Calvino, Pugliese e il romanzo sperimentale. Alcune considerazioni su Napoli come prisma di trasformazione nel romanzo “Malacqua” di Nicola Pugliese

Author di Alan G. Hartman

Lo scrittore napoletano Nicola Pugliese, nato nel 1944 e morto nel 2012, è relativamente poco studiato. Sulla sua opera non esiste molta letteratura critica, eccetto alcune recensioni del suo romanzo del 1977, intitolato Malacqua, altre della riedizione del testo in italiano e altre ancora delle traduzioni in altre lingue, a partire dal 2013. Quella del 2011[1] rilasciata al giornalista napoletano Giuseppe Pesce rimane l’unica sua intervista sul romanzo; inoltre, lo stesso Pesce è autore di un volume su Pugliese e sulla sua opera intitolato Napoli, il dolore e la non-storia (2010), unico testo critico sull’argomento.

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(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Calvino osservatore attento dei cambiamenti ambientali nell’Italia del boom economico

Author di Samuela Di Schiavi

La fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, gli anni del cosiddetto “miracolo” o boom economico, hanno rappresentato per l’Italia un periodo di grandi cambiamenti e profonde trasformazioni sia da un punto di vista socio-economico, con la nascita di una nuova società dei consumi, sia da una prospettiva ambientale, ad esempio con lo sviluppo e l’espansione delle città metropolitane. È proprio in questa cornice di importanti mutamenti che coinvolgono l’intera penisola che Italo Calvino pubblica alcuni racconti lunghi, ironici ma molto realistici, in cui attraverso la descrizione di una realtà contemporanea emerge l’attenzione dell’autore verso la tematica dell’ambiente e dell’ecologia, da un punto di vista sia politico sia sociale e morale.

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(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Le «vittime della scure» nell’oikos di Calvino: (proto)ecologia tra distopia e relazioni disforiche da Ombrosa a Leonia

Author di Martina Palese

Per quella fitta connessione che rende il linguaggio e la letteratura figli reciproci di una vasta possibilità di intenti, la personalità di Italo Calvino prescinde dalle fissità di una collocazione cronologica, oltre la quale si erge a pioniere di tempi distanti e vicinissimi. Acuto osservatore nonché promotore ideologico e narrativo di quel filtro sottile tra parola e realtà, serve nell’ombra del dettaglio i paradossi e le attese delle più significative trasformazioni storiche e culturali del suo “stare” nel mondo.

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(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Calvino lettore di Nievo. Avventura e comica leggerezza

Author di Roberta Colombi

Una lunga fedeltà. Tra ammirazione ed emulazione

Nel ricostruire la relazione di Calvino con Nievo attraverso le tracce lasciate nelle lettere, nelle interviste e in poche altre pagine di carattere pubblico, risulta evidente come l’ammirazione di Calvino per lo scrittore delle Confessioni sia qualcosa che risale indietro nel tempo. La loro relazione non nasce in seguito alla riscoperta letteraria di Nievo avvenuta negli anni ’50 e che coinvolge proprio Einaudi, l’editore con cui il giovane Calvino collabora dal 1947[1]: nasce prima ed è destinata a durare a lungo. Continua a leggere Calvino lettore di Nievo. Avventura e comica leggerezza

(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Italo Calvino e l’estetica dell’intelligenza artificiale: giochi linguistici, morte dell’autore e teoria della ricezione

Author di Daniel Raffini

L’attenzione al legame tra scienza e cultura e lo sguardo analitico sul mondo rendono Calvino uno scrittore in grado di prevedere fenomeni sociali e culturali. È il caso della rivoluzione digitale, di cui è uno dei primissimi osservatori[1]. La preveggenza calviniana si dimostra anche nel campo dell’intelligenza artificiale, soprattutto per quanto riguarda l’interazione con la produzione artistica e l’immaginario culturale. Il tema torna in diversi saggi ed è presente anche nella scrittura finzionale[2]. All’interno di questa vasta produzione, il saggio Cibernetica e fantasmi affronta in maniera estesa il rapporto tra essere umano e macchine dal punto di vista della scrittura. Continua a leggere Italo Calvino e l’estetica dell’intelligenza artificiale: giochi linguistici, morte dell’autore e teoria della ricezione

(fasc. 53, 25 agosto 2024)

