore del premio del 2016: Bob Dylan). Va anzitutto sottolineata la natura del tutto singolare della canzone: «una particolarissima fusione di musica e testo»[18], dove nessuno dei due elementi può essere ridotto all’altro, ma quanto conta è «il risultato, mutevolissimo, del loro incontro»: «una terza forma di espressività, non solo poetica e non solo musicale, tale da rendere inadeguato qualsiasi tipo di approccio univoco o specialistico, che si limiti cioè a considerare soltanto uno degli elementi costitutivi a prescindere dall’altro»[19]. Lo stesso Vecchioni ha felicemente usato in proposito l’immagine del «caffellatte»: «una volta fatto non si può più separare il caffè dal latte, come nelle canzoni non si può separare il testo dalla musica»[20].

Pure con la consapevolezza dell’«autonomia formale» della canzone, ad animare anche le più feconde riflessioni in questa direzione è spesso la convinzione che la canzone risponda a un «diffuso bisogno di poesia (tanto più oggi che la poesia è poco frequentata)». A ciò va aggiunto che la popolarità del genere dovrebbe essere non un «motivo di scadimento estetico», ma, semmai, «un suo ulteriore pregio»[21]. Come forma d’arte dominante nel nostro presente, al pari delle serie TV o del cinema, «i nostri tempi tormentati» potrebbero servirsi di essa per leggere «una gamma ampia di risposte» agli interrogativi più diffusi, offerta sempre «in una consapevole commistione con i modelli letterari e le tradizioni umanistiche più consolidati». Insomma, «tentare di avvicinarsi al meglio della cultura popolare» è necessario «per capire in ultima istanza ciò che si agita nel profondo di questa umanità tormentata»[22].

Nell’antitesi tra una società che considera i cantanti come poeti e cantanti che rifiutano questo ruolo in un modernissimo Non chiederci la parola[23], si potrebbe leggere addirittura l’assenza di “profeti” nel nostro tempo, di intellettuali in grado di muovere le coscienze verso un sogno comune, di «ispirare ulteriori movimenti di emancipazione contro le forme di dominio che pervadono il nostro tempo». Maurizio Viroli, pure di tale avviso, scrive di aver vissuto dei «tempi profetici», quando «nel 1968-69» la sua generazione guardava a un «nuovo modo di vivere, libero dagli orrori della guerra e dello sfruttamento». Nel ritrarre il clima vissuto Viroli non manca di citare The Times They Are a-Changin’ di Bob Dylan e Auschwitz di Guccini, canzoni profondamente legate a quell’«aspirazione»[24]. A tale proposito si potrebbe dire che anche Guccini si sia dimesso dal ruolo assegnatogli, volendo stare alla lettera di un suo famoso verso («però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia!»[25]). La generazione che mirava a un «mondo nuovo» (sintagma «di matrice gramsciana» e ricorrente in Guccini, almeno in Dio è morto, Noi non ci saremo, Canzone delle situazioni differenti e, appunto, Mondo nuovo[26]) ha potuto constatare che «Dio che è morto / non è morto per tre giorni»[27]. È tuttavia legittimo sostenere che l’arte del tempo, canzone compresa, fosse il riflesso di un certo fermento nella società, alimentato da ideologie, miti e «profeti» di cui oggi Viroli scrive di avvertire la mancanza[28]. Alcune canzoni si sono, anzi, fatte simbolo dello stesso fermento e certi cantanti ne sono ancora oggi addirittura icone: restando al Sessantotto studentesco, Valle Giulia e il suo autore, Paolo Pietrangeli, ne sono sicuramente esempi. «La canzone […] è scritta a caldo nell’ottobre del Sessantotto, qualche mese dopo gli avvenimenti» della “battaglia di Valle Giulia”, ed è, «di fatto, una risposta a Pier Paolo Pasolini», il quale in giugno aveva pubblicato la notissima e contestata Il PCI ai giovani[29]. «Con la stessa vastità della sua diffusione», il testo di Pietrangeli non può che essere esempio di «come, anche senza passare per massicce promozioni discografiche, la musica possa talvolta costituirsi dal basso quale strumento prezioso di conservazione e valorizzazione dell’esperienza collettiva»[30]. Prodotti del genere meritano, come la letteratura più «alta», uno studio incardinato tanto sulla storia quanto sulla forma[31].

Pochi esempi di intertestualità fra canzone e letteratura

Innumerevoli nella nostra tradizione musicale sono, a proposito, i legami, tematici o strutturali, con la tradizione letteraria in senso lato. La prima canzone qui citata, La guerra di Piero, ha reso attuali le stesse soluzioni e lo stesso sgomento che avevano ispirato, quasi un secolo prima, Rimbaud e Nadaud[32]. Allo stesso modo, non si può fare a meno di ricordare che nella «ballatetta» di Cavalcanti Perch’io no spero di tornar giammai, alle origini della nostra letteratura, si trova la medesima soluzione adottata da Lucio Dalla, che si rivolge alla propria Canzone (1996) implorandola di raggiungere l’amata per consegnarle un messaggio.

Ancora, La leggenda di Olaf di Vecchioni (1972) ha saputo tradurre l’immagine di un «Medioevo “convenzionale”» in un successo narrativo di ampia portata, come fanno oggi numerosissime serie tv e come ha fatto Umberto Eco nel Nome della rosa, «fondendo fantastico medievale e verosimile storico»[33]. La canzone racconta, infatti, la storia di un altro Lancillotto, innamorato della donna del re, ma consapevole che «l’attesa di una vita» gli servirà solo «a dire no» nel momento in cui questa gli si offrirà mentre il re è lontano per la caccia[34]. Qui il motivo di Lancillotto si intreccia con uno più antico: come nell’Ippolito euripideo, la regina riferisce al re di aver subito violenza da parte di Olaf durante la sua assenza. Il re quindi, nonostante i meriti del cavaliere, lo caccia e il racconto termina con il suicidio di Olaf, che stravolge il ritornello. Quale «modello archetipico di fabula», lo stesso espediente si ritrova anche nell’episodio di Bellerofonte insidiato da Antea, nell’Iliade, e nella vicenda della moglie di Putifarre, nella Genesi. Si tratta, insomma, di una soluzione narrativa che in modo seriale viene usata in innumerevoli riscritture fino ai nostri tempi[35]. «Malgrado i suoi presupposti […] fantastici, ingenui e inaccettabili per l’uomo moderno», e pure prestandosi a comprensibili e storicizzabili slittamenti semantici, essa appare ancora efficace nel rappresentare con evidenza un tratto «tipico» del «carattere umano»[36].

La canzone italiana oggi e conclusioni

Sono stati portati pochi esempi alla nostra argomentazione, ma dalla combinazione del valore estetico di canzoni simili, della funzione sociale da loro esercitata e del loro valore commerciale in quanto “prodotti” discende la necessità di una critica militante che legga, anche nelle canzoni, «il libro del mondo»[37], «sempre attenta a cooperare nel discernimento» di esso, «secondo dinamiche e curiosità nuove»[38]. Tanto più se oggi nel mare magnum del mercato musicale la canzone “impegnata” sembra assente ai più disfattisti e rara da scorgere a tutti gli altri. Se ciò sia dipeso più dall’allargamento del mercato o dall’affievolirsi dell’offerta non è questione da discutere brevemente. Non mancano oggi, anche solo nel panorama musicale italiano, canzoni contro la guerra[39], di istanza femminista[40] o naturalmente nate come denuncia di casi di cronaca[41]. Non tutte – e anzi poche, per ovvie ragioni – appartengono alla generazione di artisti su cui fin qui ci si è soffermati. Eppure, non si avverte una spinta propulsiva ben definita, chiara come invece è apparsa essere in passato.

E se cerchi la protesta nelle classifiche attuali

Rischi di trovare solo la rassegnazione sommessa di giovani anziani

Ieri cantavi Contessa in piazza durante i cortei popolari

Oggi se canti Contessa probabilmente si tratta di un pezzo dei Cani[42].

Il testo di Dutch Nazari, appena citato, appare non poco polemico. Il gioco di parole si fonda sull’omonimia tra la celebre canzone del già ricordato Pietrangeli (Contessa, del 1966, altra traccia iconica per il Sessantotto italiano) e il cognome del frontman del gruppo indie I Cani, Niccolò Contessa. Dutch Nazari ha chiarito la propria posizione in un’intervista, dichiarando di essere cresciuto «in un periodo in cui […] c’era talmente tanta politica nella musica che non ci si accorgeva di come alcuni artisti “pop” […] fossero in realtà autori veramente schierati», come Daniele Silvestri: «Sono cambiate le generazioni e i linguaggi, la furia militante di un tempo ha lasciato spazio a una generale disillusione, a un diffuso disinteresse che porta a rifugiarsi nell’ironia, nel sarcasmo in pillole. Non è un caso che la forma di comicità più diffusa sia il meme»[43].

Quest’appiattimento era, forse, già stato previsto. De André, intervistato da Gianni Minà, aveva già espresso tutta la sua preoccupazione:

Per quanto riguarda la canzone italiana […], per quanto riguarda quella che viene chiamata forse non in maniera precisa, la canzone d’autore, credo che siamo i migliori che ci siano al mondo. […] basta confrontare un testo, lasciamo perdere i grossi maestri, che sono maestri per tutto il resto del mondo, vale a dire Cohen, vale a dire Dylan, provate a leggervi un testo di un nuovo gruppo americano, e provate a fare il confronto con i testi di Venditti, di […] De Gregori, […] di […] Bubola, […] di Dalla. Il problema è questo, che mi pare che oltre Atlantico esista una sorta di Minculpop, cioè di ministero popolare, che impedisce la diffusione dei prodotti nostri, ecco. Questo è abbastanza disagevole. Perché finiremo per involverci. […]

Quindi quella che era una proposta di speranza alla metà degli anni ’60 è diventata una colonizzazione culturale alla fine?

No, lo è sempre stata[44].

Nel 1990 De André porta questa riflessione in una canzone con la Domenica delle salme, in cui il «cadavere di Utopia» è accompagnato nel corteo di «una domenica come tante». Non si odono «fucilate»: il «coro di vibrante protesta»[45] non è abbattuto da militari, ma ridotto a innocuo cicaleccio, «emblema del menefreghismo collettivo». «Il mondo occidentale» si è appiattito «sul pensiero unico capitalista americano»: il «mercato» e l’«affarismo» hanno prevalso[46]. De André aveva le idee molto chiare sul ruolo di critica che l’artista deve avere nei confronti della società[47] e, al contrario, sul rischio che si corre se questo si integra acriticamente ad essa[48].

La rabbia un tempo la scandiva

Soltanto la locomotiva

Gettata a sasso sulla strada

Adesso è giorno di mercato

Spuntano a grappoli i poeti

Tutte le isole han trovato[49].

«La locomotiva», alla lettera, è quella del caso di cronaca dell’ultimo decennio ottocentesco, ma allude, ovviamente, pure alla Locomotiva di Guccini (1972). Tratto strutturale di quest’altro testo-icona di un preciso momento storico è lo sfumare dell’episodio verso un andamento epico-narrativo, che già dalla prima strofa dissolve i dati fisiognomici del «macchinista-eroe», pure inquadrato in primo piano insieme al «treno-mostro» dagli «attributi ferini […]. Quasi un Orlando in groppa al suo Baiardo, il macchinista trascina la locomotiva contro il bersaglio della propria impetuosa ira»[50]: l’«ingiustizia»[51]. La stessa contro cui Sancho Panza e Don Chisciotte, in un’altra canzone di Guccini, «sput[ano] il cuore in faccia», promettendo una lotta titanica che qui, invece, alla fine del testo, assume più i toni di una speranza riposta in un futuro imprecisato[52]. Oggi nessuna tensione muoverebbe l’immaginario sociale e, con esso, i giovani poeti della canzone. Claudio Lolli deve aggiungere un «forse» alla sua profezia in Borghesia[53]. Vecchioni, sebbene lo desideri, sembra non poter smentire il suo interlocutore malinconico[54]. Ma, se l’affermazione incontrastata del capitalismo «ha comportato la difficoltà di elaborare modelli alternativi o utopie piene di speranze», la «fantasia» umana torna «in una sorta di nuova veste dell’utopia come ansia di libertà» nella narrativa, nella musica o in qualsiasi forma artistica che possa diventare sede del “ritorno” di questo “represso”: come in possibili «“interstizi” in cui ci è ancora data la possibilità di scegliere i nostri sogni, […] piccoli fuochi libertari che ciascuno accende senza più sapere se avranno qualche direzione di senso»[55]. A questo bisogno oggi rispondono la crescente narrativa delle serie TV e la “poesia” della canzone, i prodotti artistici più pervasivi di questo momento storico: anche per questo da interrogare adeguatamente.

In conclusione, ci si potrebbe chiedere se manchino del tutto interpreti critici del nostro presente o se questi siano oscurati dalle migliaia di produzioni “usa e getta” confezionate dal mercato e da quei «quattro autori» che «scrivono tutti i cantanti»[56]. Non si vuole, qui, giocare a cercare il cantautore impegnato di questi anni, in un modernissimo (e amaro?) ubi sunt? Ancora Viroli ha scritto di essere «convinto che se anche verranno nuovi profeti[57], pochissimi li ascolteranno. I più non li ascolteranno perché non saranno lì, saranno sempre connessi a qualcuno o a qualcosa»[58].

Nel mondo iperconnesso in cui ci troviamo è necessario «lavorare di sottrazione»[59] rispetto alla quantità di stimoli a cui si è continuamente esposti. Ciò vale anche solo strettamente sotto il profilo qui considerato, quello della canzone. È urgente la necessità di una critica che indaghi quali modelli culturali si sono, ormai, eclissati e quali, invece, continuano a plasmare l’immaginario e la produzione artistica e musicale, il cui ruolo – come si è detto – appare essere pervasivo: di una critica che indaghi in che «direzione», quindi, «balla la nuova Italia»[60].

 

  1. L’affermazione di Vecchioni, contenuta originariamente in «Sorrisi e canzoni», 2/01/2000, è riportata da L. Campus, Non solo canzonette. L’Italia della Ricostruzione e del Miracolo attraverso il Festival di Sanremo, Milano, Mondadori, 2005, p. 11.
  2. Ibidem.
  3. G. M. Anselmi, White mirror. Le serie tv nello specchio della letteratura, Roma, Salerno editrice, 2022, p. 41.
  4. Cfr. L. Campus, Non solo canzonette…, op. cit., pp. 3-14.
  5. Ivi, p. 6. Cfr. M. Peroni, Il nostro concerto. La storia contemporanea tra musica leggera e canzone popolare, Milano, Mondadori, 2005, pp. 1-4 e 37-38. La distinzione funziona anche a livello linguistico: la canzone può essere documento di un cambiamento in atto così come agente dello stesso. Lo stesso Campus rimanda a T. De Mauro, Storia della canzone italiana, Milano, Mondadori, 1977, p. VI; La lingua cantata, a cura di G. Borgna, L. Serianni, Roma, Garamond, 1994, p. III. Alla veloce rassegna si può aggiungere anche il più recente G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, Il Mulino, 2010.
  6. Cfr. G. M. Anselmi, White mirror, op. cit., p. 36, il quale descrive la stessa qualità a proposito delle serie TV, altra forma artistica oggi parimenti pervasiva.
  7. Cfr. W. Pistarini, Fabrizio De André. Il libro del mondo. Le storie dietro le canzoni, Firenze, Giunti, 2018, pp. 22-25.
  8. Cfr. F. Guccini, Canzoni, con introduzione e commento di G. Fenocchio, Milano, Bompiani, 2018, p. 21 in nota e p. 24. I versi cassati («perché in Vietnam non c’è nessuno / che abbia ragione o che abbia torto») seguivano al verso 23 («la dignità fatta di vuoto»).
  9. Sul punto, più distesamente, cfr. G. Trapani, Pensieri stupendi, pensieri frequenti: quello che le cantanti (non) dicevano, in «Diacritica», X, 52 (2024), vol. II. Si veda anche quanto testimonia in una recente intervista la stessa Patty Pravo: https://www.raiplay.it/video/2024/10/L-intervista-a-Patty-Pravo—La-fisica-dell-amore—15102024-ea5698cc-8b34-4a00-9b91-52eb08e5aacf.html (in onda il 15/10/2024, consultata il 27/12/2024).
  10. Puntuale e approfondita è l’analisi dell’esperienza e dell’eredità di Cantacronache in C. Ferrari, Cantacronache 1958-1962. Politica e protesta in musica, in «Storicamente», 9 (2013), pubblicato il 30/09/2013 (cfr. l’URL: https://storicamente.org/ferrari_cantacronache#ftn.d6e65, consultato il 26/12/2024). Cfr. anche Ead., Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, Milano, Unicopli, 2015; M. Peroni, Il nostro concerto, op. cit., pp. 43-52.
  11. Cfr. M. A. Epifani, Italo Calvino e le parole che fanno cantare, articolo pubblicato sul blog online della Treccani il 15/03/2023 (cfr. l’URL: https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_449.html, consultato il 17/12/2024); l’articolo del blog online “Le note di Euterpe”: Margot – Canzoni di una coppia (1963) del 27/02/2016 (cfr. l’URL: https://ilnegoziodieuterpe.blogspot.com/2016/02/margot.html, consultato il 17/12/2024).
  12. Cfr. C. Ferrari, La protesta è donna. E canta, in «Patria indipendente», pubblicato l’8/03/2024 (cfr. l’URL: https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/pentagramma/la-protesta-e-donna-canta/, consultato il 5/01/2025).
  13. Cfr. W. Pistarini, C. Sassi, Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta, Milano, Rizzoli, 2024, p. 155: «il suo ultimo album, Anime Salve, è quasi interamente dedicato alle minoranze».
  14. Si vogliono qui menzionare i precedenti: R. Gaetano, Io scriverò, RCA, 1979; P. Daniele, Chillo è nu buono guaglione, EMI, 1979 (su cui si veda G. Scala, «Chillo è nu buono guaglione»: identità e alterità nei femminielli napoletani, in «Diacritica», X, 52 (2024), vol. II); P. Bertoli, Maddalena, CGD, 1984.
  15. F. De André, appunti personali, «chiaramente in preparazione della cartella stampa» dell’album (cfr. W. Pistarini, Fabrizio De André. Il libro del mondo, op. cit., p. 251). Sul tema in musica, cfr. già C. Lolli, Ho visto anche degli zingari felici, EMI, 1976. Tanto sul «mondo del transgenere» quanto sugli «zingari», cfr. anche F. De André, Sotto le ciglia chissà. I diari, op. cit., p. 62.
  16. F. De André intervistato da G. Castaldo: Anime da salvare, in «Musica», 12/02/1997, riportato in W. Pistarini, Fabrizio De André. Il libro del mondo, op. cit., p. 272.
  17. È solo un esempio il titolo di questo saggio, verso tratto da F. Guccini, Addio, RCA, 2000. Spiritoso l’escamotage di F. De André, Sotto le ciglia chissà. I diari, op. cit., p. 50, riformulato durante un’intervista concessa a Vincenzo Mollica (cfr. la raccolta realizzata da quest’ultimo per il ventennale della morte di De André: Fabrizio De André – Parole e musica di un poeta, all’URL: https://www.raiplay.it/video/2019/01/Fabrizio-De-Andre-Parole-e-musica-di-un-Poeta-d3281142-8c96-487b-968a-aaf56900f893.html, consultata il 17/12/2024). A. Tabucchi (Di tutto resta un poco, Milano, Feltrinelli, 2020), tuttavia, gli avrebbe risposto che nel suo caso il termine «cantautore appare davvero inadatto», preferendo quindi «il termine perentorio di autore». In W. Pistarini, C. Sassi, Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta, op. cit., pp. 31-34 si legge ancora come De André allontani altre etichette che gli vengono accostate.
  18. L. Campus, Non solo canzonette, op. cit., p. 10.
  19. S. La Via, Poesia per musica e musica per poesia. Dai trovatori a Paolo Conte, Roma, Carocci, 2017, p. 20.
  20. Cfr. W. Pistarini, C. Sassi, Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta, op. cit., p. 35, che riporta le parole di Vecchioni tratte dal documentario Rai La canzone è poesia?.
  21. Cfr. L. Campus, Non solo canzonette, op. cit., pp. 11-12.
  22. G. M. Anselmi, White mirror, op. cit., p. 36.
  23. Anche passando su quanto già detto sulla “canzone d’autore”, gli esempi restano innumerevoli. Qui solo un altro paio, di genere diverso. Se Salmo racconta di una «generazione» che «non crede ai politici o ai santi», ma «soltanto ai cantanti» (Salmo, S.A.L.M.O., Tanta Roba, 2013), Marco Masini descrive invece l’intera dialettica tra i giovani, la cui «religione è di credere ai cantanti», ed egli stesso che, da cantante, «[si] dimett[e] da falso poeta, da profeta […]» (M. Masini, Vaffanculo, Tobia Music, 1993).
  24. Cfr. M. Viroli, Introduzione a Id., Tempi profetici. Visioni di emancipazione politica nella storia d’Italia, Bari, Laterza, 2021, pp. IX-XXX e, in particolare, le pp. XXIX-XXX.
  25. F. Guccini, L’avvelenata, EMI, 1976.
  26. Cfr. F. Guccini, Canzoni, op. cit., p. 31, nota.
  27. R. Vecchioni, Canzone per Francesco, RCA, 1976.
  28. Cfr. ancora M. Viroli, Tempi profetici, op. cit., pp. XXIX-XXX. Per Viroli, «nell’Italia repubblicana l’ultimo poeta profetico è stato Pier Paolo Pasolini» (ivi, p. 212).
  29. Cfr. M. Tramonte, Dalla «Canzone politica» alla «Canzone d’autore»: Italia 1968, in «Lengas», 74 (2013), pubblicato online il 10/12/2013 (cfr. l’URL: https://journals.openedition.org/lengas/532, consultato il 14/12/2024).
  30. Cfr. M. Peroni, Il nostro concerto, op. cit., p. 52. Sono parole che Peroni riferisce a Per i morti di Reggio Emilia, di Amodei (ivi, pp. 48-52).
  31. «Non è una scoperta per nessuno il fatto che nel nostro paese musica leggera e musica popolare siano stati considerati sempre una sorta di ancella rispetto alla cultura cosiddetta “alta”» (ivi, p. 17). Cfr. anche F. De André, Nobel ai cantautori? Qualche volta si può, intervista contenuta in «L’Unione Sarda», 8/12/1996, citata da W. Pistarini, C. Sassi, Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta, op. cit., p. 37: «Rimango dell’opinione che poesia e canzone siano due arti assolutamente diverse e distinte. Ma sono altrettanto convinto – come lo era il buon Benedetto Croce – che non esistono arti maggiori e arti minori». Cfr. sullo stesso punto già F. De André, Il nuovo De André, intervista a cura di T. Marcheselli, in «Gazzetta di Parma», 30/10/1973, contenuta in De André talk, op. cit., pp. 136-41.
  32. Cfr. W. Pistarini, Fabrizio De André. Il libro del mondo. Le storie dietro le canzoni, op. cit., p. 25.
  33. G. M. Anselmi, White mirror, op. cit., pp. 29-34.
  34. Cfr. R. Vecchioni, La leggenda di Olaf, Ducale, 1972.
  35. Cfr. F. Conca, Giuseppe e la moglie di Potifar, tra imitatio e fabula, in «Atti della Accademia Pontaniana», N.S., 55 (2006), pp. 261-74 (p. 262), il quale sintetizza così il «cosiddetto Potiphar-motiv»: «una donna maritata si innamora di un altro, ma viene respinta, e per vendicarsi lo accusa falsamente di essere stata oltraggiata».
  36. Cfr. G. Lukács, Narrare o descrivere, in Il marxismo e la critica letteraria, Torino, Einaudi, 1964, pp. 269-304 e, in particolare, le pp. 281-85. Tornando su un più antico interrogativo marxiano, Lukács ha scritto che «la poesia primitiva […] resta viva e interessante ancor oggi […] proprio perché mette al centro della rappresentazione questo eterno fatto fondamentale della vita umana».
  37. Cfr. F. De André, Khorakhané (a forza di essere vento), BMG, 1996.
  38. G. M. Anselmi, White mirror, op. cit., pp. 38-40.
  39. Solo due esempi recenti: V. Capossela, La crociata dei bambini, Warner Music, 2023 (ispirata da Brecht come fu anche il progetto Cantacronache: cfr. C. Ferrari, Cantacronache 1958-1962, op. cit., pp. 5-6 e 12; M. Peroni, Il nostro concerto, op. cit., p. 45); D. Nazari, Aqaba, pubblicazione indipendente, 2024.
  40. Anche qui solo un esempio recente: G. Mei, Bandiera, Sound To Be/ADA, 2024, virale dopo X Factor 2024.
  41. Sono moltissime, per esempio, le canzoni dedicate ai fatti del G8 di Genova, alla vicenda di Federico Aldrovandi o a quella di Stefano Cucchi.
  42. D. Nazari, Calma le onde (2018).
  43. Si veda l’intervista che Dutch Nazari ha concesso a Marco Beltramelli, sul magazine «Rockit»: Dutch nazari – Più dietro a un pianoforte che sopra a un beat, pubblicata il 13/12/2018 (cfr. l’URL: https://www.rockit.it/intervista/dutch-nazari-nuovo-album, consultata il 17/12/2024).
  44. Si veda l’intervista per Blitz 1981/82 (cfr. l’URL: https://www.raiplay.it/video/2018/04/Blitz-Puntata-del-04041982-4cad449b-0781-4f34-8f9f-b622467ee2e1.html, consultata il 17/12/2024). La stessa polemica sul ruolo della «cultura» americana risuona anche in G. Gaber, L’America, GIOM-Carosello, 1995.
  45. F. De André, La domenica delle salme, BMG, 1990.
  46. Cfr. W. Pistarini, C. Sassi, Fabrizio De André. Ho paura di fare il poeta, op. cit., pp. 182-83 e quindi C. G. Romana, Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con De André, Roma, Arcana, 2005.
  47. Cfr. F. De André, Sotto le ciglia chissà. I diari, op. cit., p. 154: «la vocazione dell’artista è quella di criticare la società, sottolineandone o mostruosizzandone i difetti, o esaltandone gli aspetti migliori implicitamente criticandone tutti gli altri».
  48. Cfr. F. De André, Sotto le ciglia chissà. I diari, op. cit., p. 8: «Un intellettuale integrato […] è uno che legge dentro le righe e capisce quello che succede molto più degli altri. […] se non è artista, se non riesce a trasformare quello che capisce in qualcosa d’altro che arriva ancora meglio, deve integrarsi: l’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti, ce l’abbiamo nel culo!».
  49. R. Vecchioni, Canzone per Francesco, op. cit.
  50. F. Guccini, Canzoni, op. cit., p. 45.
  51. F. Guccini, La locomotiva, EMI, 1972.
  52. Cfr. F. Guccini, Don Chisciotte, EMI, 2000. Un’altra promessa, profetica, ma di nuovo relativa a un futuro imprecisato, si trova in Id., Stagioni, EMI, 2000, a spezzare il disincanto verso cui sembra volgere il finale del testo.
  53. Cfr. C. Lolli, Borghesia, EMI, 1972 e Id., Borghesia, Storie di Note, 2000.
  54. Cfr. ancora R. Vecchioni, Canzone per Francesco, op. cit.
  55. G. M. Anselmi, White mirror, op. cit., pp. 17-18.
  56. Marracash, Crash, Island Records, 2024.
  57. Nel passo citato Viroli non allude certo a cantanti, sebbene qualche riga dopo – si è già visto – citi, tra gli autori che hanno accompagnato i «tempi profetici» della sua «giovinezza», Dylan e Guccini (cfr. M. Viroli, Tempi profetici, op. cit., pp. XXIX-XXX).
  58. Ibidem.
  59. Sono parole che ha usato F. Oggiano, giornalista di «Will Media», nel commentare, sui propri canali sociali, l’ultimo album di Marracash (È finita la pace, Island Records, 2024).
  60. E. Bennato, Balla la nuova Italia, Taranta Power/Cramps Music, 2011. Quello di Eugenio Bennato, più che un interrogativo, è un inno: «Balla la nuova Italia / in direzione ostinata e contraria».

(fasc. 56, 15 settembre 2025)

Pia da Siena tra Dante Alighieri e Gianna Nannini: da eroina poetica a icona pop

Author di Salvatore Francesco Lattarulo

Tutti mi dicon Maremma, Maremma,
ma a me mi sembra una Maremma amara.
L’uccello che ci va perde la penna,
io c’ho perduto una persona cara.

Sia maledetta Maremma Maremma,
sia maledetta Maremma e chi l’ama.
Sempre mi trema ’l cor quando ci vai
perché ho paura che non torni mai

(G. Nannini, Maremma, 1993)

Abstract: Il saggio analizza il rapporto tra i testi e le sonorità dell’album di Gianna Nannini, Pia come la canto io (2007), e gli enigmatici versi che Dante, alla fine del quinto canto del Purgatorio, dedica alla celebre nobildonna senese. L’indagine si focalizza contemporaneamente sulla longeva tradizione popolare toscana fiorita, in particolare tra Otto e Novecento, intorno all’eroina dantesca, che la cantante, sua conterranea, mette a frutto in quest’opera musicale. La Pia di Nannini è inoltre da leggersi in chiave femminista, in quanto prodotto artistico contro la violenza di genere.

Abstract: The essay analyses the relationship between the lyrics and sounds of Gianna Nannini’s album, Pia come la canto io (2007), and the enigmatic verses that Dante, at the end of the fifth canto of Purgatory, dedicates to the famous noblewoman from Siena. The investigation focuses simultaneously on the long-lived Tuscan popular tradition that flourished, particularly between the nineteenth and twentieth centuries, around Dante’s heroine, which the singer, her fellow countrywoman, brings to fruition in this musical work. Nannini’s Pia should also be read in a feminist key, as an artistic product against gender violence.

 

La complessa e commovente figura di Pia immortalata da Dante Alighieri negli ultimi versi del quinto canto del Purgatorio ha ispirato molti artisti, a partire dal celebre ritratto che ne ha dato il sommo poeta. È dal Cinquecento[1] in poi che si registrano in ambito teatrale e musicale le più significative riprese della struggente vicenda della moglie di Nello (ovvero Paganello), figlio di Inghiramo dei Pannocchieschi. Il culmine di questo Fortleben è segnato dall’omonima trasposizione operistica di Gaetano Donizetti nel 1837 su libretto di Salvadore Cammarano[2], che rende Pia un exemplum ineluttabilmente rassegnato ad andare incontro a un destino avverso. In tempi più vicini a noi, Gianna Nannini ha avuto il merito di consegnare per sempre al catalogo della musica pop la luttuosa storia della presunta Tolomei — ammazzata verso la fine del Duecento nell’agro maremmano —, guardando, più che alla linea colta, alla sua «grande fortuna anche popolare»[3], che ne ha fatto una sorta di “Pia dei poveri”[4].

Si intitola Pia come la canto io un concept album pubblicato dalla musicista senese, conterranea dell’anima espiante cantata dall’Alighieri[5], nel 2007 per la casa discografica Polydor, i cui testi sono scritti a quattro mani con Pia Piera, omonima della più famosa Tolomei[6]. L’opera è composta di undici tracce a tema, tra le quali la più rappresentativa è il brano Dolente pia, di cui sono incluse una long version e una stesura più breve. Benché le ragioni profonde e le circostanze concrete della morte di Pia siano ancora avvolte in un alone «vago e misterioso»[7], alimentato dallo stesso linguaggio ellittico di Dante, pochi dubbi esistono sul fatto che si sia trattato di un femminicidio intimo. È questo particolare aspetto a sollecitare la sensibilità femminile della cantautrice toscana[8], che segue la pista di un uxoricidio avente come inquietante sfondo la gelosia. Alla luce dei recenti episodi di cronaca nera, la materia evocata dall’infelice sorte dell’eroina medievale riporta l’argomento di questa comunicazione nella stringente attualità. Prima di editare l’album, prodotto con Will Malone, ex tastierista di band, Nannini, che ha da poco compiuto settant’anni, ha accarezzato l’idea di trarne un musical in salsa rock, che è stato presentato in anteprima, sul palco dell’Ariston nell’edizione sanremese del 2007. Ma il progetto, prodotto da David Zard, di teatralizzare in un’opera musicale contemporanea la storia della gentildonna senese non ha avuto, a quel che se ne sa, larga fortuna. Ad andare in porto è stata tuttavia l’iniziativa discografica, cui è seguito l’anno dopo il tour Pia de’ Tolomei[9].

Si inquadri ora, per sommi capi, lo spunto germinale presente in Dante (Pg. 5. 130-136): «Deh, quando tu sarai tornato al mondo / e riposato de la lunga via, / — seguitò ’l terzo spirito al secondo —, // ricorditi di me, che son la Pia; / Siena mi fé, disfecemi Maremma: / salsi colui che ’nnanellata pria // disposando m’avea con la sua gemma».

La rapida sequenza chiude il canto in cui si narra del destino dei «per forza morti» (v. 52), espressione dantesca che non lascia ombre sul fatto che gli appartenenti a questo gruppo sono stati uccisi, come del resto già emerge dai racconti della triste fine di Iacopo del Cassero e Bonconte da Montefeltro, che precedono l’apparizione di Pia. Dunque, anche quest’ultima è caduta per mano altrui. L’intervento della senese è il più sintetico dei tre. La brevitas enfatizza la tragicità dell’evento secondo l’effetto retorico del maximum in minimo, cioè dell’estremizzazione del pathos attraverso la concentrazione ridottissima del discorso. Proprio l’eccessiva rarefazione della catena versale ha generato una serie di interrogativi negli studiosi per colmare le lacunose informazioni del testo e scatenato la fantasia degli artisti che ne hanno tratto ispirazione: due terzine in tutto sigillate da un extra metrum che è risultato tra i più problematici sul piano esegetico. Nella prima parte, il personaggio chiede cortesemente a Dante di restituirne la memoria ai vivi, una volta ritornato sulla terra. Va da sé che questo segmento iniziale poco o nulla ha contato a livello delle successive riprese. Viceversa, il cuore del cammeo dedicato a Pia è costituito dal resoconto sulle circostanze della sua morte.

Secondo la vulgata ufficiale la donna sarebbe stata uccisa dal partner, che avrebbe poi sposato Margherita Aldobrandeschi, vedova Montfort. Invece di ripudiarla, il consorte l’avrebbe tolta di mezzo per convolare a nuove nozze. L’omicidio sarebbe stato commissionato da Nello anziché perpetrato manu sua. Un’altra variante vuole invece che Pia sia stata eliminata dal coniuge perché sleale in amore. Messa così, la storia si avvicina di molto al celebre caso della fedifraga Francesca, scoperta in flagranza dal marito, Gianciotto Malatesta, che le tolse la vita per vendetta (il prototipo di questa analogia può essere la ricostruzione della storia di Pia elaborata nel Cinquecento da Bandello). La differenza starebbe però nel fatto che Pia, contrariamente all’amante ravennate, protagonista del Quinto dell’Inferno, non si sarebbe macchiata di tradimento. Quella della «vittima innocente di una falsa accusa di adulterio»[10] è giustappunto l’angolazione scelta da Nannini. Sotto questo aspetto, la tragedia di Pia assume i tratti di uno psicodramma sugli effetti letali della possessività maschile, sulla falsariga dell’Otello shakespeariano. Si spiega così perché la sventura della supposta Tolomei ha goduto in modo particolare di rifacimenti nell’età romantica e tardoromantica, declinata, secondo il gusto dell’epoca, in toni patetici e melodrammatici: dalla Pia, leggenda romantica, novella poetica in tre canti di Bartolomeo Sestini[11], alla Pia de’ Tolomei che intitola almeno una tragedia in cinque giornate (o atti) di Carlo Marenco[12], una composizione in ottava rima di Giuseppe Moroni detto il Niccheri[13], un romanzo storico di Carolina Invernizio[14] e un poemetto in trentacinque ottave di Giuseppe Baldi[15]. Si tratta di rielaborazioni letterarie della parabola della nobile senese che si inscrivono cronologicamente nel secolo della già nominata trascrizione musicale donizettiana, segno che nell’Ottocento «i modelli sentimentali»[16] veicolati dalla letteratura convivono, in un processo fecondo di influenze e ibridazioni, con quelli del panorama operistico[17]. Più che la rifioritura contemporanea della leggenda di Pia, documentata da alcuni romanzi o drammi novecenteschi[18], tra cui spicca l’atto unico di Marguerite Yourcenar[19], fino ad arrivare agli inizi del nuovo millennio[20], è il filone ottocentesco a fornire nutrimento al genio creativo di Nannini, come si avrà modo di vedere meglio più avanti.

Anche l’idea generatrice del suo lavoro è quella del poemetto in musica. Gli undici brani (il numero è forse un’allusione alle sillabe metriche che compongono un endecasillabo?) sono disposti in uno schema circolare o anulare. Dopo l’esergo iniziale con la citazione del passo purgatoriale, a sancire la paternità dantesca dell’operazione, affidato a un recitativo secco, la vera e propria introduzione consiste in un monologo angoscioso della protagonista, intitolato la Dolente Pia, in forma maior, per ripresentarsi in forma minor (quasi dimezzato nella durata) verso la chiusa dell’album: 1) La Divina Commedia – 1:20; 2) Dolente Pia (Long Version) – 6:07; 3) Mura mura – 4:07; 4) Non c’è più sole – 3:48; 5) Contrasto – 4:43; 6) Le corna – 5:41; 7) La gelosia – 3:45; 8) Dolente Pia (Voce prigioniera) – 2:58; 9) Testamento – 4:33; 10) Settimanima – 3:24; 11) Meravigliati i boschi – 4:21.

La versione più lunga di Dolente pia è ambientata nelle stanze del castello della Pietra (oggi un cumulo di rovine) dove, a stare ad alcune cronache del tempo, Nello l’avrebbe fatta rinchiudere[21]. Qui pare che la stessa Nannini sia venuta a ispirarsi per scrivere. Si tratta di un maniero di proprietà del marito di Pia, tant’è che alcune fonti antiche lo individuano anche come Nello de la Pietra. Nannini segue evidentemente l’idea di una più o meno lunga detenzione della donna prima della sua definitiva soppressione (o consunzione):

Dolente Pia / Dolente Pia / Dolente Pia / Innocente è prigioniera // Col capo chino / La fronte al seno /
Pensa a quei giorni del passato ricordi in fior / Torna / Sento già la tua luce nell’anima / Sei qui con me / Sono le braccia tue che stringo / ETC. TORNA A Per quanti mesi e notti e giorni / Non saprei dire / Non lo so / Ma questo è certo // Ci fu l’inverno / Poi primavera / La vita torna nel castello / Ma non per me // Guarda se ne va / Questo sogno di te / Là batte l’onda / E un cavallo galoppa / Ma l’amore / Il nostro amore / Marcisce dietro a questa porta // Ma l’amore / Questo amore / Marcisce dietro a quella porta // Fa sempre freddo / In quelle mura / Il cielo è chiaro / Ma la terra resta scura // Poi il primo verde / La lunga luce / Pensa a quei giorni del passato ricordi in fior // Dolente Pia / Dolente Pia / Dolente Pia innocente è prigioniera / Col capo chino / La fronte al seno / Pensa a quei giorni del passato ricordi in fior.

La cantante fa di Pia una sorta di martire incolpevole della violenza maschile, sulla scorta di altre figure femminili dantesche (si pensi alla beata Piccarda, smonacata per costrizione dal fratello corso Donati, ritratta insieme alla pari sorte Costanza nel terzo canto del Paradiso), calcando la mano sulla sua estraneità al sospetto di infedeltà nutrito nei confronti di lei dal marito. Allora il nome Pia, che in tutta questa faccenda è l’unico dato anagrafico certo, alluderebbe alla purezza d’animo del personaggio, riscattata dalla colpa più grave che le sarebbe stata ingiustamente addebitata. Peraltro, proprio la circostanza che in Dante ella non fa il minimo accenno a una sua eventuale mancanza nei confronti del proprio carnefice avvalora l’ipotesi della sua innocenza su cui Nannini incentra il lamento di Pia.

Eppure, altri commentatori medievali insinuano che costei fu una donna incostante: «vana mulier» è la definizione ascrittale dall’anonimo glossatore del codice Laurenziano XLII 15[22]; di un suo non meglio precisato «fallo» amoroso parlano al singolare (Giacomo [Iacopo] della Lana e Francesco da Buti)[23] o al plurale (l’Ottimo)[24] i primi esegeti trecenteschi; più esplicitamente, in età umanistico-rinascimentale, il lucchese Bernardino Daniello riferisce di un «adulterio»[25], cui il frate Giovanni da Serravalle aggiunge l’ulteriore dettaglio di una tresca con un servo[26]. Tuttavia, già solo l’eccezionale avvenenza di una donna da tutti desiderata, documentata da altri chiosatori (e recepita anche da Bandello, che la descrive come «una bellissima giovane»)[27], avrebbe potuto di per sé alimentare la diffidenza di Nello fino al gesto fatale. Sta di fatto che in questa canzone Nannini mette l’accento sull’intatto amore di Pia per il marito: è il pianto di una creatura sola e abbondonata che ancora si illude in un ripensamento da parte del suo uomo, nonostante la loro storia sfiorisca stagione dopo stagione durante l’esilio coatto.

L’attributo «dolente», riferito a Pia, con cui si struttura il refrain, è parola eminentemente infernale. Basti far riferimento alla «città dolente», la celebre perifrasi stampata sulla porta del regno della narrazione eterna. “Dolente/doloroso/dolore” connotano un’area lessicale che di frequente scandisce in Dante la raffigurazione della prima cantica della Commedia. Né va taciuto un verso memorabile come «or incomincian le dolenti note a farmisi sentire» (Inf. 5, 25), che fa da premessa all’incontro con i lussuriosi, quasi che Nannini voglia stabilire, attraverso la prima parola vera e propria dell’album, un ideale nesso, come si accennava, tra la biografia di Pia e quella di Francesca[28]. Inoltre, la cantante costruisce il testo sull’idea della rievocazione dei giorni felici dell’amore. Il tema del rammemorare (scandito nel testo dalla triplicazione iterativa di «ricordi») pervade anche la penitente dantesca, che chiede al poeta di perpetuare nel mondo la sua memoria. E, in verità, tutto l’episodio dell’Antipurgatorio è basato sulle reminiscenze della senese del momento gioioso del matrimonio. Come in Nannini la contrapposizione tra l’oggi e il «passato» è centrale, così in Dante il rimpianto di ciò che fu e più non è acquista forza e rilevanza per mezzo dell’uso del trapassato remoto («inanellata m’avea pria»). Per finire, l’immagine stessa dello stretto connubio simboleggiato nei versi del poeta fiorentino dall’anello nuziale riverbera nella composizione della cantautrice attraverso l’ottativo di «string[ere]» nuovamente le «braccia» di lui.

Se il terzo brano (Mura mura) insiste sul motivo sconsolato della detenzione che esaurisce lentamente le energie di Pia e sull’avanzare delle tenebre che occludono ormai la speranza della luce, nel quarto (Non c’è più sole), dove il motivo del tramonto dell’esistenza torna a farsi risentire, emerge l’accorata apostrofe nominale al marito: «Oh Nello, mio dolce amor, / io me ne andrò senza di te, ti avrò negli occhi. /
A cavallo dell’alba ti stringerò a me, / in questa luce nuova che estasi non è». Nel quinto brano, Contrasto, Nannini riesuma un omonimo componimento lirico in auge nel Duecento a schema dialogico di norma adibito a tenzone amorosa. Famosissimo è il contrasto del siciliano di età federiciana Cielo d’Alcamo, Rosa fresca aulentissima. La cantautrice senese dimostra così di saper attingere anche al bacino illustre delle patrie lettere. I due interlocutori sono in questo caso Nello e Ghino, l’accusatore di Pia, che inocula nell’altro il veleno di un intrigo extraconiugale:

NELLO: Dimmi Ghino, quanto tu sai di Pia. / Le mancavo? Rispondi, ti prego, / perché la Pia io l’ho talmente in cuore, / che a perderla sarei tutto un dolore. / GHINO: Caro Nello, ascolta un amico: / io te lo dico per non farti soffrir. / Temo forte che la tua cara sposa / la stella non sia che allora ti sembrò. / NE.: Ma a questi colori, a questa terra, / io non vorrei mai portar la guerra. / GH.: Ho solo scherzato, esagerato! / Non scaldarti, non scalmanarti: / son solo chiacchiere del vicinato, / son sicuro che tutto falso sarà. / NE.: Ahimé tu cerchi l’ira di placare, / ma la vendetta mi divora il cuore. / Le tue parole non so più scordare, / ucciderò il mio primo amore. / “E m’hanno detto che un’ ci sara’ piu’ guerre… / A chi la dai’ a intendere, a chi la dai a intendere!”.