Il privilegio della leggerezza: per una lettura di “Le città invisibili”

Author di Luca Marcozzi

Nella prima edizione pubblicata il 3 novembre 1972 nella collana «Supercoralli» di Einaudi, l’immagine di copertina di Le città invisibili riproduceva un dipinto di René Magritte, Il castello dei Pirenei, del 1959, raffigurante una grande roccia che galleggia sopra un mare ed è sormontata da un castello di pietra[1]. Così il dipinto surrealista rappresentava la virtù immaginativa del testo. Tuttavia cinque anni dopo, quando nel 1977 fu pubblicata l’edizione tascabile, per la copertina fu scelta un’immagine caratterizzata sì da una dimensione irreale, ma pertinente ad un più concreto progetto edilizio, per quanto utopico[2].

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(fasc. 53, 25 agosto 2024)

«Guardare le cose dal di fuori»: Calvino in dialogo con Pirandello

Author di Alessia Russo

In seguito a una serie di disavventure intellettuali che non meritano d’essere ricordate, il signor Palomar ha deciso che la sua principale attività sarà guardare le cose dal di fuori. Un po’ miope, distratto, introverso, egli non sembra rientrare per temperamento in quel tipo umano che viene di solito definito un osservatore[1].

Con questa citazione tratta dal capitolo Le meditazioni di Palomar dell’omonimo romanzo, si tenta la costruzione di un “sapiente dialogo” tra due classici del Novecento la cui lettura, ancora oggi, è in grado di rivelare qualche aspetto innovativo che arricchisca il panorama degli studi editi. Il dialogo sarà costruito a partire da suggestioni di tangenza tra i due autori che, seppur con un modus operandi distinto, hanno saputo descrivere una particolare condizione dell’uomo contemporaneo attraverso i personaggi protagonisti della narrazione: «dove uno scrittore di sessantasei anni e un ragazzo di dieci si trovano a sfiorarsi, l’uno all’insaputa dell’altro, con i loro rispettivi destini e desideri»[2].

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(fasc. 53, 25 agosto 2024)

“Puramente casuale”: Italian Prison Films and the 1975 Carceral Reform

Author di Matteo Brera

Films are privileged, albeit not highly scientific, media through which the public’s ideas “about the nature of crime” are shaped, and perceptions of audiences on crime and its ‘mechanics’ are altered by mediatised images of criminal activities and their impact on society[1]. This is the consequence of what Surette calls “the social construction of reality”[2]; indeed, according to the American penologist, when studying the intertwining of crime, criminal justice and the media, people obtain knowledge from the fictional picture of the world that media elaborate and propose to them. Their acts thus tend to be based on these artificial representations)[3].

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(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Introduction

Author di Matteo Brera e Monica Jansen

The Long Shadow of the Violent Seventies

The Seventies, commonly linked with the Years of Lead and the strategy of tension, or, on the contrary, remembered as a season of liberation of countercultures and sexual emancipation of youth and women, are also a decade of reforms and innovations that restructured the entire social fabric of Italy.

From the Workers’ Statute of 1970 to the reform of family law (1975), from the penitentiary reform of 1975 to the “Basaglia law” (1978), which shut down mental asylums, up to the democratisation of the police forces, a process started in 1969 and that became law (n. 121), in 1981. Furthermore, the passing of the legislation on divorce and voluntary interruption of pregnancy was confirmed with two referendums in 1974, adding to the key reforms introduced in the Seventies that established solid foundations for future changes while triggering the elaboration of memories able to project alternative paths into the future.

In the 1970s, the coexistence of parallel and contrasting realities finds its representation in an imaginary in which the climate of political and social violence predominates, characterised on screen by a political and militant vein and a seemingly hedonistic and uncommitted genre – the commedia all’italiana (comedy Italian style) – capable of documenting in grotesque forms the customs and vices of Italians. Overall, cultural productions (cinema, theatre, narrative, poetry, graphic novels, music etc.) reflect different conceptions of social and political conflict and transmit antagonistic memories, mediated in turn by the post-memory of subsequent generations. They often tend to interpret the past in terms of trauma and defeat in solidarity with the victims of terrorism or heirs of the utopias of countercultures or in the hope of being able to renew the memory of the revolutionary moment in contexts of protests similar to those of the 1970s.

A recently renewed critical interest has ignited coinciding with a succession of anniversaries, ranging from the dream of 1968 to the age of terrorism and movements of 1977 to the kidnapping of Aldo Moro in 1978. Here, we would like to mention some of the most recent publications in the field of Italian studies, including two volumes, a book edited by Silvia Contarini and Claudio Milanesi and a special issue of the journal «Écritures» edited by Christophe Mileschi and Elisa Santalena.

The first, entitled Controculture italiane, is dedicated to the «Long 1968»[1], a temporal extension specifically related to Italian activism whose socio-cultural impact reverberates well into the Seventies and its countercultures with which our present is still fully dealing. We share the ambition to return to the “violent Seventies” to «explore what remains, what has really had an impact»[2] with this collection of essays; hence the metaphor of the shadow that extends over the present, an image that is also found in some essays in the form of the spectre that continues to visit our political subconscious.

The second volume is Anni Settanta: la grande narrazione[3], a multidisciplinary approach with which we feel in tune. It reflects on the myth and disillusionment of the Seventies with a multiplicity of contemporary and subsequent perspectives.

We would also like to mention here a special issue (n. 11) of the journal «Écritures», Repenser les années 1970, which collects the critical fruits of the Nanterre conference of 2017. The symposium should have taken place in the Library of the Chamber of Deputies in Rome but was cancelled at the last minute, possibly because it was non-compliant with the “stringent criteria” that Italian institutions apply to protect the memory of Aldo Moro. The conference was thus held in Paris and titled Aldo Moro: Research, Politics, History. It covered various topics, shifting the discussion to less studied aspects of the statesman’s life and activities to analyse their impact on the present[4]. Among these under-researched topics are those related to the Italian prison system, a matter of ongoing interest to which this monographic issue dedicates a series of interviews with authors, artists, and activists who have a direct experience of a (partially and unsatisfactorily) reformed penitentiary at the centre of the socio-political-cultural upheavals of the Seventies. The interviews with Mary Gibson, Patrizio Gonnella, Amir Issaa, Dacia Maraini, and Maria Giustina Laurenzi, conducted and edited by Elena Bellina (New York University) and Matteo Brera (Università di Padova / Seton Hall University), testify to how the riots, the violence, and the consequent attempts at reform implemented since the first half of the Seventies left us a prison system that the legislator has never been able to modernise fully, except in the face of emergencies such as the Covid crisis and acts of rebellion by prisoners linked to chronic overcrowding[5].

The essays dedicated to culture, literature, and cinema demonstrate how people, moments, and events of the 1970s cannot be separated from their impact on individual and collective paths of the present in the eyes of critics and historians. For a political and aesthetic definition of the concept of revolutionary violence in social movements in the 1970s, the volume opens with contributions by Carlo Baghetti (Centre National de la Recherche Scientifiques) and Gerardo Iandoli (Aix-Marseille Université), who focus respectively on the revisitation of the poetics of Nanni Balestrini by the author himself and other writers (Tommaso di Ciaula and Antonio Pennacchi). Baghetti and Iandoli offer us the textual tools to conceive violence at a thematic level, as a topos in strikes and workers’ demonstrations, and, at an aesthetic level, as an element inherent to the structure of artistic works, respectively. The two scholars’ studies stem from the weakening of the imagery of violence created by Balestrini in the 1980s and 1990s and its re-elaboration in La nuova violenza illustrata, a text published posthumously in the footsteps of La violenza illustrata (1976).

Remaining in the (neo-)avant-garde field, Stefano Magni (Aix-Marseille Université) explores the techniques of collage and political activism with which the Gruppo 70 interpreted and represented the violence of the rallies with a commitment no less revolutionary than that of the more famous Gruppo 63.

Anna Taglietti (Università di Padova) shifts the focus towards the political positioning of intellectuals outside the scope of countercultures. In her essay dedicated to the “First International Congress for the Defense of Culture,” held in Turin (1973), the scholar examines documents produced during the conference entitled “Intellectuals for Freedom”, thus allowing us to observe the fortunate season that right-wing culture experienced in Italy mainly thanks to the involvement of intellectuals such as Giuseppe Berto, Julius Evola, Marino Gentile, and Armando Plebe.