Nello sembra ancora innamorato della consorte, alla cui buona fede sarebbe intenzionato a credere, se non fosse traviato dalla malignità di Ghino, che pure è molto abile sul piano retorico ad alludere all’equivoca condotta di Pia, facendola passare per una maldicenza. Questo apparente dire e disdire del confidente è un’esca che irretisce sempre più Nello nella spirale del dubbio. Ghino ha tutta l’aria di essere un altro Iago.

La cantautrice nata nella città del palio raccoglie il repertorio dei cantastorie maremmani[29], conducendo un’indagine sul folk melodico toscano. In un’intervista al quotidiano «La Stampa» del 2 marzo 2007, Nannini dichiara di aver dovuto studiare l’ottava rima (sei endecasillabi alternati seguiti da due baciati) — largamente diffusa per la sua orecchiabilità nella cultura vocale della società contadina — con l’aiuto dell’etnomusicologa fiesolana Caterina Bueno[30]. Tant’è che nel poemetto tardo ottocentesco di Moroni, Ghino è il motore della piega criminale assunta dai fatti[31]. Amico di Nello, egli si trova a dover consolare Pia in assenza del marito partito in guerra per Colle di Valdelsa. Ecco la sesta e settima strofa:

Nello tragitta per la gran guerriglia / e Ghino da factotum vi resta / e Pia che di bellezze è maraviglia, / eccoti Ghino che a pensier si desta, / la conforta, la tenta e la consiglia…. / Rispose Pia: – Che parola è questa?… / Ghino raddoppia per tentar l’invito, / per soddisfar con lei il suo appetito. // Taci, rispose Pia, o scimunito, / traditore di Nello, iniquo e rio, / e fai questo?… Però non sia sentito, / il tuo brutto parlar vada in oblìo!… / Io penso a Nello, caro mio marito, / che santo matrimon giurai con Dio! / Ghino non puole aver quel che ha tentato / si allontana da Pia tutto arrabbiato.

In particolare, Nannini, per il suo Contrasto, può aver tratto spunto dal confronto tra Nello e Ghino contenuto nelle ottave 10-11 dell’opera del poeta naif fiorentino:

Ghino, pieno di malizia e scorno, / due miglia ne tragitta fuor di Siena. / La sera quando si perdeva il giorno, / riscontra Nello e lo saluta appena: / — Nello, se tu sapessi il grande scorno, / il disonor che la tua moglie mena!… / ti vorrei confidare una parola, / ma dèi giurarmi di tenerla in gola! // Nello parlò: — Per me è nebbia che vola, / mi conoscesti, pur io ti ho conosciuto / e Ghino principiò con questa scuola: / — La moglie la ti tiene per rifiuto / dal giorno in qua che la lasciasti sola / tutte le notti un amico è venuto; / a mezzanotte nel giardin pian piano / se non ci credi ti fo toccar con mano!…

L’ipotetico spasimante chiamato subito dopo in causa da Moroni (stanza 13) è un capitano guelfo di nome Piero, detto Ugo. Questo nome, che ritorna anche nella tragedia di Marenco, dove peraltro Nello è ribattezzato Rinaldo, assomiglia vagamente a Ghino. Il poemetto di Moroni (come del resto l’appena menzionato dramma di Marenco)[32] non fa che ribadire l’illibatezza di Pia, che alla fine viene rinchiusa in una fortezza maremmana con il conforto che sulla sua tomba il marito la compiange come sposa leale dopo la confessione del pentito Ghino. Questo carattere, invidioso e malevolo, è pur presente nel poemetto in cinquantaquattro ottave del già rispolverato patriota pistoiese Sestini, che inaugura il revival ottocentesco di Pia attraverso il genere dei cantari popolari. Il personaggio entra in gioco nella strofa 48, evocato da Nello:

E giunto al limitar, Ghino, un amico / usato in mia magion, venirne veggio; / l’abbraccio, memor dell’affetto antico, / e della Pia novella gli richieggio; / ed ei risponde: – A te dorrà s’io dico, / ma l’amistade è tal che dire io deggio. / Sappi che tua mogliera, il primo laccio / macchiando, altrui di furto accoglie in braccio.

Si noti che nella novella cinquecentesca di Bandello Pia cede alla tentazione erotica per un tal Agostino de’ Ghisi, la cui evidente paronomasia con Ghino mette in luce che una certa consuetudine del volgo tendeva a convogliare nella figura di un personaggio identificato con sigle omofone (talvolta come Ghisi talaltra come Ghino talaltra ancora come Ugo) l’antagonista della coppia di coniugi. In particolare, come osserva Serena Pagani, la maschera dell’infido Ghino consuona con il perfido Gano dell’epica occitanica, ma potrebbe essere «una contaminazione» con Ghino di Tacco[33], il truce boia di Benincasa da Laterina nominato da Dante all’inizio del sesto del Purgatorio in un breve elenco di morti per violenza altrui che fa da appendice al canto precedente. Sia come sia, il nome di Ghino perviene a Nannini da una longeva trafila di testi precedenti.

Mette conto notare che Bandello dell’intera vicenda fornisce un’interpretazione del tutto sfavorevole a Pia, dipinta come un essere lascivo che chiede invano perdono al marito, che decide imperterrito di soffocarla. Questa ottica è in aperta polemica con Dante, che ne ha fatto una campionessa di mitezza e virtù. La sensibilità di Nannini è ovviamente ben distante dal punto di vista del novellatore lombardo e attenziona piuttosto il modello romantico e tardoromantico di Pia che approfondisce, pur con eccessi sentimentali, l’effigie positiva che i versi del sommo poeta lasciavano trasparire. In particolare, deve aver agito sul suo estro compositivo il poemetto del corregionale Moroni, che fu un vero e proprio best seller ottocentesco, ammirato, se non più dell’originale dantesco, di sicuro non meno da certi strati bassi della gente toscana, che lo imparò a memoria sotto forma di una ballata trasmessa di bocca in bocca. Queste folcloristiche raccolte orali di canti saranno arrivate anche alle orecchie di Nannini[34]. A proposito delle «ottavine secondo il costume toscano», nella citata intervista alla «Stampa», l’artista senese, infatti, dichiara: «Ho dovuto studiare, prepararmi, perché le ottavine sono nella nostra tradizione, ma bisogna esercitarsi»[35]. Non per niente, nel 2011 l’opera dell’“illetterato” Moroni è stata da Giunti ripubblicata assieme a quella dell’“estemporaneo” Sestini in un volume a cura di David Riondino corredato di un CD audio contenente una registrazione sonora di un’esecuzione del marzo 2010 al teatro Rifredi di Firenze[36].

L’album di Nannini segue un preciso ordito narrativo a guisa di una novella in stile pop. Nei brani 6 (Le corna) e 7 (La gelosia) si approfondisce in chiave psicologica il tema dell’insensata fobia maschile per il tradimento amoroso, che sfocia fino all’invettiva misogina di Nello ai danni di Pia, in un crescendo di apostrofi che a partire dall’ossimoro blasfemo tocca via via le punte del pretto turpiloquio: «santarellina vezzosa, puttanella devota», «piccola strega fetente, razza di buco demente», «brutta troia», «sozza fica». All’iroso anatema di Nello si contrappone con violenza l’imperterrita dichiarazione della moglie nella successiva traccia, Dolente Pia, che sintetizza, come si è detto, l’omonimo secondo brano reintroducendo il motivo dell’agonia interiore della prigioniera che non rinuncia ad aggrapparsi alla memoria dei bei giorni andati. Questo Leitmotiv si riaffaccia nel seguente Testamento, ove, in un mix di sentimento e carnalità, spicca l’icona dantesca della “gemma” sponsale: «Frugo nei desideri, c’è l’anello di ieri»[37]. Il penultimo song, dal titolo Settimanima, allude alla morte della donna. Secondo alcune fonti antiche Pia sarebbe stata o strangolata (vedi l’Anonimo del Laurenziano XLII 15)[38] o scaraventata giù da una finestra (così l’Imolese)[39]. La rocker opta per la più suggestiva ipotesi del balzo a precipizio («Non ho più peso, spicco il volo / nella luce azzurra d’estasi»), in ottemperanza al favoloso “Salto della contessa” che la fantasia comune designa come il punto dello schianto micidiale, che nel testo di Nannini risuona nel verso «c’è una roccia sulla strada». Pia diventa così un essere leggero, un puro spirito, che si distacca dalla sua stessa corporeità per fondersi col vento in un “volo” d’angelo.

Nel brano finale, Meravigliati i boschi, la vocalist tace una volta per tutte, dal momento che l’eroina cui, accompagnandosi con la chitarra elettrica e le tastiere, ha prestato la sua ugola graffiante, è morta, e a lei subentra un coro che canta il pianto della natura sconfortata per la triste caduta di un’anima eletta:

Danno la via meravigliati i boschi, / non usi a contemplar tanta bellezza, / l’ora natia di quei roveti foschi / di scherzarle fra il crin prende vaghezza: / ma il venticel che vien dal mar de’ Toschi / piange mentre passando la carezza. / Quasi fosse il sospir della natura / antiveggente la di lei sciagura. / Tutta questa meraviglia non ci fa non ci si piglia! / Tutta questa meraviglia che nell’aria torna. / Tanto dolce sospirare, quel parlare non parlare… / questo gemere del mare che nell’aria sale.

Se in tutto l’album la menzione della città natìa, Siena, non cade mai, nella coda dell’opera si coglie un’eco del paesaggio maremmano, immortalato nel secondo emistichio dell’endecasillabo-epitaffio di Dante («disfecemi Maremma»). Quel «mar de’ Toschi» alluderà all’altro nome con cui in passato era indicata la Maremma, cioè Marittima o Maritima, un toponimo secondario che ricondurrebbe all’etimologia di quello primario: «La parola maremma nasce con la emme minuscola perché sta a indicare una qualsiasi regione bassa e paludosa vicina al mare dove i tomboli, ovvero le dune, ovvero i cordoni di terra litoranea, impediscono ai corsi d’acqua di sfociare liberamente in mare provocandone il ristagno»[40].

Ma se in Dante l’inquietante scenario maremmano, acquitrinoso e paludoso, è quasi richiamato alla mente come sicario di Pia, con cui è in un rapporto di evidente ostilità, nel caso di Nannini quello stesso fondale paesistico appare, viceversa, complice e alleato della sofferenza della gentildonna, giacché rea non è la natura ma l’umanità. A conti fatti, Nannini mette in musica, attraverso la mesta icona trecentesca di Pia ‒ con la cui persona stabilisce una relazione empatica, ancora più intensa rispetto a Dante per ragioni di affinità sessuale, fino al punto di immedesimarsi nel suo travaglio interiore ‒, la condizione femminile universale, succube della prepotenza e dell’arroganza di genere[41].

 

 

  1. Assai nota è la novella 1, 12 (Un senese truova la moglie in adulterio e la mena fuori e l’ammazza) di Matteo Bandello (M. Bandello, Le novelle, a cura di G. Brognoligo, vol. I, Bari, Laterza, 1910, pp. 151-56).
  2. La prima rappresentazione di Pia de’ Tolomei. Tragedia lirica in due parti, poesia di S. Cammarano, musica di G. Donizetti, andò in scena al Teatro Apollo di Venezia, il 18 febbraio del 1837. Per l’edizione critica e commentata del libretto, la cui contestuale editio princeps è della Tipografia di Commercio della città lagunare, si rinvia a «Pia de’ Tolomei», libretto e guida all’opera, a cura di G. Pagannone, in «La Fenice prima dell’Opera 2004-2005», supplemento a «La Fenice: Notiziario di informazione musicale culturale e avvenimenti culturali della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia», 7, 2005, pp. 59-116; poi Id., La «Pia dei Tolomei» di Salvadore Cammarano, edizione genetico-evolutiva, Firenze, Olschki, 2006.
  3. G. Varanini, Il punto sulla Pia (Purg., V, 130-136), in Studi filologici letterari e storici in memoria di Guido Favati, Padova, Antenore, 1977, pp. 621-38, cit. a p. 621.
  4. «La storia di Pia asseconda un gusto che si configura come deliberata scelta estetica e questo credo sia il motivo della sua fortuna nelle tante riproposte entro la versificazione popolare» (M. E. Giusti, «Higbury bore me. Richmond and Kew /Undid me»: la Pia de’ Tolomei nelle scritture popolari, in «Bollettino dell’Accademia degli Euteleti della città di San Miniato», 75, 2008, pp. 423-39, cit. a p. 429).
  5. La senesità, quale tratto distintivo della cifra umana e artistica di Nannini, spicca nell’eloquente titolo della biografia di B. Alberti: Gianna Nannini da Siena (Milano, Mondadori, 1991).
  6. Nello stesso anno ha visto la luce il romanzo storico Matrimonio di sangue (Firenze, Pagliai Polistampa, 2007) di M. Sica, diplomatico e scrittore romano, che in questo libro si ispira alla disavventura della celebre eroina duecentesca.
  7. D. Alighieri, La divina commedia, a cura di N. Sapegno, Milano-Napoli, Ricciardi, 1957, p. 450. Il recente lavoro di S. Pagani, «Ricorditi di me». Pia de’ Malavolti e Nello de’ Pannocchieschi (Purg 5, 130-136), in «Italianistica: Rivista di letteratura italiana. “‘Nel suo profondo’: Miscellanea di studi danteschi”», XLIV, 2, 2015, pp. 131-48, sembra fare finalmente chiarezza intorno all’enigma dell’assenza di una donna di nome Pia nell’albero genealogico dei Tolomei. La studiosa avvalora una precedente tesi sostenuta in A. Lisini e G. Bianchi Bandinelli, La Pia dantesca, Siena, Accademia per le Arti e per le Lettere, 1939, volume di recente ripubblicato in edizione aggiornata, in occasione del settecentesimo anniversario della morte del poeta fiorentino, a cura di M. e R. Bianchi Bandinelli (Wraclaw, Kindle, 2021). Ma si veda ancor prima D. Mori, La leggenda della Pia. Osservazioni ed appunti, Firenze, Bemporad, 1907 (rist. Londra, Legare Street Press, 2023). L’invalsa attribuzione alla famiglia Tolomei rimonta a Pietro, il figlio del poeta. Tuttavia, il casato della donna, andata in moglie per procura a Bertoldo (o Tollo) degli Alberti, sarebbe quello dei Malavolti. Dopo la morte del suo primo marito, Pia sarebbe stata risposata da Nello, suo futuro assassino. Cfr. anche G. Varanini, Il punto sulla Pia…, art. cit., passim. Onde ovviare all’annosa questione del lignaggio, si è adottata nell’intestazione del presente saggio una generica perifrasi di provenienza, ‘Pia da Siena’, emulando il titolo dell’omonimo libro di C. Corsetti (Roma, Aracne, 2002).
  8. «Gianna si era interessata alla storia della nobildonna nei primi anni Novanta, incuriosita e affascinata dai racconti di sua nonna. Aveva così pensato di scrivere un’opera che narrasse di lei»: S. Coccoluto, Gianna Nannini: Amore e musica al potere, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 (la cit. è tratta dall’ed. digitale).
  9. A un certo punto, «la sua opera rock cominciò a prendere forma compiuta. Pia de’ Tolomei ritrovava voce in lei. Ma le cose inizialmente non andarono come desiderava. Il suo manager, Peter [Zumsteg], le disse che non era il momento di pubblicarla. Zumsteg voleva che continuasse sulla linea pop-rock, sfornando nuove hits. Quindi dovette riporla nel cassetto e rimandare la pubblicazione. Dopo oltre dieci anni, con la fine del rapporto con Peter, Gianna poté rispolverare il progetto che aveva lasciato indietro» (ibidem).
  10. F. Bausi, Due o tre cose che (non) sappiamo di lei. L’autoepitaffio della Pia, in «Cahiers d’études italiennes», 33, 2021 (Personaggi femminili e categoria di genere nella Commedia dantesca), pp. 1-17 (cit. a p. 15, in nota): https://journals.openedition.org/cei/9429 (ultima consultazione: 10/03/2025).
  11. Cfr. l’Editio princeps: Roma, Ajani, 1822. Cfr. ora la nuova edizione critica e commentata: La Pia, leggenda romantica di B. Sestini, a cura di S. Pagani, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2015. E si vedano già: B. Sestini, Pia de’ Tolomei e la Notizia sulle Maremme toscane, a cura di A. Bencistà, Reggello (Fi), FirenzeLibri, 2005; La Pia, leggenda romantica di B. Sestini, preceduta da una notizia sulle Maremme toscane, a cura di R. Resti, Siena, Betti, 2009. Il vero nome di battesimo di Sestini, Bartolomeo, è stato talora confuso nella tradizione tipografica con quello di Benedetto. A un così erroneamente chiamato Sestini viene, per es., attribuita l’edizione milanese del 1848 per i tipi Borroni e Scotti (dove figura anche il titolo arbitrariamente estensivo La Pia de’ Tolomei). Forse l’equivoco può essersi ingenerato perché nel frontespizio della princeps romana del Ventidue il prenome dell’autore risulta abbreviato in B. Che si tratti della svista opposta, Benedetto e non Bartolomeo (sic!), ritiene isolatamente M. E. Giusti, «Higbury bore me. Richmond and Kew /Undid me»…, art. cit., p. 425, in nota.
  12. Milano, Placido Maria Visai, 1838 (rist. Firenze, Salani, 1895).
  13. Firenze, Salani, 1875 (nuova ediz. a cura di G. Amerighi, Firenze, Libreria editrice fiorentina, 1972).
  14. Uscito per la prima volta a Milano da Barbini nel 1879. Recentissima la ristampa, prefata da S. S. G. Palandri, per una casa editrice indipendente dedicata alla storia delle donne (Roma, PublisHERstory, 2024). Questo feuilleton di ambientazione storica, che rientra nella narrativa di appendice tipica della scrittrice di Voghera, è interessante nell’ottica dei gender studies: la protagonista è rappresentata come una martire d’amore per colpa della malvagità del sesso opposto.
  15. Stampato nella Raccolta di canzonette bernesche in ottava rima (Firenze, Salani, 1874) e poi in edizione autonoma (Pisa, Valenti, 1884; quindi Firenze, Salani, 1889).
  16. G. La Face Bianconi, Il caso di Pia de’ Tolomei, in «Amadeus. Il mensile della grande musica», giugno 2007, p. 78.
  17. «La Pia che s’impone al pubblico italiano nella prima metà dell’Ottocento è un personaggio polimorfo, che molto s’allontana dall’imprescindibile germe dantesco, intenso quanto avaro di dettagli» (E. d’Angelo, «Siena mi fe’ disfecemi Maremma»: ritratti di Pia, da Dante a Cammarano, in «La Fenice prima dell’Opera 2004-2005», op. cit., pp. 23-46, cit. a p. 23).
  18. È il caso di D. Da Lodi, Pia de’ Tolomei. Grande romanzo popolare storicoromantico, illustrazioni di T. Scarpelli, Firenze, Nerbini, 1900 (più volte ristampato).
  19. M. Yourcenar, Dialogo della palude (tit. originale Le dialogue dans le marécage, 1930); ora in Ead., Tutto il teatro, trad. di L. Coppola, G. Prati, M. Spreafico, Milano, Bompiani, 1988, pp. 149-72.
  20. Si veda M. Fiorato, La gemma di Siena (trad. it. di C. Lionetti), Milano, Nord, 2013: la protagonista di questo libro, a metà tra il romanzo rosa e la fiction storica, ambientato nel Settecento, è una lontana discendente dell’omonima penitente dantesca di cui rischia di subire l’identica sorte. E cfr. anche il thriller gotico di R. Mucciarelli, Io son la Pia: un enigma medievale, Siena, Protagon, 2012.
  21. I resti del vecchio maniero si trovano nella campagna maremmana, tra i comuni di Massa Marittima e Gavorrano: cfr. E. Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana: contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato, Ducato di Lucca, Garfagnana e Lunigiana, Firenze, A. Tofani, 1835, s. v. Gavorrano, pp. 415-22 (in part., p. 416). A Gavorrano si svolge annualmente (a partire dal 1993), in agosto, una rievocazione storica in costume d’epoca della disgrazia della celebre Tolomei: Castel di Pietra, Castello della Pia: leggende, bruscelli, feste popolari di una comunità rurale, a cura di N. e V. Franceschi, Gavorrano, Nuova associazione Pro loco gavorranese, 1997.
  22. Cfr. G. Varanini, Pia, in Enciclopedia dantesca, vol. 4 (N-SAM), a cura di U. Bosco e G. Petrocchi, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1970, pp. 462-67 (p. 462). Il chiosatore trecentesco Benvenuto da Imola la chiama «vana femina» (B. de Rambaldis de Imola, Comentum super Dantis Aldigherii Comoediam, nunc primum integre in lucem editum, tom. III, Firenze, G. Barbera, 1887, p. 165).
  23. I. della Lana, Commento alla Commedia, a cura di M. Volpi, con la collaborazione di A. Terzi, tom. II, Roma, Salerno, 2009, p. 1036; F. Da Buti, Commento sopra La divina Comedia di Dante Allighieri, a cura di C. Giannini, tom. II, Pisa, Fratelli Bistri, 1860, p. 116.
  24. Ottimo commento alla Commedia, a cura di G. B. Boccardo, M. Corrado e V. Celotto, tom. II (Purgatorio, a cura di M. Corrado), Roma, Salerno, 2018, p. 797.
  25. Dante, con l’esposizione di M. Bernardino Daniello da Lucca, sopra la sua Comedia dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, nuovamente stampato e posto in luce, Venezia, Pietro da Fino, 1568, p. 168.
  26. J. de Serravalle, Translatio et comentum totius libri Dantis Aldigherii, cum texto italico fratris Bartolomei a Colle, nunc primum edita, Prato, Giacchetti, 1891, p. 487.
  27. M. Bandello, Le novelle, op. cit., p. 151.
  28. Si noti poi che l’aggettivo «dolente» presente nel testo di Nannini dà vita a una triplice anafora, una figura retorica di ordine non infrequente in Dante quale espediente per donare enfasi e gravità alla narrazione: si pensi, per es., alla tripla repetitio di «per me» in Inferno 3, 1-3 e di «amor» nelle tre terzine “stilnovistiche” di 5, 99ss. È curioso che l’explicit dell’edizione Salani della Pia di Moroni reciti Della dolente Pia de’ Tolomei (cfr. La poesia popolare a stampa nel sec. XIX, a cura di G. Giannini, prefazione di L. Sorrento, vol. II, Udine, Istituto delle Edizioni Accademiche, 1938, p. 418).
  29. Si vedano, per es., le raccolte E. Bargagli, M. Bargagli, D. Vegni, Cantastorie di Maremma, Firenze, Semper, 2005 (audio registrazione di testi con CD) e Canti popolari in Maremma, a cura di C. Barontini e M. Vergari, musica di F. Manfucci, Grosseto, Il paese reale, 1975.
  30. Cfr. Nannini, la mia Pia all’URL: https://www.lastampa.it/spettacoli/musica/2007/03/02/news/nannini-la-mia-pia-1.37131046/ (ultima consultazione: 10/03/2025). E si veda quanto l’artista confessa nella sua autobiografia: «Voglio fare un’opera ma che sia un Bruscello» (G. Nannini, Io, Milano, Rizzoli, 2013, e-book). Il bruscello (derivato forse da “arboscello”) è un tipo di espressione amatoriale, teatrale e canora, di estrazione agricolo-artigianale, un tempo caratteristica nei confini toscani e specialmente senesi.
  31. Tale ruolo riveste sin dall’inizio anche nella Pia donizettiana, dove è «chiaramente il vilain della situazione» (G. Ruffin, Pia de’ Tolomei, in breve, in «La Fenice prima dell’Opera 2004-2005», op. cit., pp. 117-18, p. 117).
  32. «In Marenco s’assiste al trionfo della virtù di Pia» (E. d’Angelo, «Siena mi fe’ disfecemi Maremma»…, art. cit., p. 38).
  33. Cfr. La Pia, leggenda romantica di Bartolomeo Sestini, a cura di S. Pagani, Firenze, Consiglio regionale della Toscana, 2015, p. 101, in nota.
  34. La «traccia dantesca e popolare» è «ben viva in area senese, dove sulla sfortunata signora medievale si compongono bruscelli, maggi, stornelli, etc.» (E. d’Angelo, «Siena mi fe’ disfecemi Maremma»…, art. cit., p. 24).
  35. Nannini, la mia Pia, art. cit. Va da sé che tale radice è diffusa in tutta la regione. Si veda, per es., questa rivisitazione pittoresca della leggenda medievale che si svolge a Pisa: La Pia de’ Tolomei: befanata, secondo il testo adottato dalla Compagnia di Soiana (PI), a cura di D. Menchelli, Lucca, San Marco, 1980. Per un nutrito elenco delle «principali edizioni a stampa di testi popolari in versi» su Pia cfr. M. E. Giusti, «Higbury bore me. Richmond and Kew /Undid me»…, art. cit., pp. 428-29.
  36. G. Moroni, B. Sestini, Pia de’ Tolomei. Due poemi in ottave dell’Ottocento toscano, a cura di D. Riondino, prefazione di P. Clemente, Firenze, Giunti, 2011.
  37. In questa parte, affidata alla sola voce dell’interprete principale, Nannini «sembra proseguire la strada aperta dalla Yourcenar e la vicenda di Pia torna ad essere quella di una donna e della sua intimità emotiva»: S. Bartolini, La ricezione delle figure femminili della Commedia dantesca nella letteratura dall’800 ai giorni nostri, in Dante Adriaticus. Atti dei Convegni internazionali di studi (Roma, 1° luglio – Verona, 9 ottobre – Pola, 13 novembre 2021), a cura di D. Schürzel et al., Sestri Levante (Ge), Gammarò, 2023, e-book. Nella già citata pièce dell’autrice francese, infatti, il confronto tra Nello e la moglie viene interiorizzato, risolvendosi nella fusione dei due ruoli in un’unica persona.
  38. Nello «iugulavit eam ita secrete, quod nemo scivit nisi ipse» (riportato da G. Varanini, Pia, art. cit., p. 462).
  39. B. de Rambaldis de Imola, Comentum…, op. cit., p. 164. E si veda sul punto L. Fiorentini, Morte della Pia, da Iacomo della Lana a Matteo Bandello, in Sui commenti alla Commedia di Dante a Bologna, a cura di G. Brunetti, Bologna, Bologna University Press, 2023, pp. 15-36.
  40. A. Santini, Cucina maremmana, Roma, Franco Muzzio, 2006, p. 9. Nel 1993 Nanni ha inciso il brano radical folk Maremma per l’album (il decimo della sua carriera) X forza e X amore (Dischi Ricordi). Il testo è la cover di un antichissimo canto rurale della zona, un tempo malarica.
  41. «È diventata [l’opera su Pia] un lavoro femminista nel senso più nobile, con anche qualche cantata che prende in giro certi atteggiamenti maschili» (Nannini, la mia Pia, art. cit.).

(fasc. 56-57, 15 settembre 2025)

Il Risorgimento come archetipo etico-politico. Benedetto Croce e la coscienza della libertà tra fascismo e liberazione

Author di Lorenzo Arnone Sipari

Abstract: Questo saggio esplora la posizione di Benedetto Croce durante il Fascismo e nell’Italia post-liberazione, a partire dal suo Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925. Esso adotta il Risorgimento come paradigma etico e politico alla base della sua idea di libertà. Attraverso gli scritti storici e civici di Croce, il saggio ne sottolinea l’autorità morale e l’impegno critico. Per Croce, la storia è una storia di libertà: il pensiero storico diventa un esercizio di responsabilità e coscienza civica, e la storiografia un mezzo per resistere all’oppressione e rinnovare i valori democratici.

Abstract: This essay explores Benedetto Croce’s stance during Fascism and in post-liberation Italy, beginning with his 1925 Manifesto of the Anti-Fascist Intellectuals. It adopts the Risorgimento as the ethical and political paradigm underpinning his idea of liberty. Through Croce’s historical and civic writings, the essay underscores his moral authority and critical engagement. For Croce, history is a history of freedom: historical thinking becomes an exercise in responsibility and civic conscience, and historiography a means of resisting oppression and renewing democratic values.

Il Manifesto del 1925: la rottura, la misura e l’inizio

Il Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce e pubblicato il 1° maggio 1925, segna una svolta nella coscienza culturale e civile dell’Italia. In quelle poche pagine, misurate nel tono ma recise nei contenuti, il filosofo assunse una posizione inequivocabile di rottura con il fascismo[1]. Non si tratta solo di un atto di opposizione morale, ma anche dell’intervento di chi, erede della tradizione liberale e interprete dello spirito risorgimentale, si pose a difesa della libertà contro ogni pretesa totalizzante del regime.

Tale documento nacque, com’è noto, in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti, stilato da Giovanni Gentile, pubblicato il 21 aprile e rivolto al mondo della cultura europea, per giustificare il fascismo come espressione dello spirito nazionale[2].

Proprio una siffatta pretesa fondativa, di matrice assieme filosofica, storica e politica, rese necessaria una replica. Giovanni Amendola ne scrisse a Croce, proponendogli la stesura. E Croce accettò subito: «L’idea mi pare opportuna. Abbozzerò oggi stesso una risposta […] breve, per non far dell’accademia e non annoiare la gente»[3].

Ma il Manifesto non era una mera risposta contingente. Era la traduzione di una convinzione maturata negli anni precedenti, e rafforzata dagli eventi del 1924, catalizzati dall’assassinio di Giacomo Matteotti. In quello snodo, Croce comprese che il dissidio teorico con Gentile – fin lì vissuto come una differenza tra sistemi filosofici – si era ormai trasformato in un dissidio pratico e politico, come scrisse nella nota lettera del 24 ottobre 1924: «Noi da molti anni ci troviamo in un dissidio mentale […]. Ma ora se n’è aggiunto un altro di natura pratica e politica […]; e questo è più aspro»[4]. Il nuovo livello del dissenso, ormai insanabile, segna la fine dell’amicizia e inaugura la stagione crociana della vigilanza etico-politica.

Nel testo del Manifesto Croce rivendicò, con uno stile asciutto e antiretorico, la funzione autonoma e critica della cultura, ancorata a un principio di libertà che nessuno Stato poteva assorbire o dirigere. L’atto culturale, secondo il filosofo abruzzese, era sempre un esercizio di responsabilità individuale, che non poteva essere subordinato ad alcun programma politico. In tal senso, la figura dell’intellettuale fascista, cioè l’intellettuale organico, gli appariva come una contraddizione in termini, perché, mettendosi al servizio del potere, rinunciava alla sua funzione più autentica, dissolvendo il senso stesso della cultura come autonomia critica[5].

Il punto più significativo del Manifesto, tuttavia, risiede nel richiamo al Risorgimento come fondamento della tradizione civile italiana. Tale rievocazione, lungi dall’essere un ornamento o uno strumento, assumeva il valore di un’eredità storica e morale. Per Croce, infatti, il Risorgimento era l’archetipo dell’agire politico libero e responsabile, fondato sulla coscienza nazionale e sul rifiuto del servilismo. Quando scriveva che gli uomini del Risorgimento gli sarebbero parsi «offesi e turbati» dall’identificazione tra fascismo e italianità[6], non svolgeva un’operazione celebrativa, ma richiamava un principio di continuità storica: la libertà, in Italia, aveva radici precise, che il fascismo tradiva[7]. Il Manifesto appare, pertanto, la dichiarazione di fedeltà a una tradizione spirituale, ossia la riaffermazione della storia come criterio etico contro ogni tentazione autoritaria. Nel cuore di un’Italia che si avviava alla dittatura, Croce definiva un punto fermo: la libertà non è un’opinione tra le altre, ma il fondamento stesso della civiltà.

Il Risorgimento come principio attivo

Il richiamo al Risorgimento si configura, dunque, come un principio etico-politico che continua a operare come radice attiva della coscienza civile. Ed è contenuto in uno scritto, il Manifesto, che rappresenta un elemento connettivo del più vasto disegno intellettuale che Croce delinea in quegli anni: l’opposizione al fascismo come decadenza dello spirito e della libertà, e la riaffermazione della storia come coscienza critica.

Proprio in quel torno di tempo, non a caso, egli inaugura la pubblicazione della sua tetralogia storica, a chiara impronta etico-politica: dalla Storia del Regno di Napoli (1925) alla Storia d’Italia dal 1871 al 1915 (1928), dalla Storia dell’età barocca in Italia (1929) alla Storia d’Europa nel secolo XIX (1932). Nell’esame delle vicende delle province napoletane, l’unificazione italiana viene presentata come una soluzione della crisi del Mezzogiorno, in linea con l’evoluzione storica e con i principi morali, mentre la Storia d’Italia si apre con un chiaro omaggio al Risorgimento come fondamento dell’unità politica e culturale del Paese. In queste opere l’autore non esalta l’Italia come entità statuale o mitica, ma ne celebra la faticosa e concreta costruzione storica come espressione del principio di libertà.

Come ha sottolineato Federico Chabod, la storia, per Croce, è sempre storia della libertà[8]. Non è una libertà astratta o idealistica, ma un elemento vivo che, consapevole del movimento storico, dà senso agli eventi e ne permette la comprensione. Perché non c’è storia vera senza giudizio e non c’è giudizio senza un criterio etico. È per questo che il fascismo non può essere considerato, nell’elaborazione crociana, un semplice fatto storico: è un’involuzione che, prima di essere condannata, va compresa, in quanto «morbo» che affligge lo spirito pubblico contemporaneo[9]. Fare storia, allora, diventa per il filosofo una forma di resistenza.

Anche Giuseppe Galasso ha insistito su questo punto: a partire dal 1924, l’interesse di Croce si sposta progressivamente sul piano etico-politico, ma senza mai rinunciare al rigore della lettura storica[10]. Anzi, proprio la storia diventa per lui la via privilegiata per riaffermare valori universali, quali la giustizia, la responsabilità e l’autonomia della coscienza. Il Risorgimento, in uno schema siffatto, non è un semplice capitolo del passato, ma la manifestazione esemplare di una maturazione collettiva, certo contraddittoria, ma orientata verso una più ampia coscienza della libertà. Ed è con questa chiave che il filosofo legge anche il presente.

È stato mostrato, del resto, come in Croce il patriottismo non sia mai un sentimento chiuso o identitario, ma sempre un atteggiamento etico: il legame alla patria è giustificato solamente nella misura in cui essa realizza la libertà dei suoi cittadini, una concezione figlia del Risorgimento e opposta a ogni nazionalismo[11]. La Storia d’Europa si inserisce appieno in questo quadro: il vecchio continente non è una realtà geografica o politica, ma un processo spirituale, una civiltà fondata sul libero sviluppo della persona e del pensiero[12].

In tale prospettiva, il confronto con Gentile si chiarisce ulteriormente. Se per il filosofo siciliano la storia è un atto puro, cioè l’immediata identificazione tra volontà e realtà, per Croce essa è il pensiero riflessivo, il giudizio critico e il discernimento morale[13]. Dove Gentile può inglobare anche la violenza fascista entro una legittimità storica, il secondo la sottopone, invece, al tribunale della libertà. È questo che lo conduce a rigettare ogni forma di storicismo assoluto, in cui tutto ciò che accade è giustificato, in quanto accade. Per Croce, ciò che accade è sempre giudicabile, perché la storia non assolve, ma distingue.

In tal modo, il Risorgimento diventa la chiave di lettura della storia italiana: l’archetipo di una politica della libertà che continua ad avere valore anche, e soprattutto, nel tempo della crisi. Non si tratta di nostalgia, ma di fedeltà a un principio; e, come ogni principio, vive nel modo in cui viene pensato, ricordato, rinnovato.

Croce di fronte al fascismo: una religione civile della libertà

Dalla metà degli anni Venti, il pensatore abruzzese si collocò sempre più visibilmente nella posizione dell’oppositore morale. Fu proprio attraverso la sua rivista che mantenne viva una forma di resistenza culturale. Così egli stesso descriverà, in seguito, il ruolo assunto dalla «Critica» negli anni bui del regime:

Ebbe nuovo stimolo e nuova ragion di vita nella opposizione che prese ad esercitare contro il fascismo […] cosicché finì ad essere in Italia l’unica superstite forma di opposizione […] che fu fondamentale e radicale, e perciò escludente ogni concessione e transazione, ma procurò tuttavia di serbare costante la calma e la dignità necessarie a imporre rispetto e si guardò dalle intemperanze, sconvenevoli a chi aveva potuto conservare una sua libertà di parola in mezzo a un intero popolo piegato al silenzio[14].

Croce, difatti, senza aderire a iniziative eclatanti, ma grazie alla forza del pensiero e alla coerenza intellettuale, diventò un punto di riferimento per un’Italia in cerca di parole di verità.

Proseguì questa azione anche nelle sue principali opere degli anni Trenta, tra cui Storia d’Europa e La storia come pensiero e come azione (1938), nelle quali riaffermava la visione della libertà come principio spirituale e morale, che era destinato a scontrarsi con i nazionalismi emergenti.

Ma è soprattutto tra il 1943 e il 1944, quando il Paese era diviso in due sfere di occupazione, che la sua riflessione sull’opposizione al fascismo, intesa come vera e propria religione civile, si fece più matura, sia pure nell’ambito degli scritti “minori”. Due testi di quel periodo, Il fascismo come pericolo mondiale e La libertà italiana nella libertà del mondo, ne rappresentano il compendio. Nel primo, Croce denuncia il carattere regressivo e barbarico del fascismo, collocandolo all’interno di una crisi più vasta della civiltà europea[15]. Nel secondo, afferma che il fascismo non è frutto di un destino necessario, ma rappresenta un’interruzione, una parentesi, appunto, nella storia d’Italia[16]. Tale metafora non ha valore consolatorio, ma serve a ribadire che la storia ha senso soltanto se rimane legata alla coscienza della libertà. In altri termini, è possibile tornare a essere liberi, perché la libertà non è stata obliterata, ma soltanto sospesa.

Il fascismo è, per il filosofo, la negazione stessa della storia, perché là dove regnano sopraffazione, violenza e dogma il pensiero è soffocato, e con esso la storia. È per questo che ricostruire criticamente il passato, durante la dittatura, equivale per Croce a un atto di libertà e di verità. Non c’è differenza tra il lavoro dello storico e il gesto di chi resiste eticamente al presente: entrambi fondano la propria azione sulla responsabilità del giudizio.

Tale visione della storia come coscienza assume i toni di una dolorosa consapevolezza quando, il 14 ottobre 1943, il filosofo apprese dell’incendio dei depositi dell’Archivio di Stato di Napoli da parte dei tedeschi e tristemente annotò: «Sono con l’animo di chi ha visto morire la persona più cara, ma con la mente di chi misura l’immensità della perdita per la nostra tradizione e per la scienza storica»[17]. Quei documenti, su cui aveva fondato la sua Storia del Regno di Napoli, non erano semplici carte d’archivio, ma parte viva del suo lavoro e della memoria collettiva.

In questo orizzonte, lo studio del passato si configura, per Croce, come la forma più alta della libertà: un esercizio morale e civile, capace di contrastare l’oblio e la violenza, di restituire dignità al pensiero e continuità alla coscienza storica. In tale ottica, la Storia d’Europa offre sia una riflessione sul secolo delle libertà sia un intervento polemico contro i nazionalismi e i totalitarismi del presente. Il celebre primo capitolo di essa, La religione della libertà, ne esplicita la funzione: la libertà non è solo una categoria politica, ma una fede, un orizzonte spirituale che dà senso alla vita storica.

La distinzione tra patriottismo e nazionalismo, su cui Croce insiste in più luoghi[18], diventa cruciale. Il patriottismo, per lui, è una virtù morale: è l’amore verso una patria che si identifica con un ordine di valori, non con una razza o un potere. Il nazionalismo, invece, è una degenerazione, è la pretesa che la forza valga più della ragione, che l’appartenenza giustifichi la violenza.

Nel confronto con Gentile, ormai definitivamente chiuso dopo il 1925, emergono due visioni inconciliabili del rapporto tra storia e potere: da un lato, la concezione dello Stato come totalità etica che assorbe ogni libertà individuale; dall’altro, il primato della coscienza morale che valuta, giudica, distingue. Se Gentile poteva ancora giustificare storicamente il fascismo, il pensatore abruzzese lo respingeva alla luce di un’etica della storia[19]. Quella frattura non oppose solo due filosofi, ma due idee radicalmente diverse della modernità. Se il primo tendeva a storicizzare ogni evento, anche la violenza, Croce, invece, difendeva una storicità critica, fondata sul discernimento e sulla responsabilità. La sua non fu una storiografia impegnata in senso ideologico, ma un esercizio di vigilanza etica: ricordare agli italiani che il Risorgimento – e con esso la libertà – non era una reliquia, ma una promessa ancora aperta[20]. La storiografia crociana si prefigura, dunque, come l’antidoto alla barbarie e come il veicolo della fedeltà alla libertà.

Croce, il Risorgimento, la coscienza morale della nazione

Durante il ventennio fascista, l’opposizione silenziosa ma costante del filosofo abruzzese, fondata sulla forza del pensiero e sulla coerenza civile, lo aveva reso un punto di riferimento morale.

Nel dicembre 1952 Piero Calamandrei lo commemorò con parole emblematiche: «Nella coscienza di ogni italiano Benedetto Croce era diventato, anche per chi non se ne rendeva conto, una misura, un termine di giudizio, una riprova. […] E fu lui che nell’ultimo ventennio, anche quando pareva che parlasse d’altro, da ogni pagina ci consigliò serenamente di resistere: per molti di noi la Resistenza ebbe inizio da lui»[21].

Negli anni successivi alla caduta del regime, il filosofo rimase un interlocutore privilegiato per chi guidava la ricostruzione politica e istituzionale. Simbolo vivente della cultura liberale italiana, fu persino indicato come primo Presidente della Repubblica, carica che rifiutò con umiltà, ribadendo il proprio ruolo di uomo di pensiero[22]. Il suo prestigio non derivava da incarichi: risiedeva nella coscienza che rappresentava.

Tuttavia, accanto alla figura pubblica del Croce venerato come guida morale, sopravviveva in lui un dubbio antico, mai del tutto sopito: quello di non essere un uomo politico. Così si sfogava il 13 novembre 1943, dopo aver constatato la scarsa efficacia dei suoi tentativi di mediazione tra gli alleati e le forze della nuova Italia:

Mi pare dunque di essere fallito finora in ogni mia azione politica, e mi torna il dubbio, che ha sempre regnato in me, circa le mie attitudini politiche: dubbio che, giovane e adulto, mi tenne lontano da quella forma di attività e tutto dedito agli studî. […] io ero un semplice uomo di pensiero che aveva procurato di adempiere il suo dovere nelle condizioni dolorose in cui l’Italia si era trovata e che avrei continuato ad adempierlo secondo le mie forze, ma che non bisognava contare su di me per una grande e creatrice azione politica […][23].

Quella voce, pur così lucida e presente nella vita della nazione, si sapeva lontana dalla prassi del comando. Era, e rimase, una coscienza. E, come tale, proseguiva a operare là dove poteva: nel pensiero, nella scrittura, nella difesa della storia e della libertà.

Il Risorgimento, evocato nel Manifesto del 1925 come fondamento dell’identità nazionale, non abbandonò mai la sua visione. Al contrario, si consolidò come archetipo etico-politico: l’unità d’Italia, nella sua lettura, non era un evento concluso, ma un principio da rinnovare. Lo stesso vale per tutto ciò che il Risorgimento aveva rappresentato: la libertà, la laicità dello Stato, l’autonomia della cultura.