A non-ideologically aligned position is that of Natalia Ginzburg, whose sacred and pre-political configuration of women takes shape outside of feminist movements, as Andrea Rondini (Università degli Studi di Macerata) demonstrates by analysing, among other things, the positions taken by the writer and intellectual on abortion in 1977. According to Ginzburg, only a mother should have the right to decide about her own pregnancy.

The generational dimension of the violence of those years is elaborated in the Bildungsroman Piove all’insù by Luca Rastello, published in 2006, at a time when the testimonies of terrorism of the second generations also gained a voice[6]. While Giulia Falistocco (Università degli Studi di Perugia) interprets the text in light of the struggles for work of the 1977 Movement, which prefigure the precariousness of work in the present, Andrea Brondino (The University of Manchester) compares it with the horror novel Le venti giornate di Torino (1977) by Giorgio De Maria and the autobiographical Città sommersa by Marta Barone (2020), the latter dedicated to the memory of the author’s father Leonardo,
a young doctor unjustly convicted for being affiliated with terrorists and then acquitted. Adopting the ghost story as a means of representation, these novels offer a paradoxically realist lens through which to address the complexities and contradictions of an era that still lingers upon us.

Maria Bonaria Urban (KNIR-Reale Istituto Neerlandese di Roma / Universiteit van Amsterdam) also dedicates her essay to Città sommersa and, by relying on the critical toolkit of cultural memory studies, highlights the impact of violence on the hidden stories of the Seventies that tell of humanitarianism based on solidarity – and not on politics – that could mobilise into a transformative force also in the present. Since Leonardo’s story is told by his daughter, the essay examines, in particular, how the generational dimension influences the type of memory mediated by the novel.

David Ward (Wellesley College) analyses Il tempo materiale by Giorgio Vasta (2008) and reveals to readers the impact of the violence of the terrorists’ communiqués. These documents become – in the infantile mental deformation and on the outskirts of Palermo – a deviant form of «mythopoetic» expression capable to expose the harmful relationship between ideology and language.

The above essays on literature and the intellectual positioning of writers pave the way to three contributions that focus on cinema to discuss some key aspects of the history and memory of the Seventies: imprisonment, the role of the bourgeoisie, and a child’s point of view.

Studying three films placed at different points on the genre spectrum – L’istruttoria è chiusa, dimentichi (D. Damiani, 1971), Detenuto in attesa di giudizio (N. Loy, 1971) and Farfallon (R. Pazzaglia, 1974) – Matteo Brera observes how the prison films produced in Italy in the years immediately preceding the prison reform of 1975 propose themselves as mirrors and interpreters not only of the ongoing cultural debate, but also and above all as witnesses of the long-standing shortcomings of a penal system still deeply rooted in the fascist Ventennio.

Monica Jansen (Universiteit Utrecht) discusses the transposition of the novel Un borghese piccolo piccolo by Vincenzo Cerami (1976) into the homonymous film by Mario Monicelli (1977), and analyses how the temporal moment coincides with the worsening of everyday violence and with the public positioning of Pier Paolo Pasolini and Italo Calvino who warned against the cultural mutation in progress and a fading of “humanism” in the capitalist bourgeoisie of the economic Boom.

Finally, Rachelle Gloudemans (KU Leuven) analyses how the use of a child’s point of view in three films of the 2010s (La prima cosa bella by Paolo Virzì, 2010; La kryptonite nella borsa by Ivan Cotroneo, 2011; and Anni felici by Daniele Luchetti, 2013) allows us to thematise the (im)possibility of going beyond discourses and images of political-social violence at the basis of the cultural memory of the Seventies.

For lay people, critics of various backgrounds, and according to the collective memory of the Italian post-war period, “violence” is a distinctive trait of the Seventies. The cultural products examined in the essays presented in this special issue analyse the multifaceted characteristics of those years in relation to the countercultures of the (neo) avant-garde, to the political, non-political, and ideological positions of writers and intellectuals of the time, and through the mediation of memories of the generations that followed.

In these essays, there are frequent and recurrent metaphors that refer to a dimension inaccessible to understanding, such as the infantile perspective, to hidden truths, such as the submerged city belonging to Italo Calvino’s imagery, to a past that continues to haunt the present – and in this regard see the “phantomisations” that Brondino speaks of in his contribution.