Nella raccolta Per la nuova vita dell’Italia il pensatore abruzzese insiste su questa dimensione morale della rinascita[24]. La nuova Italia non può essere solo una Repubblica fondata su istituzioni democratiche; deve essere anche un Paese educato alla libertà, alla responsabilità civile, alla dignità della cultura. L’esperienza del fascismo ha reso evidente che non basta proclamare dei valori, giacché essi devono essere vissuti, trasmessi, praticati. La libertà è una conquista, non uno stato di fatto.

Per questo, anche dopo la fine del regime, Croce continuò a pensare la storia non come una semplice sequenza di eventi, ma come un processo spirituale, in cui ogni generazione è chiamata a rispondere delle proprie scelte. Assunse così il ruolo di educatore della nazione, non in senso paternalistico, ma come interprete di un’etica civile che non tollera indifferenza né rassegnazione. La storiografia, in un orizzonte siffatto, ha un compito che trascende la pura erudizione, perché serve a comprendere il passato, per costruire un futuro consapevole.

Nel suo modo di pensare la libertà, il filosofo resta fedele al Risorgimento, ma lo supera in profondità. Non idealizza i suoi protagonisti né ne fa un pantheon di eroi. Ne coglie la tensione civile, la capacità di far nascere un’etica pubblica in un Paese diviso, segnato dall’arretratezza e dalla dominazione straniera. In quel movimento colse un’energia storica ancora attiva, che era suscettibile di orientare l’Italia verso una modernità non tecnica o burocratica, ma spirituale. Ciò spiega perché, a distanza di un secolo, il Manifesto del 1925 conserva la sua forza. Non è tanto il documento di un’epoca quanto il simbolo di una scelta: optare per la libertà quando è più difficile farlo. Per Croce, la libertà non è assicurata. È, insieme, un’esigenza, una responsabilità e un rischio. È la forma storica della coscienza, la voce di una tradizione viva, quella del giudizio, della fedeltà, della dignità. E, soprattutto, della libertà come principio.

 

  1. Registrato con titoli diversi, a seconda del periodico in cui fu pubblicato – Da La replica degli intellettuali non fascisti al manifesto di Giovanni Gentile («Il Popolo») a Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degl’intellettuali fascisti («Il Mondo») –, il filosofo lo raccolse, successivamente, sotto La protesta contro il «Manifesto degli intellettuali fascistici», in B. Croce, Propositi e speranze (1925-1942). Scritti varî, Bari, Laterza, 1943, pp. 7-12. Qui si segue il testo pubblicato in G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, prefazione di A. Cazzullo, Firenze, Passigli, 2024, pp. 51-58.

  2. G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., pp. 23-35.

  3. Carteggio Croce-Amendola, a cura di R. Pertici, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1982, p. 83. Sulla genesi del documento si veda anche B. Croce, Relazioni o non relazioni col Mussolini, in Id., Nuove pagine sparse, Serie I: Vita, pensiero, letteratura, Napoli, Ricciardi, 1948, specie alle pp. 66-67.

  4. B. Croce, Lettere a Giovanni Gentile (1896-1924), a cura di A. Croce, Milano, Mondadori, 1981, pp. 670-71.

  5. G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., pp. 52-53. Ma si veda anche B. Croce, Gl’«intellettuali» e il fascismo [1925], in Id., Propositi e speranze…, op. cit., pp. 17-22.

  6. G. Gentile, B. Croce, I manifesti degli intellettuali fascisti e antifascisti, op. cit., p. 56.

  7. B. Croce, Proemio alla «Critica» nel suo XLII anno e commemorazione di Giovanni Laterza, in Id., Nuove pagine sparse…, op. cit., p. 6.

  8. F. Chabod, Croce storico, in Id., Lezioni di metodo storico con saggi su Egidi, Croce, Meinecke, a cura di L. Firpo, Bari, Laterza, 1969, pp. 179-253. Il concetto, compulsato nel 1938, com’è noto, nella Storia come pensiero e come azione, venne reso più immediato nel titolo della corrispondente traduzione inglese: B. Croce, History as the story of liberty, translated from the Italian by S. Sprigge, New York, Norton, 1941.

  9. B. Croce, Il fascismo come pericolo mondiale, in Id., Per la nuova vita dell’Italia. Scritti e discorsi, 1943-1944, Napoli, Ricciardi, 1944, pp. 13-20.

  10. G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, Milano, Il Saggiatore, 1990, pp. 339-66.

  11. M. Rosati, Benedetto Croce e il patriottismo liberal-risorgimentale, in Id., Il patriottismo italiano. Culture politiche e identità nazionali, Roma-Bari, Laterza, 2000, pp. 57-69. Sul punto anche G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., p. 342.

  12. Il riferimento è, ovviamente, al cap. I, La religione della libertà, di B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono (a cura di G. Galasso, Milano, Adelphi, 1991).

  13. Per questi aspetti si rinvia a G. Sasso, Ripensando la Storia d’Europa [Croce e Gentile, 2016], in «Treccani» online: https://www.treccani.it/enciclopedia/ripensando-la-storia-d-europa_%28Croce-e-Gentile%29/ (ultima consultazione: 17/01/2025).

  14. B. Croce, Proemio alla «Critica» nel suo XLII anno e commemorazione di Giovanni Laterza, art. cit., p. 6.

  15. B. Croce, Il fascismo come pericolo mondiale, art. cit., pp. 13-20.

  16. Un brano estratto da B. Croce, La libertà italiana nella libertà del mondo (ivi, pp. 50-57) è stato riprodotto con il titolo Il fascismo come parentesi, in Il Fascismo. Antologia di scritti critici, a cura di C. Casucci, Bologna, Il Mulino, 1961, p. 174.

  17. B. Croce, Taccuini di Lavoro, vol. IV (1937-1943), Napoli, Arte tipografica, 1987, pp. 459-60.

  18. B. Croce, Una parola desueta: l’amor di patria [1943], in Id., L’idea liberale contro le confusioni e gl’ibridismi. Scritti varî, Bari, Laterza 1944, pp. 21-23; Id., L’amore verso la patria e i doveri verso lo Stato [1947], in Id., Filosofia e storiografia. Saggi, Bari, Laterza, 1949, pp. 240-45. Su questi aspetti si veda anche G. Sartori, Stato e politica nel pensiero di Benedetto Croce, Napoli, Morano, 1966, pp. 105-11.

  19. M. Rosati, Il patriottismo italiano. Culture politiche e identità nazionali, op. cit., pp. 87-95.

  20. F. Chabod, Croce storico, op. cit., pp. 179-253; G. Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, op. cit., pp. 339-66.

  21. P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza. Discorsi scritti ed epigrafi, Bari, Laterza, 1965, II ed., p. 121.

  22. La vicenda è documentata in B. Croce, Taccuini di Lavoro, vol. VI (1946-1949), op. cit., pp. 473-74.

  23. Ivi, vol. IV (1937-1943), pp. 46-48.

  24. Si vedano specialmente, in B. Croce, Per la nuova vita dell’Italia, op. cit., i seguenti scritti: Manifesto per la chiamata dei volontari affisso in Napoli il 10 ottobre 1943 (pp. 9-12); La gioventù italiana (pp. 40-43); L’Italia e l’avversione suscitata contro di lei in Europa dal fascismo (pp. 77-80); Saluto a Roma liberata (pp. 81-83); Movimento liberale e partiti politici (pp. 87-89); Nota sui partiti e la libertà (pp. 90-92); La libertà innanzi tutto e sopra tutto (pp. 109-12); Liberalismo e democrazia (pp. 115-18).

(fasc. 55, 25 febbraio 2025)

«Spegnere le parole nel loro significato»: “Malacarne”, “Sgobbo” e la lingua senza resurrezione di Giosuè Calaciura

Author di Stefania Segatori

Un dibattito animato e interessante è andato crescendo negli ultimi anni intorno all’hate speech e all’uso di linguaggi d’odio nell’infosfera contemporanea. Il discorso d’odio è un fenomeno complesso: all’evidenza, facilmente rintracciabile, dell’impiego di hate words sul piano linguistico e comunicativo (commenti razzisti, insulti sessisti, post omofobici, epiteti denigrativi) soggiacciono armi invisibili, silenziose quanto potenti, che viaggiano sui binari ambigui delle presupposizioni, dei razzismi biologici e culturali, dei pregiudizi duraturi, delle credenze consolidate[1]. Il linguaggio dice e veicola un contenuto denigratorio in contesto. Le parole pesano come pietre, perché si portano dietro il carico di stigmatizzazioni provinciali, disuguaglianze e paure collettive, gerarchie sociali sempre più marcate. I discorsi di incitamento all’odio e le pedagogie popolari implicite hanno banalizzato contenuti, sdoganato l’analfabetismo emotivo e riabilitato termini ed espressioni inclini all’avversione, alla marginalizzazione, alla gogna mediatica. Lo stesso Pasolini ne aveva avvertito i subdoli meccanismi, quando per la rubrica “Il caos” scriveva di temere fatti privati inventati sbattuti in prima pagina[2].

Se uno dei ruoli della letteratura nel corso dei secoli è stato quello di sismografo, inteso qui non come strumento per creare una nuova realtà, ma come strumento utile a registrare la realtà circostante, sembra interessante declinare il tema dei linguaggi dell’odio anche sul piano letterario, andando oltre l’ampiamente indagato Saviano[3], per esaminare come la narrativa abbia assorbito tale fenomeno dentro la propria scrittura.

È il caso di Giosuè Calaciura, scrittore-giornalista siciliano[4] le cui parole posseggono una connotazione di esplosività, non si fermano in superficie, ma riportano lo sguardo sull’analisi del reale. Ciò accade perché la lingua della finzione letteraria, imbevuta del gergo dialettale e di valenza orale, favorisce la massima aderenza alla realtà. La vigorosa lingua parlata si nutre di certe intonazioni dialettali, esprimendo bene il basso livello culturale dei personaggi e la loro condizione di reietti della società, verso i quali appare lecito utilizzare un linguaggio carico di disprezzo. Le opere di Calaciura parlano, quindi, “con” il linguaggio della violenza dei tabù e dei pregiudizi di quartieri periferici e di marginalità umane, ma anche “del” linguaggio necessario per raccontare tutto ciò. Il linguaggio non è un dettaglio e non è politicamente corretto nella narrativa dell’autore palermitano. La lingua è fedele alla realtà, perché è fedele alla durezza intrinseca parlata negli ambienti descritti. L’uso di espressioni volgari, commenti sessisti, offese, imprecazioni, parolacce e turpiloqui è il vocabolario quotidiano delle contrade del malaffare. Calaciura, come già Pasolini in Ragazzi di vita, sposta i confini di ciò che viene considerato legittimo pronunciare: i capitoli dei due romanzi qui proposti, Malacarne e Sgobbo, sembrano racconti autonomi, sceneggiature di episodi di una serie televisiva, dove il collante è appunto la lingua della derisione; ai dialoghi in dialetto palermitano si alternano parti connettive scritte con un italiano ricercato e poetico; a pagine di indiscussa delicatezza sul piano linguistico si uniscono inserti gergali, che riprecipitano il lettore alla realtà dei fatti, all’impossibilità del riscatto dei “vinti” che vivono a cavallo del nuovo millennio:

Signor giudice, quante volte mi sono chiesto in quei momenti di ragionamento gelido, votato solo all’agguato, quale potesse essere la crepa nel meccanismo perfetto oliato automaticamente a ogni ammazzatina ripetuta senza necessità di combutta preparatoria per stabilire il come. Quante volte mi sono chiesto dove cedesse la nostra volontà omicida lasciando uno spiraglio di scampo, una possibilità di salvamento, e non per rendere più sofisticati e insovvertibili i nostri agguati mortali, ma per nascondere nella stanza segreta del mio terrore addormentato con quella virgola dimenticata, il gesto non necessario, quel movimento in più o in meno che mi avrebbe permesso di sopravvivere quando inevitabilmente sarebbe toccato a me, signor giudice[5].

E noi, per fame, in agguati notturni di pesca miracolosa ci saziavamo con rutti indimenticabili di abbuffate da acquario e ci fottevamo dal ridere guardandoci ricchi nei nostri simili adolescenti che avevano il tempo assonnato di andare a scuola e li indicavano a dito […] nei loro zaini del sudore sui libri. Ma non riuscivamo a toccarli signor giudice, ci divideva lo spessore di specchio della nostra diversità, consapevoli dell’ingiustizia latente persino nelle bugie evangeliche che ci raccontava il parroco buono […] Persino Dio ci aveva abbandonati e traditi. Avallava la perfidia di quella ingiustizia che non permetteva ripensamenti, senza ritorno, perché aveva deciso, nato povero, di diventare ricco […] eravamo cattivi e fuori dalla giurisdizione di Dio[6].

Le due citazioni sono tratte da Malacarne, termine con il quale si indica, in senso figurato, una persona disonesta e malvagia, un imbroglione, un farabutto[7]. Il romanzo d’esordio di Giosuè Calaciura è una storia sulla mafia, ma non somiglia a nessun altro libro sulla mafia, perché in realtà è il flusso di coscienza ininterrotto di un dialogo mai avvenuto tra un malacarne e un signor giudice imperterrito, che tuttavia è impossibile possa rimanere distante. Malacarne è un’allucinazione, una conversazione feroce e dolente che scoperchia ex post le dinamiche dei malaffari quotidiani ai quali sono predestinati i giovani della Sicilia degli anni Novanta, i quali scoprono i meccanismi di raffinazione e il traffico dell’eroina e non hanno «niente da perdere se non la disgrazia di essere nati»[8]. I padri erano delinquenti che si arrabattavano, mentre Calaciura racconta il passaggio di generazione, quando la nuova malavita ha perso il senso della vergogna («era giunto il momento di passare le consegne»[9]). È in carcere, in uno dei frequenti andirivieni per furti, risse o reati di basso livello, che i malacarne incontrano «tre illustri chimici francesi presi con le mani nel sacco della morfina base mentre tentavano di raffinarla»[10] per conto di una ditta del crimine marsigliese. Da essi imparano, nella tranquillità e nella riservatezza che solo il carcere poteva garantire e con la promessa del cinque per cento sul fatturato, perché è preferibile la morfina turca, cosa significa benzoiltropeina, cos’è la sintesi del toluolo, quanto siano floridi i mercati americani. Ma il genius loci, verrebbe da dire, supera i maestri in un lunedì di Resurrezione, trasformando la captività in una «proficua vacanza carceraria»[11]. Dal carcere allo scantinato di casa, lungo le rotte tossiche dell’Occidente, questa “paranza” ante litteram costruisce la propria fortuna di oblii chimici, venduta al dettaglio ai disperati dei quartieri e all’ingrosso alle navi con i nomi di aristocratici inglesi. Quella descritta da Calaciura è una geenna di desiderati (si pensi all’immagine degli storpi, paralitici, sciancati, ciechi e sordi parcheggiati a elemosinare). In una routine che ogni giorno deve inventare la voglia di vivere, irrompe il benessere aleatorio della modernità con il carico dei suoi vizi[12]:

Noi, signor giudice, tentavamo di mettere in piedi l’affare del nostro secolo memorabile che avrebbe placato per sempre la fame antica di potere. A noi, signor giudice, interessavano i semi del fiore del papavero. E non per velleità d’accademia botanica me per via del tesoro incalcolabile della morfina base, mattone principale di quell’oro in polvere che moltiplicava in maniera esponenziale i guadagni a ogni granello[13].

La prosperità è tuttavia impalpabile, così come la sensazione provata dall’io narrante di essere ingranaggio astratto di un potere effimero. I guadagni di «quell’impero del niente che produceva di tutto» giungono, infatti, solo dai fax con le quotazioni della borsa di Londra. I soldi invisibili vanno trasformati in “piccioli”. I malacarne iniziano a sentire la necessità del fruscio delle banconote, che nel giro arrivano in tale quantità da non saper più dove stiparle. All’industria della droga si aggiungono man mano nuovi giri. Cambiano le dinamiche e le prospettive. «Non eravamo più niente, signor giudice» è la formula reiterata all’inizio della quasi totalità dei paragrafi del romanzo, l’anafora di un grido disperato in cerca di pietas. «Non eravamo più niente, signor giudice» è la confessione sofferta di personaggi straniati, che finiscono per appartenere solamente alla logica del male, a un nichilismo disumano. La ferocia arriva quando si innescano i tradimenti interni all’associazione a delinquere, le invidie fratricide, il desiderio sfrenato del singolo di possedere tutto. I dèmoni vengono a galla quando il tempo rivela il vero volto dell’uomo, a ricordarci che esiste sempre un Caino in agguato in ognuno di noi:

ci continuammo a spogliare da quelle illusioni settecentesche morendo ogni giorno stecchiti per mano ignota di assassini infami signor giudice. Era scoppiata una guerra intestina […] ci ammazzavano con una allegria di lavoro ben fatto signor giudice, e a noi non restava che constatare il decesso terribile dei nostri camerati senza più futuro […] era una tale mattanza […] ogni giorno c’era una tale quantità di morti che bisognava fare l’appello […] imparammo a dormire da svegli con gli occhi aperti come le civette, appollaiati sul nostro ramo di terrore […] a fumare le nostre sigarette di panico […] continuavamo a morire uccisi da mano ignota. C’era una tale ferocia in quegli omicidi a grappoli, c’era un tale accanimento che capimmo troppo tardi che quella vile mano assassina non era di gente straniera estranea, ma era la mano destra traditrice della sinistra. Dovevamo guardarci dentro per fermarci da noi stessi […] E capimmo ancora una volta come sia intessuto di merda l’animo degli uomini[14].

Malacarne è una litania dolorosa, un dies irae dove carnefici e vittime si rincorrono come in un gioco a specchi, un circolo vizioso dove ognuno diventa preda dell’altro. La voce disperante del protagonista inghiotte il lettore in un vortice di progressivo annullamento e di montante autodistruzione che si dilata a macchia d’olio, tanto più si espandono i traffici internazionali di una mafia ormai planetaria. Il malacarne del titolo ricostruisce in un lungo flashback la sua carriera e la verità ultima da dichiarare al magistrato. La narrazione è dal di dentro, a presa diretta. Al di là dei singoli eventi e della cronistoria insanguinata, il refrain martellante «non eravamo più niente, signor giudice» è recitato su un palcoscenico di tradimenti e regolamenti di conti, di esecuzioni e stragi da un killer pentito che confessa e si confessa con un linguaggio crudo e allucinato, con la forza evocatrice e arcaica della terra di morti ammazzati che li ha generati e subito condannati[15].

Ripercorrendo le tappe della storia di “cosa nostra”, attraverso la voce di un mafioso che vede pian piano sgretolarsi il suo impero, dalle «carneficine firmate» per mano di sicari solitari ai massacri «con i funerali di Stato, l’esercito in piazza, il nervo scosso dell’opinione pubblica frastornata»[16], l’autore conclude il racconto a ritroso con «il boato più grande»[17], con la madre di tutte le stragi: «Non eravamo più niente sin da quella mattina di maggio, con tutte le cose al loro posto, prima che la vita e in seconda istanza la morte le confondesse per sempre»[18]. Tutto il racconto è già stato vissuto. L’ora del giudizio giunge alla fine di un percorso di mafia e antimafia, di stragi e pentiti[19], di equilibri e connivenze politiche, di maxiprocessi e collaboratori di giustizia. È la nuova stagione corleonese, dello scontro diretto tra Stato e mafia, delle morti eccellenti di coloro i quali, negli anni Ottanta, iniziarono a combattere apertamente e con coraggio isolato “cosa nostra” (politici, uomini delle forze dell’ordine, magistrati, giudici e, non ultimi, giornalisti). Nella ricostruzione allucinata della voce narrante, è l’ora dell’Apocalisse: «era la fine del mondo, con le trombe degli angeli schierati, la chiamata generale a rapporto delle anime e tutto il resto signor giudice»[20]. A fine lettura, si percepisce l’affanno del rewind; Malacarne è una confessione che delinea la psicologia di un mafioso e una rincorsa all’indietro. Più che la voce, si sente il fiato: euforico ed eccitato di fronte all’ingigantirsi dei traffici illeciti; quello sul collo e adrenalinico degli agguati e degli omicidi; quello ultimo e disperato di chi vuole raccontare tutto per svuotarsi e liberarsi.

Il linguaggio dell’odio si accusa maggiormente nel secondo romanzo di Calaciura. Fiona, la protagonista del romanzo, è una prostituta venuta dal mare, partita dall’Africa nera e sottoposta, come gli altri, a torture lungo il tragitto. Il racconto è in prima persona, quasi fosse una nenia antica; indossando i succinti vestiti d’Occidente, Fiona, o Dalia, od Ofelia, o Felicità, a seconda del piacimento dei clienti, è costretta a svolgere l’unico lavoro, lo “sgobbo” in dialetto palermitano, che pare le sia permesso. L’autore tratteggia con delicatezza e rispetto la pena, l’avvilimento, il bisogno di fuga e di ritorno alla madre rimasta in Africa e all’infanzia perduta, mentre incontra clienti che la umiliano o la picchiano, o si imbatte in volti anonimi del desiderio e della solitudine: sono loro a stabilire le rotte del buio, «un buio tangibile come un muro»[21]. Oppure scruta la carne, la sua e quella degli emarginati, avvezzi all’alcool, che tentano di sopravvivere il giorno al degrado urbano, a quei luoghi di malessere e di abiezione. Tutto accade tra i vicoli del porto, in mezzo alle gru di cantieri abbandonati, ai margini del lungomare di rifiuti, in una Palermo mai nominata eppure così presente, che accoglie ma non riscatta i diseredati, per i quali vige soltanto la matematica dei traffici illegali e la grammatica della disperazione[22].

In Sgobbo, Fiona è la rappresentante della categoria-bersaglio dei discorsi d’odio. Il silenzio, l’indifferenza o la superficialità con cui chi le sta attorno accetta gli usi offensivi fanno sì che il linguaggio dell’odio si trasformi in consenso, approvazione, legittimazione, mutando i presenti in complici e conniventi. La violenza “nel” linguaggio, la violenza “del” linguaggio, dimora sulle bocche degli altri che osservano, commentano, giudicano; a volte condannano anche solo con uno sguardo. In questa giungla quotidiana, dove ognuno combatte per affermare il proprio territorio, la necessità di uno spazio e l’urgenza di sopravvivere modulano geografie evanescenti e «regioni inesistenti di pastorizia»[23]. Sbirri corrotti, preti non propriamente devoti, truffatori, rapinatori, trafficanti di immigrati e clandestini indesiderati: Calaciura dipinge una società senza appello e senza redenzione, attraverso una narrativa che rifiuta le coordinate della cronaca e del documento e una lingua forte, realista, dura, ma non dimentica della sua vena poetica:

nella claustrofobia delle stanze che avevano una sola finestra affacciata sull’eternità del muro di fronte. E dentro quella cornice ho viaggiato tutte le mie giornate, in ogni crepa e in tutte le muffe, in ogni cristallo di salsedine e nelle croste di ducotone[24].

perché sono nato in un paese dove ogni mattina m’interrogo ma che cos’è questo odore che non lascia spazi nemmeno al profumo del caffè […] e cambia il sapore del dentifricio sullo spazzolino, all’improvviso come svegliandomi mi rendo conto che è l’odore immutabile del mare, e non ci sono parole per raccontarlo[25].

Scendevamo compatte verso la Marina lasciando uno spazio libero nella formazione perché anche la sciancata non avvertisse la solitudine nello sgobbo da trapassata […] Mi è sembrato di averla vista quando il buio è così profondo e insopportabile che mi costringe a riempirlo della luce strappata alla memoria dei giorni più luminosi, era in forma di fantasma nel pallore finalmente raggiunto senza ciprie e artifici di cerone[26].

La contrada del malaffare sembra un bassofondo balzacchiano. I due romanzi sono costruiti a partire da questi luoghi. Ci sono milieux precisi e c’è una lingua esplicita. L’alienazione costante corre lungo due binari: la visione apocalittica e il linguaggio. In Sgobbo, in particolare, la fame, la disperazione e il sesso sono raccontati in modo esplicito da una donna, che parla poco ma assorbe e ripete lungo il filo narrativo ciò che gli altri esattamente dicono di lei. Calaciura fotografa la semiotica della malavita. La narrazione non procede in dialetto, ma restano in dialetto gli insulti etnici, i termini denigratori, le espressioni offensive; in poche parole, il linguaggio del disprezzo nel suo complesso, che si nutre di ingiurie sessuali e parolacce spinte, di un lessico pornografico, di allusioni triviali e oscene, dove le parti del corpo vengono umiliate o schernite (non mancano i riferimenti ai liquidi corporei).

Malacarne e Sgobbo sono due romanzi potenti che non rimangono marginali: il linguaggio di Calaciura, realistico e accurato allo stesso tempo, presenta al lettore immediatamente la situazione com’è, senza usare riferimenti indiretti o mezzi termini. In entrambi i romanzi, la città è una Palermo palude o, per dirla con Vincenzo Consolo, una «città mattatoio»[27]. Lo scenario evocato dall’io narrante è quello di un luogo cupo, deformato, da girone dantesco, straripante di violenza, di perdizione, di infelicità e di odio, gli unici sentimenti rimasti a muovere le fila di destini irredimibili e senza anima[28]. Ma Malacarne e Sgobbo sono anche il risultato di un lavoro sul tono, sull’elaborazione stilistica, sui sensi figurati, sugli attributi affettivi delle parole, sul vasto e sul multiforme riverberare dei significati, tutti i significati di un intimo, ma corale, disperato racconto-testimonianza. Nei primi romanzi di Calaciura non esiste separazione fra il piano del narratore e il piano dei personaggi, tra il come e il cosa, perché senza questa precisa tipologia di linguaggio (la forma) non capiremmo nemmeno il racconto (la sostanza). La lingua, per uno scrittore di testimonianza quale è Calaciura, è il motore stesso del racconto: è un atto di fedeltà alla verità e alle radici di ciò che si narra; è elemento fondante dello showing più che del telling. E poco resta della lezione heideggeriana, qui valida semmai à l’envers: il linguaggio (dell’odio) non è la casa dell’essere e l’uomo non abita più nella sua dimora. Le discriminazioni sociali sono sostanzialmente create e sostenute da parole e atti comunicativi che rinforzano le posizioni di subordinazione e contribuiscono a diffondere pregiudizi e stereotipi. Si tenga presente che, segnatamente in Malacarne, pur essendoci numerosi riferimenti a fatti realmente accaduti, non sono indicati nomi, luoghi o episodi. Non è necessario conoscere l’identità del mafioso o quella del giudice. Basta la lingua di Calaciura a dare forza alla narrazione. Ne viene fuori una tessitura linguistica originale e raffinata, ma a tratti straniante per l’insolito mélange di lingua alta e lessico gergale. I capitoli di Malacarne e Sgobbo si accumulano come istantanee capaci di illuminare il nostro passato prossimo, attraverso mémoires di personaggi messi a nudo nel loro linguaggio senza sconti e nel loro destino senza resurrezione.

 

  1. Sull’argomento si rimanda a C. Bianchi, Hate speech. Il lato oscuro del linguaggio, Bari-Roma, Laterza, 2012; S. Pasta, Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell’odio online, Brescia, Morcelliana, 2018; D. Pacelli, Hate speech e hate words. Rappresentazioni, effetti, interventi, Milano, Franco Angeli, 2021.
  2. Nell’agosto del 1968, Pasolini inaugura una rubrica sul settimanale «Tempo» e la intitola “Il caos”. Fino al gennaio del 1970, vi interviene con forza polemica e “corsara” sui temi dominanti di quegli anni, affrontando l’attualità politica e le novità culturali: la polemica contro la televisione, l’emergente questione giovanile, la posizione della Chiesa, le accuse al capitalismo. Cfr. P. P. Pasolini, Il caos, prefazione di R. Saviano, Milano, Garzanti, 2015.
  3. Dell’autore di Gomorra e La paranza dei bambini, vale la pena accennare a «Munizioni», la collana che Saviano dirige per Bompiani e che ospita autori che hanno più che mai bisogno di lettori per amplificare il proprio valore di testimonianza. Le parole come fatto e responsabilità sono munizioni, immagine violenta ma efficace utilizzata per ribaltare ogni metafora violenta conservando intatta la loro potenza di strumento; sono proiettili, perché nascono dal piombo dei caratteri di stampa, contro l’ignoranza, il silenzio e l’indifferenza.
  4. Giosuè Calaciura (Palermo, 1960) vive e lavora a Roma; collabora con Rai Radio3 e scrive per quotidiani e riviste. Dopo aver attirato l’attenzione critica con diversi racconti, esordisce con Malacarne (Milano, Baldini&Castoldi, 1998) e a seguire Sgobbo (Milano, Baldini&Castoldi, 2002), Premio Selezione Campiello. Ha pubblicato i seguenti romanzi: La figlia perduta: la favola dello slum (Milano, Bompiani, 2005); Urbi et Orbi (Milano, Baldini&Castoldi, 2006); Bambini e altri animali (Palermo, Sellerio, 2013); La penitenza (Roma, Mincione, 2016); Borgo Vecchio (Palermo, Sellerio, 2017); Il tram di Natale (Palermo, Sellerio, 2018); Io sono Gesù (Palermo, Sellerio, 2021). Le sue opere sono state tradotte all’estero.
  5. G. Calaciura, Malacarne, op. cit., pp. 6-7.
  6. Ivi, p. 14.
  7. Si noti come i motivi della fame e della sete, e più in generale tutto il campo semantico legato ad esse, siano ricorrenti fin dalle primissime pagine: «vivevamo nell’angoscia degli assetati di non avere altre possibilità» (ivi, p. 9); «in quell’ansia di annegamento senz’acqua» (ivi, p. 10); «nei nostri raggruppamenti di branco affamato» (ivi, p. 19); «non c’era una goccia d’acqua neanche a piangere sangue» (ivi, p. 25); «era la sete signor giudice, come lei non ha mai provato, saziato dai polmoni delle autoclavi della città nuova […] le madri lavavano i figli leccandoli con la loro stessa saliva […] e noi glieli riempivamo gratis signor giudice, perché un goccio d’acqua non si nega a nessuno» (ivi, p. 26).
  8. Ivi, p. 19.
  9. Ivi, p. 23.
  10. Ivi, p. 29.
  11. Ivi, p. 31.
  12. Prima di allora, prima che arrivasse l’oro di polvere bianca degli oblii chimici, le giornate trascorrevano all’avventura, tra le riffe dei mercati e le estrazioni del lotto clandestino, e «con tutti i contrabbandi dell’antichità arrotondavamo lo sgobbo faticoso di tirare a campare signor giudice, ma ci mancava sempre un soldo per fare una lira e tentavamo la sorte di ogni mercato e di ogni mercanzia per placare quella fame che non siamo mai riusciti a saziare e che ci divorava a partire dallo stomaco e saliva sino agli occhi per confonderci la vista con miraggi di abbuffate matrimoniali» (ivi, p. 11).
  13. Ivi, p. 28.
  14. Ivi, pp. 43-45.
  15. Si legga il seguente passaggio: «Com’era triste la tristezza di riconoscerci uno per uno in quei ritratti impietosi di segnaletica […] ed eravamo proprio noi, malati della malattia incurabile di essere disperatamente nati qui e in nessun altro posto del mondo» (ivi, p. 53).
  16. Ivi, p. 99.
  17. Ivi, p. 136.
  18. Ivi, p. 148.
  19. La stagione dei pentiti e dei collaboratori di giustizia è descritta attraverso l’immagine delle «cataratte delle confessioni» che venivano aperte: «uccidevamo per scancellare metà della nostra anima malata, nell’annullamento totale di quelle cellule cancerogene che eliminavano estirpando l’intero organo intaccato nell’amputazione di noi stessi signor giudice. E per quella chirurgia dell’accetta sperimentavamo nuove armi che avrebbero dovuto scassare chi parlava e chi ascoltava, per spezzarne la complicità del dialogo, per spegnere le parole nel loro significato» (ivi, p. 135).
  20. Ivi, p. 137.
  21. G. Calaciura, Sgobbo, op. cit., p. 56.
  22. Palermo è «una città claudicante di cerotti tenuta insieme con il filo di ferro degli imprevisti, con gli elastici della provvisorietà» (ivi, p. 20).
  23. Ivi, p. 18.
  24. Ivi, p. 10.
  25. Ivi, p. 23.
  26. Ivi, p. 59.
  27. Cfr. V. Consolo, Le pietre di Pantalica, Milano, Mondadori, 1988. Sulla letteratura siciliana di Calaciura e altri scrittori, si rimanda a V. Santoro, Scrivere di cose dialogando con l’Europa e l’America. La giovane narrativa siciliana di Calaciura, Piazzese e Savatteri, in «Letteratura e Società», IX, 3, 2007, pp. 77-101.
  28. «L’anima si era persa liquefatta nell’acido e gettata con tutto il resto nel buco del cesso. E per quanto Dio s’affannasse a cercarla non riusciva a trovarla, tanto che dovette istituire d’imperio divino un nuovo girone dell’inferno per i traditori morti liquefatti nell’acido. Ma lo fece solo per accontentare la burocrazia di Satana, perché anime in quel girone non se ne videro mai» (G. Calaciura, Malacarne, op. cit., p. 49).

(fasc. 54, 25 novembre 2024, vol. II)

Ziette, bambinacce, nipotini equivoci. Una rilettura delle “Sorelle Materassi” di Aldo Palazzeschi

Author di Massimo Scotti

Un uomo non è del tutto sé stesso

quando parla in prima persona:

dategli una maschera, e vi dirà la verità

(O. Wilde)

«Veramente non è mio zio».

«Non lo sono mai, cara».

Così una timida e onesta Julia Roberts, nei panni di Vivian Ward, cerca di spiegare un’ambigua situazione alla commessa della boutique da cui si sta servendo. Ma non ce n’è bisogno: esperta di queste cose, la saggia ragazza che lavora a Rodeo Drive sa benissimo che il signor Edward Lewis (Richard Gere) non ha nipoti, bensì, come molti affaristi miliardari, solo belle accompagnatrici passeggere.

Il notissimo film, Pretty Woman (1990)[1], mette in luce abitudini e costumi di un tempo – niente affatto lontano – in cui le escort venivano ancora chiamate “puttane” e dovevano passare per “nipoti” se i loro clienti avevano l’ardire di mostrarle in pubblico, cosa non molto diversa da quella che accadeva ancora qualche decennio fa alle coppie omosessuali maschili: il bel giovanotto spuntato dal nulla al fianco del suo amante più maturo andava presentato come un parente lontano (preferibilmente un “nipote”, appunto).

“Zio”, d’altra parte, è ancora oggi il termine confidenziale con cui si insegna ai bambini a chiamare un caro amico di famiglia; nel Sud italiano era inoltre un modo per designare una persona importante nella comunità – un ecclesiastico, un politico ecc.

Ma la “zia”, al femminile, era anche l’appellativo malizioso, non del tutto scomparso, per indicare l’omosessuale maschile, di solito passivo. Deriva direttamente dal francese tante, con lo stesso significato, attestato già in Balzac (Splendeurs et misères des courtisanes, 1838-1847). E sono “zie”, guarda caso, quelle che accolgono in casa loro il nipotino preadolescente nel romanzo Sorelle Materassi di Aldo Palazzeschi, pubblicato nel 1934, quindi – attenzione – in piena epoca fascista. Niente di male. Poco di strano. Si aggiustavano così, spesso, le situazioni familiari difficili e ingarbugliate. Invece di abbandonare i nipoti all’orfanotrofio, i parenti più stretti si prodigavano per offrire una nuova famiglia ai figli di congiunti prematuramente scomparsi.

Ora, se noi proviamo a leggere questo romanzo palazzeschiano in un’ottica un po’ diversa dal consueto, rischiamo di scoprire qualche verità nascosta e un intero sottotesto fatto di allusioni, reticenze significative e non detti strillanti.

Per esempio, le “zie” del romanzo potrebbero non essere letteralmente delle “zie” ma bensì, metaforicamente, “anziani omosessuali maschi alle prese con una giovane marchetta”. E con questo ragazzo, generosamente mantenuto e vezzeggiato, sempre nella peculiare “realtà” della metafora, si crea così una famiglia del tutto anomala e profondamente bizzarra, dotata, com’è d’altra parte ogni famiglia, di specifici e singolari equilibri e squilibri. Parafrasando il celeberrimo esordio dell’Anna Karenina tolstojana, si potrebbe dire che “Tutte le famiglie ‘normali’ sono uguali, ogni famiglia queer è anormale a modo suo” per poi aggiungere, con la saggezza della Nonna in Mine vaganti di Ferzan Özpetek, «Uh, ‘normale’: che brutta parola!».

L’ipotesi è tutt’altro che pretestuosa. Dovrebbe essere introdotta da un’ampia premessa per spiegare chi era Aldo Palazzeschi, scomparso esattamente cinquant’anni fa, al quale chi scrive dedica questa rilettura della sua opera più nota: Sorelle Materassi, appunto. Raffinatissimo dandy fiorentino, estraneo a ogni milieu, eteroclito, disinvolto, sotterraneamente anarchico, si era accostato al Futurismo in gioventù, per entusiasmo e illusione di forza, novità, modernità, per poi distaccarsene forse con segreta, senz’altro sottaciuta, delusione.

In piena epoca fascista, quando la censura è particolarmente vigile e intrusiva (tanto da bloccare un romanzo come Nessuno torna indietro di Alba de Céspedes, uscito nel 1938, quattro anni dopo Sorelle Materassi)[2], Palazzeschi sceglie allegramente linguaggi criptati per dire le proprie verità e parlare – solo a chi sa comprenderlo – di qualcosa che l’epoca littoria non intendeva neanche ammettere, concepire, definire come reale: l’omosessualità. E lo fa con piglio fantasioso, ironico, sardonico, irridente, lo stesso con cui amava comporre poesie allusive come I fiori[3] e costruire storie balzane come la fiaba “transgender” Il Re bello o il bislacco romanzo Stefanino[4], in cui un leggiadro adolescente rivela una propria surreale anomalia: la testa al posto dei genitali, e viceversa.

Ora, per comprendere il discorso che si propone, dovremmo seguire attentamente, passo dopo passo, le pagine di Sorelle Materassi. Lo faremo invece solo per sommi capi, partendo dal capitolo introduttivo, che è già un ottimo esempio delle tecniche non solo narrative ma anche “dissimulative” palazzeschiane.

Si tratta di un omaggio alla terra toscana: una descrizione, arguta e doviziosa, del suo splendido paesaggio. Qui Palazzeschi insiste molto sull’opposizione fra le eleganti colline e la pianura, l’aristocrazia antica delle alture e la rozza ruralità delle “terre basse”, come nel passaggio seguente: «Se in questa terra la collina vi tiene il posto della signora, e quasi sempre della signora vera, principessa, la pianura vi tiene quello della serva, della cameriera o ancella»[5]. Proseguendo nella lettura, scopriremo ben presto che la descrizione del paesaggio è sorniona e allegorica: le colline altere rappresentano le Materassi, opposte ai villici, ai contadini, alla gente del loro paese, sorta di coro greco sempre attivo, presente e vociante nella tragicommedia delle due sorelle. Quindi, il panorama spaziale che ci è offerto da Palazzeschi è tutt’altro che esornativo: riprende la consuetudine ottocentesca in cui l’inizio di un romanzo presenta una descrizione dell’ambiente in cui si svolgerà la vicenda, ma non solo; la duplicità del paesaggio riflette il contrasto deciso fra il carattere delle Materassi e quello dei loro compaesani.

Non certo ricche ma molto benestanti, le sorelle hanno costruito da sole la loro fortuna, perché i beni di famiglia accumulati dal nonno erano stati metodicamente sperperati dal loro padre gaudente, e ripristinati da loro grazie a un’intera vita di impegno lavorativo e privazioni. Quelle venture sono destinate a ripetersi, perché un altro congiunto arriverà a minare un equilibrio economico faticosamente raggiunto; ma per chiarire la situazione, e anche l’allegoria descrittiva, è inevitabile narrare almeno in sintesi la trama del romanzo, le cui protagoniste sono le quattro sorelle: Teresa, Carolina, Augusta e Giselda. Le prime due non si sono mai sposate, la seconda ha fatto un matrimonio miserando e l’ultima, la più giovane e bella, un incontro disastroso. Un fatuo bellimbusto l’ha conquistata, tradita e abbandonata. Costretta a tornare in seno alla famiglia d’origine, Giselda nutre un risentimento insanabile nei confronti degli uomini ma anche delle sorelle, che la trattano quasi come una serva. Non le perdonano le sue scelte sbagliate e non la coinvolgono nel loro lavoro, che le ha rese famose nel circondario:

Per meglio precisare le qualifiche, e per quanto il ricamo sia la loro vera specialità, per la quale godono fama vastissima e solida reputazione, dirò che le sorelle Materassi sono ufficialmente, come si legge in testa alle loro fatture, delle cucitrici di bianco:

Sorelle Materassi

Cucitrici di bianco – Corredi da spose[6].

Questo lavoro è sostanzialmente l’unica ragione di vita, per Teresa e Carolina: claustrali artigiane dedite ai telai per la maggior parte del loro tempo, non concedono sosta alla loro fatica. Le aiuta nelle faccende domestiche Niobe, fedelissima inserviente, che le stima, le protegge e sa comprendere la loro delicata condizione di vecchie donne sole. Anche lei è stata tradita, e per ben due volte costretta a subire gravidanze indesiderate, ma, invece di detestare i traditori, nutre ancora, per il sesso maschile, un trasporto goloso e mai sopito.

In un’esistenza monotona come quella che si trascina nel paese di Santa Maria a Coverciano piomba come un meteorite l’inattesissimo arrivo di un uomo: è il nipote Remo, figlio di Augusta, la sorella prima trasferita col marito «in Ancona»[7] e poi prematuramente scomparsa. Le sorelle non pensano nemmeno per un attimo di lasciarlo solo. Né possono prevedere le conseguenze di una caritatevole adozione, perché il bambino, poi adolescente e poi ancora smagliante giovanotto, le porterà alla rovina.

Le trasformazioni portate da Remo nella vita di famiglia sono accuratamente analizzate da Palazzeschi come conseguenza diretta delle personalità di queste donne solitarie, che – attenzione, di nuovo – sono abituate a indossare maschere. E nella figura di Remo si potrebbero individuare alcuni tratti futuri del misterioso ospite che arriva in una famiglia solo per sconvolgerla con la sua dionisiaca presenza, nel film Teorema di Pier Paolo Pasolini, uscito nel fatidico anno 1968.

Bisogna andare, però, con ordine e spiegare punto per punto ciò che accade, iniziando magari da una questione che forma il sottotesto più tenace del romanzo di Palazzeschi: il contrasto del maschile con il femminile.

Più volte, e con molteplici dettagli, l’autore sottolinea la femminilità rattenuta delle sorelle Materassi. È un aspetto fra i più complessi nella fisionomia dei personaggi, quella componente muliebre che soprattutto Teresa e Carolina lungo il corso della loro intera esistenza hanno nascosto, soffocato e inaridito. Forzatamente vergini e mai spose, si sono trasformate in vestali del ricamo e degli indumenti intimi femminili. Cuciono, tessono e infiorettano mutandine, sottovesti, camicie, corredi nuziali che non indosseranno mai. La loro biancheria è rozza, spartana, tutt’altro che vistosa, tanto quanto quella che le loro mani confezionano per nobildonne e ricche borghesi dei dintorni è raffinata, lussuosa, alla moda, delicatamente o sontuosamente adorna, provocante e pregiata: le Materassi rendono desiderabili con i loro orpelli i corpi altrui.

Non esprimono la loro grazia femminile ma, anzi, la reprimono. In questa insistenza nel sottolineare il modo in cui castigano il loro aspetto e i loro istinti si può intuire un parallelo con la necessità sociale di nascondere pulsioni e apparenze che gli omosessuali avevano in quel tempo: le sorelle Materassi diventano così, si può dire, proustiane baronesse di Charlus. Come nella Recherche l’aristocratico personaggio nega e cerca in ogni modo di occultare l’evidenza della sua effeminatezza, così Teresa e Carolina puniscono e fiaccano con ogni mezzo le loro sembianze di donne.