This monographic issue stands out in that it is a collection not only of studies on artistic productions and public interventions but also of dialogues with the experiences and points of view of observers who have witnessed firsthand the reality on which they are questioned, in case of history, (failed) reforms, distortions, and potential of the Italian prison system from the 1970s to this very day.

The combination of types of knowledge and the intertwining of levels of experience allow us to conclude that the memory of the “violent seventies” should not be imagined as a static and immutable archive crystallised in time but rather as the long shadow of a dynamic and transformative repertoire (textual, but also experiential and testimonial) that moves within time and opens new perspectives on the present and the future.

Finally, heartfelt gratitude goes to Leonardo Casalino and Ugo Perolino, without whose invaluable intellectual contributions this collection of essays would not have seen the light.

  1. Controculture italiane, edited by S. Contarini and C. Milanesi, Firenze, Franco Cesati Editore, 2019, p. 11.
  2. Ibidem.
  3. Anni Settanta: La grande narrazione, edited by S. Contarini and C. Milanesi, Firenze, Franco Cesati Editore, 2024.
  4. Repenser les années 1970, «Écritures», 11, 2019 edited by C. Mileschi and E. Santalena. Another collection of essays on Aldo Moro is Il caso Moro. Memorie e narrazioni, edited by L. Casalino, U. Perolino and A. Cedola, Massa, Transeuropa, 2016.
  5. See, on the latter topic, S. Basilisco and M. Jansen, Narrating COVID and Captivity in Italy: ‘No Prison’ Writings and the Restorative Potential of the Penitentiary, in «Modern Italy», 2024, pp. 1-14.
  6. On the post-memory of the victims of terrorism, see R. Glynn, The ‘Turn to the Victim’ in Italian Culture: Victim-centred Narratives of the Anni di Piombo, in «Modern Italy», 18, 4, 2013, pp. 373-90; Era mio padre. Italian Terrorism of the Anni di Piombo in the Postmemorials of Victims’ Relatives, edited by S. Gastaldi and D. Ward, Oxford, Peter Lang, 2018.

(fasc. 52, 31 luglio 2024)

Introduzione

Author di Matteo Brera e Monica Jansen

L’ombra lunga dei violenti anni Settanta

Gli anni Settanta, comunemente associati al terrore degli Anni di piombo e alla strategia della tensione, o, al contrario, ricordati come una stagione di liberazione delle controculture e di emancipazione giovanile, femminile e sessuale, sono anche un decennio di riforme e innovazioni che ristrutturano l’intero assetto sociale dell’Italia. Dallo Statuto dei lavoratori del 1970 alla riforma del diritto di famiglia (1975), dalla riforma penitenziaria del 1975 alla legge Basaglia (1978), che chiuderà i manicomi, fino alla democratizzazione della polizia, un processo avviato nel 1969 e diventato legge, la n. 121, nel 1981. Senza dimenticare le leggi sul divorzio e l’interruzione volontaria della gravidanza confermate con due referendum. Culture e riforme che però non si sono arrestate, ma hanno continuato ad evolversi nel corso degli anni e a produrre memorie per proiettare vie alternative nel futuro.

Negli anni Settanta la coesistenza di realtà parallele e contrastanti trova la sua rappresentazione in un immaginario in cui predomina un clima di violenza politica e sociale, caratterizzato nel cinema dal filone politico e militante ma anche da un genere apparentemente edonistico e disimpegnato, la commedia all’italiana, capace di documentare in forme grottesche i costumi e i vizi degli italiani. Nell’insieme, le produzioni culturali (cinema, teatro, narrativa, poesia, graphic novel, musica ecc.) riflettono diverse concezioni dello scontro sociale e politico e trasmettono memorie antagoniste, mediate a loro volta dalla postmemoria delle generazioni successive che, assumendo su di sé il trauma delle vittime del terrorismo o sentendosi eredi delle utopie delle controculture, spesso tendono a interpretare il passato in termini di trauma e di sconfitta, o con la speranza di poter rinnovare la memoria del momento rivoluzionario in contesti di contestazione analoghi a quelli degli anni Settanta.

Un rinnovato recente interesse critico si è materializzato in coincidenza con un susseguirsi di anniversari, che vanno dal sogno del Sessantotto al terrore e ai movimenti del 1977 al sequestro di Aldo Moro nel 1978. Vogliamo qui nominare alcune delle pubblicazioni più recenti nell’ambito degli studi italiani, tra cui due volumi curati da Silvia Contarini e Claudio Milanesi e un numero speciale della rivista «Écritures» curato da Christophe Mileschi ed Elisa Santalena.

Il primo, intitolato Controculture italiane, è dedicato al «Sessantotto lungo»[1], prolungamento temporale specificamente relativo al movimentismo italiano il cui impatto socio-culturale si è avvertito ben dentro il decennio dei Settanta, con le cui controculture il nostro presente sta ancora facendo – e deve ancora fare – pienamente i conti. Condividiamo con questa collezione di saggi l’ambizione di tornare ai “violenti anni Settanta” per «esplorare cosa ne rimanga, cosa abbia davvero inciso»[2]; di qui la metafora dell’ombra che si estende sul presente, un’immagine che si ritrova anche in alcuni saggi nella forma dello spettro che continua a visitare il nostro inconscio politico.

Il secondo è il volume Anni Settanta: La grande narrazione[3], che riflette sul mito e la disillusione degli anni Settanta con una molteplicità di prospettive coeve e posteriori, approccio pluridisciplinare con cui ci sentiamo in sintonia.

Vogliamo qui menzionare anche il numero 11 di «Écritures», Repenser les années 1970, che raccoglie i frutti critici del Convegno di Nanterre del 2017 che avrebbe dovuto aver luogo nella Biblioteca della Camera dei Deputati a Roma se non fosse stato posto il veto, forse per il suo essere troppo controcorrente rispetto ai criteri stringenti con cui la memoria di Aldo Moro viene tutelata dalle istituzioni. Il simposio, intitolato Aldo Moro: la ricerca, la politica, la storia, trattava un’ampia varietà di temi, spostando la discussione su aspetti ancora meno indagati per analizzarne le conseguenze sul presente[4]. Tra queste, quelle sul sistema carcerario italiano, un argomento di continua attualità e al quale è dedicata in questo numero monografico una serie di interviste con autori, artisti, attivisti che si sono trovati a occupare e a sperimentare, talvolta attraverso la propria esperienza personale, un carcere riformato (parzialmente e in modo ad oggi ancora insoddisfacente) a partire dai rivolgimenti socio-politico-culturali prodotti in seno agli anni Settanta.

Le interviste con Mary Gibson, Patrizio Gonnella, Amir Issaa, Dacia Maraini e Maria Giustina Laurenzi, realizzate e tradotte in lingua inglese per le cure di Elena Bellina (New York University) e Matteo Brera (Università degli Studi di Padova / Seton Hall University), testimoniano di come le rivolte, le violenze e i conseguenti tentativi di riforma messi in atto a partire dalla prima metà degli anni Settanta abbiano lasciato in eredità un sistema penale che il legislatore non ha mai saputo compiutamente modernizzare, se non al cospetto di situazioni emergenziali quali la crisi-Covid e atti di ribellione dei detenuti legati al cronico sovraffollamento[5].

I saggi dedicati alla cultura, alla letteratura e al cinema selezionati per questo numero dimostrano come persone, momenti, avvenimenti degli anni Settanta non possano essere disgiunti, agli occhi di critici e storici, dal loro impatto su percorsi individuali e collettivi nel presente. Per una definizione politica ed estetica del concetto di violenza rivoluzionaria dei movimenti sociali negli anni Settanta il volume si apre con i contributi di Carlo Baghetti (Centre National de la Recherche Scientifiques) e Gerardo Iandoli (Aix-Marseille Université) che si soffermano sulla rivisitazione delle poetiche di Nanni Balestrini da parte dello stesso autore e di altri scrittori (Tommaso di Ciaula e Antonio Pennacchi). Questi offrono gli strumenti testuali per concepire la violenza, rispettivamente a livello tematico, come topos negli scioperi e nelle manifestazioni dei lavoratori, e a livello estetico, come elemento inerente alla struttura di un’opera artistica. Il punto di partenza, per i due studiosi, è l’immaginario della violenza creato da Balestrini, di cui esplorano sia il progressivo depotenziamento negli anni Ottanta e Novanta sia la rielaborazione analizzata attraverso La nuova violenza illustrata, testo pubblicato postumo che riprende il precedente La violenza illustrata del 1976.