Proprio come il barone, però, che nel più protetto segreto dà sfogo ai propri desideri focosi, anche le sorelle si concedono, almeno una volta alla settimana, la domenica pomeriggio e fino a sera, un’esplosione di civetteria. Si agghindano in modo inconsulto e si mettono alla finestra per vedere e commentare la passeggiata galante dei compaesani, mentre rievocano le loro avventure amorose ormai antiche, fra ingigantimenti e miraggi, proprio come fa la Perpetua manzoniana, istigata da Agnese, nell’ottavo capitolo dei Promessi sposi.

Ora, la trasparenza della messinscena di Palazzeschi è qui definita: le due “zie” sono trasposizioni letterarie delle “zie” maschi, che soprattutto nell’Italia fascista non potevano far altro che nascondersi. E tutta la narrazione lo rivelerà, soprattutto se pensiamo che troppo spesso i legami – affettivi, di dipendenza, passionali, in una parola “erotici” – si sono basati soprattutto sullo scambio di denaro (in tempi più lontani come in quelli più vicini)[8].

Remo, pur avendo i gusti raffinati, la disinvoltura e il fascino dell’escort di lusso, o meglio ancora del bel gigolo alla Richard Gere, si comporta, alla fin fine, come un tipico “marchettaro”. Sfrutta le zie, ha pretese impellenti e continue, le chiama «le mie scimmie ammaestrate». E loro cedono a ogni sua richiesta, al punto da firmare una cambiale. Il gesto è l’emblema di una resa. La rovina economica che seguirà è la stessa che la famiglia ha già vissuto a causa del padre di Teresa e Carolina, festaiolo e prodigo, viveur e fannullone. Anche questo elemento, insieme genetico e frutto del destino, è un riflesso dei rapporti instaurati all’interno del nucleo familiare di casa Materassi.

Appena arrivato a Coverciano, Remo è poco più che un bambino, ma già dotato di un suo charme nascosto, benché, forse proprio per questo, ancor più suadente e malioso: nessuna delle donne sa resistere ai suoi incantevoli silenzi, tranne Giselda, che avverte il pericolo del maschio seduttivo che conquista subito le due sorelle e più ancora Niobe, complice adoratrice del ragazzo, il quale porterà anche lei alla rovina.

Crescendo, Remo è sempre più viziato e potente, dispone del patrimonio delle due lavoratrici senza parsimonia, sicuro di veder soddisfatto ogni capriccio. Soggioga le donne di famiglia senza concedersi, offre le labbra ai baci colpevoli delle zie come se quelle parti del suo corpo fossero oggetti che non gli appartengono, perché capisce fin troppo bene che sono miraggi dei loro desideri mai appagati e perciò ancora più focosi, insaziabili. Si comporta come un “ragazzo di vita” sfrontato, indifferente e irresistibile; il denaro che spilla alle zie per soddisfare ogni sua voglia è il prezzo che le sorelle pagano per le loro brame proibite.

Si instaura così uno strano equilibrio, che non può comunque reggere a lungo, e verrà infatti spezzato. Ma questo più tardi, solo nella piena giovinezza di Remo. Fin dall’inizio, stupisce le zie e le fa indignare, non tanto per il suo comportamento da sfruttatore quanto per la scelta delle sue amicizie, che Teresa e Carolina giudicano imperdonabilmente vergognosa. Questo è un nuovo rivolgimento nella vicenda, una piega della storia che arriva all’improvviso, confermando la nostra ipotesi iniziale e offrendole inoltre un risvolto complicato, rivelatore ma, in fondo, logico e consequenziale.

Fra tutti i coetanei del circondario, che annovera anche ragazzi benestanti, quasi aristocratici, insomma, “dabbene”, Remo sceglie un unico amico inseparabile, che proviene però addirittura dal sottoproletariato. Doppio affronto. Non solo il ragazzo sembra far convergere su di lui ogni sua capacità affettiva, tradendo così l’amore delle zie, ma l’amico è a tutti gli effetti un impresentabile. Vive da solo con la madre vedova in condizioni di estrema povertà. Non ha alcun tipo di distinzione sociale, non appare più intelligente, svelto o brillante degli altri, è semplicemente il compagno ideale di giochi, scorribande, avventure, e forse anche loschi traffici. Tutti conoscono Palle (questo è il suo soprannome), e tutti lo disprezzano. Nessuno ricorda nemmeno più come si chiama davvero: «Se qualcheduno lo avesse chiamato Belisario, era il suo vero nome, con tutta sicurezza non avrebbe risposto, o ci sarebbe voluto uno sforzo per farglielo ricordare»[9].

Palle però possiede qualcosa di misterioso che svela le intenzioni, consce o inconsce, di Remo:

La faccia pallida, dall’apparenza impubere malgrado i suoi ventidue anni, lasciava luccicare sovente rade e tenui pagliuche d’oro intorno ad un sorriso come gli occhietti, buono e furbo insieme. Ma sopra ogni cosa risaltava dalla sua figura la forza fisica e la tranquillità virile, attraverso quel dondolamento che celandone l’energia e l’ardore lo faceva apparire indolente[10].

Forza fisica e tranquillità virile: l’amico inseparabile di Remo ha i connotati di un giovanotto mascolino e a suo modo attraente, adolescenziale nell’aspetto, che dissimula «l’energia e l’ardore». Con un ragazzo dal nome così comico e rivelatore, il nipote delle Materassi instaura quello che a tutti gli effetti si può considerare, con gli occhi di oggi, un bromance, l’unione maschile che va oltre le regole[11] e nasconde – in un accordo reciproco, consenziente e vicendevolmente appagante – le proprie implicazioni erotiche, altrimenti inesprimibili. È, in sostanza, un soddisfacente compromesso fra pulsioni omosessuali da tenere a bada, o nascoste, e apparenze da rispettare, per non essere derisi.

Ci troviamo dunque di fronte, nel romanzo, a una seconda situazione di queer kinship[12]: le anziane sorelle nubili adottano un bel nipote maschio seduttivo, che risveglia le loro smanie sopite (prima situazione)[13]; tale nipote individua in un ragazzo socialmente inferiore a lui, e in parte marginalizzato nel suo ambiente[14], “l’amico ideale”; il legame fra i due diventa ben presto inscindibile (seconda situazione).

E non è finita. Remo si comporta come un marchettaro di lusso[15]. Ben lontano dal carattere (ma anche dalle concessioni di sé) delle belle etere otto-novecentesche, condivide comunque con loro l’avidità di denaro, il gusto per i piaceri e il cinismo. Sa che il suo potere consiste nel desiderio che suscita, e che lascia sempre inappagato. I rapporti che stabilisce con le sue donne adoranti (non con l’amico Palle) sono basati su fattori economici; offre non sé stesso ma la propria immagine, e chiede in cambio tutto: denaro, dignità, amor proprio; non si cura affatto di portare le zie alla rovina. Non è nemmeno una figura negativa: è semplicemente amorale. O, meglio, è consapevole dell’immoralità delle pulsioni che risveglia, e del fatto che i rapporti economici sono intrinsecamente immorali. Per questo, con una certa coerenza, sfrutta la situazione a proprio vantaggio, con la sfrontatezza dell’ideale maschile littorio (del fascismo, peraltro, non si parla mai nel romanzo, ambientato in un’epoca precedente alla composizione, quindi dal 1918 in poi).

La sua vita sessuale è misteriosa; vi si allude, con espressioni velate, descrivendo in parallelo quella del suo amico fidato, che è – per quanto ci viene narrato – del tutto assente. Sappiamo solo che, a un certo punto, dopo un’ambigua relazione con una matura e danarosa contessa russa, Remo mette incinta una ragazza. La scarsa importanza che dà alla cosa contrasta con lo sconvolgimento che la faccenda provoca in famiglia; sarà Niobe a salvare le padrone dallo scandalo. La malcapitata fanciulla sarà indotta a un matrimonio riparatore, dopo un doloroso addio.

E pare che la Laurina, una sera, pochi giorni prima di sposarsi, fermasse Remo sulla via, per un’ultima spiegazione; ma del dialogo, brevissimo, corso fra i due, conosciamo soltanto le ultime battute che un colpo di vento volle portare fino a noi:

“Verrai qualche volta a prendere la gardenia da me?”.

Senza accorgersene egli rispose esattamente come aveva risposto alla contessa sportiva quando gli aveva chiesto se avesse trovato di quelle che danno tutto per nulla: “Eh… chi lo sa… forse”[16].

La sistemazione di Laurina è costata alle zie un’ipoteca di cinquantamila lire sulle case; altre somme ingenti verranno spese per ulteriori capricci di Remo, fra cui un’automobile sgargiante; si verrà a sapere che ancor prima Niobe ha dato fondo ai propri risparmi per comprargli una motocicletta. Le tre donne e Giselda saranno ridotte letteralmente alla fame.

Un altro colpo di scena, una terza queer kinship che si profila, sotto l’apparenza di una normalità consolidata: da uno dei suoi viaggi, Remo manda la notizia ferale. Sposerà una ricchissima ereditiera americana, Peggy.

La sua nuova condizione, prima di fidanzato e poi di sposo, che gli assicurerà sovrabbondanza di denaro liquido (il padre di Peggy è un generoso milionario) non gli suggerirà in alcun modo di aiutare finanziariamente le zie che ha ridotto in miseria. Dopo un fastoso matrimonio le lascerà sole. E le poverette, più che pensare alla loro povertà, si concentreranno sull’idea del tradimento. Remo le ha abbandonate. Solo questo conta, solo questo le fa soffrire. Ma nutrono caparbiamente una certezza: «Lui non l’ama». Si è sposato con Peggy solo per interesse; forse hanno ragione, forse no. Fatto sta che l’unione con la giovane e splendida americana ha risvolti misteriosi, perché non è solo a due, ma comprende anche l’amico del cuore di Remo:

A un certo punto Remo, lasciando il suo posto col bicchiere in mano, ed essendo giunto all’altra estremità della tavola, disse: “Salute, Palle!” tendendogli il bicchiere. Palle prese il suo e lo batté appena con quello dell’amico a testa bassa e senza rispondere; quindi Remo, messa la mano in tasca, ne trasse un librettino azzurro che gettò sulla tovaglia al posto del giovane. Era il passaporto per l’America. Fu un grido unanime, l’intera sala esplose: in America anche Palle! Ma Palle non ebbe un segno nel suo corpo che rivelasse l’interiore sentimento: la sorpresa, la contentezza o la commozione; prese il libretto dalla tovaglia e lo ripose in tasca nel modo che si pone la scatola dei cerini dopo averla prestata al proprio vicino per accendere una sigaretta.

Empossible senza de Palle!” disse Peggy superando il frastuono, mentre il gruppo degli amici si riversava su di lui abbracciandolo, sollevandolo in trionfo e portandolo in giro per la sala: “In America anche Palle!”.

Ma certemente” ripeteva Peggy al colmo della felicità: “senza de Palle noi non se può far niente[17].

Ménage à trois? Relazione torbida? Peggy come semplice copertura di una brotherhood maschile, più importante di qualunque “relazione regolare”? La bisessualità è parte integrante della vita dei prostituti, come lo era per le grandi cortigiane della Belle Époque: quindi, niente di strano. Una fra le caratteristiche precipue – e più antiche – di ogni demi-monde è la queerness in cui tutte le distinzioni fra generi, desideri, inclinazioni, ambiguità, irregolarità si intrecciano, sfumano si confondono.

Cosa resta alle zie e a Niobe della loro vita con Remo, degli innumerevoli sacrifici consumati sull’altare della bellezza? Quel che è più giusto, in qualche modo coerente: la permanente suggestione della sua immagine; e così si ritrovano, digiune, con le credenze vuote, ma con la grande tavola da lavoro completamente ricoperta dalle sue fotografie, che contemplano insieme, in preda al fuoco cinerino dei ricordi; la più grande delle fotografie, la più scollacciata, quella che era stata spedita a Niobe da una vacanza in località di mare, sarà ciclopicamente ingrandita e campeggerà per sempre nel salone, dove le sorelle riprenderanno il loro lavoro senza sosta, non più per nobildonne e altoborghesi, ma per le contadine del circondario.

Un finale malinconico, certo, ma non privo di un certo appagamento fantasmatico. È lo spettro del desiderio colpevole, della condanna morale, quello che Remo rappresenta in costume da bagno provocatoriamente succinto. Desiderio e condanna che le zie hanno vissuto ed espiato. È anche, in qualche modo, la palma orgogliosa del loro martirio.

E, quel ritratto ammiccante, non lo espongono con vergogna. È un gesto insieme purgatoriale e saturo di rivalsa, un paradossale trionfo, una dichiarazione d’amore postuma e anche in qualche modo una ricompensa, perché dopotutto hanno creduto e contribuito alla costruzione di una felicità, egoistica e sprezzante com’è sempre, in fondo, il senso della felicità nella giovinezza[18].

 

  1. Pretty Woman, di Gary Marshall, USA 1990, soggetto e sceneggiatura di J. F. Lawton, Silver Screen Partners, Touchstone Pictures, fotografia di Charles Minsky, montaggio di Priscilla Nedd e Raja Gosnell, musiche di James Newton Howard, costumi di Marilyn Vance, con Richard Gere, Julia Roberts, Ralph Bellamy, Jason Alexander, Laura San Giacomo et al.
  2. Il bellissimo romanzo, agli occhi di oggi del tutto innocuo, subì alla sua uscita la persecuzione della censura. Nella mentalità fascista la descrizione di figure femminili “non canoniche” né identificabili unicamente con i loro ruoli all’interno di una struttura familiare borghese e patriarcale suscitava scandalo. L’autrice ne subì le conseguenze e fu condannata anche a una – seppur breve – detenzione. Cfr., fra varie testimonianze, Loreta Minutilli, Alba de Céspedes e lo scandalo della scrittura, in “Il rifugio dell’ircocervo”, 11 marzo 2021, https://ilrifugiodellircocervo.com/2021/03/11/alba-de-cespedes-e-lo-scandalo-della-scrittura/, ma anche Ginevra Amadio, Non più ruoli ma donne: Nessuno torna indietro di Alba de Céspedes, in “FrammentiRivista: il mondo con gli occhi della cultura”, 17 novembre 2015, https://www.frammentirivista.it/nessuno-torna-indietro-alba-de-cespedes-analisi/.
  3. Divertentissima, sboccata, incredibilmente libera, è la cronaca, anche piuttosto esplicita, di un battuage. La interpreta nel suo modo usualmente impagabile Paolo Poli: cfr. https://www.google.com/search?q=Paolo+Poli+I+fiori+di+Palazzeschi&oq=Paolo+Poli+I+fiori+di+Palazzeschi&aqs=chrome..69i57j33i160l4.7826j0j7&sourceid=chrome&ie=UTF-8#fpstate=ive&vld=cid:46af43b5,vid:ZjfV9FVLbUw,st:0 Si tenga presente che “fiori”, come nel francese fleurs (femminile), è un altro termine relativo all’omosessualità maschile (ampiamente usato già ai tempi di Palazzeschi).
  4. A. Palazzeschi, Il Re bello, nella raccolta a cui dà il titolo, Firenze, Vallecchi, 1921, poi, con la doppia maiuscola, Il Re Bello, in Id., Tutte le novelle, Milano, Mondadori, 1957, quindi in Id., Le novelle, a cura di G. Tellini, “Edizioni scientifiche di opere palazzeschiane”, Milano, Mondadori, 2023, tomo I, pp. 9-35. La storia è quella di un erede maschio al trono troppo a lungo vanamente atteso; la dodicesima figlia del sovrano sarà fatta passare per un uomo, un po’ Papessa Giovanna e un po’ Lady Oscar. Il romanzo è Stefanino, Milano, Mondadori, 1969.
  5. A. Palazzeschi, Sorelle Materassi [1934], Milano, Mondadori, 1990, p. 6.
  6. Ivi, p. 18.
  7. La particolarità dell’espressione, che differenzia questa città da tutte le altre, mette in soggezione le sorelle quando dovranno recarvisi in occasione della malattia di Augusta, che poi morirà. Il dettaglio, gustosamente analizzato nelle pagine del romanzo, spiega molto bene la psicologia di Teresa e Carolina, morbosamente attaccate alle loro abitudini, ai loro luoghi, e soprattutto alla routine lavorativa, che le possiede e le domina. In realtà, poco tempo prima, erano state a Roma, ricevute in udienza privata dal Papa in persona. I due viaggi sono adeguatamente confrontati da Palazzeschi e svelati nel loro significato simbolico: l’incontro con il Sommo Pontefice rappresenta la santificazione del duro lavoro artigianale delle sorelle, mentre la visita anconetana sarà l’inizio del loro itinerario purgatoriale. In entrambi i casi sarà proprio il lavoro – assiduo e purificatore – il protagonista delle vicende narrate, nonché il rimedio all’umana miseria. Si potrebbe arguire una sorridente morale espressa in trasparenza dall’autore: il lavoro è la panacea di ogni passione; ma, a parte la scrittura, Palazzeschi, da buon ricco di famiglia, non lavorò mai.
  8. Questo ovviamente si può dire soltanto in relazione all’epoca moderna – successiva alle rivoluzioni industriali – e all’ambiente borghese. Dimenticata l’esperienza della civiltà ellenica, con i suoi rapporti fra erastès ed eròmenos sanciti, vincolati e controllati dalla società, appartiene al passato anche la condizione dei favoriti reali e nobiliari: l’era capitalistica si basa su legami eteronormativi che assicurano la perpetuazione della proprietà ed escludono ogni tipo di “trasgressione”. Proprio dall’ideologia del capitale sono provocati i rapporti di sudditanza e di sfruttamento reciproco, per le coppie irregolari, specialmente se condizionate anche dalle differenze di età fra i partner: rapporti fondati appunto sul mercimonio.
  9. Ivi, p. 122.
  10. Ivi, pp. 121-22.
  11. Sulla parola, composta dai due termini inglesi brother, ‘fratello’, e romance, ‘relazione amorosa’, si veda la voce relativa sul sito dell’Accademia della Crusca, che a mio parere pecca soltanto per una tendenza moralistica, definendo il rapporto «di natura non sessuale». Questo non è vero, e lo si sa, dal momento che il bromance non esclude affatto episodi di bud sex, ‘sesso fra amici’, altro tipo di attività erotica che cerca maldestramente di camuffare o di escludere le proprie componenti omosessuali: cfr. https://accademiadellacrusca.it/it/parole-nuove/bromance/23528.
  12. La queer kinship, ‘parentela queer’, è così definita nel Vocabolario Treccani (Neologismi 2023): «Comunità di persone che, indipendentemente dal genere d’appartenenza o dall’orientamento sessuale, vivono insieme per scelta e sono legate da affinità affettive, sentimentali e dalla condivisione delle attività».Cfr.: https://www.treccani.it/vocabolario/neo-famiglia-queer_(Neologismi)/.
  13. Un’altra forma di queer kinship è quella rappresentata, stavolta in modo amaro e dolente, nel romanzo palazzeschiano I fratelli Cuccoli (prima edizione: Firenze, Vallecchi, 1948; poi in A. Palazzeschi, I romanzi della maturità, Milano, Mondadori, 1960, quindi in Id., Tutti i romanzi, sempre Milano, Mondadori, 2004). Qui il cinquantenne Celestino Cuccoli decide di adottare quattro ragazzi che lo feriranno con la loro avidità e il loro egoismo. Composto in dieci anni, fra ripensamenti e difficoltà, il testo è molto più esplicito di Sorelle Materassi, anche perché le pulsioni segrete del protagonista, che si trasformano in desiderio di paternità (mentre l’idea di maternità è del tutto assente nel romanzo del 1934), sono narrativamente contrapposte alla libertà erotica vissuta ed esibita da un altro personaggio, Fofo, lesbica attiva e vorace, incurante delle convenzioni sociali, che non nasconde affatto la propria sessualità predatoria e sfrontata.
  14. Vengono in mente, a tale proposito, le parole con cui Christopher Isherwood definiva i legami omoerotici “ammessi” dalla società in cui viveva: per lui giovane benestante, di classe elevata, era possibile e in qualche modo lecito avere un compagno, ma solo se di livello inferiore, preferibilmente minore d’età e straniero. Questo forse per giustificare il rapporto come una sorta di afflato caritatevole, educativo e filantropico che riproduceva a suo modo gli antichi ideali ellenici racchiusi nel concetto di “amore platonico”.
  15. La sua condizione è quella abilmente descritta da Rainer Werner Fassbinder nel film Lacrime amare di Petra von Kant (Die bitteren Tränen der Petra von Kant), del 1972, adattamento della pièce dello stesso autore, poi ripresa ed esplicitata da François Ozon in Peter von Kant (2022). Un riferimento palazzeschiano potrebbe essere il Bel-Ami di Guy de Maupassant (1885).
  16. A. Palazzeschi, Sorelle Materassi, op. cit., p. 208.
  17. Ivi, p. 269.
  18. Richiederebbe una trattazione a parte il magnifico sceneggiato che la RAI aveva tratto dal romanzo nel 1972, con i migliori interpreti dell’epoca: programmazione piuttosto temeraria per una RAI che oggi consideriamo – a torto – solo perbenista e democristiana. Sorelle Materassi, con la regia di Mario Ferrero e la sceneggiatura di Luciano Codignola e Franco Monicelli, fu trasmesso dal Programma Nazionale (poi RAI 1) in prima serata e in tre puntate: 24 settembre, primo e 8 ottobre; alla supervisione collaborò Palazzeschi stesso. Sarah Ferrati interpretava Teresa, e Rina Morelli, Carolina. Nora Ricci era Giselda e Ave Ninchi Niobe. Remo era uno splendido e giovanissimo Giuseppe Pambieri. Lo sceneggiato non era, però, la prima trasposizione cinematografica del romanzo, perché già nel 1944 era uscito un film diretto da Ferdinando Maria Poggioli, con le celebri sorelle Emma e Irma Gramatica nonché Massimo Serato e altre dive dell’epoca: Clara Calamai (nel ruolo di Peggy) e Paola Borboni (la principessa russa amante di Remo).