Rimanendo sempre in ambito (neo-)avanguardistico, Stefano Magni (Aix-Marseille Université) esplora le tecniche del collage e dell’attivismo politico con cui il Gruppo 70 ha interpretato e rappresentato la violenza degli anni della contestazione con un impegno non meno rivoluzionario di quello del più noto Gruppo 63.

Con Anna Taglietti (Università di Padova) l’attenzione si sposta verso il posizionamento politico degli intellettuali fuori dall’ambito delle controculture. Nel suo saggio dedicato al Primo Congresso internazionale per la difesa della cultura di Torino (1973) la studiosa esamina i documenti prodotti nell’ambito del convegno dal titolo Intellettuali per la libertà, che permettono di osservare la fortunata stagione che la cultura di destra visse in Italia nel periodo caldo, con la partecipazione di intellettuali quali Giuseppe Berto, Julius Evola, Marino Gentile e Armando Plebe.

Una posizione non ideologicamente schierata è quella di Natalia Ginzburg, la cui configurazione sacrale e prepolitica della donna prende forma al di fuori dei movimenti femministi, come dimostra Andrea Rondini (Università di Macerata), analizzando tra l’altro le prese di posizione sull’aborto nel 1977 della scrittrice e intellettuale, secondo cui solo la madre deve avere il diritto di decidere riguardo alla propria gravidanza.

La dimensione generazionale della violenza di quegli anni viene elaborata nel Bildungsroman Piove all’insù di Luca Rastello, pubblicato nel 2006, in un momento in cui acquistano voce anche le testimonianze del terrorismo dei familiari delle vittime[6]. Mentre Giulia Falistocco (Università degli Studi di Perugia) interpreta il testo alla luce delle lotte per il lavoro del Movimento del ’77 e che prefigurano la precarizzazione lavorativa nel presente, Andrea Brondino (The University of Manchester) lo confronta con il romanzo horror Le venti giornate di Torino (1977) di Giorgio De Maria e l’autobiografico Città sommersa di Marta Barone (2020), quest’ultimo dedicato alla memoria del padre Leonardo, il cui impegno sociale è stato oscurato dalla memoria collettiva della violenza degli Anni di piombo. Adottando la ghost story come modalità di rappresentazione, questi romanzi offrono una lente paradossalmente realista attraverso la quale affrontare le complessità e le contraddizioni di un’epoca che ancora incide sul presente.

A Città sommersa è pure dedicato il saggio di Maria Bonaria Urban (KNIR-Reale Istituto Neerlandese di Roma / Universiteit van Amsterdam) che, facendo affidamento sull’armamentario critico preso in dote dai cultural memory studies, mette in luce l’impatto della violenza sulle storie nascoste dei Settanta che narrano di un umanitarismo solidale e non politico che potrebbe mobilitarsi in una forza trasformativa nel presente. Poiché la storia di Leonardo è raccontata dalla figlia, il saggio esamina, in particolare, come la dimensione generazionale influisce sul tipo di memoria mediata dal romanzo.

L’analisi di David Ward (Wellesley College) del Tempo materiale di Giorgio Vasta (2008) rivela invece ai lettori l’incidenza della violenza dei comunicati dei terroristi che, nella deformazione mentale infantile e nella periferia di Palermo, diventano una forma deviante di espressione «mitopoietica», mettendo a nudo il rapporto nocivo tra ideologia e linguaggio.

Segue ai saggi maggiormente incentrati sulla letteratura e sul posizionamento intellettuale degli scrittori una terna di contributi che si appunta sul cinema per discutere alcuni aspetti chiave della storia e della memoria degli anni Settanta: carcerazione, ruolo della borghesia, punto di vista infantile. Studiando tre pellicole collocate in punti diversi sullo spettro dei generi – L’istruttoria è chiusa, dimentichi (D. Damiani, 1972), Detenuto in attesa di giudizio (N. Loy, 1972) e Farfallon (R. Pazzaglia, 1974) – Matteo Brera osserva come i prison films prodotti in Italia negli anni immediatamente precedenti la riforma carceraria del 1975 si propongano non solo come specchi e interpreti del dibattito culturale in atto, ma anche e soprattutto di testimoniare annose mancanze di un sistema penale ancora profondamente radicato nel Ventennio fascista.