(fasc. 54, 25 novembre 2024, vol. II)

Immaginario migrante e lessico d’infanzia. Storia di un’inaspettata corrispondenza nell’idea di scrittura di Adrián N. Bravi

Author di Alessandro Gaudio

Me l’aveva detto mio padre: «Dovresti imparare daccapo una lingua, così puoi pensare e sognare senza il ricordo di quelle vecchie parole. Nuova lingua, nuova libertà». È stata la prima volta che gli ho dato ragione[1].

Il concetto di immaginario verbale, spesso riconducibile alla sfera dell’infanzia o a quella del migrante, non è disgiunto da una disposizione interpretativa che consentirebbe di comprendere meglio il mondo che ci circonda, quello nel quale si è stati accolti così come quello che, crescendo o spostandosi, si è lasciato alle spalle. Il tentativo stesso di recuperare la sfera linguistica originaria, anche quando risulta frustrato dalla distanza e dai difetti della memoria, permette di determinare una linea di fuga, un’utile variazione che intacca l’omogeneità del nostro sistema linguistico ed ermeneutico di riferimento: «Non parlare come un irlandese o un rumeno in una lingua diversa dalla propria – scrive il filosofo francese Gilles Deleuze in una riflessione citata in un saggio che Adrián Nazareno Bravi, scrittore argentino ma trasferitosi in Italia nell’estate del 1987, ha pubblicato nel 2017 e intitolato La gelosia delle lingue –, ma, al contrario, parlare nella propria lingua come uno straniero»[2]. Ecco, in definitiva, l’origine di una visione contaminata, plurale, che fruisce, lungo tutta la produzione dello scrittore italo-argentino, di correnti carsiche, spesso inconsce, che si alimentano l’una con l’altra in modo che, pur cambiando registro, la maniera originaria di vedere il mondo non si perda mai del tutto: «Io parlo la mia lingua madre, lo spagnolo, in italiano», spiega Bravi in un’intervista del 2009[3].

La distanza, o il limite che dir si voglia, consente di maturare una certa visione che, paradossalmente, avvicina al posto che si è lasciato, al tempo che si è vissuto. Ma, al di là della pur importante questione della lingua, è a proposito della scrittura che il discorso qui presentato dice qualcosa: scrittura che, facendosi magia, invenzione, oblio e ossessione, non è soltanto corpo grammaticale o ricordo, divenendo anche un acceleratore della coscienza, del pensiero e della comprensione dell’universo.

Magia e infanzia

Qual è il significato che hanno le parole la prima volta che le si ascolta durante l’infanzia? Magari si pensa che ne abbiano uno preciso e invece, poi, ne rivelano un altro. Ad ogni modo, l’infanzia è il tempo delle parole inventate. Il suo luogo è l’immaginario, dove le parole “si vedono”. Nell’immaginario le parole servono a delineare il nostro mondo e contribuiscono a cogliere il nocciolo delle cose. Lingua e mondo sono dunque intrecciati come un monogramma.

Il lessico abborracciato dei social network, quello emozionale della promozione commerciale o quello burocratico delle istituzioni separano dal nocciolo delle cose. Come quando, per troppo tempo, si sta in un certo luogo, e le chiacchiere della gente influiscono sull’immaginario verbale e non consentono più di far riferimento a sé stessi. Infatti, nominare l’esistente significa percepire la distanza che separa i nomi che ci si abitua a dare alle cose, il mondo vero fatto di parole, dalla prima sensazione che suscitano in noi. Tale mondo vero è riconducibile all’infanzia che, con i primordi dell’umanità, ha in comune l’effetto magico dell’uso della parola.

La concomitanza tra infanzia e magia si può cogliere appieno nell’Albero e la vacca, rivisitazione del racconto d’infanzia e stravolgimento della favola morale; in Verde Eldorado, storia della maturazione e degli inattesi cambiamenti del giovane Ugolino, e in più d’uno dei racconti inclusi nelle Variazioni straniere, raccolta pubblicata nel 2015. Ad esempio, in L’albino e il tumuto si può apprezzare la distanza che separa un’età dell’uomo dall’altra quando si tratta di interpretare ciò che ci circonda. La medesima distanza può dividere i membri di una stessa famiglia oppure due popoli confinanti ed è estremamente difficile scoprirne le ragioni. Con una certa regolarità, quella distanza scinde le credenze del protagonista dalle sue intime convinzioni: «Io non ero tanto sicuro di quella faccenda dell’insetto [che lo ha punto alla nascita], ma ci credevo lo stesso»; oppure, poco più avanti, «Non capivo cosa avessi fatto per meritarla [una bastonata sulla testa], ma ci doveva essere una ragione»[4].

Anche quella legata alle parole e al loro uso è una magia del medesimo segno rispetto a quella che attiene alla tensione innata verso il misterioso e l’invisibile che caratterizza l’infanzia, quasi manifestazione di ciò che di ineffabile c’è nello spirito: lottiamo tutta la vita per liberarci dai vizi della nostra educazione, ma i vizi dell’educazione ci restano stampati sullo spirito e, poi, nelle parole che usiamo come tatuaggi. Non è detto che nel corso della vita adulta si riesca a dilavare questi tatuaggi dello spirito, finendo per indugiare sul confine tra il mondo precedente e quello che, col tempo, ci siamo costruiti o abbiamo dovuto raggiungere. Qui, siamo sempre a un passo dal capire le parole della nostra vita che, se non ci fosse altro oltre essa, non comprenderemo mai. Crescendo, si dimentica la strada per la fonte diretta della lingua, per quella lingua vera (o lingua madre) così distante dalla lingua falsa (o lingua padre) che non è la lingua nativa di nessuno, essendosi alienata in strutture patriarcali, legate al potere economico o a quello politico, ma che è pur sempre il teatro di tutti i conflitti che l’uomo si trova a vivere. Bravi, dal canto suo, usa quella che egli stesso suole definire “lingua figlio”, una lingua ormai sbiadita, ma che permette di guardarci dal di fuori, facendo sì che i nostri pensieri, così come il nostro stile di espressione, mantengano una certa autonomia.

Invenzione e ricordo

Però alcune parole (come se fossero piccole camere delle meraviglie) ci trattengono nell’incantesimo, nell’infanzia, ai primordi dell’umanità e della vita. È in esse che risiede la religione dell’infanzia, la sua propria spiritualità. Bravi sfrutta per bene la capacità della scrittura di far fronte alla labilità del nostro spirito e della nostra memoria: non è forse vero che molti ricordi non sono che semplici frasi sentite chissà dove? L’infanzia e la giovinezza sono legate indissolubilmente a frasi e parole che vanno a comporre un vocabolario dei giorni andati, ma che costella anche il presente e la sua unità.

Il va e vieni incessante tra la maturità e l’infanzia costituisce la struttura stessa di molte storie raccontate da Bravi e, ma è la medesima cosa, della sua realtà biografica, in modo che la stagione più tarda arrivi a combinarsi alla primavera della vita. Lo stesso va e vieni è alla base anche di quanto avviene nella prima delle Variazioni straniere, intitolata Dopo la linea dell’equatore: è la storia della traversata in mare di Franco Jarkiewicz che, ogni volta che viene raccontata, diventa sempre più avventurosa perché ognuno aggiunge un’osservazione, un particolare, ma nessuno, ignorando la realtà dei fatti, riesce a immaginare il destino dell’uomo. La frase pronunciata dalla madre Maria sin dalla sua infanzia, «cinque bambini morti buttati in mare»[5], ricorre per tutta la vita di Franco ed è una spia della fine che lo attende in mare, fuori da ogni frontiera, proprio nell’unico posto in cui, con paradosso soltanto apparente, riesce a non sentirsi uno straniero. Si tratta dello stesso posto dal quale Giuseppe Spadoni, ucciso dalla moglie da due o tre mesi, narra la storia della propria badante ucraina in Io, il badato: dall’altro mondo Giuseppe racconta gli accadimenti che lo hanno condotto oltre quello che è il limite per eccellenza dell’uomo.

D’altronde, la maturità, proprio in ragione della distanza che la separa dall’infanzia, deve fare i conti con una sorta di barriera che, talvolta, è linguistica. Nel tentativo costante di superarla e a prescindere dal successo di tale tentativo, attiviamo un meccanismo retrospettivo che quasi costringe i nostri occhi a prestare attenzione al passato. A salvarci è la pendolarità del rapporto tra gli agenti irritanti della maturità e l’autenticità dell’infanzia e della lingua che la contraddistingue con la quale chiunque deve fare i conti. La capsula del linguaggio – chiarisce il poeta e saggista russo Iosif Brodskij parlando della condizione dell’esiliato – non gravita verso la terra, bensì verso l’esterno, assecondando una propensione centrifuga che abbraccia, sì, il vuoto, ma che le consente di recuperare anche una certa vitalità interiore[6].

Dovendo fare i conti con una lingua a volte priva di infanzia, perché i colori e i sapori che la caratterizzavano erano espressi con altre parole, ecco che l’adulto, maturo ma esiliato, estraniato, è costretto a riscrivere la propria vita, a ridisegnare il proprio immaginario, ricucendo gli stralci di un tempo perduto, letteralmente inventando sé stesso giorno per giorno. Rovesciando la questione, è come se il ricordo fosse possibile unicamente nella finzione: il passato si rivela, così, una possibilità aperta all’interno della quale cercare di immaginare ciò che sarebbe potuto accadere. E allora la lingua dà una prospettiva. Tuttavia, questa autonomia di infanzia e maturità ci consente di disporre di una lingua minore, di una variazione all’interno di un sistema esperienziale che è bene che non sia omogeneo e che accorda la possibilità di parlare nella propria lingua, lo ha detto Deleuze, come se si fosse stranieri.

Oblio e possibilità

Insomma, è anche perdendo la lingua dell’infanzia che la facciamo nostra. Essa è ovunque e sfugge, nascosta in ogni parola e, anche se non la si raggiunge, è la stessa caccia che consente di cogliere la diversità, il malinteso, l’ordine temporaneo segnato anche dai limiti della memoria o dalle sue finzioni. È ciò che avviene con la mappa della lingua: si finirà mai di disegnarla, tra ciò che si nega e ciò che si accoglie da quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia? È probabile che nel linguaggio dell’adulto resti qualcosa persino del balbettio neonatale, ma è indubbio che l’atto dell’apprendimento linguistico presuppone una certa quota di oblio, qualcosa a volte perduto per sempre, ma che comunque continua ad avere un peso nel quotidiano di ognuno. Tanto il vocabolario quanto lo stile del parlare, che è il sistema nervoso dell’uomo, fruiscono della memoria e dei suoi guasti, ossia di ciò che, dopo qualche tempo, si finisce per inventare, per “romanzare” si dice, mescolando dentro di sé la verità e la menzogna ed esaminando, più che la realtà, l’esistenza, dunque non ciò che accade, ma il regno delle umane possibilità.

Adrian Bravi sa giocare molto bene sia con l’infanzia sia con la memoria e i suoi meccanismi di recupero e dispersione, e lo mostra in tutte le sue Variazioni. Lo fa, ad esempio, il protagonista-traduttore del Muro sulla frontiera, uno dei racconti meglio riusciti: ha una memoria prodigiosa che gli consente di ricordare alla perfezione persino il suono o la pronuncia di tutte le parole che sente, diversamente da quanto fanno i gendarmi che, là, vicino al muro, non si sforzano minimamente di comprendere alcunché. Trovandosi nella condizione di comprendere tutto, di non dimenticare nulla, il traduttore pure è al corrente del fatto che tutto ciò non ha la minima importanza e che non è dato sapere se mai qualcosa cambierà nella sua vita, se potrà superare finalmente la frontiera o dovrà restare sempre là. Anche Liborio, l’anziano protagonista di La figlia di Liborio e il suo cappottino rosso, deve fare i conti con gli scherzi della memoria: «magari non ricordiamo di avere un animale dentro casa e poi salta fuori un gatto che vuole la sua dose di carezze mentre stai seduto sul divano»[7]. Vuoti e pieni di memoria che spesso restituiscono particolari marginali o del tutto inconsistenti, ma che finiscono per influenzare il presente, magari celati dietro tic nervosi, ossessioni e piccoli segni. Persino le rondini, al centro dell’ultima delle Variazioni intitolata Gli espatriati (un brevissimo apologo più che un racconto), di stagione in stagione, anzi di generazione in generazione, maturano una specie di reazione atavica alle azioni di una signora di Loreto, conservando un riflesso che si protrae ben oltre la morte della donna.

In tutte le sue opere, Bravi gioca con i ricordi e dimostra di saper trarre un’indicazione anche dalla loro assenza, da ciò che viene rimosso. Come rimosso è ciò che resta sotto le acque del fiume che nell’Inondazione, romanzo del 2015, invade Río Sauce, fino a sommergere tutto il paese fin quasi ai tetti. Le acque separano il mondo sommerso, occulto e incomprensibile ma autentico, da quello in superficie, stonato, tormentato dagli insetti e percorso in barca da Ilario Morales, il protagonista, al quale restano pochi oggetti e pochissimi ricordi. Quelli che riguardano il padre, morto in una tempesta sul Golfo di Biscaglia quando aveva quattro anni, sono davvero limitatissimi: «C’era un’immagine però che non aveva dimenticato, una specie di immagine muta che ogni giorno vedeva muoversi a rallentatore come un vecchio film in bianco e nero»[8]. Morales, attraversando il suo mondo inondato, passato, cerca in qualche modo di conservarne memoria, di custodirlo, di ricomporre i frammenti di un mosaico che, in superficie, arriva molto spezzettato, in bianco e nero, nel presente. Quando le acque del fiume iniziano a ritirarsi, con tutto ciò che era svanito in fondo all’acqua alta ritorna a galla anche il rimosso, inducendo uno spaventato Morales a lasciare definitivamente Río Sauce.

Fino a che punto portiamo con noi le ferite che ci infliggono la natura e la storia? In quale lingua esprimiamo l’intimità, l’amore, la delusione? In quale altra i ricordi? E con quale intensità emotiva? Non sarà che gli oggetti smarriti, proprio in virtù della loro assenza, acquisiscono maggior vita rispetto a quelli archiviati, quasi intrappolati nella memoria? Magari, è il non-trovato che prende la forma delle sue possibilità, anche in virtù del fatto che può essere rinominato. Di fronte all’esilio – ammette Bravi scrivendo della vicenda di Adelaide Gigli, figlia del pittore Lorenzo Gigli che decise di lasciarsi l’Italia alle spalle nel ’31 alla volta dell’Argentina, per non compromettersi con il regime fascista – la parola è un po’ oscura. Nel corpo a corpo che Adelaide, come in misura diversa un po’ tutti, porta avanti contro l’oblio, contro la scomparsa della memoria e della lucidità, che parte riveste la lingua? È possibile crearsi un ritratto di sé che vada oltre ciò che siamo stati e che ricordiamo? Francisco Brines, un poeta spagnolo citato nelle ultime pagine di Adelaida, romanzo uscito quest’anno che Bravi dedica all’artista di origini italiane, ha le idee chiare sull’infanzia e il carattere più o meno permanente della sua impronta e chiude così un suo poema: «So che ho sentito il profumo di un gelsomino nell’infanzia un pomeriggio, e il pomeriggio non è esistito»[9]. Insomma, se il ricordo non fosse altro che una forma di finzione? È questa la domanda che torna con una certa insistenza in tutta l’opera dell’autore italo-argentino. Se, più semplicemente, esistesse una memoria prenatale, ossia una memoria che non ha a che fare con i ricordi, dovremmo prendere in considerazione l’esistenza di una zona buia della mente alla quale non riusciamo ad attingere e che, ugualmente, partecipa alla costruzione della nostra personalità e al racconto che ne facciamo. È per questa via che Bravi riesce ad andare oltre la sfera quotidiana, raggiungendo una sua verità ideale, incorporea, magari estranea o spostata, ma che, proprio in ragione di ciò, rivela le cose e dà loro un colore.

Ossessione e romanzo

Quel che è certo è che qualcosa resta a segnare gli argini di una memoria che si sposta, finge o vacilla: qualcosa resta paralizzato in ciò che lo stesso Bravi, in una recente intervista, ha definito come «un chiodo fisso»[10], una piccola mania che progressivamente assume una maggiore centralità nel racconto dello svolgersi dei fatti. Dal suo primo libro scritto in italiano, Restituiscimi il cappotto, egli impianta un’ossessione nella vita dei personaggi e fa in modo che la narrazione graviti intorno a essa: è la stessa frase che dà il titolo al racconto a rimanere bloccata nella mente del protagonista in un surreale dialogo con l’altra parte di sé; Anselmo, invece, il personaggio principale della Pelusa, romanzo del 2007, carica la polvere che si produce dentro casa di mille significati simbolici che, alla fine dei conti, fanno sì che da pensiero ricorrente finisca per diventare caos e psicosi; Arduino Gherarducci, nel Riporto, uscito nel 2011, perfeziona e carica sempre più simbolicamente la semplice azione di pettinarsi i capelli con il riporto che, da gesto quotidiano, diventa progressivamente distinzione, fuga, malattia; infine, nel 2020, con Il levitatore, Bravi concepisce una storia interamente giocata sul modo in cui le preoccupazioni di ogni giorno impediscono ad Anteo Aldobrandi, il protagonista, di sollevarsi da terra. Sottraendosi alla gravitazione, “sgravitandosi”, egli riesce a ordinare e catalogare idee e ricordi, facendo quadrare tutto alla perfezione.

Lo scrittore nato a Buenos Aires nel 1963 sa bene che è nell’imperfezione che la storia si produce, è nella sintesi indeterminata dell’idea fissa che è possibile aprirsi alla complessità, ai diversi livelli di astrazione che detiene l’esperienza ordinaria. Ponendo l’ossessione al centro del romanzo, Bravi ha trovato il modo per ri-dire ciò che è irriducibile, per pronunciare l’interdetto, l’effetto di senso che provoca il salto dell’isotopia, che lascia intravedere un altro senso. È come se facesse sedere il lettore in un teatro dove si rappresentano abitudini, si reincantano le esistenze colorandole con una quota di inesperibile, talvolta di indicibile, di ciò che resta da dire, ma esulando da infruttuosi scrupoli di esaustività. L’inesperibile rimanda alle condizioni di bambino e di migrante che costituiscono il limite ultimo fino al quale può spingersi l’esperienza, al confine con l’idea di inconscio. È proprio in ragione di questa prossimità che tale esperienza, pur essendo spesso muta, giunge alla sua evidenza massima e consente di congiungere la dimensione propria dell’infanzia e dello spostamento con quella del romanzo. Si tratta di un limite dell’esperienza che è esperibile unicamente grazie al linguaggio, mediante il quale si può recuperare, almeno in parte, il senso di quelle condizioni; allo stesso modo, quelle condizioni, tramite il linguaggio, consentono di riconoscere il carattere più remoto della realtà che si vive: è come se nelle storie di Bravi potessimo trovare la verità dell’infanzia e del migrante, intese come dimensioni universali, originarie, dell’uomo, e non è cosa da poco.

È quando tutto lascia pensare di essere seduti a teatro che si comprende, invece, che la scrittura di Bravi ci sta portando, senza tanti vincoli, nei meandri della memoria e della storia; si capisce che, dopo tutto, non si tratta d’altro che di romanzo, della sua capacità di ricostruire la continuità dell’esperienza, di annichilire il soggetto e di intensificare la frenesia del mondo. Lo fa, guardandolo da una certa distanza, spesso suggerita dalle regole assurde e grottesche del bambino o di chi si sposta ma, non senza sorpresa, in modo sempre rigoroso e coerente[11].

 

  1. A. N. Bravi, Sud 1982, Roma, Nottetempo, 2008, p. 109. Ecco i riferimenti bibliografici delle altre principali opere di Bravi: Río Sauce, Buenos Aires, Paradiso, 1999; Restituiscimi il cappotto (con disegni di T. Kostin), Ravenna, Fernandel, 2004; La pelusa, Roma, Nottetempo, 2007; Il riporto, Roma, Nottetempo, 2011; L’albero e la vacca, Milano, Feltrinelli, 2013; L’inondazione, Roma, Nottetempo, 2015; Variazioni straniere, Macerata, EUM, 2015; La gelosia delle lingue, Macerata, EUM, 2017; L’idioma di Casilda Moreira, Roma, Exòrma, 2019; Il levitatore, Macerata-Roma, Quodlibet, 2020; Verde Eldorado, Roma, Nutrimenti, 2022; Adelaida, Roma, Nutrimenti, 2024.
  2. G. Deleuze, C. Parnet, Conversazioni, trad. it. di G. Comolli, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 9; riportato in A. N. Bravi, La gelosia delle lingue, op. cit., p. 43; il corsivo è nel testo.
  3. A. Salvioni, Intervista ad Adrián Bravi, in «Altre Modernità», n. 2 (novembre 2009), pp. 240-46; la citazione è a p. 240: https://doi.org/10.13130/2035-7680/301.
  4. A. N. Bravi, Variazioni straniere, op. cit., pp. 43 e 45.
  5. Ivi, pp. 10 e 13.
  6. Cfr. I. Brodskij, Profilo di Clio, a cura di A. Cattaneo, trad. it. di G. Buttafava, G. Forti e A. Buttafava, Milano, Adelphi, 2003, p. 53.
  7. A. N. Bravi, Variazioni straniere, op. cit., p. 32.
  8. A. N. Bravi, L’inondazione, op. cit., p. 15.
  9. F. Brines, Desde Bassai y el mar de Oliva, trad. it. di A. N. Bravi, in A. N. Bravi, Adelaida, op. cit.
  10. Cfr. M. Farina, Dialogo sull’arte della “sgravità”. Intervista ad Adrián N. Bravi, in «La Balena Bianca», 23 marzo 2020, disponibile sul web alla seguente URL: https://www.labalenabianca.com/2020/03/23/il-levitatore-adrian-n-bravi-michele-farina/ (ultima consultazione: 26 ottobre 2024).
  11. Desidero ringraziare Adrián Bravi per la non comune disponibilità a discutere le premesse di questo saggio e Monica Lanzillotta per avermi concesso di vagliarne gli esiti con gli studenti del corso di Mediazione linguistica dell’Università della Calabria. A questi ultimi è dedicato Immaginario migrante e lessico d’infanzia.

(fasc. 54, 25 novembre 2024, vol. II)