Il saggio di Monica Jansen (Universiteit Utrecht) discute la trasposizione del romanzo Un borghese piccolo piccolo (1976) di Vincenzo Cerami nel film omonimo di Mario Monicelli (1977), e studia come il momento temporale della storia venga a coincidere con l’acuirsi della violenza quotidiana e con le dichiarazioni pubbliche di Pier Paolo Pasolini e Italo Calvino che mettono in guardia dalla mutazione culturale in atto e da un venir meno dell’umano nella borghesia capitalista del Boom economico.

Rachelle Gloudemans (KU Leuven) analizza infine le modalità attraverso cui il ricorso a un punto di vista infantile in tre film degli anni 2010 (La prima cosa bella di Paolo Virzì, 2010; La kryptonite nella borsa di Ivan Cotroneo, 2011; e Anni felici di Daniele Luchetti, 2013) permette di tematizzare l’(im)possibilità di oltrepassare discorsi e immagini di violenza politico-sociale alla base della memoria culturale degli anni Settanta.

Quello della “violenza” è, anche e soprattutto nell’immaginario comune, oltre che critico, un segno che connota gli anni Settanta nella memoria collettiva del dopoguerra italiano. E i prodotti culturali presi in esame dai saggi qui raccolti ne analizzano le multiformi caratteristiche, in relazione alle controculture delle (neo)avanguardie, alle prese di posizione politiche, non politiche e ideologiche degli scrittori e intellettuali dell’epoca, e attraverso la mediazione delle memorie delle generazioni successive.

Come si nota dalla lettura dei saggi, sono frequenti le metafore che fanno riferimento a una dimensione inaccessibile alla comprensione quale la prospettiva infantile; a verità nascoste, quale la città sommersa di calviniana memoria; a un passato che non passa e continua a perseguitare il presente – e si vedano a questo proposito le “fantasmizzazioni” di cui parla Brondino nel suo contributo.

Questo numero monografico si distingue nel suo essere raccoglitore non solo di studi su produzioni artistiche e interventi pubblici, ma anche di dialoghi con le esperienze e i punti di vista di osservatori che hanno toccato con mano la realtà sulla quale vengono interpellati, in casu la storia, le riforme (mancate), le storture e le potenzialità del sistema carcerario italiano dagli anni Settanta a oggi.

La combinazione di tipologie di conoscenza e l’intrecciarsi di livelli di esperienza ci permettono di concludere che la memoria dei “violenti anni Settanta” non è da immaginarsi come un archivio statico e immutevole cristallizzato nel tempo, ma piuttosto come l’ombra lunga di un repertorio (testuale, ma anche esperienziale e testimoniale) dinamico e trasformativo che si sposta “dentro il tempo” e che apre nuove prospettive sul presente e sul futuro.

Sentita gratitudine va a Leonardo Casalino e Ugo Perolino, senza il cui prezioso contributo intellettuale questa raccolta di saggi non avrebbe potuto vedere la luce.

  1. Controculture italiane, a cura di S. Contarini e C. Milanesi, Firenze, Franco Cesati Editore, 2019, p. 11.
  2. Ibidem.
  3. Anni Settanta: la grande narrazione, a cura di S. Contarini e C. Milanesi, Firenze, Franco Cesati Editore, 2024.
  4. Repenser les années 1970, «Écritures», 11, 2019, a cura di C. Mileschi ed E. Santalena. Ad Aldo Moro è dedicata anche la collezione di saggi Il caso Moro. Memorie e narrazioni, a cura di L. Casalino, U. Perolino e A. Cedola, Massa, Transeuropa, 2016.
  5. Si veda su quest’ultimo argomento S. Basilisco e M. Jansen, Narrating COVID and Captivity in Italy: ‘No Prison’ Writings and the Restorative Potential of the Penitentiary, in «Modern Italy», 2024, pp. 1-14.
  6. Sulla postmemoria delle vittime del terrorismo si veda per esempio R. Glynn, The ‘Turn to the Victim’ in Italian Culture: Victim-centred Narratives of the Anni di Piombo, in «Modern Italy», 18, 4, 2013, pp. 373-90; Era mio padre. Italian Terrorism of the Anni di Piombo in the Postmemorials of Victims’ Relatives, a cura di S. Gastaldi e D. Ward, Oxford, Peter Lang, 2018.

(fasc. 52, 31 luglio 2024)